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Giambattista Della Porta
La tabernaria

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  • ATTO III.
    • SCENA VII.   Pedante, Giacoco, Giacomino, Cappio, Lardone.
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SCENA VII.

 

Pedante, Giacoco, Giacomino, Cappio, Lardone.

 

Pedante. Tabernario!

Giacoco. Ora chesta è autro che crepantiglia. A me tavernaro? tu ne menti e arcimenti pe le canne della gola!

Pedante. Avemo baiulato li suppellettili...

Giacoco. Che sopraletti e sottoletti?

Pedante. ... et alia muliebria indumenta.

Giacoco. Io non veomuliiommente. Va', frate mio, e fatte fare na cura co li mutilli, ca te purga ssi mali ammuri.

Giacomino. Costui se non è imbriaco da dovero, farnetica da buon senno.

Giacoco. Dimmi, si' ommo o lombardo, si' iudío o cristiano, ca no te ntenno ca dici.

Pedante. Sum vir probus et circumspectus procul dubio.

Giacoco. Ha nommenato ser Pruocolo da Puzzuolo: m'ave cèra de cristiano.

Giacomino. Sará qualche pedante.

Giacoco. Ca bole da me sto sfecato sfritto varvaianne, co sta faccia gialliccia nzolarcata, co ss'uocchi scarcagnati ntorzati, co sso naso mbrognolato fatto a pallone, co ssi labruni da labriare co no zuoccolo? Mira ca vestiti scialacquati, ca a vedello me fa ridere senza che n'aggia voglia. Se stai mbriaco, va' vommeca e non me rompere la capo.

Pedante. O mi Deus, ha rotta una spalla a Prisciano. Dic, quaeso, diceremus bene: «la capo»? «La» est articulus foeminini generis, «capo», mascolini; discordat in genere; bisogna dire: o «lo capo» o «la capa».

Giacoco. Giá chisso sbaría; manche se fosse no piccirillo della zizza, parla allo sproposito.

Pedante. Io non parlo allo sproposito, se de miei detti ne farai congrua collazione.

Giacoco. Siente, ca vo fare collazione. Vorrisse doie ióiole o doi scioscelle?

Pedante. O che parlare absurdo e mal composto!

Giacoco. vole no poco de composta de cetruli.

Pedante. O che supina ignoranza, che intelletto rude e agreste!

Giacoco. Non te l'aggio ditto ca vole composta d'agresta?

Pedante. Dii immortales, ubique sunt angustiae!

Giacoco. È lo vero ca a Vico so ragoste.

Pedante. Dov'è quel teutonico che mi ricevè prima in questo ospizio?

Giacoco. O che arraggie, che tante tente tonte! Tu sbarii, poveriello.

Pedante. Dico «teutonico», cioè germano, idest todesco. Germani sunt Germaniae populi, e sono detti «teutonici» dal lor dio detto Teviscone.

Giacoco. Che ne volimmo fare nui de ssi chiáiti? chi t'addomanna chesse cincorane?

Pedante. Se non mi trovate la mia figliuola e la balia, tanto vociferarò che i miei stridi giungeranno ad astra coeli.

Giacoco. In casa mia non c'è astracoastraciello.

Pedante. Io lasciai qui mia figlia per arrabone.

Giacoco. Mienti pe la gola, ca nui non arrobbammo. O povero Iacoco, dove si' arreddutto! Tu mi faressi venire li parasisimi.

Pedante. Ecco mi trovo afflitto da tante contumelie; sed «patienter ferre memento». O l'aria di Napoli è tanto ottusa che ottunde gli anfratti auriculari che non vogliono intendere, overo hanno qualche cacademone nel capo.

Giacoco. È lo vero che tu hai no demonio che te caca nduosso; e se me ntrattengo troppo con tico, che quarcuno non cache ncuollo a mene. Se si' spiritato, fatte nciarmare.

Pedante. Me Dius fidius, che io dubito non avere scambiato la casa. Ecco quella domuncula che minitava ruina, ecco il caprifico nel muro: veramente che questo è il diversorio.

Giacoco. Lo guae che te attocca, qua non ci è diverso oliodiverso aceto, né manco c'è alluorgio che suoni diverse ore; non me buoglio scelevrar chiú con tico.

Pedante. Questo era il Cerriglio; e qualche diavolo l'averá fatto trasmutare in casa.

Lardone. Andiancene, padrone, ché quello medesimo negromante queste parole non le facci diventare tante bastonate, come ha fatto diventare pur quei fegadelli e salsicce. (Oimè, che tutta questa negromanzia caderá sopra di me! Giacomino s'ará goduta Altilia, Cappio Lima, e s'averanno divorato tutto l'apparecchio, che io, che son stato il mezano del tutto, resto senza mangiare e senza dormire. O salsicce, come mi sète fuggite da bocca; o vini, dove sète abissati! Son diventato un Tantalo, che il mangiar gli sta sopra il naso e il vino sotto le labbra, e quando vuole, il mangiare fugge e cosí il bere).

Giacoco. Olá, casa mia è deventata Cerriglio, o lo Cerriglio è deventato la casa mia; o io so diventato lo tavernaro dello Cerriglio, o lo tavernaro dello Cerriglio è deventato me. Chesta è cosa proprio da crepare e ridere; mai m'è accaduto cosa ntutto lo tiempo della vita mia commo chesta d'oie.

Pedante. Lardone, che mastichi in bocca?

Lardone. Mastico quelli fegadelli, salsicce e pastoni che mi son fuggiti dalla bocca.

Pedante. Perder le robbe non saria molto, ma perder la figlia! L'ira mi rode i precordi. Questa non è taberna, ma postribulo e lupanare.

Giacoco. La casa mia non è taverna chiú, ma centimmolo e panara; da cca a n'autro poco deventará no fiasco. O Celo, ca zeccafreca è chisto?

Pedante. Di cosí nefando atto vuo' che ne resti memoria ne' secoli futuri.

Giacoco. Chiappino, fa' sta caretate, porta chisto all'osteria dello Cerriglio, perché averá scagnata la taverna. Guai e maccaruni se voleno mangiare caudi caudi; e se non se ne vuole ire, dalle quarche manomerza.

Cappio. Andiamo, ch'io vi condurrò al Cerriglio.

Lardone. (Io l'attaccarei al calendario; lui ha mangiato e bevuto, e a me toccará lavar le scudelle, succhiar il brodo e vôtar i fondi de' fiaschi. Prego il Cielo che i maccheroni diventino strangulatori, e il vino foco. Ahi, ch'io pensavo burlar altri, e io resto burlato!).

Pedante. Non vidi hominem di maggior pasto né di minor fatica di te.

Cappio. Ecco il Cerriglio; battete e vi sará aperto.

Lardone. Tic, toc, tic.

 

 

 




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