Emilio Raga
I drammi de' campi

PROPRIETARI E FITTAIOLI

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PROPRIETARI E FITTAIOLI

 

I.

 

Zu Vito, qualcosetta sul fitto ce l'avete a crescere, disse all'antico fittaiolo il babbo Striati prima d'andare dal notaro a rinnovar l'atto scaduto.

- Che dice mai vostr'eccellenza! io ci ho rimesso ogni anno.

- Eh, via!

- Glielo giuro per il santo giorno ch'è oggi.

Striati si strinse nelle spalle, come per dire: non so che farci, e il zu Vito lo guardò freddamente.

- I giardini glieli lascio piuttosto, aggiunse abbassando que' suoi occhiacci iniettati.

- Fate pure, rispose il vecchio. E mise i giardini all'asta.

Quella sera nel paesetto ci fu un movimento insolito. Il zu Vito Sala, suo figlio Brasi, Bartolomeo Lalla il socio, s'eran messi in giro: e bisbigliavano or con questo or con quello, alla cantonata d'un vicolo, sotto la tettoia della piazza, nelle vicinanze d'una taverna, nel vano della porta laterale della chiesa, nello stradone fuori del paese. Era un batter palmate sulla spalla con un «badiamo!» un far festa, con un «non ne potevo dubitare;» un far proteste di servizi futuri, portando la mano al petto; un accorto minacciar guai, masticando certe frasi smozzicate, che finivano poi con un «ma se lo dicevo io che gli amici son sempre amici!» un contegno da can cucciolo, con certi mastini che solevano mostrare i denti....

E il risultato di quest'armeggiare fu, che l'asta dei giardini dello Striati restò deserta tre volte. In mancanza di meglio, il proprietario dovette contentarsi dell'offerta del zu Vito, alle quali, profittando dell'occasione, il furbo aveva anche fatto un piccolo calo. Striati comprese che il tiro glielo avevano fatto i fittaiuoli; ma dovè roder l'aglio: li conosceva, e non era un leone.

Morì due anni dopo, lasciando erede de' suoi beni Nino il figliuolo unico.

Il vecchio era stato uno stravagante, una specie di progettista visionario, che, con cocciutaggine strana, aveva messo in atto disegni e disegni, i cui frutti non eran poi rispondenti alle spese. Ed ora aveva dovuto chiudere una filanda, sei mesi dopo che l'aveva aperta; or una locanda che doveva dar tesori; or un mulino a vapore; or una fabbrica di sapone; e i danari se n'andavano a palate. Il patrimonio dunque un certo assesto lo voleva. Nino progettista anche lui è vero, ma dotato di quella sagacia che mancava al padre, fece delle transazioni con gli uni, degli accordi con gli altri, vendè come ferro vecchio il materiale delle macchine, ridusse i fabbricati in case, e l'appigionò. Allora potè respirare un poco, e volgersi con più calma alle cose di campagna. Anche trovò del marcio, e non poco: i due giardini d'aranci, e un bel podere, affittati per ventimila lire all'anno al zu Vito e socio, n'avrebbero potuto dar quaranta, per lo meno! era stato proprio uno sperpero, e sarebbe stato urgente rimediarci. Ma c'era disgraziatamente quel benedetto contratto di fitto, e bisognava rispettarlo. Non c'era dunque che fare; e il giovine, il cui genio era per la campagna, non volendo starsene a oziare dalla mattina alla sera, come facevano in paese tant'altri figli di galantuomini, mise su una ventina di mila lire, e partì per Palermo, col proposito di darsi a negoziare. Spirato il contratto, sarebbe ritornato a Ficarazzi, per coltivare i suoi fondi a conto proprio, co' nuovi sistemi che in quel mentre avrebbe avuto l'agio di studiare. Così faceva cessare quella vergognosa camorra di cui era stato vittima quel grande onest'uomo di suo padre. Non s'illudeva, l'impresa era rischiosa: sperava però d'animar gli altri con l'esempio, e l'unione fa la forza.

Fu allora che conobbe Serafina Borelli. Tutti abbiamo il nostro destino!

Era figlia d'un capitano borbonico morto al 60: essa e la madre campavano sur una pensionuccia vitalizia, e su' lavori di cucito e di ricamo, che procurava loro una donna del vicinato. Con tutto ciò la fanciulla era sempre attillatina: protraendo il lavoro sino a notte avanzata, guadagnava per conto suo, tanto da poter comprare certi scampoli di lana, che aveva a meno prezzo; li tagliava e li cuciva da , e se ne faceva dei vestiti assai eleganti. Del resto anche un cencio non sarebbe parso più quello sul suo bel corpo. Tutti i guai però li soffriva lo stomaco: era a danno dell'interno che s'adornava l'esterno.

Sul conto suo correvano strane voci. Si parlava di un promesso sposo morto d'un modo misterioso, c'era chi diceva che si fosse ucciso perchè fallitagli la speranza dell'eredità d'uno zio, lei non l'aveva voluto più; s'accennava a un vecchio signore che madre e figlia avevano pelato a dovere, però quest'ultima non avrebbe concesso nemmen la punta d'un dito. Tutto sommato, passava per una ragazza troppo scaltra, troppo viva, per gli uni; capricciosa, per gli altri; ma onesta: su questo poi eran tutti d'accordo.

Abitavano un modesto quartierino sotto a quello dello Striati: Nino, il dopo desinare, soleva leggere nel terrazzino, pigliando il fresco; anche la fanciulla prese a poco a poco l'abitudine di lavorare nel suo: cominciò un ricambio di sguardi furtivi e timidi in principio, più arditi in seguito, carezzevoli e tenerissimi in ultimo: fu così che il giovine impiegò due mesi a leggere un opuscoletto d'agricoltura, Serafina quasi altrettanto a ricamare un par di pianelle che voleva regalare alla mamma.

Nino aveva un vizio, quello d'innamorarsi subito; ne aveva un altro più grave, innamoratosi nuotava subito nell'etere più puro, e quella ragazza pareva fatta apposta per fargli perdere la testa. Onde le cose non potevano arrestarsi a quel punto; tanto più che la vecchia signora aveva odorato un buon partito e adoperava con lui que' modi accorti, propri di certe mamme, quando si cacciano in capo d'attirare un merlotto nella rete del matrimonio. Egli seppe che le domeniche solevano passar la sera in casa della signora del secondo piano: si dette attorno, e trovò presto modo di farvisi presentare. si giocava a mosca cieca, o al giuoco dell'anello, e s'improvvisavano quattro salti alla buona, al suono squarrato d'un pianoforte che aveva anni quanto, il Tantum ergo. Nino ballava sempre con Serafina; quando gli toccava di star nel mezzo con gli occhi bendati, correva brancolando verso di Serafina, se sentiva il riso che la furbetta soffocava apposta nel fazzoletto di batista, o il fruscìo particolare delle sue sottane; si fermava più del dovere curvo davanti la fanciulla, quando passava l'anello; e le parlava dolcemente, guardandola negli occhi, agitato nel sentire le sue mani tra quelle tiepide di lei abbandonate nel grembo. Si che la Borelli madre lo seguiva con lo sguardo, tutta gongolante, che pareva fosse lei l'innamorata di quel ricco giovinotto; e le mamme delle altre fanciulle stringevano le labbra in aria contegnosa, ripensando a quel tal vecchio signore che si diceva madre e figlia avessero pelato a dovere. La vecchia se n'accorgeva, ma non se ne incaricava, aveva tutt'altro per la testa: badava invece a mostrarsi più gentile che mai col giovinotto, e una sera l'invitò a andare in casa loro qualche volta, se ne potevano ricevere l'onore. Nino accettò con riconoscenza, si sbracciò in mille proteste; l'onore era suo, che diavolo! e l'indomani sera ci andò.

Era incappato nella rete.

Quando le disse per la prima volta che l'amava, erano alla finestra.

La mamma, con un par d'occhiali sul naso aguzzando le sopracciglia, faceva la calza, seduta vicino alla lucerna. C'era un bel lume di luna, e nell'aria olezzante di zagara vibravano i malinconici accordi d'una chitarra. La fanciulla lo guardò teneramente, poi mise un sospiro, e abbandonò la bionda testolina sulla spalla di lui.

Si sposarono. Egli aveva fatto un nido delizioso della sua villetta nelle vicinanze de' Ficarazzi, vi andarono a nascondere la loro tenerezza appena sbocciata.

Ma due mesi dopo Serafina era già stanca di quel testa testa. Le parole d'amore mormorate dolcemente con la bocca sulla bocca, nel sedile di legno sotto i lilla del giardino; le lunghe passeggiate silenziose, di sera al lume di luna, stretti l'uno all'altro, guardando le stelle, raccogliendo con un trasalimento di tenerezza i rumori della campagna; le mute estasi sotto al boschetto degli aranci, o seduti sul ciglione d'un campo, con le mani tra le mani; i lunghi desinari pieni di carezze e di baci; per lei avevano perduto presto ogni incanto. Nell'anima sua era successo quel che succede nell'anima d'un fanciullo, che studiandosi con ardore a cercar di scoprire il congegno d'un balocco, finalmente ci riesce. Ora provava altri vaghi desideri, si sentiva nascer nel petto altre aspirazioni indefinite, intravvedeva, come attraverso a un velo, altri orizzonti più rosei, più opalini, il vero mondo, quello dal quale l'aveva tenuta lontana la sua povertà, con le feste, i teatri, le conversazioni, le passeggiate, e le mille altre frivolezze che ne fanno l'attrattiva.... Pensava di sollevare quel velo, con un trasalimento anzioso.

Tornarono a Palermo.

 

 

II.

 

- Donna Maricchia!... Donna Maricchia!... gridò Serafina due volte: poi battè il piedino sull'impiantito tutta stizzita. Oh, la maledetta donna, che ninnolona!... Donna Maricchia!...

- Vengo.... signurina, vengo....

E la cameriera, comparve, correndo.

- Non vi spiccerete mai, dunque, nel fare una cosa!

- O che non ci voleva il tempo per chiamar Masi, dargli i denari, e....

- Basta!... L'abito, presto... a momenti arriva la carrozza.

Era in semplice fascetta e sottanina di cambrì ricamata, con braccia e petto nudi, lisciata, incipriata: aveva le ciocche de' capelli della fronte rinvoltate in pezzetti di carta bianca, l'orecchie rosse scarlatte.

Andò a guardarsi allo specchio.

- Eccomi, dissemi la cameriera ritornando con una gonnella di seta celeste pallido, adorna di merletti bianchi, nella quale aveva infilate le braccia.

Serafina si voltò, incrociò le mani sul petto, e pian pianino con la massima accuratezza, onde non s'avesse a guastare i capelli, vi messe il capo dentro.

- Ah!... piano.... ma dove l'avete la testa!

Un gangheretto s'era appiccato a' capelli. La cameriera cercava di distrigarnelo, mentre diceva:

- È niente, è niente.... non s'inquieti....

- Apriteli gli occhi, siete proprio insopportabile, con questo vostro fare in fretta!

E distrigato finalmente il gangheretto dai capelli, potè infilarsi la gonnella: l'agganciò, la girò, la rigirò, vi battè su con le mani perchè prendesse le giuste pieghe, si coprì con un accappatoio bianco, e sedè allo specchio ai cui lati ardevano due candele steariche in candelieri di vetro verde.

Cominciò l'operazione difficile e delicata, di sprigionare le ciocche dai cartellini, e disporre i ricci sulla fronte.

Per solito era bisbetica la signora; ma quella sera, chi sa perchè, lo era molto di più.

Nella stanza vicina, per l'apertura dell'uscio socchiuso, si vedeva il marito, il quale, vestito con severa eleganza, se ne stava a leggere, seduto vicino a un tavolino carico di libri e di carte. Di quando in quando dava un'occhiata alla moglie, e si rimetteva a leggere.

La strada rintronò sotto le ruote d'una carrozza, e i vetri tintinnavano.... Fu una confusione. La cameriera stava aggiustando una rosa tra' capelli della signora, una bella rosa bianca, imitata perfettamente.

- Date qua, disse, e gliela strappò quasi di mano: s'alzò, curvò la testa, e alzati gli occhi quanto più potè, e arcuate le braccia, s'aggiustò la rosa, con le mani quasi convulse.

- Presto.. la collana....

Ora c'era anche il marito, e correva di qua e di .

- Il fazzoletto.... I guanti.... Il ventaglio.... Il binocolo.... Il mazzo di fiori....

Nell'affaccendarsi, padrone e serva cozzarono come due cariatidi... Auff! finalmente, ricoperta dall'elegante beduina bianca, essa prese il braccio di lui, e s'avviarono.

In carrozza fu un altro affare: bisognò ch'egli osservasse se la rosa era al posto, se la collana di perle stava nel centro sul petto, volle affibbiati i guanti, volle che calasse i cristalli; moriva dal caldo, si sentiva proprio una fiamma sulle guance.... era una vergogna presentarsi in teatro troppo accesa in volto.

Egli prestava tutti que' minuti servizietti, con l'affetto, con la premura, d'un marito innamorato pazzamente di sua moglie.

- E.... quel tuo amico che, mi dicesti, devi presentarmi stasera, è un cavaliere.... autentico, n'è vero? Credo che non sarà come tanti e tanti ridicoli che si appiccicano titoli i quali non hanno esistito mai; ciò che del resto fa onore alla loro immaginativa. E finì con una risatina squillante.

- Oh, tutt'altro! è un cadetto della casa Traforello, casa principesca, cara mia!! I suoi antenati vennero in Sicilia con Ruggiero, nientedimeno, ed eran nobilissimi allora!!!

Serafina sgranò tanto d'occhi.

E lui continuò a parlargliene non senza una certa vanità. Leggerino.... ma tutto cuore. Erano stati compagni di collegio, amicissimi dopo; più d'una volta aveva levato d'imbarazzo quello scapato!... Il padre l'aveva lasciato ricco, egli però aveva fatto un bel bucolino nel patrimonio, col gioco, con le donne, con la smania esagerata de' viaggi: erano celebri le sue ultime pazzie per la Loss. Quante volte non l'aveva ammonito!... Ora era in via di rimettersi sposando la signorina Ascenti la quale aveva una dotona. Non gli aveva voluto accertar la cosa, ma gliel'aveva lasciato comprendere, sempre con quella sua aria di noncuranza, come se gliene importasse davvero un fico delle migliaia di lire. Che caro matto!

La carrozza entrò nell'atrio del Bellini, e si fermò davanti alla larga scala che conduce a' palchi.

 

 

III.

 

- Serafina, il cavaliere Mario Furlani.

Il qual cavaliere, presentato dal marito, s'inchinò riunendo i talloni con un movimento di buona scuola, bisbigliando un «fortunato....» e mangiandosi il resto per amore di brevità. Era alto, bruno, elegantissimo, e aveva i lineamenti regolari. Veniva da Tunisi, dove era stato a caccia, e una tinta bronzina dava qualcosa di più maschio alla sua fisonomia di bel giovine.

Serafina gli dette uno di que' rapidi sguardi, che basta alle donne per squadrare un uomo, poi inchinò il capo con un sorriso pieno di gentilezza.

Com'è naturale, il discorso cadde sul suo viaggio: egli ne parlò a lungo abbandonandosi sulla spalliera della sedia, con delle arie stanche d'uomo che abbia abusato de' piaceri, gingillandosi col medaglione della catenella, lanciando sguardi languidi in un palco di rimpetto, dove se ne stava a contemplarlo, con una specie d'ingenua adorazione, una fanciulla con due occhi a mandorla dolcissimi, lucenti come due perle nere.

A Serafina quella sera parve assai simpatico l'amico di suo marito.

- Che te ne pare? le domandò questo tornati a casa, mentre lei, spogliandosi davanti allo specchio veniva denudando il suo bel corpo di statua.

- È molto educato.

- Dici ciò in un modo.... Ti par brutto forse?

- Affetta una cert'aria d'uomo stanco....

- Ma questa è stata sempre una sua debolezza, che farci.... E poi, devo dirtelo? a me sembra che ciò dia un non so che di piccante alla sua figura giovanile. Non ne convieni?

- .... Quant'anni ha?

- Ventitrè o ventiquattro, credo: siamo quasi coetanei.

La giovine non disse altro: continuò a spogliarsi lentamente: nello specchio si rifletteva la sua bella figura discinta, con gli occhi abbassati amorosamente sul petto e sulle braccia nude.

Accolse Mario cortesemente, mettendo ogni suo studio a usar con lui modi cordiali e disinvolti: era un nobile che aveva avvicinate marchese, contesse e duchesse, voleva fargli vedere che anche nel ceto medio c'eran di quelle che s'innalzavan sul comune. Ed ebbe ad arrossire di piacere, un giorno che il marito le disse sorridendo, un po' invanito anche lui, che Mario aveva mostrato una sincera maraviglia, e fatte con lui le sue congratulazioni per la squisita educazione di lei; gliel'aveva detto francamente, perchè a un amico si può dir tutto, non se l'aspettava.

 

 

IV.

 

Trascorsero una ventina di giorni. Il giovine s'era fatto più assiduo, Serafina più cortese.

Una sera essa lo vide nel palco delle signore Ascenti. Parve che trasalisse: portò il binocolo agli occhi lentamente, e guardò. Il cavaliere aveva un braccio appoggiato sulla spalliera della sedia della fanciulla, e parlava con la sua solita aria d'uomo stanco; Rosalia, volta verso di lui, non cessava dal contemplarlo, assorta nella solita ingenua adorazione.

- Son le Ascenti quelle signore in quel palco dove si pavoneggia il tuo amico? domandò Serafina al marito, senza levarsi il binocolo dagli occhi.

- Sì, rispose Striati, dopo aver dato un'occhiata da quel lato.

- Dunque il matrimonio è concluso?

- Non ancora: ma certo egli farà la domanda quanto prima. Sono nostre vicine, sai; hanno una villa ne' dintorni dei Ficarazzi, a pochi chilometri dalla nostra; ci vanno ogn'anno in maggio.... bisognerà invitar Furlani da noi per la villeggiatura.

- Il tuo amico deve parlar certo del Bey di Tunisi, dacchè la futura sposina lo guarda a quel modo con la bocca aperta, disse lei con un sorriso sarcastico impercettibile, come se non avesse sentito quel che aveva detto il marito.

E gli Ugonotti, a un tratto, dovettero certo dilettarla di più che le altre sere, perchè d'allora in poi l'ascoltò attentamente fino all'ultima nota, col braccio nudo appoggiato sul parappetto del palco, e la guancia sulla palma, senza far più uso del binocolo, come soleva sempre.

Sin da quella sera (Mario essendo venuto a farle visita) essa cominciò a trattarlo freddamente; s'adirò anche perchè lui non mostrava d'essersi accorto del suo mutamento repentino, e seguitava a frequentare in casa come per solito: non si curava dunque di lei quello scapestrato! E al marito che un giorno gliene ritesseva l'elogio, disse: che a lungo andare quel suo amico ristuccava; era ridicolo con quei suoi modi svenevoli, pretenzioso39 colla sua aria di superiorità.... Ma Nino le troncò le parole in bocca:

- Che dici mai!... E ne seguì una discussione che durò mezz'ora buona, senza nessuna conclusione; i due avversari erano mossi da passioni affatto diverse, per potersi intendere.

Allora Serafina cominciò a pungere il cavaliere con qualche frizzo. Lo toccò nel debole. Ah, quel caro Mario, che spirito! solevan dire di lui i suoi amici; e a ogni suo motto un gaio sorriso scopriva i dentini bianchi delle giovani signore; sicchè si lanciò in quella guerricciuola d'epigrammi, che gli dichiarò Serafina, con quel piacere di chi sa di riuscir bene in una data cosa, con quella presunzione che suol dare il lungo buon successo.

Alle prime scaramucce nessuno de' due avversari perdette un palmo di terreno; la giovine non ardiva ancora di servirsi di tutte le sue armi: ma a poco a poco gli assalti cominciarono a farsi più vigorosi e più incalzanti. Furlani non ne aveva la meglio: però l'amor proprio non gliene faceva accorgere; prendeva gusto anzi a quel gioco. Non aveva avvicinata mai una donna di tanto spirito! era proprio quel che si dice un forte avversario, bisognava star bene in gamba con lei, tutt'altri sarebbe stato battuto dieci volte.... cento volte, ma lui.... non c'era questo pericolo! E si riscaldava, e lontano da lei immaginava dialoghi dove egli ne diceva di quelle da far strabiliare, col sorriso sarcastico della bella donna davanti agli occhi, con quello sguardo che non aveva visto che a lei, con quei suoi gesti pieni di grazia, con la sua voce dal tono così dolce nell'orecchie.

E aspettava l'indomani, e l'ora ch'era solito andare in casa Striati, con un'impazienza che rasentava la smania: non giocava più, non andava più ad altre conversazioni, non frequentava più gli amici.

Trascurava anche le Ascenti.

Aveva conosciuta Rosalia sin da piccina; i loro genitori erano stati amicissimi, quantunque quello della fanciulla fosse realista, il suo liberale. Costretto a partire con questo che fuggiva l'ira borbonica, aveva ripensato a lei con tenerezza da fratello, rappresentandosela sempre con quel musetto malizioso di birichina, con quegli occhioni a mandorla dolcissimi, unica cosa che avesse di bello veramente.

Quando la rivide, essa usciva allora da Sales; la fanciulla a diciott'anni, nel suo vestito semplice e grazioso d'educanda, non aveva smesso per nulla l'aria della ragazzetta a sei o sette: era cresciuta però, ed egli si trovò imbarazzato, non sapendo se dovesse darle del tu, del lei o del voi come via di mezzo. Fortuna ch'essa venne in suo aiuto dandogli del voi, arrossendo leggermente, col gaio e fresco sorriso di un tempo; e per più giorni scorsero il capitolo dei ricordi.

Egli cominciò a frequentare in casa di quelle signore, allettato dal buon viso che gli si faceva, contento di ritrovare di tanto un cantuccio quieto di paradiso, in mezzo all'inferno della sua vita rotta ad ogni dissipatezza. Rosalia l'accoglieva sempre gaia, sorridente, stordendolo e interessandolo col suo cinguettìo di piccola passera: e gli raccontava le biricchinate che faceva con le compagne nell'educandato, enumerava i gastighi che le avevano dato, parlava della vita che vi si menava, di quello che le avevano insegnato: e interrompeva il discorso or per andare a prendere un ricamo, un album di disegni, e mostrarglielo: or per leggere una pagina d'un libro francese, o quella d'un libro inglese; or per sonare un pezzo sul pianoforte, provando una gioia innocente nel mostrare al suo amico, che po' poi non aveva perduto il tempo affatto. Ciò senz'ombra di civetteria, con mille osservazioni, con mille domande le quali lo spingevano indirettamente a dire il suo parere, ch'essa ascoltava con un vivo color di rose sulle guance. E la fanciulla giunta a quello stadio della vita in cui la donna stende le sue aspirazioni verso l'uomo, come l'edera i suoi teneri getti sotto al tiepido sole di primavera, si veniva sempre più attaccando a lui, che, suo malgrado, si migliorava a quel tocco vergine.

Ma una sera un suo amico volle condurlo a ogni costo dalla Loss, ballerina allora celebre per bellezza, per bravura, e per qualcos'altro ancora... quel demonio l'afferrò per i capelli.

Alla fine della stagione partì con lei senza nemmeno andare a salutar la sua piccola amica.

Tornò due mesi dopo, con la borsa vuota, e un disinganno di più: la bella l'aveva piantato per un ricco signore in off.

Egli per consolarsi se n'andò a caccia a Tunisi.

Fu dopo questa scappata che il suo avvocato, il quale aveva anche per cliente la signora Ascenti, gli propose il matrimonio con Rosalia, mettendogliene in mostra tutti i vantaggi. Ma egli era in uno di quei momenti in cui la ferita recente fattavi da una donna, vi mette nell'anima l'indifferenza, e l'avversione per tutte le altre. Rispose che conveniva con lui su' vantaggi di quel matrimonio; ma che non l'avrebbe contratto, per la semplice ragione ch'era troppo giovine, e non voleva incatenarsi per sempre senza mature riflessioni.

Però due giorni dopo andò a far visita alle Ascenti.

Trovò la povera Rosalia acciaccata assai. Un vivo rossore coperse le sue guance smunte appena lo vide, poi s'alzò con un lampo di vera gioia negli occhi, e gli andò incontro vivamente, senza pensare a ciò che facesse, ch'era presente la mamma. Alle domande premurose del giovine rispose con un certo imbarazzo ch'era stata ammalata; però ora si sentiva meglio: volle sapere dov'era stato, perchè non era venuto a salutarle prima di partire. Egli se la cavò con alcune bugie dette abilmente, e della cosa non se ne parlò più.

In capo a otto giorni Rosalia s'era rimessa del tutto, gli eran tornati i colori e la gaiezza. A questi sintomi Mario s'accorse della passione che la fanciulla aveva per lui. Era ingenua e buona, vicino a lei provava una dolcezza placida, un senso di quieto benessere, quei suoi occhi neri lo riscaldavano come un raggio di sole primaverile....

Fu in quel tempo che conobbe Serafina.

Intanto tra di loro la guerra seguitava più accanita che mai: però egli cominciava a toccare le prime serie sconfitte. Diventò inquieto, perdette quella fede in stesso tanto necessaria in simili occasioni; Serafina venne sempre guadagnando terreno, fino a che una sera lo ridusse al silenzio.

Era il primo caso di simil genere che succedeva a Mario; e ne provò un'umiliazione profonda. Riandava i vari discorsi, ricordava certe frasi degli ultimi dialoghi; ora gli venivano spontanee le risposte; delle risposte da levarle il pelo addirittura! E domandava a stesso come mai non gli erano corse alle labbra su quel subito, quale strana potenza esercitava quella donna su di lui per fargli perdere la bussola a quel modo! Faceva proposito di ritornare all'assalto, ci ritornava e n'aveva sempre la peggio: davanti a quel diavolo di donna ora si sentiva impacciato.

E a un tratto, senza un buon perchè, sentì un amaro dispetto. Stimava strana la condotta della moglie dell'amico: aveva avuto un curioso capriccio ad assalirlo con frizzi fino dai primi giorni della loro conoscenza: egli era stato sempre cortesissimo con lei; le aveva usato que' riguardi che un gentiluomo deve a una signora; le sere del suo abbonamento le aveva fatto la corte in palco, regolarmente, come a una duchessa; non aveva mancato mai alle visite di dovere; trovava frasi nuove, gentili sempre per i suoi abbigliamenti; era arrivato al punto di lodare la sua abilità nella musica, cosa non vera di certo: diamine, non aveva nulla da rimproverarsi! Prese un'aria seria, un pochino anche altera, cominciò a diradare le sue visite, poi non ci andò più. O che si credeva quella pedina!

Ma era agitato, non poteva star fermo; volle riprendere le antiche abitudini, e s'annoiò da per tutto, anche in casa delle Ascenti. Provava un certo malessere nell'ore ch'era solito andare da Serafina; se ne stava musone, com'un bambino contrariato.... Gli dispiaceva per l'amico.... per lui solamente.... un caro giovine, cortesissimo, tutto cuore.... chi sa cosa ne pensava di quel suo brusco cambiamento....

E otto giorni dopo fu il marito stesso che lo levò da tante pene. S'incontrarono in Toledo.

- Galantuomo!...

- Oh! Nino! esclamò il giovine arrossendo: e gli stese la mano che l'altro affettò di non voler prendere.

- C'è la peste in casa mia che non ti si vede più?

Allora egli mentì. Era stato ammalato, aveva avuto delle febbrerelle nervose, che l'avevano lasciato debole di molto: quella mattina s'era sentito meglio, e aveva voluto far quattro passi.

Striati si dispiacque, lo rimproverò perchè non gli aveva fatto saper nulla della malattia, sarebbe andato a trovarlo; in sua compagnia l'amico non avrebbe sentito la noia di doversene stare in letto....

Poi fecero un buon tratto di via insieme, discorrendo, e non lo lasciò se prima non si fece promettere che sarebbe andato a casa sua come per solito. Serafina gli aveva domandato diverse volte di lui.

L'indomani Mario non si tenne, e all'ora solita, si presentò di nuovo in casa Striati. Nel salire le scale, il cuore gli batteva con violenza. Trovò lei nel salotto, sdraiata mollemente sur una poltrona, co' piedi incrociati sul panchetto imbottito, ricoperto40 di velluto cremisi: leggeva. Era seria, pallida, aveva gli occhi lucenti come se avesse la febbre, e nella sua persona nel suo abbigliamento, c'era qualcosa di negletto, che colpiva di più perchè insolito.

Alzò gli occhi dal libro con un «oh!...» languido, e gli stese la mano languidamente, mentre con l'altra posava languidamente il volume chiuso sul marmo del caminetto.

Gli domandò della sua salute; nulla del perchè non s'era fatto più vivo.

Da quel giorno non più frizzi: ritornò cortese come prima, ma restò malinconica. Parlava poco, quando c'era lui, faceva cader sempre il discorso sulle aspirazioni dell'anima, sull'insussistenza della felicità vera, sull'altra vita che doveva esser certo migliore della presente.... Sì che il giovine, gaio per solito, senza sapersene spiegare il perchè, cominciò a veder nero anche lui.

Una sera desinavano in famiglia: marzo, per l'imposte aperte del terrazzo, metteva nella stanza una profumata tiepidezza di primavera. Parlavano dell'imminente villeggiatura.

- Vuoi farci un regalone? disse Striati al cavaliere Mario Furlani che gli stava seduto dirimpetto; vieni in campagna con noi.

Mario dette una rapida occhiata a Serafina.

La bella donna pareva tutt'intenta nel piacere d'assaporare una pera che tagliava lentamente fra i ditini rosei bagnati dal succo.

- Ti ringrazio, Nino.... ma per ora non posso: forse in seguito profitterò del tuo gentile invito.

Serafina, senza insistenza, aggiunse qualche parola, costretta com'eravi dalla sua qualità di padrona di casa: poi domandò al giovine se avesse delle serie occupazioni in città.

Quel dopo desinare Mario fu di cattivo umore: se n'andò prima assai del solito, adducendo per scusa, che l'aspettavano in casa Ascenti.

 

 

V.

 

Partirono per la campagna, e del cavaliere non se n'ebbe più notizia.

- A proposito.... il tuo amico non viene più? domandò Serafina quindici giorni dopo al marito intento a lavorare attorno a un opuscolo sugli agrumi, che aveva intenzione di pubblicare. E con la mano soffocò un leggiero sbadiglio.

- Mah!... chi può contare su quella testa bislacca, rispose lui alzando il capo lentamente. E poi, confessalo, tu non l'hai incoraggiato di molto.

- Io?

- Tu.

- Dovevo forse inginocchiarmi davanti a lui.

- No, Dio mio; ma avresti dovuto insistere quando io l'invitai; anche per semplice cortesia.

Poi, rimettendosi a scrivere, continuò a frasi interrotte:

- Quand'uno v'è antipatico.... non è permesso di dimostrarglielo.... È certo per la tua fredda accoglienza che non è venuto.... le Ascenti son qua da otto giorni.... Non è bene, vedi.... egli è un mio carissimo amico.... Del resto.... l'hai giudicato male.... è un buon giovine in fondo....

Lei s'alzò stringendosi nelle spalle: si fece alla finestra, e si mise a stamburinare su' vetri. La campagna, sotto a un velo grigio uniforme, era triste: giù, nel mezzo giorno, un cantuccio di cielo celeste pallido, ti faceva pensare a un di que' tramonti limpidi, striati d'opale e di croceo.

Serafina guardò quel cantuccio lungamente, poi mise un sospiro.

- Senti, disse voltando il capo bruscamente verso il marito, se credi realmente che sia per causa mia che il tuo amico non viene.... scrivigli; ti prometto che farò la pace con lui. E s'allontanò con la sua solita risatina rapida e squillante.

Egli l'accompagnò con uno sguardo pieno d'amore, poi chinò il volto sulla carta, su cui la penna seguitò a stridere.

Cinque o sei giorni dopo arrivò Furlani. Nino fece gran festa all'amico, la moglie l'accolse co' soliti frizzi che riaprirono nell'anima del giovine le ferite dell'amor proprio appena rimarginate. Ma lei o non se ne accorse, o finse di non accorgersene: pareva come se oramai sicura ch'egli non potesse scapparle, si volesse divertire a tormentarlo: era ridivenuta gaia, e civettuola.

Ma avendogli ei detto un giorno, non senza un leggiero pizzico d'ironia, che i suoi affari non permettevano che stesse41 di più a godere delle delizie della loro villa, e della loro gradita compagnia, essa cambiò maniere a un tratto.

Fu un vero sollievo per il giovine ch'era stato a un pelo dall'andarsene. Di questo suo compiacimento si adduceva a ragione che le Ascenti erano a villeggiatura, non avrebbe potuto veder più Lia ogni giorno.... ora gli era necessaria quella fanciulla....

E a scongiurare un nuovo pericolo, si mostrò premurosissimo verso di Serafina, s'adattò a ogni suo desiderio, corse a ogni suo minimo cenno.

E la capricciosa ne profittava.

- Cavaliere, ho dimenticato di sopra l'ombrellino.... sareste tanto gentile d'andarmelo a prendere? Lo troverete sul pianoforte.

Accompagnava queste parole con uno sguardo languido, con un sorriso che aveva, direi quasi, il solo incarico di mostrare i dentini bianchi e ben disposti nella bocca di corallo, e il cavaliere s'inchinava e andava a prender l'ombrellino.

- O Dio.... il mio cappellino.... dove l'ho lasciato dunque?... ah, sì, nel chioschetto. Cavaliere.... sareste tanto gentile d'andarlo a prendere?

E il cavaliere s'inchinava, e andava a prendere il cappellino.

Ed ora era un libro che aveva dimenticato sotto un capanno, or un fazzoletto sul sedile di marmo vicino la vasca, e il cavaliere andava a prendere il libro, o il fazzoletto.

A volte poi si faceva appuntare una forcina fra le trecce bionde; a volte si sdraiava mollemente sotto agli aranci, e vi restava delle ore, mentre lui, sedutole vicino, tracciava col bastone de' geroglifici sul terreno, e rispondeva al suo cinguettìo approvando di tratto in tratto con de' cenni del capo. In quell'ora la campagna, e per lo più soleva essere rinfrescata da un venterello di mare; in un boschetto vicino, un'upupa faceva sentire nel silenzio il suo bu, bu, bu, malinconico, cui una tortora accompagnava col suo canto grave e gutturale: a volte vi schiamazzavano de' cardellini. Essa, stanca finalmente, taceva; poi s'alzava bruscamente, metteva un sospiro, e gli domandava il braccio: voleva passeggiare.

E il cavaliere s'alzava, s'inchinava, e offriva il braccio.

Lei o andava lentamente, abbandonata tutta sul giovine, con gli occhi nuotanti nella tenerezza, con un leggiero velo di malinconia nel volto leggiadro; o lo trascinava a celeri passi, vispa, gaia come una bambina, affascinante sempre ne' suoi abbigliamenti che modellavano a pennello le curve ardite del suo bel corpo di fata.

Epperò in processo di tempo Mario cominciò ad accorgersi che i fini di lei tendevano a tutt'altro che ad una semplice dimostrazione d'amicizia; gli era parso di leggerlo nel languore dei suoi occhi azzurri.... Oh! egli era espertissimo in simil genere di cose, e una donna appena innamorata la conosceva subito.

Non ne fu turbato, inquieto. No, realmente, non gli piaceva proprio quella donna.... benchè non si poteva negare che fosse bella.

Però si mise a osservare.... Non voleva mica accertarsi della cosa per un fine cattivo; tutt'altro.... ma ci avrebbe avuto un bel gusto a potersi vendicare un pochino della sconfitta durata, della condotta capricciosa di lei. Era sicuro del fatto suo: amava Rosalia che quanto prima avrebbe chiesto in isposa; stimava troppo l'amico, col quale aveva anche un'infinità di obblighi, e non pensava certo ad ingannarlo; oibò, che infamia! sarebbe rimasto saldo come una rupe, freddo come il marmo, lasciando che lei si riscaldasse a sua posta. Oh, il bel giochetto!... Via, si risolveva senza meno, era troppo forte la tentazione: quella signora gli aveva fatto ingollare parecchi bocconi amari. Stabilì il modo di condursi: si poteva riepilogar tutto in due parole, freddezza e ironia.

E seguitò a starsene vicino a lei sotto gli aranci, ad ascoltare il suo cicaleccio, a sostenere il fuoco dei suoi occhi, a sentire il tiepido contatto del suo corpo, quando gli s'abbandonava sul braccio, come se lei non fosse fatta di carne, e lui neppure. Affettò d'adattarsi a' suoi capricci per semplice e pura cortesia, lasciando anzi trapelare la noia che gli arrecava una tal cosa, e gongolava all'idea della rabbia ch'essa doveva provare a una condotta simile. La sera sedevano al fresco, sul sedile di legno tra i lilla del giardino: lui le parlava del marito, con una vena inesauribile; lei affettava un'aria distratta, sfogliava de' fiori. A un tratto alzava la testolina bionda, con un movimento tutto proprio, e gli rompeva le parole in bocca; cominciava a parlar d'un mondo di cose: era un vicino che metteva in canzonella; una storiella scandalosa che spiatellava con parole un po' libere, col solito risolino rapido e squillante; o sferzava spiritosamente una signora, sua intima amica; o cinguettava di mode, di balli, di teatri, di ricevimenti; o faceva progetti per il carnevale venturo; mescolando a tutto ciò osservazioni curiose, trovando frizzi per tutti, ma non più per il cavaliere. Ciò quando non raccontava le sue contrarietà domestiche, le quali chiamava, sospirando, guai irreparabili. Allora era lei che gli parlava del marito, aggiustando con un abbassar d'occhi e un allungar di muso un merletto indiscreto che lasciava veder troppo dei tesori del seno, una ciocca ribelle, ritirando rapidamente sotto al lembo della sottana un piedino un po' troppo scoperto per un suo brusco movimento. Eran di carattere affatto opposto.... essa allegra, amante di divertirsi; egli serio, dedito tutto agli affari, felice solo quando poteva occuparsi de' suoi progetti d'amministrazione, fare i suoi calcoli presuntivi su quanto potrebbe dare or questo or quello dei suoi fondi, messi in cultura da lui, con i nuovi sistemi, quando poteva tracciar disegni di pozzi artesiani, di case coloniche, di grandi magazzini. E imbrattava carta e carta tutto il santo giorno senza stancarsi mai. Quel lavoro che lo faceva vivere in mezzo a un mondo di progetti animati da una ridda di cifre, appagava pienamente tutti i suoi desideri. Era buono, era affettuoso con lei, non poteva negarlo.... ma il vederlo sempre , serio, dedito a una cosa, le urtava i nervi davvero!

E così dicendo, aveva un certo modo di far bocca da ridere, che faceva venir voglia di mangiarla.

Furlani la lasciava dire: poi usciva in elogi sperticati sugli uomini che si dedicavano al miglioramento delle proprie condizioni: e sosteneva la tesi con calore, enumerando i vantaggi che ne ricavano l'individuo e la società, citando nomi ed esempi d'ogni sorta di gente, e d'ogni nazione, finchè lei s'alzava di scatto: voleva rientrare.... c'era troppo fresco....

Ma a lui invece piaceva di star fuori, e la vedeva allontanare con un sorriso fine, torcendo tra l'indice e il pollice or l'una or l'altra delle punte de' suoi baffi neri.

E ad aggravare anche di più questa sua condotta stizzosa, gli venne in idea di fare il galante con donna Maricchia la cameriera. Bella! superba! era contentissimo di questa sua pensata, proprio quel che ci voleva al compimento dell'opera. E senza mettere tempo in mezzo, cominciò a farle gli occhi dolci.

Donna Maricchia andò in brodo di giuggiole: quell'elegante e bel giovinotto, un signore davvero, innamorato di lei! Oh, la stizza che n'avrebbe il sor cuciniere il quale faceva il superbo come se fosse un gran personaggio! e una volta che la serva da strapazzo gli disse: perchè non sposate donna Maricchia? ebbe il coraggio di rispondere: criati, tuccati e mamati. Sfacciato! essa toccata e maneggiata! essa!... ne voleva crepar dalla rabbia! E sognava un Eldorado: il cavaliere doveva esser ricco. E tutta riscaldata faceva progetti sul modo di condursi con lui: mostrar di cedere, e non cedere; fargli perder la bussula, e mungergli il borselino. Ora era lei che guardava il cuciniere d'alto in basso, come se quell'amorazzo che supponeva nutrisse per lei il cavaliere, l'avesse elevata all'altezza d'una gran dama: e affettava i modi sciolti e civettuoli della padrona, ne scimmiottava d'una maniera assai buffa le arie, la foggia d'abbigliarsi, il riso, quel riso che l'era parso sempre così grazioso.

Ma con gran sorpresa del giovine, e anche un po' con una certa stizza, Serafina non mostrò accorgersi di nulla: egli che a ogni galanteria sbirciava il volto della bella donna, non vide mai contrarsene un muscolo. Era sempre gaia, sempre premurosa, aveva sempre qualcosa da fargli fare, con quella vocina melata, e con quel sorriso ammaliatore che mascheravano un vero comando.

Il marito andava, veniva sempre affacendato come se amministrasse una provincia. Uno sguardo carezzevole alla moglie, un sorriso all'amico, qualche parola buttata mentre s'allontanava in fretta, e la sua faccia bruna riprendeva l'aria seria d'uomo d'affari.

 

 

VI.

 

Una sera Mario e Serafina passeggiavano in giardino. A un tratto lei che da un pezzo non faceva altro che aggiustarsi il fisciù tirandolo or da un lato or dall'altro, gli disse:

- Cavaliere, appuntatemi un po' questo benedetto fisciù che mi gira attorno il collo. E senza dargli tempo, gli voltò la schiena, e gli si fermò davanti abbassando la testa, e porgendogli uno spillo per sopra la spalla. Egli trasalì: tuttavia cercando di non guardare la sua bella nuca bianca, introdusse due dita dentro la goletta fissò il fisciù col pollice, e v'appuntò lo spillo.

Quand'essa si rivolse s'accorse ch'era pallido.

- Che cosa avete? esclamò guardandolo con un'aria di bambina meravigliata.

- Io?... nulla!

Un lampo s'accese negli occhi azzurri di lei.

- Via, riprese poi strascicando le parole, chi volete che lo dica alla vostra sposina? rassicuratevi; non ci ha visto nessuno. Ah, ah, ah, ah!

E il suo riso, questa volta non tanto schietto, scoppiò nell'aria tiepida, e fece fuggire una cutrettola che cantava a poca distanza sulla siepe fiorita, e saltellava, or alzando la coda, ora abbassandola con i movimenti graziosi propri di quelle bestiole.

Furlani aggrottò le sopracciglia; un leggiero sorriso gli sfiorò appena le labbra, ma non rispose.

Era la prima volta che Serafina alludeva alla signorina Ascenti, e ciò turbò Mario, lo fece soffrire realmente. Rientrò in stesso: aveva fatto male a mettersi in quell'imbroglio, a lasciar che le cose arrivassero a un tal punto.... dove si sarebbe andato a parare seguitando così? Sinchè si trattava d'uno scherzo.... d'una vendetta innocente.... non c'era che dire; ma ora la faccenda cominciava a farsi seria. Egli non amava Serafina.... era vero: ma il marito poteva leggergli nel cuore? E se s'insospettisse?... bastava uno sguardo, una parola, un gesto.... non diceva una scena come quella della sera! Soffriva al solo pensarlo. Nino era un carissimo amico: quante volte, con un prestito opportuno, non l'aveva levato da posizioni assai scabrose! queste erano azioni da non dimenticarsi mai.... Bisognava smettere.

Ma a un tal pensiero si sentì stringere il cuore, provò uno strano sconforto. Rivedeva netta l'immagine di lei, con tutte le seduzioni: si ricordava del suo sorriso, delle sue parole, de' suoi minimi gesti.... E la scacciava; cercava di contrapporle l'immagine di quell'altra. Ma quell'immagine si presentava sbiadita, la vedeva come attraverso un vapore. Amava Lia.... l'amava con tutta l'anima sua.... la povera fanciulla non era bella; ma era tanto buona, aveva gli occhi così dolci!... O ch'egli non aveva forse provato un momento di vera felicità quella sera.... l'istessa in cui gli Striati erano partiti per la villeggiatura?... La signora Ascenti li aveva lasciati un momento soli; erano seduti l'una vicino all'altro, e sfogliavano un album di disegni: le loro guance s'erano sfiorate. Lei s'era voltata rossa rossa, guardandolo co' suoi occhi neri, lucenti per la commozione vivissima.... Ma in quella avevano sentito il passo pesante della mamma. Egli però aveva accostato il suo piede a quello della fanciulla, ed essa non l'aveva ritirato.

Ma, cosa strana, a que' ricordi non provava più quella dolcezza che aveva provato le altre volte ripensandoci: vedeva invece il vestito a righe bianche e celesti dell'altra, col contorno netto dalle gambe accavalciate, e il piedino che usciva a metà di sotto alla balza, e si dondolava nervosamente....

Bisognava far la domanda quanto più presto, e stringer le cose: aveva accomodato gli affari suoi alla meglio, ma bisognava provvedere definitivamente e presto, se non voleva rovinarsi. Lia aveva una buona dote: avrebbero messo casa con lusso, comprati quattro cavalli inglesi e due carrozze. Ci voleva una cameriera per lei, un cameriere per lui, due servitori.... Il giorno avanti era sceso in giardino.... sotto a un capanno Serafina leggeva un foglio.... gli era parso una lettera.... lo nascose appena vide lui.... Che era quel foglio? perchè l'aveva nascosto?...

 

 

VII.

 

Era triste; un abbattimento profondo l'accasciava sotto al suo peso, quel pomeriggio, mentre andava su per l'erta, in cima alla quale biancheggiava tra gli ulivi la villa della signora Ascenti: respirava con voluttà l'odor di fieno segato ch'esalava dalla campagna; quasi senza pensiero, ascoltava il canto d'una quaglia che veniva di lassù, tra le vigne d'un bel verde dorato. Passò il cancello, e si trovò nel giardino: andava lentamente.

A un tratto si fermò accecato: aveva sentito un rapido e leggiero fruscio di sottane, e, in un lampo, due manine tiepide su' suoi occhi.

- Lia, disse Mario commosso; poi prese le manine della fanciulla, le staccò dolcemente, e si voltò tenendole sempre tra le sue.

Scoppiò un riso infantile.

- Cattivo! m'avete riconosciuta subito, esclamò la fanciulla, e fece il broncio.

Egli la guardò a lungo negli occhi, l'attirò a rapidamente, e stampò un bacio sulle sue labbra di vergine, soffocandone un piccolo grido: poi fuggì come un pazzo, e la lasciò tutta commossa e sorpresa.

Tornò due ore dopo.

Rosalia era con sua madre, nel salotto a pian terreno. Egli sedè mentre rispondeva alla signora, che, sdraiata sulla poltrona, con le mani intrecciate sul ventre, e in una beata sonnolenza, gli aveva domandato se fuori facesse caldo.

La fanciulla pareva agitata; lo guardava con una espressione di tenerezza inquieta; si sarebbe detto che frenasse a stento le lacrime.

Il sole cadeva dietro gli alti colli, quando la grossa signora mise un lungo sospiro, e s'alzò in tre tempi: era l'ora solita della passeggiata.

- Ci accompagnate? domandò al Furlani.

- Con tanto piacere, signora, questi rispose inchinandosi.

- Lia, figliuola mia, vieni a metterti il cappellino dunque.

E la signora uscì, seguita dalla fanciulla che vicino all'uscio si voltò due volte.

Furlani sedette. Egli fissava gli occhi al suolo, immerso ne' suoi pensieri, quando sentì il rumor d'un uscio che s'apriva. Rosalia s'avanzava verso di lui, in punta di piedi, rapidamente. Mario s'alzò.

- Perchè siete fuggito! mormorò la fanciulla, posandogli le mani sulle spalle, e guardandolo teneramente42; io.... non ero in collera con voi....

E a un tratto, rizzandosi su' piedini, gli porse le labbra, con un moto di bimba, d'un incanto irresistibile....

Toccò a lei a scappare questa volta, temendo non avesse a sopravvenire la mamma.

Mario quella sera tornò alla villa molto tardi: trovò Serafina in giardino.

La giovine avvolta con grazia in un bernusse bianco, passeggiava lentamente. I raggi della luna battendole in pieno viso, davano un tono perlato alla sua pelle finissima di bella bionda. Sembrava malinconica: ma nello scorgere il cavaliere, i suoi mobili lineamenti presero un'aria di scherno.

- Rincasate tardi stasera, cavaliere.... o dove siete stato?

- Dalle Ascenti, signora, rispose lui alzando il capo quasi in atto di sfida.

- E lo dite in tono così tragico? Siete curioso davvero! Io, vedete.... avevo fatto un piccolissimo giudizio temerario....

- E quale, se è lecito?

- Avevo supposto che vi fosse saltato in capo di fare una veglia d'amore; sapete, come solevan gli antichi cavalieri.... e che perciò vagavate per i campi annebbiando la luna con i vostri sospiri. Ah, ah, ah, ah!

E infilò il braccio in quello del giovine, e lo trascinò verso la casa, i cui lumi rilucevano attraverso le foglie degli alti alberi.

Allora mutò gioco: tornò a pungerlo con epigrammi; faceva cadere a bella posta il discorso sulle signore Ascenti delle quali faceva grandi elogi; affettava di schivarlo, pur mostrandosi a lui in tutte l'ore del giorno, a lampi come una visione, baluginando fra i gruppi d'alberi del giardino; passeggiando in fondo a un viale, lentamente, in aria meditabonda, con un libro socchiuso in mano; salendo rapidamente su per le scale; passando e ripassando per lo scrittolo, mentr'egli vi s'intratteneva col marito; socchiudendo gli usci con arte, acciò, anche nell'andare da una stanza all'altra, egli la vedesse sdraiata mollemente nella poltrona, con i piedi incrociati sopra un alto sgabello, con gli occhi vaganti nel vuoto. Curava molto di più il suo abbigliamento, le sue acconciature; tendeva insidie con la seminudità del seno e delle braccia sotto a' leggieri veli, con la procacia degli atteggiamenti che mettevano in risalto le sporgenze ardite del suo petto di vergine romana, delle sue anche di Venere afrodite.

Furlani di triste diventava cupo: aveva smesso di fare il galante con la cameriera: ora davanti all'amico era assalito da subitanei rossori.

Aveva dei parossismi strani, indefiniti, che lo lasciavano in un abbattimento profondo.... Una volta che lei sdraiata sotto gli aranci gli diede il ventaglio per farsi vento, provò la voglia brutale di prenderla tra le braccia.

Fu ricordandosi di questo particolare, che quella stessa sera, chiusosi nella sua camera, ebbe un'arcana paura. Che voleva concludere quella donna.... dove voleva trascinarlo?... e a lui quali strane idee passavano per la mente.... Bisognava fuggire se non era un miserabile.

E tutta la notte credette che l'indomani lo farebbe.

Ma l'indomani non lo fece; non ne ebbe il coraggio: si sentì preso dal solito malessere, dal solito orribile stringimento di cuore: parvegli come se tutto morisse dentro di lui e attorno a lui. Però addusse a stesso le solite scuse: non avrebbe potuto veder più Lia ogni giorno.... si sarebbe mostrato più freddo con Serafina, ecco.... doveva stancarsi finalmente quella donna! Del resto egli non l'amava.... no, non l'amava.... E poi, aveva un mezzo sicuro per non cadere nell'infamia, evocare l'immagine dell'amico. Essa sola bastava a mettergli freddo nell'anima: presentandosi, anche se fosse per soccombere, era certo di rialzarsi incrollabile come uno scoglio.

 

 

VIII.

 

Una mattina s'era alzato presto: se ne stava con i gomiti appoggiati sul parapetto della finestra, e il capo tra le palme delle mani, più abbattuto del solito.

Il sole indorava le cime degli alberi del giardino e il tetto della casa; per l'aria fresca, imbalsamata di zagara, le rondini svolazzavano stridendo.

Egli pensava ch'era ben strano il caso che metteva lui, emerito scapestrato non uso a indietreggiare davanti a una qualsiasi pazzia, nella dura condizione di vedersi sempre attorno, delirante d'amore, una donna bella.... come un angelo, elegante, spiritosa, piena del fuoco della gioventù, e non potere stender la mano per toccarla con un dito! Fra lui e lei stava l'amico, a cui oltre il cuore, lo legava la riconoscenza.... Tuttavia doveva esser ridicola la figura ch'egli faceva davanti a Serafina.... chi sa che concetto s'era dovuto formar di lui la capricciosa! E insieme a un certo rammarico, provava un senso d'umiliazione, che pungeva la sua vanità.

- Eppure.... quanti amici non tradiscono gli amici?...

E chi sa quali conseguenze avrebbe tirato da questa premessa così piena di verità, se, a un tratto, un fruscìo di sottane non l'avesse riscosso, e fattolo voltare vivamente. Serafina veniva per il viale sottostante, correndo a piccoli salti come una bambina, dondolando le gomita. L'aria rotta modellava attorno al suo corpo la sottana d'un elegante vestito di mussolina a grandi righe bianche e celesti, scopriva i suoi piedini calzati di scarpette di pelle lucida, con borchiette d'acciaio, e, a lampi, qualcosa delle sue gambe ricoperte di calze anch'esse a righe bianche e celesti: fra' capelli biondi spiccavano due rose bianche.

- Cavaliere, venite, gli gridò senza fermarsi, vado a governare i miei fiori.

E passò accesa leggermente in volto, col seno tremolante sotto a' veli trasparenti del fisciù.

Una subitanea contrazione stirò i muscoli del viso del giovine: rientrò, prese il cappello, e scese in giardino. Ubbidiva a uno di que' moti irresistibili, che spingono l'uomo suo malgrado, annebbiandone la ragione.

La sera però disse all'amico ch'egli partiva.... gli levava l'incomodo....

Ma Nino non lo lasciò finire. Era un cattivo amico se voleva lasciarlo così presto; erano soli, egli allegrava la casa. Comprendeva che in questo c'era un po' d'egoismo da parte sua, poichè doveva annoiarsi mortalmente in una casa dove c'eran pochi divertimenti; ma che farci, in fondo a ogni affetto ce n'era sempre un zinzino dell'egoismo. Del resto conosceva una certa persona con cert'occhi neri, che doveva compensarlo a ribocco delle ore di noia ch'era costretto a passare in compagnia d'un uomo sempre dedito a' suoi affari, e d'una donna un po' lunatica.

Ma Furlani insistette: disse che affari urgenti.... doveva dar sesto alle cose sue.... prima di pregar l'amico a far la domanda della mano della signorina Ascenti che oramai s'era deciso a sposare.... piuttosto sarebbe ritornato.....

Allora Nino levò le braccia in aria e voltò il capo, protestando che non voleva sentire a parlare.... Era a disposizione dell'amico quando volesse per la domanda, ma non poteva comprendere tanta fretta a voler tornare a Palermo: tra venti giorni tutt'al più, sarebbero ritornati insieme, e venti giorni non eran poi gran che, tanto più ch'egli poteva veder la signorina quando gli piacesse.

Furlani balbettò, si fece rosso, e finì con acconsentire a restar ancora qualche giorno.

Intanto in Serafina cresceva l'amore per i fiori.

Mario per due giorni non s'affacciò alla finestra: il terzo sentì de' sassolini battere sull'imposta socchiusa. Provò un rimescolio in tutta la persona, corse ad affacciarsi, e vide Serafina mentr'era per lanciare un altro sassolino. La sirena si messe a ridere come una biricchina colta in flagranza.

- Non venite? gli disse poi: ed aspettò.

Allora ogni mattina lui si faceva trovare alla finestra: lei passava, e lo chiamava.

Era tornata gentile, la sua voce aveva qualcosa di carezzevole, che sin'allora non aveva avuto mai, i suoi occhi un'espressione di dolcezza infinita: non aggiustava più sul petto un merletto indiscreto, che mostrava troppo de' tesori del seno, non abbassava più il lembo della sottana sul piedino troppo scoperto, si abbandonava nella sua pudica seminudità, contenta che ei la frugasse tutta con gli occhi accesi di desideri. Si accoccolavano insieme in mezzo alle aiuole, e le loro mani s'incontravano tra 'l verde delle piante; si chinavano insieme su' fiori, e le loro guance e i loro capelli si sfioravano; li coglievano insieme, poi sedevano sull'erba, e facevano insieme de' mazzolini che scambiavano, governavano insieme un giacinto, un tuberoso, un geranio, una rosa bianca; e quella vita in mezzo a' fiori l'inebbriava, i profumi avvelenavano loro il sangue, soffocando i rimorsi dell'uno, irritando sempre più i desideri dell'altra.

Il marito andava, veniva sempre affaccendato: uno sguardo carezzevole alla moglie, un sorriso all'amico, qualche parola buttata mentre s'allontanava in fretta, e la sua faccia bruna riprendeva l'aria seria d'uomo d'affari.

 

 

IX.

 

Quella mattina egli era partito pel podere di Biavalle: doveva vedervi un semenzaio d'aranci, i cui arboscelli voleva comprare pel suo podere del Salice: era tardi, e s'era portato l'occorrente per far colazione sul posto.

Mario avrebbe voluto andar con l'amico; ma la via si doveva fare a cavallo, non c'erano altre bestie che il cavallo per Nino, un'asina per l'uomo ch'egli doveva condur seco: si poteva mandar a' Ficarazzi: però si sarebbe perduto troppo tempo. Convenne ch'egli restasse.

Si chiuse in camera, prese un libro e si mise a leggere.

Un picchio all'uscio gli fece alzar la testa: era la cameriera, la quale, tutta in contegno, con gli occhi bassi e una cera brusca che mostrava la stizza, veniva ad avvertirlo che la colazione era pronta. Però egli rispose che si sentiva indisposto, pregava la signora d'asciolvere senza di lui.

Ma partita la cameriera, cominciò a provare una smania sorda: aveva delle distrazioni, non comprendeva più quel che leggeva. Buttò il libro sul tavolino, s'alzò e si mise a passeggiare innanzi e indietro: poi si stese supino sul letto, dove restò a lungo con gli occhi aperti e immobili. Gli ronzavano le orecchie.

Un tossicchiare a sbalzi, misto a un fruscio di sottane, e a uno scricchiolìo di sabbia, sotto un passo leggiero, lo fecero rimescolare. Si rizzò sur un gomito, e stette ad ascoltare, con un gran batticuore, l'allontanarsi rapido di quel passo.

Era lei.... Mario l'aveva conosciuta alla camminatura. Ricadde sul letto.

Era lei.... E gli rientrò addosso l'agitazione della febbre, il respiro gli si fece affannoso, la gola secca. Poi vide delle larve di donna, nude, lascive; si contorcevano in mille modi sotto a' veli del cortinaggio, l'invitavano con le braccia aperte, con gli sguardi procaci....

Era lei.... Allora col cervello in fiamme, e le passioni in tumulto, cominciò a ribattere a uno a uno tutti gli argomenti che da più giorni il suo onore agonizzante metteva in campo per impedir la caduta; scacciò con un'ostinazione feroce il fantasma importuno dell'amico, il fantasma43 importuno della fanciulla di cui aveva incoraggito l'amore fino all'esaltazione, mostrando di dividerlo. Non una corda vibrava più nell'anima sua all'idea di spezzare que' due cuori.... Lo confessava finalmente non sentiva che per Serafina, non respirava che per Serafina.... n'aveva pieno l'essere! La rivedeva come l'aveva veduta quella tal mattina, correre per il viale, con il vestito a righe bianche e celesti, che l'aria rotta modellava attorno alla sua bella persona, con il petto tremolante sotto a' leggieri44 veli del fisciù; la rivedeva accoccalata in mezzo ai fiori.... trasaliva nel riprovare le sensazioni del tocco tiepido della sua mano tra 'l fresco degli steli, del solletico irritante de' loro capelli che si sfioravano.... Essa lo schermiva con quel suo sguardo beffardo, sentiva la scala del suo riso argentino... Soffocava.

S'alzò barcollando, prese il cappello, e uscì.

Il tempo si cambiava, vagavano per il cielo delle larghe nuvole grigie: qualcuna passava sotto al sole, e l'oscurava. Egli si spinse per i viali dando delle occhiate acute in qua e in .

Ma il moto, l'aria aperta, la freschezza dell'ombra; calmarono il suo sangue agitato: portò una mano alla fronte. Manco male, quella terribile crisi era passata; era rientrato in stesso, si sentiva saldo di nuovo; provava anzi una vera pena, una certa vergogna d'essersi lasciato vincere. Poche ore ancora e l'amico sarebbe tornato.... Ma alla villa senza di lui non bisognava restarci più: alle strette andrebbe a chieder da pranzo alle Ascenti; si stupiva come mai non ci avesse pensato quel giorno stesso. E vide Rosalia triste, seduta alla finestra, a spiar la strada che serpeggiava fra gli ulivi, con la solita angelica rassegnazione....

- Povera fanciulla! esclamò con un sospiro, poi chinò la testa mestamente.

Una folata di vento squassò le cime degli alberi, sollevò a spire la polvere e le pagliuzze del viale; caddero de' goccioloni che batterono con rumore sulle foglie. Mario si scosse, e guardò in aria: da ponente veniva un tempaccio nero, brontolò un tuono. Egli era vicino al chioschetto e v'entrò per ripararvisi. Sulla soglia si voltò, poi si fece alla scala a chiocciola, salì e venne nell'unica stanzetta del piano superiore. Era ammobiliata con un divano addossato alla parete principale, un tavolino carico d'album e di libri, delle sedie di Genova sottilissime.

Si levò il cappello, e lo posò sul tavolino, sedette, prese un album, e l'aprì a caso. S'era abbattuto in un'incisione che rappresentava una donna a cavallo, ferma in mezzo alla radura d'un bosco: appoggiava il gomito sul ginocchio, posava la guancia sulla palma della mano, fissava gli occhi pensosi nel vuoto, come assorta in un profondo dolore. C'era scritto sotto: Le dernier rendez-vous.

Senza sapersene spiegare la causa, egli provava una dolce commozione nel contemplare quella figura di donna afflitta: l'atteggiamento gli pareva indovinato; vi si leggeva un romanzo. Lei era stata una giovinetta bella ed elegante, che il caso, l'inconsideratezza, o la ferrea volontà de' suoi, aveva legato a un uomo ricco, ma d'indole, di principi, di sentimenti affatto opposti, e perciò non atto a comprenderla. S'era imbattuta nell'anima sorella, nell'uomo che sapeva apprezzare al loro giusto valore i tesori d'affetti che racchiudeva il suo cuore ancor vergine, e lo aveva amato. Ma il marito era venuto a interrompere i loro sogni di paradiso, s'era gettato brutalmente in mezzo alla loro felicità.... Forse aveva avuto de' sospetti.... la menava via. Ecco perchè aspettava l'amante con quell'aria così desolata. Povera colomba!...

Uno scoppiettìo sul tetto di legno venne a distoglierlo da que' pensieri: chiuse l'album, s'alzò mettendo un sospiro, venne alla finestra, e guardò di dietro a' vetri.... Trasalì! Cadeva una grandine minuta, sotto a quella, Serafina correva verso il chioschetto, rialzandosi le gonnelle a due mani. I nastri neri del suo capellino di paglia a larghe tese, svolazzavano al vento; il grembiule di seta nera, le cui cocche erano infilate dentro la cintura, era pieno di fiori; ne uscivano dai due lati, e cadevano per terra. Il giovane stette un istante a divorare con gli occhi quella figura seducente, poi a un tratto, senza considerar bene quel che facesse, come seguendo l'impulso d'un istinto, corse a serrar l'uscio, e vi restò vicino, appoggiato alla parete: ascoltava con un dito tra le labbra, rattenendo il respiro. Pareva che il cuore gli volesse saltar fuori dal petto.

Sentì i passi di lei nel piano di sotto, li sentì per la scala a chiocciola.... Si scosse l'uscio due volte, a brevi intervalli.

- Curiosa! esclamò Serafina. E dopo un poco: Bravo! bravo! vedo il vostro cappello sul tavolino. Cavaliere, aprite; lo scherzo questa volta non è riuscito.

Guardava certo per il buco della chiave. Non c'era che fare.

Il giovane andò ad aprire: era turbatissimo. Serafina entrò frettolosa, tutta gaia, ridendo. Non era stato scaltro abbastanza.... se voleva farle uno scherzo....

Ma lui protestò balbettando. No, davvero.... non voleva farle uno scherzo... l'acqua l'aveva colto mentre passeggiava, s'era riparato nel chioschetto, nelle cui vicinanze si trovava: aveva chiuso per distrazione.... poi s'era messo a sedere, aspettando che cessasse di piovere. Assorto in pensieri, non aveva sentito il rumor de' passi....

Lei seguitava a ridere, lo guardava con una certa incredulità. Anch'essa era scesa in giardino; voleva cogliere de' fiori per metterne un mazzo a tavola: la grandine l'aveva colta, era tutta bagnata.

In questo mentre s'era slogato il grembiule, e aveva buttato i fiori sul divano: s'esalò un odore acutissimo, un misto di vaniglia, di garofani, di gelsomino, di malva d'Egitto. Si levò il cappellino, e lo posò su una sedia; poi arcuate le braccia, si mise a ravversarsi i capelli, messi un po' in disordine dalla corsa. Parlava sempre, interrompendosi con un certo riso, come se le facessero il solletico. Certo dei granelli di grandine erano entrati nella goletta del suo vestito; vi si liquefacevano, sentiva qualcosa scorrerle giù per la pelle.... brr, che freddo.

E introdusse delicatamente il fazzoletto nell'imbusto, e se lo passò a più riprese sul petto. Dunque, voleva farle uno scherzo; lo negava inutilmente, era uno scherzo che voleva farle. Non bisognava lasciare il cappello sul tavolino allora.... che bamboccione.

Egli la guardava muto, con uno strano sguardo.

- Che avete?... Il poverino è diventato di sasso! Via, asciugatemi le spalle piuttosto.... da me non ci riesco.

E cavato fuori il fazzoletto dal petto glielo porse. Il giovine lo prese, e cominciò a passarlo sul vestito, premendovelo con la mano tremante.

- Qui, diceva lei accennando. E lui ubbidiva.

- Qui. E lui ubbidiva.

La mussolina era trasparente; lasciava intravvedere le spalle, e il petto d'una bianchezza marmorea, le braccia con una leggiera peluria bionda. Un profumo inebbriante s'esalava dal suo corpo giovine; quel fazzoletto tiepido, uscito allora allora dal suo petto, scottava le mani di Mario.... Si sentì stringere la gola.... la sua ragione s'offuscò.... Corse all'uscio e mise il paletto.

Serafina si voltò bruscamente.

- Perchè serrate? domandò spaventata.

Ma il giovine non rispose: s'avanzava verso di lei, pallido, risoluto.

 

 

X.

 

Ebbrezze, e tormenti crudeli; trepidazioni e speranze; rimorsi e ribellioni; pronte risoluzioni, distrutte da non men pronti pentimenti; si divisero l'anima di Mario per alcuni giorni. Ma sul bel viso di lei non si contrasse un muscolo; vi si leggeva la placidità dell'innocenza, come se l'adulterio non v'avesse impresso un marchio di vitupero. Era più gaia, più ciarliera del solito. Una volta arrivò al punto di far l'imbroncita col marito, a proposito d'una bella ragazza, figlia del curatolo di Biavalle, ch'egli raccontava, guardando la moglie con un sorriso fine, avergli fatto sempre un mondo di gentilezze: e a Mario che la guardò stupefatto, essa dette un'occhiata lunga e ardente, una vera occhiata felina.

Non rumori, non trepidazioni, non pentimenti; nemmeno un senso di pietà per l'uomo che l'aveva beneficata! provava la soddisfazione d'essere finalmente riuscita nel suo intento, attaccando al suo carro Mario, un nobile, innamorato per di più d'una graziosa fanciulla; il piacere d'aver sollevato un velo a cui non era permesso toccare. Ciò che, con Eva, ha spinto sempre tutte le donne ad assaggiare il frutto proibito. E a poco a poco, e per l'abito alla colpa, e perchè ammaliato sempre più dai vezzi della sua complice, e per l'esempio di tanta sua indifferenza e arditezza, e per il desiderio di godere anche lui i piaceri cocenti di quell'amore, senza l'amaro di molesti pensieri, nell'animo del Furlani venne operandosi un mutamento rapido, che lo condusse a imporre silenzio alla coscienza, con una scrollata di spalle; e se questa non bastasse, a imbavagliarla con la solita massima «il mondo è andato sempre così.»

S'univano due o tre volte al giorno nel chioschetto, si baciavano a ogni passo sotto gli alberi del giardino, o coltivando i fiori. Il timore di potere esser veduti accresceva a mille doppi la voluttà di quegli abbracciamenti, anzi in quell'occasione, essa aveva un certo modo di guardarsi attorno spaurita, fatta pallida a un tratto, che all'amante piaceva assai.

Il marito, sempre dedito agli affari, non scendeva in giardino che rarissime volte; la serva, sopraccarica di lavoro, aveva tutt'altro per il capo che di divertirsi a passeggiare; il cuciniere preferiva la via de' Ficarazzi, in giardino non c'erano taverne. Solo il giardiniere ci veniva una volta alla settimana, per lo più di sabato: dava l'acqua alle piante, rastrellava le foglie e i ghiajottoli de' viali, sarchiava l'aiuole, trapiantava dei fiori dove ce n'era difetto. Essi lo sapevano, e quel giorno eran più cauti.

Accecati dalle prime ebbrezze della colpa non s'accorgevano però d'un pericolo che stava sospeso sulle loro teste come la spada di Damocle: donna Maricchia. La cameriera era entrata in sospetto, e li spiava dalla mattina alla sera, verde come l'aglio, tanta era la rabbia che se la mangiava dentro. Non le importava tanto del cavaliere che s'era fatto gioco di lei, s'arrovellava maledettamente per la gioia clamorosa del cuciniere, al quale, in un momento di vanità, aveva fatto capire che le cose erano inoltrate.

- Signora cavalieressa! le diceva ora a tutto pasto quel figliuol d'una buona donna: e le dava dell'eccellenza, e la faceva un inchino canzonatorio, e poi si teneva le costole dal ridere.... L'avrebbe strozzato!

Ma non potendo, si sfogava sputando veleno contro la padrona. Oh, la femminaccia! non era credibile! Non aveva camicia quando la sposò il padrone, e lo ricompensava a quel modo quel povero signore! bisognava che l'avesse nel sangue la cialtrona.... E lui, che bell'amico! Un bell'ambo davvero!

E sfilava la corona senza badar punto che ci fosse a sentirla: sicchè ben presto, come suol succedere, il segreto di pochi diventò il segreto di molti.

 

 

XI.

 

Intanto, con l'entrar del mese di giugno, sull'uomo d'affari già bastantemente affaccendato, cadevan nuove faccende: quell'anno spirava l'affitto del zu Vito Sala e socio. Tutti i nodi vengono al pettine, anche quello c'era venuto finalmente. E il guaio era che i fittaioli ora avevan da fare col figliolo, assai diverso dal padre: nemico giurato di qualunque bindolo o soverchiatore, non aveva paura, il suo genio era per la campagna, era risoluto a levar loro i giardini, e coltivarli a conto proprio. E que' galantuomini che lo conoscevano, cominciarono a darsi attorno inquieti: e tasta di qua, e domanda di , vennero in chiaro di qualche cosa.

Però fecero i furbi, finsero di non darsene punto per intesi. Solamente un giorno.... così.... incontrando il proprietario per caso.... gliene fecero una parolina.

Striati la pigliò larga: fece capire che c'era ancora tempo, egli non era ben risoluto sul da fare.... si dovevano visitare i giardini, osservare come li avevano coltivati, se ci avevano fatto quelle piantagioni alle quali s'erano obbligati nell'atto di fitto.... allora avrebbe potuto dare una risposta.

I fittaiuoli ricambiarono un'occhiata.

Epperò, quindici giorni dopo, il zu Vito si presentò allo Striati. Per bocca d'un tizio aveva saputo ch'egli voleva mettere i giardini all'asta, sperando un aumento. Lui veniva, benchè non ci fosse convenienza, a buttar cent'onze sul fitto.... Era proprio perchè ci aveva affezione a que' giardini, c'era stato dodici anni! che quanto a guadagno non ce ne aveva avuto mai. Ora erano gli ulivi che non ne facevano una maledetta, a causa delle brinate, ora le vigne, ora i frutti, ora il santissimo diavolo, Dio glielo perdonasse! il prezzo degli agrumi era calato di molto, i sommacchi non li volevano nemmen regalati.

Allora il progettista non si tenne. Cominciò a parlare per sommi capi dei nuovi modi di cultura, enumerando le diverse forme d'aratri, accennando all'estirpatrici e alle trebbiatrici; dei letami, non dimenticando il guano del Perù; degli allevamenti de' vaccini con pale di fichi d'india, e l'erbe conservate fresche, nelle fosse, a strati col sale; poi, scendendo agli agrumi, disse che voleva sbarbare tutti gli aranci, e mettere in vece limoni; a far ciò, secondo lui, c'era un vantaggio enorme: se ne spremeva il sugo, e s'imbottava, se ne salava la polpa in barili, s'estraeva lo spirito dalle bucce: si mandava il tutto in America dove ce n'era gran richiesta. Disse delle nuove fabbriche per magazzini, che voleva far alzare; de' pozzi artesiani, che voleva fare scavare; e dopo una buona mezz'ora, concluse che i giardini non li dava più, li coltivava a conto proprio. Non perchè fosse scontento de' fittajuoli.... tutt'altro.... ma perchè voleva far gli esperimenti de' nuovi modi di cultura, mediante i quali era sicuro che la sua rendita doveva raggiungere la rispettabile cifra di cinquanta mila lire all'anno.

Il Sala, che l'aveva ascoltato pazientemente, capendo poco in tutti que' garbugli messi fuori con tanto calore, si fece verde come l'aglio; i suoi occhiacci mandarono un lampo sotto alle sopracciglia irsute; ma li abbassò subito di traverso come suo padre, buon'anima, e parve che si calmasse. Fece il maravigliato.

- Coltivare i fondi a conto proprio!... lasciamo andare co' nuovi sistemi, che, col buon permesso dell'eccellenza vostra, io ritengo invenzioni del diavolo, venutoci dalla Talia, col Cacò, col telegranfa45 ed altre porcherie simili per rovinare la povera gente.... ma con quelli che abbiamo appresi dai nostri nonni.... è una bagattella! ci vogliono danari a palate, e a fare assai, si può riprendere le spese. E poi, o che son per i signori questi sopraccapi? i signori nascono per starsene nelle camere, mangiare, bere e dormire; vostra eccellenza può farlo meglio degli altri; che è ricco, e non lesina sullo spendere. Passa il suo inverno a Palermo, la buona stagione in villa, dove è sempre il padrone, e può divertirsi come crede, senza impicci.... e con la massima sicurezza.... c'è chi veglia sull'eccellenza vostra.... È una gran bella cosa potere stare in campagna rispettato come Dio in persona.... senza ricevere smacchi da nessuno.... senza metter fuori un soldo.... che per la madonna, nessuno deve manco pensare a fargli un torto sinchè i Sala calpesteranno le sue terre! Ma tutte queste chiacchiere non approdarono a nulla. Striati aveva proprio messi i piedi al muro.

Il zu Vito uscì calmo in apparenza, ma la rabbia se lo mangiava vivo.

- Vuoi levarmi il pane, borbottava tra' i denti, vuoi levarmi il pane.... bada a te, carogna, ti leverò la vita!

Era quel tal figlio del curatolo Sala d'Altavilla, giustiziato per avere ucciso barbaramente un padre di sette figli, il quale gli aveva fatto una testimonianza contraria in una causa per un limite divisorio. Al sessanta, profittando di que' momenti d'anarchia, con una combriccola di bricconi pari suoi, assaltato nel cuor della notte il monastero delle Benedettine, avevano violato le più giovani tra quelle infelici, e fatto un grosso bottino. Quietatesi le cose, non spirando più buon vento per lui, gli era parso giusto espatriare, ed era venuto a' Ficarazzi, dove s'era dato al commercio degli agrumi. Non passò molto che si fece scorgere anche . Ma un tratto si mise a fare il bacchettone: comprò una lunga corona, prese un'aria di collotorto assai strana in quella sua faccia da lupo, bazzicò in chiesa dalla mattina alla sera.

Che il diavolo si sia fatto santo? pensavano nel paese; ma con uno storcer di muso ognuno mostrava la sua incredulità. Via, non ci poteva esser stoffa di santo in quella birba! E si stillavano il cervello inutilmente. Si capì tutto però quando sposò la sora Vincenzina, un tocco di ragazza nera come la pece, nipote e ganza del canonico Di Lorenzo dicevano le male lingue. Fu con i quattrini che gli lasciò il vecchio avaro che prese in affitto i giardini dello Striati, i quali ora avrebbe potuto quasi comprare, tanto ci aveva guadagnato!

Il zu Vito scendeva le scale lentamente, con le mani dietro la schiena, ruminando nell'anima nera pessimi disegni, quando incontrò la cameriera che veniva dalla cucina col caffè caldo, per servirlo al padrone che soleva prenderlo a quell'ora. Gli venne in idea di parlar della faccenda alla signora.... Da che mondo e mondo le donne hanno avuto molto potere sugli uomini: egli voleva evitare.... sinchè fosse possibile....

Pensò chieder di lei alla cameriera.

- Buona sera, donna Maricchia.

- Serva sua, zu Vito.

- Devo parlare alla padrona, sapreste dirmi dove potrei trovarla?

- Oh, ci vuol poco! è nel giardino col cavaliere.

Nel tono con cui donna Maricchia disse quelle parole, in un certo atto che fece con la bocca, c'era qualcosa d'ironico che non sfuggì a vecchio furbo: e un pensiero ratto come un lampo balenò nella sua testaccia.

- Il cavaliere.... riprese facendo il nesci, è forse quel zerbinotto tutt'attillato, con i baffetti neri, che, si dice, sia un palermitano amico del padrone?

- Già, è lui.... un bell'amico davvero!!

Poi s'avvicinò al vecchio, gli posò una mano sul braccio, e, abbassando la voce, seguitò.

- Devo andarmene, che il caffè si raffredda.... ma certune, m'intend'io, vorrebbero esser squartate vive!... vorrebbero esser squartate vive!

E si fece a salire, barbottando: squartate vive!... squartate vive!...

- Santo diavolo! pensava il fittaiuolo seguitando a scendere lentamente. Ora guarda!...

- Basta, tutti così questi galantuomini!

E fece un gesto chiudendo l'anulare ed il medio.

Il mafioso, come suol succedere, aveva dimenticato le sue.

Egli dovette certo mutar pensiero, poichè non andò più a trovar la signora per parlarle dell'affare, come aveva ideato poco prima.

 

 

XII.

 

Da quella sera in poi chi si fosse trovato ne' dintorni della villa, avrebbe veduto delle novità strane: Brasi Sala il figliuolo del zu Vito, e il socio Lalla, si aggiravano attorno alle mura del giardino, fingendo di cercare delle erbe; di quando in quando davano degli sguardi in qua e in , poi uno s'allontanava prendeva la rincorsa e con un salto s'aggrappava alla cresta del muro, si sollevava pian pianino sui polsi, e affacciava quel tanto della testa ch'era necessario per potere veder dentro senz'esser visto. La sera era l'istesso armeggio; però quello che prendeva la rincorsa faceva lo slancio più forte, saltava a cavalcione del muro, spiava nell'oscurità, con l'orecchie tese, e si calava dall'altro lato. Il compagno restava ad aspettare appiattato. Quello stava nel giardino due o tre ore, poi ne usciva dell'istessa maniera.

Ciò durò alcuni giorni.

Una mattina il zu Vito Sala andò in casa del notaro Anselmi.

- Il notaro? domandò alla serva ch'era venuta ad -aprirgli.

- Non c'è.

- Dove potrei trovarlo?

- Al Casino di compagnia, o da don Perico Spada.

Il vecchio andò da don Perico, poi al Casino; e data un'occhiata dentro la sala, e veduto il notaro che giuocava, aspettò che alzasse gli occhi, e con l'indice aperto gli fece segno che voleva parlargli.

Il notaro lasciò la partita, s'alzò premurosamente e uscì.

- Devo parlarle, gli disse il mafioso. Vengo da casa sua; sarebbe stato mio dovere aspettarla, o tornarci... ma ora che lo trovo qui.... la cosa è d'urgenza....

Ma il notaro, dimenando la sua piccola persona, si sbracciò in complimenti. Non faceva bisogno di scuse, gli dispiaceva anzi che il zu Vito si fosse incomodato.... lo sapeva, egli era tutto per gli amici; per lui poi si sarebbe gettato in mare.

E fattosi serio a un tratto, restò con la testa un po' inchinata sulla spalla, in atto di chi ascolti col più vivo interesse e con la massima attenzione.

Il zu Vito si carezzò la bocca, poi gli raccontò come s'eran passate le cose tra lui e Striati, e lo pregò che volesse andar da quest'ultimo, a fargli intendere ragione.

- Sicuro.... principiò il notaro tutto indignato. Ma l'altro l'interruppe.

Parlò delle cattive annate, del poco o nessun guadagno, concluse che duecent'onze, benchè non ci fosse proprio convenienza, sul fitto ce li voleva buttare; ci aveva affezione a que' giardini, eran dodici anni che ci stava....

- Sicuro!...

- Del resto il padrone si levi di testa quelle pazzie di macchine e modi nuovi di cultura, se non vuol ridursi con una canna in mano.

- Sicuro!... Ci anderò io.... glielo metterò io il cervello a posto a quel matto! Levarsi i giardini per coltivarli a conto proprio! oh, lo stravagante! Egli non lo sa che ci vuole per far ciò.... non ci basterebbe una miniera. E poi, quando si trova uno tanto buono da farvi guadagnare duecent'onze all'anno; mille e duecento in sei anni!

E via di questo tenore, incoraggito de' segni d'approvazione del mafioso, del quale aveva sempre avuta una paura maledetta.

E l'indomani entrò nello scrittoio dell'amico come una bomba: non gli diede tempo d'aprir bocca. Era pazzo!!.. voleva levare i giardini ai Sala e al loro socio Lalla!!.. Lo sapeva con chi aveva da fare? I Sala madrandini di padre in figlio, Lalla poi una tigre nata sputata; vero degno allievo di quel brigante di suo zio che l'aveva preso con sin da quando era piccino. «Ammazziamolo» questa parola aveva sempre in bocca quel tristo, e ammazzava davvero anche per un nonnulla.... figuriamoci!... Striati faceva male ad impuntarsi. Egli aveva veduto il Sala il giorno avanti; gli era parso brutto in faccia.... poteva succedere qualche guaio.

Nino lo guardava sorridendo, senza parlare.

Anselmi s'avvicinò, posò le mani sul piano della scrivania, si curvò appoggiandovisi, e continuò:

- Sorridi?... Quando il principe Torres s'incornò a voler coltivare i suoi fondi a conto proprio, gli amici glielo dissero, bada a quel che fai! Ma lui stimò bene fare il sordo. Prende il primo curatolo: bomm.... una schioppettata tra fichidindia, e cade senza poter dire, aiutatemi Cristo! Ne prende un secondo: non doveva essere un minchione quello , eh! eppure una mattina che non era ancor giorno chiaro, mentre andava sul posto dove l'aspettavano i giornalieri per mettersi al lavoro, bomm.... una schioppettata di dietro a un muro, e cade anche quello. Chi fu? Vattel'a pesca. Il principe prende un terzo curatolo: era un Beato Paolo che non aveva paura nemmen di Dio: tant'è il terzo giorno gliel'ammazzano! Il risultato fu che quel signore non trovò più curatoli, egli non potè più stare a Palermo, e i fondi restarono incolti. Dovette venderli con gran perdita, e se non li comprava il zu Deco Zara, un osso duro quello, non so come il principe se la sarebbe potuta cavare.

Il povero colonello Verrone, continuò l'Anselmi46, dopo un breve silenzio, un po' più animato perchè stizzito dall'eterno sorriso dell'amico che lo guardava sempre senza parlare, levò i giardini ai Manfrici: aveva ragione da vendere; erano affittati per mille e quattrocent'onze, e n'avrebbero potuto dar due mila per lo meno. Usciva poco, mai la sera, stava sempre guardingo. Chiusosi nella camera da letto, qualunque cosa succedesse, non apriva se la serva, una vecchia che stava con lui da trent'anni, non gli facesse il segnale convenuto tra loro: eppure una mattina fu trovato ucciso nella camera da letto!... Il Singardi....

- Li so questi fatti, amico mio, interruppe il giovine con perfetta calma; e appunto per questo levo i giardini ai Sala e compagnia bella.

Il notaro non s'aspettava una risposta simile; meno poi fatta con tanta calma: era le mille miglia lontano dal supporre un uomo di ferro in quel mingherlino: e sì che l'aveva frequentato! Lo guardò sbarrando tanto d'occhi, e con un, oooh! uscitogli proprio dall'anima: e Nino si contentò d'accennar di sì col capo a due riprese.

- È pazzo! continuò l'Anselmi come se parlasse a stesso.

- No che non son pazzo.

- Tu vuoi dunque.... Ma via, via, bando agli scherzi; accomodo io la cosa, e con tuo vantaggio: duecent'onze all'anno di più te le fo dare.... per sei anni, fan mille e duecent'onze: proprio mille e duecent'onze trovate.... quel che si dice trovate.

- duecento, quattrocento: non è per questione d'interesse che non voglio affittar più i miei fondi. La ringrazio sempre però....

- È forse per le tue solite ubbie d'innovazioni?... interruppe il notaro, che cominciava a scaldarsi.

- Oibò!

- Perchè dunque?

- Perchè.... perchè non voglio.

- Questa non è una buona ragione, e non me n'appago.

- Ma non capisce dunque che quella gente vuol farmi commettere una viltà, ed io non son uomo da commetterne? gridò il giovine animandosi ad un tratto e dando un pugno sul tavolino.

- Una viltà!

- Mi pare.

- Ma nossignore, strillò l'altro più forte, nossignore: perchè aumentano duecent'onze all'anno sul fitto. Tu cedi a un vantaggio, non alla forza.

- L'han saputo abbindolar bene a quel che pare! rispose Striati ritornato calmo, e scrollando il capo. Stia a sentirmi un po'.... Ma sieda prima di tutto, mi fa pena vederlo all'impiedi. Col volere imporsi, con le minacce....

- Ma figlio mio, proruppe il notaro rosso come un gallo, unendo le palme, chi ti ha detto che que' signori vogliono imporsi, chi ti ha detto che abbiano minacciato! ma.... ma.... ma.... Que' tuoi scartafacci ti han fatto uscir di cervello, e sogni un mondo di sciocchezze, santo Dio!... Poi continuò strascicando le parole: Sala venne da me ieri, mi disse umilmente, e con il massimo rispetto, che ti pregassi a non volergli levare i giardini.

- È che lei non li conosce47 que' birboni, non l'ha studiato come l'ho studiato io.

- Parla tu dunque che li hai studiati, e li conosci, riprese il notaro stringendosi nelle spalle.

- Sì, io che li ho studiati e li conosco! Hanno il miele in bocca ed il coltello a cintola.... A sentirli son poveri diavoli, servi umilissimi del proprietario a cui danno dell'eccellenza: vogliono i giardini perchè ci hanno affezione, e non per idee di guadagno; non ce ne hanno avuto mai. Poi con frasi smozzicate, che pare cadan nel discorso e non ci sian messe ad arte, vi fan capire che dovete fare quello che vogliono loro. Siete stati rispettati, e non lo sarete più, sicchè non potrete venire con sicurezza nelle vostre proprietà; non vi sono state imposte taglie, e vi s'imporranno; non s'è attentato alla vostra vita, e vi s'attenterà!... Canaglia! pretta canaglia!... Ah, son mafiosi? ma lo sarò anch'io se mi mettono con le spalle al muro! Ah, sparano a tradimento? non li temo; mi circonderò d'uomini fidati e coraggiosi, che pagherò bene.... gli darò quello che dovrebbero rubarmi quei ladroni! mi guarderò e ce la vedremo. So sparare anch'io, non credano, anch'io so sparare! E acceso di sdegno, girava intorno uno sguardo terribile, come se già avesse di fronte i Sala e il Lalla.

Il notaro s'accorse troppo tardi d'aver preso un bel granchio nel supporre che avrebbe ottenuto il suo intento più facilmente col metter paura a quel diavolo: tuttavia cercò di rimediare alla meglio. Si strinse nelle spalle. Quelli eran discorsi che non avevano capo coda: egli voleva ostinarsi a credere che i fittaioli volessero imporsi, avessero minacciato: ciò, glielo ripeteva, non risultava da quello che gli aveva detto il Sala il giorno avanti. Era stato il miglior amico del vecchio Striati, voleva bene a Nino come a un figliolo.... lo sapeva nascere: per questo era entrato in apprensione, e aveva parlato di que' tali fatti deplorevoli.... lo sapeva ch'egli non era uomo d'aver paura; però lo pregava per l'amicizia che lo aveva legato al padre suo, per il bene che gli voleva, a desistere da quel proposito.

Nino scosse il capo risolutamente.

- No, disse poi, non posso. A lei han parlato con moderazione e umiltà, a me han tenuto un discorso misto, nel quale non furono risparmiate allusioni e accorte minacce.... So anche quello che fecero con mio padre. I fondi sono miei, ne posso disporre secondo il mio talento: nessuno ha il diritto d'impedirmelo. Se le condizioni dei proprietari nell'agro palermitano e suoi dintorni sono deplorevoli assai, di chi è la colpa se non degli stessi proprietari? Han cominciato con aver paura, si sono affidati a malfattori per difenderli da' malfattori....

- Sfido io! bisogna pure che ci vada uno ne' suoi fondi: e quando non può diversamente....

- Ah!... per carità non dica di queste cose: il bel risultato che hanno ottenuto! i protettori han capito con che razza di gente avevano da fare, n'han profittato; si sono associati, e a poco a poco i veri padroni son diventati loro.... ciò mi pare che si chiami cader dalla padella nella brace. A costoro bisogna mostrare i denti, o guai.... Io glieli mostrerò! soggiunse poi risolutamente.

Nemmen per quest'altra via arrivava allo scopo il povero notaro; e non sapeva proprio a che santo votarsi. Il guaio era che provava una paura ladra, alla sola idea di dover dare una risposta negativa a quell'uomo che aveva ritenuto sempre una tigre pronta a slanciarsi addosso a chi nulla nulla lo contrariasse.

- Tu gli mostrerai i denti? disse.

- Glieli mostrerò.

- E che otterrai?

- Non lo so, rispose il giovine malinconicamente: forse la mia arditezza scoterà gl'inerti....

- Idee che non stanno in cielo in terra, amico mio: invece ti daran del pazzo.... qualcuno si restringerà a darti dell'imprudente, ecco, e tutto morirà .... E a te resterà il male e il malanno e l'uscio addosso. Ma dimmi un poco, continuò poi unendo l'indice e il pollice a mo d'anello, o come si potrebbe qualificare altrimenti uno che, ammesso ci sia una potente associazione la quale colpisca nell'ombra avendo quasi sempre l'impunità, pensi di volerla combattere solo? Vuoi far tu, quello che non han potuto fare le leggi coadiuvate da tutto quel complesso di forze che si chiama giustizia?

- Lo so: ma se a questa giustizia gli si agevolasse la via; se, come è debito d'ogni buon cittadino gli si desse una mano....

- Già!... un bel metodo quello per buscarsi una schioppettata dietro la schiena!

- Oh!... ma se per fare il proprio dovere si badasse al danno che ne potrebbe venire....

- Nino.... dimmi quel che vuoi, ma non tutti hanno questo coraggio. E qui si voltò, guardò intorno in aria spaurita, e quasi temesse che alle mura e a' mobili spuntassero le orecchie, abbassata la voce in modo che Striati stentava a sentire, seguitò:

- Dai retta a me, lasciamo le chiacchiere da parte.... la nostra condizione è terribile, pur troppo terribile: e noi non possiamo farci nulla.... nulla! Che ne vuoi! il proverbio siciliano dice: il pesce puzza dalla testa: e questo è il caso nostro. Come non si pensa a riformare una polizia inetta in tutta l'asserzione del termine!... Come s'abolisce in fatto la pena di morte che esiste in dritto, quando si tratta di certe tigri che meriterebbero peggio! come s'abolisce! Come si farebbe grazia a un parricida, come si fa grazia agli assassini di Catalfamo! È generoso l'atto, ma non fa al caso. L'indulgenza, dove ci vorrebbe il massimo de' rigori. Intanto la si mantiene per i militari! eh via!... Meno male se ci fosse un'isola qualunque in Affrica o in Oceania, dove si potessero deportare tutti questi birboni: sarebbero come morti per la società non solo, ma una tal pena sarebbe salutare per gli altri, incuterebbe un vero terrore.... E guardatosi un'altra volta intorno, soggiunse: basta, non è il caso di discutere di codeste cose....

E ripreso il tono naturale della voce:

- Nino, te ne prego.... te ne scongiuro....

- Senta, non insista più oltre.... mi fa proprio pena dover negare a lei qualche cosa per la prima volta in vita mia.... ma non se n'abbia a male. Non desisterei dal mio proposito non dico se n'andasse la mia vita, ma quella di mia moglie, de' miei figlioli, se n'avessi.... se anche sapessi che col desistere farei ritornare in vita mio padre e mia madre!

Che fare? Andarsene. E questo fece il notaro, maledicendo in cor suo i coraggiosi e gli ostinati.

Stette in agitazione tutto quel giorno e la notte, e non si risolvè di scrivere al zu Vito che l'indomani dopo aver desinato. Via.... non si fidava proprio di dargli quella risposta a voce.

 

 

XIII.

 

Cominciò lo sparo di mortaretti, a brevi intervalli, poi di seguito con un rumore assordante; il sagrestano dava nelle campane: nella piazza alcuni si scoprirono, altri si scoprirono e s'inginocchiarono; qualche spirito forte continuò a passeggiare col sigaro in bocca e 'l berretto in capo dando sguardi di disprezzo in qua e in . In chiesa il prete benediceva con la piscide una folla di lavoranti e di donnicciole, che prostrati nell'oscurità cadente dalle volte altissime, si battevano il petto con sonori pugni, gemendo dei mea culpa tra i sospiri.

S'aprì la porta principale, e la folla venne fuori coprendosi: parte si sparse e si formò a capannelli nella piazza; parte, in ispecie le donne e i fanciulli, cominciò a sbandarsi e diramarsi per le strade. Giù giù, sulla vetta del Pellegrino stampato nell'immenso azzurro, moriva un raggio purpureo.

Il zu Vito Sala, con la sua lunga corona in mano, comparve l'ultimo sulla soglia; si fermò, si voltò verso l'interno. La sua persona alta, dal cranio senza un pelo e lucente, spiccò qualche minuto ritta sullo sfondo nero dell'apertura: le sue labbra smorte bisbigliarono in fretta le ultime orazioni, si fece la croce tre volte, si chinò a baciar tre volte il suolo toccandolo con le punte delle dita che poi portava alla bocca, tre volte l'altar maggiore, e uscì.

Nel mettersi il berretto in capo dette un lungo sguardo nella piazza come se vi cercasse qualcuno, e si spinse tra la folla lentamente. Al suo avanzarsi era un tirarsi da banda, un salutar rispettoso, un seguirlo con gli occhi, un far commenti sulla sua cera brutta.

Diamine, non era per nulla il decano de' mafiosi!

Egli andò diviato a un gruppo di giovani in mezzo a' quali il suo socio Lalla dava una lezioncina di morale com'egli ne sapeva dare, con stizzatine d'occhi e gesti che spiegavano le parole oscure, e stava concludendo:

- Dunque tenetelo bene in mente, il mondo si compone d'uomini, ominicchi e cucurucù: gli uomini son quelli che non si lascian posar mosche sul naso, che sono amici degli amici, che hanno occhi e non vedono, che hanno bocca e non parlano, che hanno le mani e se ne servono in tutte le maniere; gli ominicchi sono i mezzi mezzi, quelli che non sono carne pesce: i cucurucù sono gl'infami e cascettoni, quelli che han per vizio di mangiarsi la zucca48.... mi capite? I primi van rispettati perchè se lo meritano; i secondi non calcolati.... sino a un certo punto; ma i terzi, sangue.... bisogna ridurli al silenzio.... non farli parlare più....

E con l'indice e il medio della destra tesi e uniti, e col suo più brutto sogghigno, fece una rapida croce in aria.

- Vi raccomando dunque i cucurucù! Del resto il mondo è andato sempre così, sin da' tempi de' nostri protopasti49; o che forse Caino non ridusse al silenzio Abele?...

Ma il zu Vito lo toccò nella spalla.

- Col permesso, una parola, gli disse con la sua voce burbera.

- Che faceste? domandò Lalla quando si furono allontanati dalla folla.

- Niente.

La faccia livida e tutta rasa del socio, se togli i pochi peli del labbro inferiore, si rabbuiò, e i suoi occhi neri dai globi tinti d'una sfumatura turchiniccia mandarono un lampo: non fece altro gesto che portare la mano ai peli della mosca e tirarli a rivoltare il labbro.

- Vuole ostinarsi? domandò poi in un certo tono.

- Pare.

E gli disse quel che gli aveva scritto il notaro.

- Bene, rispose Bartolomeo con un sorriso pallido: faccia a modo suo quel signore.

E il Sala che comprese alle parole, e più che altro all'espressione di quel sorriso, borbottò:

- Non è ancor l'ora.... Prima c'è da fare un altro tentativo.

- E quale?

- Andiamo a casa vostra: di queste cose non se ne parla in strada.... Vi dirò solamente: m'avete domandato con insistenza il perchè ho voluto sapere quel che facevano in giardino la signora e il cavaliere; bene stasera vi sarà spiegato.

- Umh.... son storie.... per me non mi ricredo: il vero mezzo è il mio; bisogna adoperar quello se non si vuol fare un buco nell'acqua....

- Non è come dite voi: lasciatevi servire da me che non ho i capelli bianchi per nulla.

Lalla scosse il capo.

Camminarono l'uno vicino all'altro, silenziosi e con le mani in tasca.

 

 

XIV.

 

All'orologio a pendolo tra le due librerie sonavano le nove, allorchè Matteo, il giovane che andava far la spesa e i servizi minuti a' Ficarazzi, entrò nello scrittoio: si levò il berretto, e in punta di piedi, per non disturbare il padrone così intento a scrivere che non aveva nemmeno alzata la testa, andò a posare sulla scrivania le lettere e i giornali. Poi restò a pochi passi di distanza, non arrischiandosi di muovere che i soli occhi, i quali or alzava al soffitto, or posava sullo Striati, or sulle file de' libri luccicanti d'oro dentro le vetrine.

Nino coprì d'una scrittura minutissima l'intero foglio, rilesse aggiungendo qua e qualche virgola o qualche punto, scosse due volte la testa d'alto in basso in segno d'approvazione, posò la penna, e alzò gli occhi in volto al giovine.

- La posta, disse questi, con quel laconismo al quale l'aveva abituato il suo padrone.

- Bene.

- Ha ordini da darmi?

- No.

- Matteo s'inchinò, e uscì.

Striati prese le lettere e i giornali; mise questi da bando, e s'accingeva ad aprir quelle, quando gliene cadde sott'occhio una di carta grossolana, piegata in quattro, e chiusa con midolla50 di pane. L'indirizzo fatto con certi caratteracci che parevano arpioni addirittura, era pieno zeppo d'errori d'ortografia.

«Al sigor

«Sigor Antoninno Striati

«Ficarazza.

La voltò e rivoltò tra le mani, facendo un mondo di congetture, poi si strinse nelle spalle e l'aprì.

Era corta, ridicola, ma fulminante.

 

«Sigor don Antoninno,

 

«E becco! becco! vostra mogle vi fa li corna con lo vostro amico, tutti lo sanno e voi non venne accorgite o fate finta di non venne accorgere, si baciono tutto il iorno sotto l'arvole del iardino si oniscono ogni sera nel cirschetto cinise e vi saloto!!!!

 

N. N. che timpira le pinne

 

L'infelice sbarrò gli occhi e si fece bianco come un morto; parvegli come se una mano di ferro gli avesse abbrancato il cuore e cercasse di stritolarglielo. Felice, immerso sino ai capelli nei suoi sogni.... che colpo! che risveglio crudele!

S'alzò vacillante.

Essa lo tradiva, essa lo tradiva.... ed egli sentiva di amarla come un forsennato!... E l'altro.... il suo migliore amico, quegli che aveva beneficato tante volte! Aah!...

S'appoggiò al tavolino con tutt'e due le mani, e restò per un pezzo immobile, con gli occhi stupidamente fissi e il viso contratto.

Essa lo tradiva.... essa lo tradiva....

Tutt'a un tratto si scosse, rilesse la lettera, e la spiegazzò tra le mani convulse....

Ma qui un filo di speranza venne a fargli circolar di nuovo il sangue liberamente, a sospender le angosce che dilaniavano il cuore di quel disgraziato.

- La lettera è anonima, balbettò. Oh, se non fosse vero....

Ma non fu che un momento. La lettera parlava chiaro.... di baci sotto gli alberi.... di convegni nel chioschetto.... E queste parole, ch'egli ripeteva mentalmente, erano come tanti ferri roventi ch'entrassero nella sua carne viva. Precisava i luoghi! Dunque chi l'aveva scritta aveva visto, o aveva risaputo da chi aveva visto!...

Si mise a camminare in qua e in per la camera, agitatissimo.

«Tutti lo sanno!...

Il suo nome dunque correva per le bocche di tutti, tra i sogghigni, e i maligni sottintesi, vituperato dal ridicolo. S'ardiva anche supporre ch'egli facesse le viste di non accorgersene.... Egli!! egli che meditava d'affogare il tradimento nel sangue.... egli, che voleva vederla boccheggiante ai suoi piedi quella donna, che per disonorarlo con più sicurezza, l'addormentava con carezze più tenere, con baci più caldi.... egli, che voleva strappare il cuore dal petto di quell'altro che aveva avuto il corpo della donna sua.... gli toglieva quanto gli restasse di bene sulla terra, lo lasciava senz'amore, senza fede, solo per sempre, disperato....

Ma in questo un passo nella camera vicina fece sussultare tutto l'essere suo: aveva riconosciuto il passo della moglie.

Si fermò, senza pensiero, con gli occhi fissi all'uscio, e nell'attitudine d'una belva che stia per scagliarsi sulla preda. Guai se Serafina fosse entrata!... Ma per fortuna il passo passò oltre. Striati si voltò, stette in ascolto, poi balzò alla finestra, s'appiattò dietro le tende, e spinse uno sguardo feroce nel giardino.

 

Ei mi disse, io ben rammento

Quando in fronte mi baciò....

 

s'intese cantare in tono appassionato, con certi tremolii nella voce, e poco dopo l'adultera comparve nel viale.

 

Deh, raffrena il tuo tormento,

Non temere io tornerò.

 

Portava con la solita grazia il vestito a righe bianche e celesti che piaceva tanto all'amante, aveva il capo avvolto capricciosamente in un velo bianco, e s'appoggiava sull'ombrellino come sur un bastone.

Egli la seguiva con gli occhi, la faccia pallida contratta da un sorriso ironico.

 

Ei piangeva, e col suo pianto

Tutto il volto mi bagnò.

Ah! Mi stringeva al seno ei tanto,

Mi diceva, io tornerò.

 

La bella donna scomparve tra le piante, la sua voce che s'era fatta via via più debole, si spense in un mormoro. Io tornerò... io tornerò....

Nino si levò dalla finestra, e fece alcuni passi per la camera come un uomo smarrito, quella romanza aveva risvegliato in lui l'eco della felicità passata: gliel'aveva sentito cantare giovinetta, tante volte, nei bei tempi del loro amore, quand'essa era un angelo ancora.... Oh! questo ricordo! In tal momento gli bruciava l'anima più d'ogni altra cosa. E suo malgrado riandò que' tempi, con un tumulto di pensieri rapido sì, ma qua e particolarizzato.... Quando la vide la prima volta; come nacque in lui quell'amore ch'era stato la vita sua; come crebbe.... come solevano incontrarsi per le scale; com'essa salisse sempre mollemente, seguita dalla mamma, appoggiandosi con grazia sull'ombrellino.... vedeva il suo viso di fanciulla con un leggiero strato di cipria, i begli occhi azzurri ch'essa apriva man mano nel guardarlo, il che gli aveva fatto sempre provare un trasalimento di piacere.... Egli si stringeva al muro per lasciarle passare, e salutava, lei si faceva rossa rossa inchinando il capo, e saliva più in fretta certo per tenerlo meno incomodato.... Rivedeva il salotto della vecchia signora, i mobili un poco frusti, il vecchio pianoforte, e in un angolo la statua in gesso di Napoleone I con gli stivaloni e il solito cappello, con la mano dentro lo sparato della sottoveste.... si rivedeva bendato a correre brancolando verso di lei, sentiva il riso che lei soffocava nel fazzoletto, il fruscio delle sue sottane.... E riandò la dichiarazione d'amore, e la vita beata di promessi, e il matrimonio.... essa era pallida, commossa, divinamente bella e nell'abito bianco sotto al gran velo.... e il paradiso della loro villetta, ora mutato in inferno!... Mario si presentò a' suoi occhi.... Che ricordi terribili! Lui lo presentava a Serafina.... lui gliene parlava spesso.... lui lo portava alle stelle.... lui s'affannava a farlo entrare nelle grazie di lei.... stolto! metteva in quell'anima i primi germi dell'amore!... lui s'adirava quand'essa gliene diceva male.... lui lo ricondusse a casa quando se n'era allontanato.... lui lo invitò a villeggiatura.... lui insistè perchè restasse quando, forse spinto dal rimorso voleva fuggire.... lui!... sempre lui!!... Oh!... ma quale rabbia di distruggere la sua felicità l'invadeva!... chi lo guidava dunque, e con quali fini! chi l'addormentava nella sicurezza tanto da lasciar la donna sua, il suo idolo, la sua unica felicità.... il suo tutto, senz'assistenza, senza consigli, in balia del primo venuto.... chi.... chi l'accecava mentre gli altri vedevano!...

Un'orribile fatalità pesava sul suo capo!...

Sentiva d'impazzire.

Andò a una sedia e vi s'abbandonò: restò immobile, con le mani intrecciate tra le gambe, con il capo basso, fissando gli occhi ardenti al suolo.

Lo si volle ridurre senza scopo dinanzi a dunque, senza speranza, circondato da un orizzonte nero, inesorabilmente nero.... Lo si volle assassinare.... Oh, se non fosse vero!...

Ma tanti particolari a' quali non aveva badato prima, gli si presentarono a un tratto con la rigidità dell'evidenza: e un giorno aveva visto questo.... e un giorno quello.... e un giorno avevano fatto questa cosa, un giorno quest'altra... sì che si persuase che non c'era più dubbio.

Allora il suo cuore ulcerato tornò a battere per l'omicidio. S'eran fatti gioco di lui.... l'avevano tradito infamemente.... e aveva levato l'una dalla miseria, trattato l'altro come un fratello, e s'erano uniti per disonorarlo.... non avevano sentito nessuna pietà per l'uomo che gettavano in un inferno di sofferenze: - nemmeno lui n'avrebbe per loro.... no, non ne avrebbe: non si riderebbero più di lui, non se ne riderebbero per dio!!...

S'alzò, andò in uno stanzino dove teneva le armi, staccò da un chiodo una rivoltella nella sua custodia, e se l'affibbiò alla cintola.... Era quasi calmo. Ritornò nello scrittoio, e sonò un campanello: poco dopo comparve donna Maricchia: la cameriera aveva il viso arcigno secondo il solito.

- Il cavaliere?

- È uscito.

- Dov'è andato?

- Matteo l'incontrò nella via de' Ficarazzi.

- Diavolo!... Basta, anderò solo. Dite alla signora che vado a Buonriposo, dall'Anselmi: in caso che tornassi tardi non stia con premura.

Prese il cappello, scese le scale, attraversò il viale principale del giardino, e uscì all'aperto.

Che quiete per la campagna, che limpidezza nel cielo, quanta dolce malinconia su per que' colli che l'ombra veniva invadendo man mano! giù, giù il piano sottostante sparso di paesetti e di ville biancicanti tra 'l verde degli aranci, la distesa azzurrina del mare, sparsa di vele, erano indorati ancora da' raggi del sole.

Lui, camminando a celeri passi come se fosse inseguito, fantasticava dalla vendetta e l'assaporava.

Si fermò su un poggiolo, tra un folto d'ulivi, dal quale si dominava tutta la villa, con le strade che la circondavano.

Di poteva osservare senz'esser visto.

Annottava quando si riscosse, e scese a gran passi, con gli occhi che mandavano lampi.

Arrivò alla villa, e vi oltrepassò il cancello: si spinse per i viali cautamente, fermandosi ad ascoltare, con la mano all'impugnatura della rivoltella. Non s'imbattè in alcuno, e potè appostarsi dietro a una siepe, tra un gruppo di rose, di faccia all'entrata del chioschetto. O essi c'erano, e dovevano uscirne, o non c'erano, e ci verrebbero....

Ma sobbalzò: gli era parso di sentire lontani scoppi di risa, e voci confuse.... Impugnò la rivoltella e attese. Le voci s'avvicinarono.

- No, diceva Serafina scherzosamente; e a quel no, seguiva un fruscìo di sottana come di donna che corra.... lui certo l'inseguiva.... se ne sentivano i passi: poi più nulla. Un usignuolo cominciò i suoi soavi gorgheggi nel folto, poco discosto dallo Striati.

- Che succede dunque! pensò angosciosamente: e sentì scorrersi un brivido per tutto il corpo. Che fare?... restare?... uscir di qui e andare a vedere?...

E s'era deciso a mettere in atto quest'ultimo pensiero, quando sentì vicinissimo l'istesso fruscìo di poco prima.... Guardò.... Una donna passava vicino a lui correndo in punta di piedi, leggiera come un'apparizione.... entrò nel chioschetto....

Era Serafina, Nino l'aveva riconosciuta.

Passarono cinque minuti che all'infelice parvero cinque secoli....

La sabbia del viale scricchiolò sotto a un passo.... apparve un'ombra.

- Serafina.... chiamava sottovoce51. Serafina....

Era Mario.

- Serafina... Serafina....

Egli passò vicino allo Striati, e s'avanzò verso il chioschetto.

- Serafina....

Scoppiò un riso soffocato, ed un, ah! di contento. Due corpi si confusero sulla soglia.... un mormorio, poi più nulla.

Nino, con uno sforzo supremo di volontà, soffocò un rantolo partitogli proprio dall'anima.... Ogni speranza era finita e per sempre! nel suo petto ora ruggivano l'amore, la gelosia, l'ira, il dolore, con un concerto d'inferno! Ebbe la forza d'aspettare; e si sentiva la demenza nel cervello!... e quando a lui parve ch'era l'ora, balzò di dietro alla siepe come una fiera, andò al chioschetto, avanzò la testa nell'apertura del piccolo vestibolo.... non c'erano. Entrò, salì per la scaletta a chiocciola cercando di fare il meno rumore possibile....

Una spallata all'uscio che andò in frantumi, due urli.... e sei lampi seguiti da sei detonazioni, rischiararono sei volte la faccia livida orribilmente contratta del marito offeso, il gruppo informe dei due amanti rotolantesi.

 

 

XV.

 

Vagò per la campagna tutta la notte. All'alba fu visto in paese, tutt'impolverato, a capo scoperto, con i capelli arruffati e madidi, e due cerchi neri attorno agli occhi. Andava a costituirsi al tenente de' bersaglieri che comandava il distaccamento di Ficarazzi.

 

 

XVI.

 

Quella sera di febbraio il casino de' galantuomini presentava l'aspetto solito.

Il notaro Ballarino faceva l'eterna partita a belladonna con l'avvocato Ambrò, bestemmiando di tratto in tratto, e appiottando pugni al tavolino. Don Illuminato lo speziale predicava contro i rappresentanti del comune (perchè ci avrebbe voluto esser lui rappresentante del comune, dicevano le male lingue) fra un cerchio d'intimi che approvavano ciondolando il capo: egli guardava a volte don Girolamo il cameriere, un galantuomo anche lui, che andava e veniva, con le mani dietro la schiena, e si fermava a dir la sua. Don Mimì, il vice-pretore alto una spanna, sempre col giornale in mano, che lo copriva tutto, e don Sariddo il dottore, don Biagio, sempre infreddato e don Paolino secco come una lanterna, col nasone come una vela, se ne stavano seduti sul divano: essi, sputecchiando in continuazione, aggiustavano l'Europa. La solita brigata di giovinotti parodia della moda della città, parlava di Peppa la serva, o di Caterina la baldracca di via S. Brigida, con certi sghignazzamenti da satiri.

Qualche nuovo arrivato chiudeva l'ombrello e batteva i piedi sulla soglia dell'uscio a vetri per scuoter l'acqua e il fango degli stivali, guardando come un alluccinato. Attorno al fuoco un gruppo d'anziani stavano a sentire a bocca aperta don Santuccio, il quale con quella sua aria di domandar sempre se il mondo fosse a vendere perchè aveva quattro soldi, perorava arrotondando le parole, e dicendo sproposito da can barbone.

I giurati l'avevano assolto, non c'era che dire: la moglie gli faceva le corna, be', egli l'aveva colta in flagrante, l'aveva uccisa, aveva ferito il ganzo: quella sorte d'onte si lavano col sangue....

Gli anziani approvavano gravemente.

Ma perchè ritornare nel luogo dov'era successo il triste dramma! seguitava don Santuccio, chiamando in suo aiuto qualche frasona letta ne' giornali: perchè venire a calpestare quel suolo caldo ancora del sangue di quella disgraziata!... non sapeva comprenderlo.

Allora chi ne disse una e chi un'altra. Era un uomo senza cuore; un sanguinario feroce; un'anima nera; un vero assassino se non era ancor sazio dopo la vendetta!...

Dando addosso a Striati sapevano di far piacere a don Santuccio, il quale l'odiava, come odiava tutti quelli ch'eran più ricchi di lui.

Ma il signor Lavia ch'era entrato giusto allora, e posato l'ombrello e il cappotto s'era avvicinato e aveva sentito il discorso, interruppe quel concerto con il suo fare di me n'impippo, curandosi poco del nababo del paese. Che diavolo dicevano! perchè parlavano quando non sapevano le cose? Quello che accusavano era un disgraziato tormentato dal rimorso, un infelice il quale amava ancora la moglie che aveva uccisa nel primo impeto: ora imponeva a stesso una terribile espiazione. Poteva dirlo lui che lo sapeva da fonte sicura, dal notaro Anselmi, figurarsi! Striati non usciva mai di casa, passeggiava innanzi e indietro nello scrittoio dalla mattina alla sera, tanto che aveva già logorato un'intera fila di mattoni.... La notte poi non dormiva: sino all'alba ognuno avrebbe potuto veder la finestra della sua camera illuminata.... C'era anche chi l'aveva visto inginocchiato nel chioschetto sul posto dov'era morta la moglie, si voleva che ci stesse per ore ed ore, curvo con la fronte per terra, versando un fiume di lacrime.... Via, l'amico che aveva messo il lutto e la desolazione in quella casa, era un fior di canaglia!

Don Santuccio storceva la bocca, scrollava il capo: ma nessuno gli badava più, ascoltavan l'altro con gli occhi spalancati.

- In tutto questo chi ci ha guadagnato è stato il zu Vito Sala col socio Lalla, concluse il signor Lavia: Striati era proprio risoluto a levar loro i giardini; ma dopo quel che successe, è chiaro, doveva aver tutt'altro per il capo: dalla carcere stessa mandò una procura ad Anselmi, e fu stipulato l'atto per....

- Sentite questa ch'è classica! gridò intanto don Mimì levando il naso di sul giornale. E s'abbandonò bruscamente sulla spalliera del divano sicchè le sue corte gambette si sollevarono da terra. Ma tutti fecero orecchie di mercante, chi con una spallucciata, chi con un moto impercettibile delle sopracciglia. Era entrato in tasca a tutti quell'ometto finalmente con quella sua smania di voler leggere a ogni costo, come se poi la gente non avesse occhi, o non avesse sentito leggere mai. Lo vedevate dalla mattina alla sera sempre dietro a un giornale, a frugar col naso nelle colonne, stimando classiche tutte le sciocchezze che i redattori avevano buttato giù fra uno sbadiglio e un altro. E il bello era che' esigeva d'essere ascoltato! ma per lo più, non ci coglieva che don Girolamo. Il galantuomo, senza capire un acca di quel che sentiva, calava la testa che aveva troppo pesante, dicevano almeno le male lingue, e l'altro incoraggito, passava sin anche agli annunzi di quarta pagina, permettendosi de' commenti dotti su' cert'acque, su certi rimedi, che spianavano a un beato sorriso il volto appassito e grave dell'ascoltatore.

Però questa volta don Mimì fece il duro. L'avevano a sentire.... a dargliela in mille non avrebbero potuto indovinare la cosa classica che gli leggerebbe.... proprio non l'avrebbero potuto indovinare.

E allora, o che fossero spinti dalla curiosità, o che, prima s'avvicinò uno, poi un altro, poi tutti. Lui, quando l'ebbe visti riuniti, chi in piedi e chi seduto, temendo che non se n'avessero a pentire, cominciò in fretta:

«Vita indorata....»

Nel piacere d'aver un così numeroso uditorio, nella voglia di far presto, non sapeva nemmen più quel che si leggesse: ma qualcheduno rise, e lui si corresse subito arrossendo:

«Vita dorata

«Questa sera saranno celebrate le nozze tra la signorina Rosalia Ascenti dei baroni di Roccabruna e il cavaliere Mario Furlani di Traforello....»

Qui ci furono degli oh! di sorpresa con sguardi analoghi e un raddoppiamento d'attenzione: e il vice-pretore, tutto contento di quell'effettaccio prodotto, lanciò un'occhiata come per dire: ve l'aveva detto io? Poi seguitò:

«Chi conosce gli sposi consentirà con noi che nella vita coniugale troveranno tutte quelle felicità che da sinceri amici loro auguriamo. La cerimonia avrà luogo circondata dalla più splendida pompa quale si addice al casato dei fidanzati. Abbiamo avuto occasione di ammirare il ricchissimo corredo della giovane sposa e ne siamo rimasti sorpresi! Tacciamo delle splendide tele di Svizzera, Inghilterra, Napoli, Firenze, degli ammirevoli ricami, dell'eleganza degli abiti, ma non possiamo non ricordare fra gli oggetti preziosi un magnifico Bandò e un finimento di brillanti e perle smaltati in argento, dono dello sposo, manifattura dei fratelli Sieripepoli, due ricchissimi solitari per orecchini, dono dell'ottimo marchese della Stella, una elegantissima Broche (don Mimì leggeva broche) di perle e brillanti, dono della baronessa del Friuli, un paio d'orecchini di grossissime perle, dono del conte Calvagno, un braccioletto d'oro e perle, regalo della marchesa di Sant'Agrippina, portante nell'interno un motto d'augurio, un altro braccioletto in brillanti e perle della baronessa del Poggio, un'elegante margherita tempestata di brillanti, regalo della duchessa Ariani, e in fine il regalo del principe di Traforello, consistente in una ricca stella di brillanti il cui splendore può essere solo offuscato dalla grazia e dalla bellezza della gentilissima sposa.

«Gli sposi appena terminata la cerimonia civile e religiosa, partiranno alla volta di Napoli, ed indi si recheranno a visitare le principali città d'Italia52.».

 

 

 





p. -
39 Nell'originale "pretenzionoso". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



40 Nell'originale "icoperto". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



41 Nell'originale "stasse". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



42 Nell'originale "temeramente". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



43 Nell'originale "fantasmo". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



44 Nell'originale "legggieri". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



45 Dell'Italia con la strada ferrata, col telegrafo....



46 Nell'originale "Alselmi". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



47 Nell'originale "conosci". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



48 Far la spia.



49 Voleva dire «protoparenti



50 Nell'originale "midella". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



51 Nell'originale "sottove". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



52 Dal Precursore di quel tempo.



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