Il
signor Pippo Ferretti non tardò molto ad annunciare in
famiglia il suo matrimonio con la signora Rabbi; la bellissima e
gentile signora, che si era degnata di concedergli la sua mano.
Il
buon uomo era così felice, che non dubitava punto di rendere
anche gli altri felicissimi con la fausta notizia. Tanto è
vero, che disse la cosa senza titubanze, anzi con certi guizzi di
gioia negli occhi e certi sorrisi beati, che dicevano chiaro e tondo
come egli non avesse sentimento che per accogliere la sua
contentezza.
Finì
con raccomandare a la sorella e a la figliuola, che si trovassero
pronte il domani per la tal'ora, ch'egli aveva promesso a la signora
Rabbi di condurgliele per la prima visita doverosa.
Lucia,
alla comunicazione fatta con tanta leggerezza, anzi con un piacere
esclusivo che non ammetteva manco l'ombra d'un riguardo, manco un
piccolo slancio di tenerezza per lei, si sentì a tutta prima,
serrare il cuore come in una morsa. Ma fece violenza a sè
stessa per nascondere la mortificazione e il dolore, ed ebbe la forza
di sorridere dicendo quasi scherzosamente che quella non era per lei
una novità. Cosa questa che aumentò il buon umore del
babbo, il quale la chiamò birichina, furbetta, che capiva le
cose a volo. E si fregava le mani rivolgendosi a la sorella, la
quale, egli scommetteva, con i suoi anni e la sua esperienza, non
doveva essersi accorta di nulla. Per questo la notizia l'aveva
sbalordita che se ne stava lì come una statua senza trovare
una parola da dirgli.
Infatti,
la signora Marta, che non si aspettava così presto lo scoppio
della bomba, come diceva lei, era davvero restata lì come
intontita, e con gli occhi e l'atteggiamento della bocca, mostrava
tutt'altro che esultanza.
Ma
il signor Pippo Ferretti non era certo in condizione d'animo da
avvertire i sentimenti altrui. E quel giorno, durante tutto il tempo
del pranzo, parlò continuamente lui, in una smania di dire e
dire della bellezza a specialmente delle virtù della sposa.
Uscendo
subito dopo la solita toeletta, tornò a ripetere la
raccomandazione, che per il domani a la tal'ora, si trovassero tutte
due pronte per la visita.
Come
le altre sere, Lucia accompagnò il babbo fino su la soglia
della portineria e stette a vederlo allontanarsi svelto e
ringiovanito dalla felicità.
Un
senso di profonda, invincibile melanconia, turbò per un
momento l'animo della fanciulla.
«Nel
suo cuore - pensò - adesso il sentimento più forte non
è certo il paterno!... Oh mamma! - sospirò alzando gli
occhi al cielo stellato.
E
riparò nell'affetto della morta.
In
quel momento lo squillo del campanello annunciò visite.
«Le
sorelle Zolli, per certo! - disse fra sè Lucia, con un senso
di noia.
Ma
dietro le due ombre, quella sera ce n'era un'altra; ed era quella
d'un uomo.
Un
guizzo di speranza attraversò il cuore della fanciulla; ma fu
un rapido guizzo. La lampada pendente dal tettuccio della scala,
illuminò, subito dopo le figure allampanate delle sorelle
Zolli, la persona di Aldo Svarzi.
«Cosa
viene a far qui così spesso da un poco in qua, quel biondone
scipito? - si trovò a chiedersi Lucia, con un aggrottamento
delle ciglia che traduceva l'apparire d'un dubbio fastidioso, in sè
stessa.
Ma
al senso fastidioso, rispose con indifferenza. Venisse! che cosa
importava a lei?
Dal
salotto, aperto a l'aria tepida di primavera, venivano le voci
sommesse della zia, delle signore Zolli e del signor Svarzi; voci
monotone, senza intonazione, senza varietà d'accento, da gente
che parla per dire; che non dice per esprimere sentimenti e pensieri.
Entrò
anche lei, chiamata dalla convenienza. Come di solito, fu accolta dal
signor Aldo con atto e sorriso di piacere. Ella stese la mano che fu
tosto serrata con effusione e s'inchinò davanti alle sorelle
Zolli.
Prima
che avesse il tempo di mettersi a sedere, la zia la pregò che
facesse un po' di musica.
Lucia
si arrese tosto all'invito. La musica l'avrebbe dispensata dalla noia
di quella conversazione sbiadita. Passò nel salottino attiguo
a quello e il signor Svarzi la seguì. Zia Marta voleva sentire
il suono del piano a qualche distanza.
«È
un suono smorzato che riesce più soave! - diceva.
Fatt'è
che Lucia si trovò nel salottino sola con Aldo Svarzi; cosa
che la seccò, ma a la quale non avrebbe potuto mettere rimedio
senza usare uno sgarbo.
Aperse
su 'l leggio la prima musica che le capitò sotto mano; un
pezzo brillante, che ella suonò con foga un po' stizzosa,
sentendosi addosso lo sguardo del giovine.
Perchè
egli la guardava così intensamente?... Che cosa voleva da lei
quel signore?...
Gli
ultimi accordi del pezzo staccarono suoni aspri, stizziti.
«Brava!
- disse dal salotto zia Marta, che non capiva che la musica
fragorosa.
«Benissimo!
- fecero in coro le sorelle Zolli.
«Perfettamente
eseguito! - esclamò Svarzi, aprendo su 'l leggio un altra
musica tolta a caso; e la musica era una suonata di Beethowen.
«Questa
non piacerà che a me! - pensò Lucia con un senso di
piacere per la certezza di non essere capita dagli altri, che la
seccavano.
«Questa
musica - disse poi a Svarzi - è come un pallido chiarore di
luna su una landa deserta; cosa che non commuove tutti!
E
attaccò la musica sublime con raro sentimento di
interpretazione, dilettando l'animo suo, dimenticando,
dimenticandosi.
Il
signor Svarzi stava attento a voltare le pagine e, ogni tanto si
lasciava sfuggire un'esclamazione di lode.
Ma
Lucia non gli badava e tirava via a suonare per sé stessa.
Ad
un tratto la colpì una voce di là nel salotto. Smorzò
il suono e tese l'orecchio. Quella voce ella la conosceva. Arrossì
di dispetto. Doveva star lì a strimpellare con quello
spilungone dietro, che aveva l'aria d'essere autorizzato a farle la
corte!.. Ebbe voglia di chiudere il piano, di lanciare un'insolenza
allo Svarzi, di scappare da tutto e da tutti, di correre a chiudersi
in camera!
Troncò
il pezzo a mezzo, si alzò è passò di là
seguita dal signor Aldo.
L'ingegnere
Del Pozzo, già ritto, stava per congedarsi.
Lucia
vide i suoi occhi chiari fissarsi su lei con muta sorpresa, quasi con
interrogazione; le parve di indovinare un rimprovero in quello
sguardo; si sentì offesa, si irrigidì, rispose
freddamente, quasi altezzosamente all'ingegnere, e appena lui
partito, salutò la compagnia dicendosi stanca e si ritirò.
La
perseguitava quello sguardo di sorpresa e di muta interrogazione. Che
diritto aveva lui, il conte Anton Mario Del Pozzo, di meravigliarsi?
di chiedere?.. Non era forse padrona lei di fare quanto meglio le
piaceva?.. Gli doveva aver fatto senso quello scoprire ch'ella era
stata di là a fare della musica, tutta sola con il signor
Svarzi: questo gli doveva aver fatto senso; si capiva. Ma perché?..
Che cosa mai si poteva egli figurare?.. Che male c'era, in fin de'
conti, a stare per una mezz'ora a suonare il piano in un salottino
attiguo a quello ove era sua zia, in compagnia d'un giovinotto?...
«Perchè è addetto alla fabbrica e papà lo
chiama il suo braccio destro, si crede forse autorizzato a fare a me
da angelo custode?
«Io
voglio e posso fare quello che meglio mi piace; e se quello che piace
a me non va a genio a vossignoria, à chacun son goût,
signor conte Anton Mario del Pozzo! - pensò sdegnosamente.
In
fin de' conti se ella era andata di là a suonare con il signor
Svarzi, era stato tutto per la politica della zia; che lei s'era
subito seccata vedendosi seguita dal giovine; aveva sentita
l'irregolarità della cosa.
E
quella irregolarità era saltata subito agli occhi
dell'ingegnere.
«Avrà
pensato che mi lascio corteggiare da quel gommeux! - disse
arrossendo. - Mi avrà trovata leggera e vana come molte altre;
e questa forse non era l'opinione che aveva prima di me.
A
questo pensiero le scese in cuore un'angoscia amara; e insieme con
l'angoscia, un sentimento di dispetto verso lo Svarzi e verso la zia,
che se egli frequentava ormai la casa con troppa assiduità, la
colpa era tutta sua, che lo riceveva sempre con festa e lo invitava a
tornare presto, a venire di sovente, come un amico intimo. Ed egli
non se lo lasciava dire due volte. Ormai veniva quasi tutti i giorni
e faceva delle visitone. La gente non poteva certo pensare ch'egli
venisse per la zia; avrebbe pensato quello che era passato nella
mente dell'ingegnere del Pozzo.
«Se
ci fosse stata Lena, ciò non sarebbe avvenuto! - mormorò.
«Se
ci fosse stata la mamma, le cose sarebbero andate diversamente! -
disse in un sospiro.
Si
era spogliata; e avvolta nella vestaglia leggera, respirava l'aria
fresca della notte a la finestra aperta.
Con
gli occhi fissi ai mille lumi lontani che lucevano fantasticamente
attraverso le fronde del platano, ricordò che il domani
avrebbe dovuto andare a far visita a la signora Rabbi.
«Papà
è certo da lei, adesso! - pensò. - È là
che deve passare le lunghe serate; e quando egli è là,
non ricorda certo nè me, nè la povera mamma!
La
signora Rabbi sarebbe venuta in casa presto, per certo; e con lei
sarebbero entrati nel villino un lusso maggiore, il movimento, le
feste, bisognava rinunciare alle abitudini semplici e tranquille; a
la quiete. La casa sarebbe stata messa sossopra; tutto avrebbe dovuto
ubbidire ai gusti, forse ai capricci della nuova padrona.
E
lei? che sarebbe stato di lei?..
Già
si sentiva un inciampo fra suo padre e la sposa: lei, una ragazzona
di diciott'anni, che più non si poteva trattare da bimba,
davanti a la quale si avrebbero dovuto usare dei riguardi!..
Sarebbe
stata ottima cosa per suo padre e la sposa ch'ella lasciasse libero
il posto andando a marito.
Sicuro!
un bel matrimonio avrebbe accomodato tutto. Pur certo suo padre vi
doveva pensare; e forse anche la sposa. Forse tutti due sapevano
dell'assiduità dello Svarzi; forse questi già conosceva
le loro intenzioni; erano tutti d'accordo contro di lei.
«Scommetto
che quanto prima il signor Aldo mi fa la sua brava dichiarazione!...
Dirà che mi ama, che mi adora; che gli è bastato di
vedermi la prima volta perchè, pim pum!... il suo cuore fosse
colpito, ferito per sempre!... Dirà, che ha bisogno di me più
dell'aria che respira, più del pane che lo nutre!... che se io
non rispondessi al suo amore, guai! guai! guai!
«Stupido!
- mormorò a l'aria scura che la glicine in fiore profumava.
Le
parve davvero di vederselo dinnanzi in atteggiamento buffo da
innamorato, di sentire le sue esagerate espressioni; e ripetè:
Stupido!
Oh!
suo padre e la signora Rabbi potevano bene desiderarlo un matrimonio
che li liberasse di lei; potevano bene vagheggiare per genero il
ricco figlio del banchiere Svarzi!.. Ella non si sentiva di
sacrificare il proprio sentimento; questo no. Se non la volevano in
casa, sarebbe andata via; ma maritarsi per non esser loro
d'imbarazzo, questo no e poi no!..
Già,
avrebbero dovuto rassegnarsi; ella non aveva nessuna intenzione di
prendere marito; nessuna. Tant'è vero che i giovinotti che
l'avevano fino allora corteggiata, non le avevano inspirato manco il
più tenue sentimento.
«La
via del matrimonio dev'esser quella dell'amore! - bisbigliò. -
Due che uniscono le loro esistenze spinti dall'amore, sono nobili;
due che si sposano aspettando l'amore dal matrimonio sono calcolatori
volgari e tristi.
«E
se io non potrò unire la mia esistenza con quella d'una
persona che mi amasse ed io amassi, resterò zitella! -
concluse ritirandosi dalla finestra e chiudendo i vetri.
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