SCENA
IX.
Pedante,
Lardone.
Pedante.
Questo incontro m'ave
acceso una face arsibile intorno al core, perché per mio solo
dedecore m'ha serrato l'uscio sul volto. Sarò propalato per
infame per tutto il mondo.
Lardone.
Anzi per mio, perché
mi publica per un affamato.
Pedante.
A te pare cosí?
Lardone.
Anzi è cosí,
e non mi pare; perché io son quello che resto morto di fame e
di sonno.
Pedante.
Anzi, a tutti due; e tutti
due restiamo affrontati e di affronto grande: a me per le donne e a
te per la fame.
Lardone.
A me non dá pena
l'affronto della donna, ma perché mi muoio di fame.
Pedante.
Il carico fatto a me è
fatto al piú famoso uomo del mondo.
Lardone.
S'il carico è fatto
al piú famoso, dunque è fatto a me che sono ora il piú
famoso uomo del mondo e di quanti affamati fur mai.
Pedante.
Mai dal mio nemico sidere
m'accadde cosa come questa.
Lardone.
Né a me mai verrá
questa notte in fantasia, che il mio stommaco non si risenta.
Pedante.
Si dirá per tutto il
mondo che Tito Melio Strozza gimnasiarca ha perduto la figlia con la
balia, si scriverá per le gazzette, e i scrittori de nostri
tempi lo scriveranno per l'istorie; né io potrò piú
comparir fra letterati.
Lardone.
Il manco pensiero che hanno
i letterati di questi tempi è di scrivere i fatti tuoi.
Pedante.
Il tuo male con una ricetta
si guarirá.
Lardone.
E quale?
Pedante.
«Recipe due capponi,
l'uno arrosto e l'altro boglito, cento ova dure, due rotuli di carne
di vitella, un piatto di maccheroni; pongasi in una pignatta e boglia
a sufficienza; quattro fiaschi di vino: et fiat cibus et potus».
Lardone.
Con manco di questo si
guarirá il tuo male. «Recipe colla di carniccio, bianco
d'un uovo, un poco di litargirio; faccisi impiastro con stoppa di
cánnevo; pongasi sopra la rottura e subito consolidarassi».
Pedante.
Da questa massima ne segue:
ho perduto la figlia, ergo, igitur, è stata violata; e io ne
resto disperato.
Lardone.
Disperati son quelli che
l'han trovata; ché subito gli verrá in fastidio, che
doppo il fatto, se avessero il pozzo appresso, ce la buttarebbono
dentro, ché non è peggio mercanzia che di femine.
Pedante.
Ti par poco essermi tolta
una figlia?
Lardone.
Ti par poco esser restato
io senza mangiare e senza dormire, che non sarebbe altro che
sotterrarmi vivo?
Pedante.
Perché sei un
forfante che ad altro non pensi che mangiare.
Lardone.
Come si parla di mangiare e
di bere, sono un forfante; come non darmi da mangiare e bere, son piú
che fratello carissimo.
Pedante.
Ti vorrei attaccar la bocca
con una cannella piena di vino e lasciarti bere fin che crepassi; e
dire: - Vinum sitisti, vinum bibe.
Lardone.
O che crepar dolce!
Pedante.
Il furto della figlia a chi
«habet
acetum in corde»
importa l'onore.
Lardone.
Lo star senza mangiare
importa la vita, che è piú dell'onore: si può
vivere senza l'onore, ma non senza mangiare. Da questo mondo non se
ne ave altro se non quanto ne tiri con i denti.
Pedante.
Ergo, igitur, absque dubio,
poco importa l'onore.
Lardone.
Le leggi dell'onore son
fatte per i cavalieri e prencepi, re e imperatori, e appena se ne
curano; perché vuoi curartene tu?
Pedante.
Chi son questi reggi e
imperadori?
Lardone.
La regina Didone, come ho
inteso da voi leggere a' scolari.
Pedante.
Mente per la gola Virgilio,
mente e rimente per guttur quante volte lo vuol dire overo l'è
passato per la fantasia: ché Didone fu una regina onorata, né
mai si ritrovò a solo a solo con Enea in quella spelonca; e io
lo vuo' mantenere con lo filo e la punta della penna contro
qualsivoglia letterato che lo voglia dire.
Lardone.
Poco importa questa disfida
alla mia fame, e ad ogni parola fare una disputa.
Pedante.
Il parlar teco troppo
familiare causa il minuspretio: omnis familiaritas parit contemptum;
ma sempre che parlerai meco senza licenza, vuo' cavarti un dente.
Lardone.
Vorrei piú presto
perdere un diamante che un dente. Ma io merito questo e peggio. Venir
da Salerno a piedi a preparare l'alloggiamento, e restar con una
bocca secca come avesse mangiato presciutto!
Pedante.
Te hai bevuto un
semisestante di vino e mangiato tanto. Ti par poco onore mandarti al
«senatus
populusque romanus»
a fargli intendere che viene il primo letterato di questo secolo a
far reviviscere e repullular le ossa giá incenerite e far
sorgere dalle tombe i Varroni, i Ciceroni, i Salusti e i Cantalici e
gli altri grandi nella greca e latina lingua; e aprir un
luculentissimo gimnasio?...
Lardone.
E che sapete ben correre
alla quintana.
Pedante.
... Sederai meco a tavola,
beverai al mio bicchiero e del vino che bevo io, e seraimi compagno
nello Studio: questo onor ti fará glorioso fin alla fin del
mondo....
Lardone.
Io non ho bisogno
ingrammaticarmi; e questi onori dálli ad altri che li
desiderano; ché io vuo' piú tosto mangiarmi una
cipolla, una radice e ber vin che senta di muffa, quando ho appetito,
e a mio modo, e dormir solo in terra e trar corregge a mio modo;
starei piú tosto in galea che nel tuo Studio.
Pedante.
... Sedendomi appresso,
questa mia venerabil toga ti onorerá e ridonderá in tua
gloria, che mai dall'edace tempo ti fia consumpta.
Lardone.
O Cielo, che mirabil nuovo
genere di pazzia ave occupato il cervello di costui! Non è piú
dolce boccone che beccarsi il suo cervello.
Pedante.
Parli da quel che sei, cioè
una bestia; e io sono una bestia, che d'un asino vogli farlo diventar
cavallo. Il dedecore m'ha transverberato il core. Ma ricogliamoci in
qualche luogo e dormiamo insino a giorno.
Lardone.
Or questo no.
Pedante.
Lasciami dire.
Lardone.
Non voglio ascoltare.
Pedante.
Nil melius sobrietate.
Lardone.
Nil peius affamatione.
Pedante.
Io non intendo questa tua
grammatica.
Lardone.
Né io la tua.
Pedante.
Dimmelo in volgare.
Lardone.
Non si trovano parole per
dichiararlo.
Pedante.
Se vuoi rispondere ad ogni
cosa, non finiremo questa notte. Ma sta' di buona voglia.
Lardone.
Come posso, morendo di
fame, star di buona voglia?
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