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Giambattista Della Porta
La tabernaria

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  • ATTO III.
    • SCENA IX.   Pedante, Lardone.
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SCENA IX.

 

Pedante, Lardone.

 

Pedante. Questo incontro m'ave acceso una face arsibile intorno al core, perché per mio solo dedecore m'ha serrato l'uscio sul volto. Sarò propalato per infame per tutto il mondo.

Lardone. Anzi per mio, perché mi publica per un affamato.

Pedante. A te pare cosí?

Lardone. Anzi è cosí, e non mi pare; perché io son quello che resto morto di fame e di sonno.

Pedante. Anzi, a tutti due; e tutti due restiamo affrontati e di affronto grande: a me per le donne e a te per la fame.

Lardone. A me non pena l'affronto della donna, ma perché mi muoio di fame.

Pedante. Il carico fatto a me è fatto al piú famoso uomo del mondo.

Lardone. S'il carico è fatto al piú famoso, dunque è fatto a me che sono ora il piú famoso uomo del mondo e di quanti affamati fur mai.

Pedante. Mai dal mio nemico sidere m'accadde cosa come questa.

Lardone. Né a me mai verrá questa notte in fantasia, che il mio stommaco non si risenta.

Pedante. Si dirá per tutto il mondo che Tito Melio Strozza gimnasiarca ha perduto la figlia con la balia, si scriverá per le gazzette, e i scrittori de nostri tempi lo scriveranno per l'istorie; né io potrò piú comparir fra letterati.

Lardone. Il manco pensiero che hanno i letterati di questi tempi è di scrivere i fatti tuoi.

Pedante. Il tuo male con una ricetta si guarirá.

Lardone. E quale?

Pedante. «Recipe due capponi, l'uno arrosto e l'altro boglito, cento ova dure, due rotuli di carne di vitella, un piatto di maccheroni; pongasi in una pignatta e boglia a sufficienza; quattro fiaschi di vino: et fiat cibus et potus».

Lardone. Con manco di questo si guarirá il tuo male. «Recipe colla di carniccio, bianco d'un uovo, un poco di litargirio; faccisi impiastro con stoppa di cánnevo; pongasi sopra la rottura e subito consolidarassi».

Pedante. Da questa massima ne segue: ho perduto la figlia, ergo, igitur, è stata violata; e io ne resto disperato.

Lardone. Disperati son quelli che l'han trovata; ché subito gli verrá in fastidio, che doppo il fatto, se avessero il pozzo appresso, ce la buttarebbono dentro, ché non è peggio mercanzia che di femine.

Pedante. Ti par poco essermi tolta una figlia?

Lardone. Ti par poco esser restato io senza mangiare e senza dormire, che non sarebbe altro che sotterrarmi vivo?

Pedante. Perché sei un forfante che ad altro non pensi che mangiare.

Lardone. Come si parla di mangiare e di bere, sono un forfante; come non darmi da mangiare e bere, son piú che fratello carissimo.

Pedante. Ti vorrei attaccar la bocca con una cannella piena di vino e lasciarti bere fin che crepassi; e dire: - Vinum sitisti, vinum bibe.

Lardone. O che crepar dolce!

Pedante. Il furto della figlia a chi «habet acetum in corde» importa l'onore.

Lardone. Lo star senza mangiare importa la vita, che è piú dell'onore: si può vivere senza l'onore, ma non senza mangiare. Da questo mondo non se ne ave altro se non quanto ne tiri con i denti.

Pedante. Ergo, igitur, absque dubio, poco importa l'onore.

Lardone. Le leggi dell'onore son fatte per i cavalieri e prencepi, re e imperatori, e appena se ne curano; perché vuoi curartene tu?

Pedante. Chi son questi reggi e imperadori?

Lardone. La regina Didone, come ho inteso da voi leggere a' scolari.

Pedante. Mente per la gola Virgilio, mente e rimente per guttur quante volte lo vuol dire overo l'è passato per la fantasia: ché Didone fu una regina onorata, né mai si ritrovò a solo a solo con Enea in quella spelonca; e io lo vuo' mantenere con lo filo e la punta della penna contro qualsivoglia letterato che lo voglia dire.

Lardone. Poco importa questa disfida alla mia fame, e ad ogni parola fare una disputa.

Pedante. Il parlar teco troppo familiare causa il minuspretio: omnis familiaritas parit contemptum; ma sempre che parlerai meco senza licenza, vuo' cavarti un dente.

Lardone. Vorrei piú presto perdere un diamante che un dente. Ma io merito questo e peggio. Venir da Salerno a piedi a preparare l'alloggiamento, e restar con una bocca secca come avesse mangiato presciutto!

Pedante. Te hai bevuto un semisestante di vino e mangiato tanto. Ti par poco onore mandarti al «senatus populusque romanus» a fargli intendere che viene il primo letterato di questo secolo a far reviviscere e repullular le ossa giá incenerite e far sorgere dalle tombe i Varroni, i Ciceroni, i Salusti e i Cantalici e gli altri grandi nella greca e latina lingua; e aprir un luculentissimo gimnasio?...

Lardone. E che sapete ben correre alla quintana.

Pedante. ... Sederai meco a tavola, beverai al mio bicchiero e del vino che bevo io, e seraimi compagno nello Studio: questo onor ti fará glorioso fin alla fin del mondo....

Lardone. Io non ho bisogno ingrammaticarmi; e questi onori dálli ad altri che li desiderano; ché io vuo' piú tosto mangiarmi una cipolla, una radice e ber vin che senta di muffa, quando ho appetito, e a mio modo, e dormir solo in terra e trar corregge a mio modo; starei piú tosto in galea che nel tuo Studio.

Pedante. ... Sedendomi appresso, questa mia venerabil toga ti onorerá e ridonderá in tua gloria, che mai dall'edace tempo ti fia consumpta.

Lardone. O Cielo, che mirabil nuovo genere di pazzia ave occupato il cervello di costui! Non è piú dolce boccone che beccarsi il suo cervello.

Pedante. Parli da quel che sei, cioè una bestia; e io sono una bestia, che d'un asino vogli farlo diventar cavallo. Il dedecore m'ha transverberato il core. Ma ricogliamoci in qualche luogo e dormiamo insino a giorno.

Lardone. Or questo no.

Pedante. Lasciami dire.

Lardone. Non voglio ascoltare.

Pedante. Nil melius sobrietate.

Lardone. Nil peius affamatione.

Pedante. Io non intendo questa tua grammatica.

Lardone. Né io la tua.

Pedante. Dimmelo in volgare.

Lardone. Non si trovano parole per dichiararlo.

Pedante. Se vuoi rispondere ad ogni cosa, non finiremo questa notte. Ma sta' di buona voglia.

Lardone. Come posso, morendo di fame, star di buona voglia?

 

 

 




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