SCENA
VII.
Pedante,
Giacoco, Giacomino, Cappio, Lardone.
Pedante.
Tabernario!
Giacoco.
Ora chesta è autro
che crepantiglia. A me tavernaro? tu ne menti e arcimenti pe le canne
della gola!
Pedante.
Avemo baiulato li
suppellettili...
Giacoco.
Che sopraletti e
sottoletti?
Pedante.
... et alia muliebria
indumenta.
Giacoco.
Io non veo né muli
né iommente. Va', frate mio, e fatte fare na cura co li
mutilli, ca te purga ssi mali ammuri.
Giacomino.
Costui se non è
imbriaco da dovero, farnetica da buon senno.
Giacoco.
Dimmi, si' ommo o lombardo,
si' iudío o cristiano, ca no te ntenno ca dici.
Pedante.
Sum vir probus et
circumspectus procul dubio.
Giacoco.
Ha nommenato ser Pruocolo
da Puzzuolo: m'ave cèra de cristiano.
Giacomino.
Sará qualche
pedante.
Giacoco.
Ca bole da me sto sfecato
sfritto varvaianne, co sta faccia gialliccia nzolarcata, co ss'uocchi
scarcagnati ntorzati, co sso naso mbrognolato fatto a pallone, co ssi
labruni da labriare co no zuoccolo? Mira ca vestiti scialacquati, ca
a vedello me fa ridere senza che n'aggia voglia. Se stai mbriaco, va'
vommeca e non me rompere la capo.
Pedante.
O mi Deus, ha rotta una
spalla a Prisciano. Dic, quaeso, diceremus bene: «la capo»?
«La» est articulus foeminini generis, «capo»,
mascolini; discordat in genere; bisogna dire: o «lo capo»
o «la capa».
Giacoco.
Giá chisso sbaría;
manche se fosse no piccirillo della zizza, parla allo sproposito.
Pedante.
Io non parlo allo
sproposito, se de miei detti ne farai congrua collazione.
Giacoco.
Siente, ca vo fare
collazione. Vorrisse doie ióiole o doi scioscelle?
Pedante.
O che parlare absurdo e mal
composto!
Giacoco.
Mò vole no poco de
composta de cetruli.
Pedante.
O che supina ignoranza, che
intelletto rude e agreste!
Giacoco.
Non te l'aggio ditto ca
vole composta d'agresta?
Pedante.
Dii immortales, ubique sunt
angustiae!
Giacoco.
È lo vero ca a Vico
so ragoste.
Pedante.
Dov'è quel teutonico
che mi ricevè prima in questo ospizio?
Giacoco.
O che arraggie, che tante
tente tonte! Tu sbarii, poveriello.
Pedante.
Dico «teutonico»,
cioè germano, idest todesco. Germani sunt Germaniae populi, e
sono detti «teutonici» dal lor dio detto Teviscone.
Giacoco.
Che ne volimmo fare nui de
ssi chiáiti? chi t'addomanna chesse cincorane?
Pedante.
Se non mi trovate la mia
figliuola e la balia, tanto vociferarò che i miei stridi
giungeranno ad astra coeli.
Giacoco.
In casa mia non c'è
astraco né astraciello.
Pedante.
Io lasciai qui mia figlia
per arrabone.
Giacoco.
Mienti pe la gola, ca nui
non arrobbammo. O povero Iacoco, dove si' arreddutto! Tu mi faressi
venire li parasisimi.
Pedante.
Ecco mi trovo afflitto da
tante contumelie; sed «patienter
ferre memento».
O l'aria di Napoli è tanto ottusa che ottunde gli anfratti
auriculari che non vogliono intendere, overo hanno qualche cacademone
nel capo.
Giacoco.
È lo vero che tu hai
no demonio che te caca nduosso; e se me ntrattengo troppo con tico,
che quarcuno non cache ncuollo a mene. Se si' spiritato, fatte
nciarmare.
Pedante.
Me Dius fidius, che io
dubito non avere scambiato la casa. Ecco quella domuncula che
minitava ruina, ecco il caprifico nel muro: veramente che questo è
il diversorio.
Giacoco.
Lo guae che te attocca, qua
non ci è diverso olio né diverso aceto, né manco
c'è alluorgio che suoni diverse ore; non me buoglio scelevrar
chiú con tico.
Pedante.
Questo era il Cerriglio; e
qualche diavolo l'averá fatto trasmutare in casa.
Lardone.
Andiancene, padrone, ché
quello medesimo negromante queste parole non le facci diventare tante
bastonate, come ha fatto diventare pur quei fegadelli e salsicce.
(Oimè, che tutta questa negromanzia caderá sopra di me!
Giacomino s'ará goduta Altilia, Cappio Lima, e s'averanno
divorato tutto l'apparecchio, che io, che son stato il mezano del
tutto, resto senza mangiare e senza dormire. O salsicce, come mi sète
fuggite da bocca; o vini, dove sète abissati! Son diventato un
Tantalo, che il mangiar gli sta sopra il naso e il vino sotto le
labbra, e quando vuole, il mangiare fugge e cosí il bere).
Giacoco.
Olá, casa mia è
deventata Cerriglio, o lo Cerriglio è deventato la casa mia; o
io so diventato lo tavernaro dello Cerriglio, o lo tavernaro dello
Cerriglio è deventato me. Chesta è cosa proprio da
crepare e ridere; mai m'è accaduto cosa ntutto lo tiempo della
vita mia commo chesta d'oie.
Pedante.
Lardone, che mastichi in
bocca?
Lardone.
Mastico quelli fegadelli,
salsicce e pastoni che mi son fuggiti dalla bocca.
Pedante.
Perder le robbe non saria
molto, ma perder la figlia! L'ira mi rode i precordi. Questa non è
taberna, ma postribulo e lupanare.
Giacoco.
La casa mia non è
taverna chiú, ma centimmolo e panara; da cca a n'autro poco
deventará no fiasco. O Celo, ca zeccafreca è chisto?
Pedante.
Di cosí nefando atto
vuo' che ne resti memoria ne' secoli futuri.
Giacoco.
Chiappino, fa' sta
caretate, porta chisto all'osteria dello Cerriglio, perché
averá scagnata la taverna. Guai e maccaruni se voleno mangiare
caudi caudi; e se non se ne vuole ire, dalle quarche manomerza.
Cappio.
Andiamo, ch'io vi condurrò
al Cerriglio.
Lardone.
(Io l'attaccarei al
calendario; lui ha mangiato e bevuto, e a me toccará lavar le
scudelle, succhiar il brodo e vôtar i fondi de' fiaschi. Prego
il Cielo che i maccheroni diventino strangulatori, e il vino foco.
Ahi, ch'io pensavo burlar altri, e io resto burlato!).
Pedante.
Non vidi hominem di maggior
pasto né di minor fatica di te.
Cappio.
Ecco il Cerriglio; battete
e vi sará aperto.
Lardone.
Tic,
toc, tic.
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