SCENA
III.
Tedesco,
Cappio, Giacomino, Altilia, Balia.
Tedesco.
Chi stare quelle grande
asine che battere le porte delle mie ostellerie con tanta furia?
Cappio.
Son io; apri.
Tedesco.
Avere detto bene che stare
un grande asene.
Cappio.
E tu arciasino ad aprire.
Tedesco.
Mi patrone, che comandare
Vostre Signorie?
Giacomino.
Tedesco mio, m'hai da fare
un piacere di che non ti pentirai.
Tedesco.
Eccomi a vostre piacere.
Giacomino.
Vien questa gentildonna con
la sua balia ad alloggiar nella vostra osteria; vorrei che ti fosse
raccomandata come la mia propria vita.
Tedesco.
Cheste stare poche
servizie.
Giacomino.
Poi quando verrá suo
padre a dimandarla, dirai che dall'ora che l'ha lasciata in
quest'osteria, hanno aspettato tutta la notte senza cena e senza
sonno.
Tedesco.
Sue padre esser state
cheste notte a mie ostellerie, e mi aver risposto che non stare
alogiate in case mie.
Giacomino.
E questo è quel
piacere che ricerco da te, che dichi una bugia per amor mio; e per
questo piacere togli questo scudo e, riuscendo bene il negozio, da
questo principio conoscerai se saprò remunerar bene il fine.
Tedesco.
De cheste bugie noi avere
grande abbondanzie e le vendemo a bon mercato, anzi per nulla. Noi
altre tedesche avere gran privilege fare quanto piacere a nui, poi
dire che stare imbriache.
Cappio.
Bisognarebbe, padrone, che
fusse bene informato di quel che è passato con l'altro
tedesco, acciò le risposte fossero conforme alle domande.
Giacomino.
Dici bene, però
rèstati con queste signore e avvisa di tutto quello che passò
nella nostra taberna; e io andrò a trovar un amico che finga
Limoforo.
Son vostro, anima mia.
Altilia.
Cor mio, non fate che,
lontana dagli occhi, resti sepolta nell'oblivione.
Giacomino.
Voi sète piú
viva nell'anima mia che non ci è l'anima istessa. Sparito è
il mio sole, il mondo è in tenebre: come andrò dove
debbo, senza occhi e senza luce?
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