SCENA
X.
Limoforo,
Lardone, Pedante, Antifilo.
Limoforo.
Sento lamenti.
Lardone.
È segno ch'hai
orecchie.
Limoforo.
È segno d'uomo
sconsolato. O uomo da bene!
Lardone.
Questo nome di uomo da bene
non fu mai in casa mia, e io sono il primo di questo nome.
Limoforo.
Consòlati.
Lardone.
Come può consolarsi
chi non ha niuna speranza di consòli?
Limoforo.
È troppo gran
miseria viver senza speranza di consòlo.
Lardone.
Però son discontento
e ne disgrazio tutti i consòli.
Limoforo.
Non pianger dunque.
Lardone.
Piango per sfogar la mia
disgrazia e per morire.
Limoforo.
Meglio è che ti
consoli da te stesso che esser consolato da altri: abbi pazienza.
Lardone.
La pazienza non è
rimedio da far passar la fame.
Antifilo.
(La fame? non sará
altri che Lardone). O Lardone!
Lardone.
Mai fui manco Lardone che
ora: è scolato il grasso e ci è rimasta a pena la
cotica.
Antifilo.
Se non sei Lardone, sarai
lo spirito suo.
Lardone.
E il spirito è
quello che ti risponde, ché il corpo è giá
morto.
Antifilo.
Che cosa è del
maestro?
Lardone.
Eccolo qui in carne e ossa.
Antifilo.
Sète qui voi, o mio
caro maestro?
Pedante.
Ille ego, qui quondam....
Antifilo.
E voi sète il mio
maestro?
Pedante.
Ipse ego, ipsissimus sum:
io son quello che voi volete, absumpto nel pelago delle miserie.
Antifilo.
Oh quanto ho desiderato di
servirvi! Come a questa ora di notte vi veggio in questa disgrazia?
Pedante.
Anzi per mia grazia
disgraziato, o optatissimo Antifilo.
Limoforo.
Non vi disperate; ché
mai viene disgrazia che non trovi la porta aperta per la grazia che
segue.
Pedante.
Mi son partito da Salerno
con sinisterrimo auspicio Romam versus, per far quivi stupir il mondo
della prestanza della latina e greca lingua....
Lardone.
Val piú un bicchiero
di vin latino o greco che tutta la tua dottrina.
Pedante.
... E da Cicerone in qua
non è stato maggior uomo che sono io. Oh quanto perde Roma e
l'Italia tutta, se si perde un par mio.
Antifilo.
Maestro, potete venir a
dormir e cenar meco.
Pedante.
Obsecro te dalla base del
cuore venerabondo, e revoluto a' tuoi piedi, accetto la grazia che la
necessitá me la fa accettare, e me ne congratulo.
Lardone.
Io per dubito di non aver a
restar senza cena e senza sonno, ero quasi morto.
Pedante.
Tu non hai mangiato e
bevuto tanto questa mattina?
Lardone.
Quello è giá
digesto.
Limoforo.
Perché andar
disperso a quest'ora?
Pedante.
Lo saprete a bell'aggio in
casa, ch'or sto «in
cimbalis male sonantibus»,
che per disperazione volea buttarmi in un sarcofago.
Limoforo.
Entriamo, ché la
porta è aperta.
Lardone.
Questo incontro a un par
mio? Quando io sperava questa notte empirmi lo stomaco a scorpacciate
da taverna e scacciarmi la sete a salassate de bótti, mi trovo
martorizzato dalla fame e abbrugiato dalla sete. Ah, Giacomino e
Cappio, cosí m'avete tradito? M'avete talmente guasto lo
stomaco che non basteranno quanti impiastri e medicine ha una
speziaria a ristorarmelo; ma io non sarò tanto goffo che mi
lasci morir di fame dentro un forno di pane né di sete in un
magazzino di vino. Scoprirò il fatto ad Antifilo; e la gelosia
l'infiammerá talmente alla vendetta che vedrò fulminar
le spade su gli occhi e i pugnali su le gole fra loro. Scommodando
gli amori di Giacomino, accommodarò il mio stomaco. Devo io
osservar fede a chi mi manca di fede? Io intanto apparecchiarò
le scuse e le gambe per sfrattar la campagna, e al peggio le spalle
alle bastonate. Vuo' piú tosto morir satollo e da forfante che
morirmi di fame e da uomo da bene.
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