Seduta
a la piccola, elegante scrivania, presso l'ampia finestra aperta,
Lucia, con la penna sospesa su 'l foglio, guardava fuori i rami
dell'ippocastano, che scossi dall'aria degli ultimi giorni di marzo,
ondeggiavano nell'azzurro le grosse umide gemme, scintillanti al sole
come bottoni di color roseo dorato.
I
passeri, lieti della promessa del verde, del folto, volavano da un
ramo a l'altro ciangottandosi a distanza, desideri, speranze, amorose
impazienze.
Giù
nel giardino, che cingeva intorno la villetta, Wise, il Terranova,
con le zampe anteriori poggiate su lo sporto del muricciolo che
sosteneva la cancellata, abbaiava a scatti, con il suo cupo vocione
da forte, agli operai uscenti dalla fabbrica lì a pochi passi,
per il pasto di mezzogiorno.
«Cara,
cara, cara!
«Hai
fatto male, malissimo, mille volte male a lasciarmi qui sola soletta,
con papà che è fuori tutto il giorno e gran parte della
notte, e con la zia della quale tu sai, s'io possa far conto. Oh
quella tua fierezza! quel tuo orgogliaccio!»
.
. . . . . . . . . . . . . . .
Sopra
il foglio erano scritte appena queste poche righe.
Invece
di continuare la lettera, Lucia, sempre con la penna sospesa,
guardava fuori.
Si
sentivano i passi pesanti degli operai su l'acciottolato, le loro
voci, qualche risata di fanciullo, l'abbaiare del cane, forse
aizzato.
Tutto
ad un tratto, a l'abbaiare successe il guaito pietoso del cane, che
riconosce un amico e implora la solita carezza.
Lucia
scattò da sedere e si fece a la finestra in tempo, per vedere
uno dei giovani ingegneri della fabbrica, passare la mano attraverso
le stecche del cancello e posarla su la testa di Wise, che
scodinzolava festoso.
Alzando
gli occhi, il giovine vide la signorina, si toccò il cappello
ritirando la mano dall'inferriata e si incamminò in coda agli
operai.
Lucia
lo stette a vedere mentre egli si allontanava a passo svelto, diritto
su l'alta, elegante persona.
Quando
svoltò, ella tornò a la scrivania, riprese la penna e
si diede a scrivere in fretta, con foga un po' convulsa.
....
«L'orgoglio, mia cara, per quanto ci sia chi lo porta a' sette
cieli, e ne faccia quasi una virtù, per me è una
passionaccia volgare, che scaturisce, ingrossata da altre
passioncelle minori, da una sorgente tutt'altro che nobile;
dall'egoismo. No, no, non mi fare gli occhiacci e nè pure non
sorridere con compatimento. L'orgoglio, io sento, che è come
l'ho definito; e non può essere altrimenti, poi che la
definizione me l'ha fatta fare l'esperienza, che è quella
maestra infallibile che tutti sanno. Sicuro; chi è orgoglioso
è egoista. Perchè.... perchè, per esempio, rende
uno capace di sacrificare l'affetto, l'amicizia, per fino la pace
d'una persona, al dubbio immaginario di non essere utile, di non
compensare chi è felice di averlo con sè; che anzi
gliene è riconoscente come d'un favore.
E
questa è una frecciata che se la pigli chi se la merita.
Vorrei lanciarne un'altra agli orgogliosi che ci tengono tanto al
loro io coronato d'uno stemma di conte, che credono, per
fermo, di recare un'offesa a sè stessi abbassando gli occhi
fino a chi arriva fresco fresco dal volgo, sia costui coperto di
diamanti e lui in abito sdruscito. La mia freccia in questo caso,
dovrebbe essere ancora più acuta e pungente dell'altra, perchè
questo genere d'orgoglio è peggiore e meno perdonabile del
primo, che è però quello che mi fa soffrire, mentre
dell'altro, non mi curo punto.
Avevo
promesso a me stessa di non scriverti per un pezzo, magari di non più
scriverti affatto. Ma.... promesse di gente che crede di poter agire
senza consultare il sentimento; gente che ama e perdona; anzi, lecca
la mano che lo ha colpito, ne più nè meno come Wise, il
cane buono affezionato e fedele, che non è orgoglioso lui, e
per questo agisce lealmente verso sè stesso, facendo quello
che gli suggerisce il cuore, il quale è sempre il miglior
consigliere.
Oh
se tu ti fossi lasciata guidare dal cuore, ora non avresti il rimorso
(poichè io penso che lo devi avere e ti deve anche tormentare)
di avere abbandonata una povera ragazzona che ti voleva un gran bene
e che aveva tanto, tanto bisogno del tuo affetto e del tuo senno!...
Che cosa sarebbe importato a te, se in te avesse parlato forte il
cuore, che in casa fosse piombata come un bolide inaspettato, la
sorella di papà?... Non ti saresti certo sforzata di
persuaderli, con ragionamenti pazzi, che ormai, poichè in casa
c'era una signora capace di reggere la famiglia e di badare a me, il
tuo ufficio di governante, anzi di amica, diventava inutile; che non
era della tua dignità di rimanere a farsi retribuire
(brutta parola che non ho inghiottita nè inghiottirò
mai) la parte di padrona e di maestra fino allora esercitata.
Ma
il cuore non ha manco susurrato una parola tanto spadroneggiava
l'orgoglio in quel momento. E così, in ossequio del tiranno,
che ti andava cantando inni bugiardi in favore della famosa dignità,
così, come se niente fosse, hai fatto una vittima. Sì,
una vittima; e ti prego di non prendere la cosa in celia, poi che non
ci fu mai vittima più vittima di me, che mi tocca di sentirmi
isolata in casa mia, fra il babbo sempre fuori e la zia che non mi
capisce e che io non capisco.
Le
ricordi le chiacchierate che si facevano insieme?.. Le letture in
comune? le belle ore di raccoglimento nel salottino, a ricamare, a
far musica?... C'era proprio bisogno che tu mi educassi il gusto alle
cose belle, che dessi alla mia intelligenza desideri non comuni,
all'anima mia aspirazioni elevate, per poi piantarmi qui a
rappresentare la parte della incompresa infastidita!
Meglio
era tirarmi su senza tante delicature morali, come la zia per
esempio, che si piace e si compiace dei gingilli, si interessa dei
romanzi a grande intreccio, sta a balzello de' fatti altrui, giudica
il prossimo, biasima, condanna e passa il tempo ozieggiando
affannosamente.
Ma...
le recriminazioni non giovano a nulla, pur troppo!... Tu mi hai
lasciata; hai voluto, hai potuto lasciarmi, dopo otto anni che si
viveva insieme, e si era come sorelle; mi hai lasciata e...
pazienza!... Avessi almeno il conforto di sapere che ti trovi bene
costì, in collegio; che le tue scolare li amano; che le
maestre e la direttrice ti tengono in quel conto che meriti. Me lo
scriverai?... Me la dirai la verità?... poi che per non
affliggermi, saresti capace di farmi vedere lucciole per lanterne,
tu!...
Qui
le serate sono lunghe eterne. Il papà, subito dopo pranzo, va
fuori, e non torna che tardissimo; mai prima delle due. La zia
discorre con le sorelle Zolli, che sono venute ad abitare il villino
vicino al nostro; e tu sai che sorta di conversazione esilarante sia
quella!... Io leggo, vado in giardino, adesso che l'aria è
tiepida, e mi intrattengo con Wise. Se no, faccio un po' di musica,
per me sola. La maggiore parte delle volte però mi ritiro alle
ore ventuna e finisco la serata in camera.
Di
rado capita in casa qualche impiegato della fabbrica; di rarissimo
l'ingegnere Del Pozzo, il Conte Anton Mario Del Pozzo si degna di
varcare la soglia del nostro salotto di parvenus. Ma si
capisce lontano un miglio che lo fa per dovere; pare su le spine;
dice cose insulse risguardanti il tempo, il caldo, il freddo e se ne
va dopo una visita brevissima.
La
zia dice che è un giovine simpatico; un perfetto gentiluomo!
Io per me lo trovo orgoglioso; e ne' suoi atti e nelle sue parole mi
par di vedere e di sentire un non so che di nobile che si degna. Ma
si degni o no, a me che mi fa?..
Non
ti ho detto, che fra una quindicina di giorni, papà dà
una festa di ballo per celebrare le sue nozze d'argento con la
fabbrica di stecche d'ombrelli e di chiavette per aprire le scatole
di sardine, che hanno fatto la sua fortuna!...
Papà
ha ordinato a Parigi la mia toeletta. Che idee ci hanno, in generale,
questi nostri ricchi industriali, cominciando dal mio papà!..
Lavorano in Italia e per l'Italia, che vorrebbero grande nella
industria nazionale, e quando si tratta del lusso della loro casa e
delle toelette delle loro signore, ricorrono all'estero, diffidando
del gusto del paese, quasi disdegnandolo.
Che
peccato che tu non sia qui per il famoso festone, che deve essere di
quelli di cui i giornali si interessano! Per certo avresti avuto
anche tu una toeletta di rango francese, e così
cammuffate, seguendo la moda della giornata, che esige vecchi balli
risorti e rinnovati da un battesimo straniero, parole, biascicate in
lingue d'oltre alpi e d'oltre mare, atti a l'americana e giù
di lì, si avrebbe forse avuto tutte due il sommo piacere di
essere giudicate signorine perfette e forse anche la gloria di
leggere il nostro nome nei giornali con tanto di descrizione e di
lode!
Ma
basta per oggi. Ciao carissima; ciao egoistona, che per amore del tuo
cattivo orgoglio, hai avuto il coraggio di abbandonare la povera
Lucia.»
Finito
di scrivere, Lucia, piegò il foglio in due, lo chiuse nella
busta e fece l'indirizzo, quando il fischio acuto e prolungato della
fabbrica, richiamò gli operai al lavoro.
«Già
le tredici! - disse meravigliata.
E
alzatasi, con la lettera in mano, che voleva fosse impostata subito,
socchiuse le gelosie e stette a vedere gli operai tornare frettolosi
a la fabbrica. Di questi, alcuni sdraiati bocconi lungo il
marciapiede, si alzavano stiracchiandosi e sbadigliando; si davano
una scrollatina e via; altri finivano d'ingollare la loro polenta o
il pane con lo scarso companatico; un ragazzetto cantava a tutto
spiano; due fanciulli si rincorrevano vociando.
In
breve la fabbrica ebbe inghiottita tutta quella gente, e per la via
deserta, di quella parte di città tuttora spopolata, tornò
il silenzio.
Lucia,
sempre dietro le gelosie socchiuse, voleva persuadersi che fosse
interessante lo spettacolo della via polverosa battuta dal sole
abbagliante e che i rari passeri che volavano dalle piante del
giardino a beccuzzare le briciole sparse su l'acciottolato, fossero
meritevoli di particolare attenzione.
Ma
l'interesse e l'attenzione furono tosto assorbiti da una persona che
si andava avvicinando; la persona dell'ingegnere Del Pozzo, il Conte
Anton Mario Del Pozzo, l'orgoglioso che quando favoriva in casa aveva
l'aria di degnarsi.
Era
un bel giovine il Conte Del Pozzo; alto, diritto, bruno pallido, con
i capelli neri a spazzola, i baffi arricciati in punta.
Il
babbo di Lucia lo stimava assai; gli operai dello stabilimento gli
volevano bene e l'obbedivano come altrettanti agnelli. Tutti lo
portavano ai sette cieli.
«Credo
ch'egli sia dotato d'un certo fascino! - pensava Lucia - E il fascino
ha da essere tutto ne' suoi occhi strani!
Certi
occhi grandi, di un colore fra il grigio e il verdastro, d'uno
sguardo profondo, dolce e melanconico ad un tempo; certi occhi che
non si potevano dimenticare.
No;
non si potevano dimenticare; di questo Lucia era convinta e persuasa.
Il fascino egli lo doveva avere davvero negli occhi!...
Ma
possedessero pure, quegli occhi, tutta la potenza affascinatrice che
si volesse, a lei non avrebbero certo fatto nè caldo nè
freddo.
Dovette
convenire, arrossendo con un segreto inesplicabile1
rincrescimento, che il giovine ingegnere non l'aveva mai guardata in
modo da far supporre in lui delle idee da affascinatore.
Si
erano trovati così di rado insieme!... Ed anche quelle poche
volte, egli, al di là del saluto rispettoso e di poche parole
quasi d'obbligo, non aveva mai fatto nulla, manco con un'occhiata,
per esprimere il benchè minimo desiderio di stare con lei.
Il
suo fascino, se pure è vero che ce l'abbia, egli non pensa
certo di usarlo con te! - le mormorò dentro una voce. - E -
continuò la voce - faresti bene a non occuparti di lui, e
lasciarlo in pace, poi che egli non si cura di te!
Lucia
rispose a quella voce con una spallucciata. Ella si curava di lui?...
Era matto da legare chi lo credeva. Ed era una voce pettegola e falsa
quella che le andava blaterando simili scioccherie.
«Ho
proprio bisogno che lui si occupi di me! - pensò.
E
ricordò, con un sorriso, i vagheggini che le giravano intorno
facendole la ruota come piccioni innamorati! O non era già
stata chiesta in sposa dall'avvocato Stolzi e dal capitano Fralli?...
Non dipendeva che da lei rispondere di sì. Ma lei aveva invece
risposto decisivamente di no. E il figlio del ricco banchiere Svarzi,
il signor Aldo, non la seccava con la sua assiduità?... Ah
quanto la seccava!... La seccavano tutti, ecco. Bastava che qualcuno
le si mettesse intorno con l'aria di farle la corte, perchè
dentro l'anima le sorgesse il fastidio, quasi la ribellione. Non
voleva saperne di matrimonio nè di spasimanti lei. Non aveva
che diciott'anni in fin de' conti. Maritarsi per maritarsi come
facevano parecchie fanciulle, ella non lo avrebbe fatto mai e poi
mai. E chi le faceva gli occhi di triglia le dava noia.
Non
sposerò che uno che io senta di amare davvero e molto! -
concluse.
«Che
se quell'uno per me non ci sarà, ebbene! resterò
nubile, nubile, nubile, come tante altre e come la Lena, che non ha
voluto sposare il farmacista che le voleva bene e adesso ha
trent'anni suonati!
A
proposito di Lena si ricordò della lettera che aveva in mano e
che le premeva d'impostare presto.
Uscì
dalla cameretta, scese lo scalone e entrò come una folata di
vento nel salottino di compagnia.
Sedute
vicine l'una a l'altra, zia Marta e le sorelle Zolli, nel cantuccio
favorito, presso l'uscio a vetri che dava in giardino, chiaccheravano
animatamente.
Si
spaurirono a l'entrata improvvisa della fanciulla e troncarono la
conversazione.
«Zia
- disse Lucia, dopo aver salutato e mettendosi il cappello in testa
davanti a la specchiera:
«Esco
un momento con Adele per impostare questa lettera!
«Con
Adele? - fece la zia stringendo le labbra che sparirono nelle crespe
sottili, e socchiudendo gli occhi.
Le
sorelle Zolli guardarono Lucia in aria scandolezzata.
Un
vivo rossore si diffuse su'l volto della fanciulla, mentre si avanzò
fin verso le tre signore, fissandole in atto di chi vuole e aspetta
una spiegazione.
«Vai
con chi vuoi, ma non con Adele! - fece la zia.
«Perchè?
- chiese la fanciulla con voce un po' rauca.
«Adele
è una scostumata! - spiegò zia Marta.
«Fa
a l'amore! - saltò su la signora Aurora, la maggiore delle
sorelle Zolli.
«Non
è bene che una signorina a modo si faccia vedere intorno con
lei! - soggiunse l'altra sorella Zolli; la signora Rosetta.
«Fa
a l'amore con il cocchiere! - informò zia Marta.
«È
tutto qui? - chiese freddamente Lucia.
«Converrà
licenziarla! - mormorò la zia, seccata dal tono freddo della
nipote.
Di
rossa, Lucia si fece smorta. «Come?... licenziare Adele, la sua
antica bambinaia, che aveva conosciuto e voluto bene a la povera
mamma!... una brava e onesta ragazza?... Licenziarla perchè
amava ed era riamata?
«Ma...
zia - disse, balbettando un poco, - ti ho sentita ieri parlare
dell'amore fra la signorina Cromi e il tenente Poggi e ti intenerivi
come di cosa nobile e gentile!
Zia
Marta si dimenò su la seggiola mormorando: «quello è
un altro par di maniche!
Un
altro par di maniche?... E perché?... La signorina Cromi
avrebbe sposato il tenente Poggi, come Adele avrebbe sposato il
cocchiere!... E se non era disonesto l'amore fra una signorina ed un
ufficiale, non lo doveva neppure essere quello fra due bravi giovani
che lavoravano per vivere. Differenze, Lucia non ne vedeva. E zia
Marta aveva troppo criterio per pensare che una persona giovine e
affettuosa, per la ragione che aveva l'onore di servirla, dovesse
rinunciare al proprio avvenire e soffocare il proprio sentimento.
Parlare di licenziamento era cosa ingiusta e crudele. Ella stessa,
Lucia, avrebbe fatto in maniera che Adele sposasse presto il
cocchiere. Le voleva bene lei, la stimava; nessuno mai le avrebbe
fatto del male; se la prendeva sotto la sua protezione, se la
prendeva!
Qui
Lucia, che aveva parlato un po' vibratamente, nauseata da quella
ingiustizia, da quei pregiudizi, da quell'egoismo, s'inchinò
con freddo rispetto dinanzi alle tre signore e uscì chiamando
Adele ad alta voce.
Dopo
un momento, zia Marta e le sue amiche videro al di là del
tendone che l'aria sollevava, la signorina Lucia, che trotterellava
spedita a la volta del centro della città, insieme con la
cameriera.
«Ecco
il frutto dell'educazione d'oggi!... lamentò la signora Marta.
- Mio fratello che lascia fare; quella signora Lena che si è
piaciuta di svegliare nell'anima, della sua allieva il fatale spirito
dell'indipendenza e la forza di volontà, che si ribella a
tutto e a tutti, e di nutrirla di certe teorie strambe, da vero fin
de siècle.
La
signora Aurora, con un sospirone, approvò le parole
dell'amica.
E
sua sorella gemette: «Il mondo s'è cambiato!... Dio sa
che cosa ci si prepara!... Non c'è più sommissione, non
c'è più rispetto, non c'è più differenza
fra gente e gente!... Anche le persone per bene si danno al
socialismo!
E
susurrò a fior di labbra queste parole che la terrorizzavano!
*
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