«Cara
Lena,
Papà
può essere contento della festa data in onore delle sue nozze
d'argento con la fabbrica.
Fu
un vero festone; uno sfoggio di bellezza, di sfarzo, di uomini
eminenti; sopra tutto, un godimento generale e completo.
Il
giardino, illuminato da lampadine elettriche nascoste fra i rami
delle piante, era pittoresco, bellissimo. Le sale addobbate con gusto
squisito; il buffet sceltissimo, scintillante di cristalli preziosi e
argenteria all'ultima moda.
Zia
Marta e le sorelle Zolli, tutte tre in velluto nero, con ornamenti
argentei per essere d'accordo con la circostanza, facevano gli onori
di casa. E facevano bene; quello è il loro posto. Ricevere,
sorridere a tempo, parlare a tempo, inchinarsi, porgere la mano in
quel dato modo; sputare complimenti, sentirsene dire, far mostra di
pensare quello che si dice, di credere a quanto si ascolta.
Io,
nel mio vestito parigino di un color rosa pallido, la scollatura
quadrata, un dito di manica, una vera meraviglia di semplicità
e di eleganza, sembravo un vero e stupido figurino della moda.
Arrossii
vedendomi riflessa nella specchiera prima di scendere in salotto.
Quasi non mi riconoscevo in quella giovine donna dai capelli scuri e
la carnagione bianca, così elegante nell'artistica semplicità!
Mi
pareva d'essermi mascherata; non ritrovava più me stessa; e un
vago senso di malcontento mi scendeva nell'anima. Fui sgarbata con
Adele, che mi girava intorno ammirata.
Bisogna
però dire che Adele avesse qualche ragione di ammirarmi.
In
salotto tutti mi guardavano; feci furore; come dice zia Marta.
Furore
o no, a dirti il vero, io mi sono divertita pochino; e tutte le volte
che potevo senza dare nell'occhio, guizzare dai salotti in giardino,
lo facevo volentieri, per gustare un momento di solitudine, per
ritrovarmi con me stessa.
Oh!
gran sfortuna, mia cara, avere l'anima fatta in maniera, che i
complimenti vi scivolano sopra senza lasciarvi traccia, anzi
recandovi una spiacevole sensazione di freddo!... Gran sfortuna non
credere alle paroline melate, alle occhiate, come si dice, assassine;
e vedere, là, nettamente, come bersaglio a vivaci colori, la
mira cui tendono i molti vagheggini, complimentosi fino a
l'insolenza, corteggiatori fino a l'offesa, che hanno l'aria di
averti in conto di bambola senza intelligenza nè sentimento, e
così sciocca da essere lusingata dalle loro litanie di
menzogne, colpita e tocca da svenevolezze ridicole e oltraggianti!
Non
mi dare dell'esagerata nè della pessimista; non mi allungare
il broncio, non prepararmi un predicozzo; che, tanto queste mie idee,
che si elevano al di sopra delle meschinerie, tu sai bene, da chi le
ho sorbite a poco a poco, quasi senza avvedermene.
Bada
però, per onore del vero, che non tutti i giovinotti della
festa mostrarono d'avermi in così poco conto da farmi la ruota
intorno come altrettanti tacchini. Ce n'erano parecchi che mi
trattavano con la riguardosa cortesia del vero gentiluomo, che non
vuol compromettere la propria dignità vagheggiando troppo
apertamente l'unica figliuola d'un uomo ricco; una ereditiera. Ci fu
anzi anche un gentiluomo, che mi stette addirittura, a la larga, non
invitandomi manco una volta al ballo, non scambiando con me mai una
parola. Cosa un po' eccessiva, per uno che con me aveva assistito
negli ultimi momenti un fanciullo moribondo e che si era interessato
per darmi l'indirizzo della sorella del poverino. Ci sono circostanze
nella vita, che, io penso, dovrebbero, per così dire,
avvicinare gli animi, e che fanno correre un fremito di simpatia
innocente e nobile nei cuori. Non lo credi anche tu?... Ma queste
circostanze non riescono a liquefare nemmeno la prima superficie di
certe nature di ghiaccio!...
Tu
hai capito che voglio dire dell'ingegnere Del Pozzo; il conte Anton
Mario Del Pozzo; il quale, per certo, è venuto a la festa per
un riguardo verso papà; forse è venuto a malincuore,
facendo un sacrificio!
Ballò
pochissimo e sempre con signore; con signorine mai. Elegante nel
vestito di ballo, con quell'aria signorile che lo distingue, egli
passò la maggior parte della notte solo, a guardarsi in tondo,
ritto nello sguancio di qualche finestra.
Di
là io sorpresi spesse volte i suoi occhi chiari e strani,
fissi su me con qualche insistenza. Una volta non ritolse lo sguardo
mentre io lo guardava; e mi sentii subitamente arrossire. Così
serrata nel vestito di gala, ammirata, corteggiata, gli devo aver
data una ben meschina idea di me. Questo era il pensiero che mi
faceva montare le vampe a la fronte. Non avrei voluto parere vana e
fatua a lui, che ha l'aria di essere un uomo superiore, di degnarsi
quando deve comportarsi come gli altri!...
Una
volta mi sembrò che fosse diretto a invitarmi per un waltzer.
Ma il signor Aldo Svarzi fu più pronto di lui ed egli si
inchinò dinanzi a una signora che mi sedeva presso. Quel
signor Svarzi, mi ha fatto una stizza!... Ero desiderosa di fare
almeno qualche giro con lui, per sentire che cosa avrebbe detto; se
ricordava il momento passato al letto del povero Cecchino, se voleva
sapere della sorella di lui.
Mentre
si ballava un minuetto, accaldata e inuggita, io trovai modo di
guizzare in giardino e di sedere su una panchina presso la
cancellata. La soave musica di Boccherini arrivava a me attenuata
dalla distanza. Il giardino rischiarato dalle lampadine elettriche,
pareva avvolto nel chiarore dalla luna. Ero lì da alcuni
minuti, quando udii un bisbiglio, un brusío sommosso, al di là
del cancello. Mi alzai incuriosita.
Con
la faccia appiccicata al cancello, erano al di là del
giardino, parecchie persone, che guardavano dentro ammirate e si
bisbigliavano le loro meraviglie. Povera gente, che si faceva un
godimento del piacere, del lusso degli altri!...
Risentii
l'impressione che ho sempre provata vedendo alle vetrate dei caffè,
i fanciulli poveri guardare dentro i fortunati, seduti davanti ai
tavolini imbanditi, rimpinzarsi di leccornie.
Mi
vergognai del mio vestito elegante e costoso, del lusso sfacciato
della casa, quella sera aperta a la curiosità di tutti.
Volli
rientrare.
A
pochi passi da me, con il dorso poggiato al tronco d'una pianta, il
signor Del Pozzo, con le braccia incrociate sul petto, guardava al di
là dell'inferriata. Al fruscio de' miei passi su la sabbia, si
rivolse, mi salutò con un leggero cenno del capo e restò
là senza muoversi. Forse risentiva gli stessi sentimenti che
commuovevano me stessa!
Papà
durante tutta la festa, credo non si sia mai ricordato di me.
La
bellezza fulgida della vedova signora Rabbi, sai!... la superba
bionda altezzosa che tu non potevi soffrire, deve avergli fatto
girare il capo. Fatt'è che egli era tutto per lei e lei tutta
per lui solo. Gongolante, orgoglioso, egli la faceva ballare,
custodiva il suo ventaglio, era il segretario del suo carnet. Non
aveva occhi e attenzioni che per lei, che si lasciava corteggiare con
grazia altera, da regina usa agli omaggi, da dea che impone
adorazione.
Nel
vestito di raso color turchino smorto, scollata fino all'indecenza,
le magnifiche braccia nude, scintillante di pietre preziose, con uno
strascico da sovrana, la signora Rabbi era bella davvero; per certo
la più bella di tutte; la regina della festa, come si suol
dire.
Ti
ho scritto una letterona che non finisce più. E bada che ho
dormito poco. Dalle cinque alle dieci. Ci ho ancora gli occhi
imbambolati. Papà e la zia dormono ancora e chi sa quando si
alzeranno. Scommetto che il signor Del Pozzo è già
levato e fuori; forse a la fabbrica come di solito. Ciao, ciao,
carissima; non dimenticarmi.
Lucia.»
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