Allo
stabilmento, quel giorno, Lucia non era d'umore da tollerare le
occhiate, i susurri, i sorrisetti con cui veniva ricevuta da che si
sapeva del fallimento e più non si ammirava nè si
invidiava in lei l'ereditiera. Non volle sentirsi mortificata;
non volle rinchiudersi nell'avvilimento. Per un inesplicabile senso
di rivolta, quasi di sfida, volle invece apparire indifferente, anzi
non curante. Era forse dignitoso che ella mostrasse le sue angustie a
quella gente verso la quale non aveva nè vincoli nè
simpatia?... La sua anima aveva forse bisogno della compassione, e
magari del compatimento degli estranei?... Perchè non era più
la ricca signorina Ferretti, perchè era anzi quasi povera,
avrebbe dovuto tenersi in disparte, far pompa di inutile
accasciamento, vergognarsi quasi? Entrò a testa alta,
bellissima nel vestito scuro, il volto animato da interno
eccitamento, gli occhi sfolgoranti. Impose con il contegno, attirò
con il fascino della bellezza, della grazia, della disinvoltura.
Allo Svarzi, che le fu tosto vicino, come di solito, parlò
ridendo, celando l'ironia sotto la frase improntata a leggerezza,
mascherando le punture, le piccole insolenze con la leggiadria dello
spirito acuto e garbato. Così insolitamente tollerato,
lo Svarzi andava in solluchero; gli lucevano gli occhietti stupidi,
si impettiva, rimbeccava con freddure, pavoneggiandosi. Diventò
presto così melenso, così ridicolo, che Lucia ebbe
voglia di mortificarlo in mezzo a tutti con una frase piccante. Ma si
ricacciò in petto la frase insieme con la voglia; e per avere
un momento di respiro, sedette al piano e attaccò con bravura,
a memoria, un pezzo brillante. Si fece un improvviso silenzio
nel salotto. Tutti ascoltavano ammirati, strascinati da quella foga
allegra, che metteva il brio nei cuori. Ma ad un tratto la foga
scemò, il brio morì in un brusco cambiamento
d'espressione, in una interpretazione strana. Il pezzo pazzamente
allegro diventò triste; quasi marcia funebre piena di
singhiozzi, di gridi di dolore; il disfogo d'un'anima travagliata.
Molti s'erano fatti presso il pianoforte, sorpresi, commossi.
Con gli occhi aggrottati, il volto pallidissimo, Lucia adesso si
isolava; l'anima sua si trasfondeva nei suoni; e nei suoni ella
sentiva sè stessa con i suoi crucci, le sue care speranze
infrante, il suo dolore. Finì con un accordo che parve
uno strappo. Si alzò come trasognata; allo Svarzi che la
pregava di suonare ancora, rispose sgarbata, che ne aveva abbastanza.
Salutò la signora Marri e le amiche frettolosamente, e guizzò
via, inuggita della compagnia, smaniosa di solitudine. A pochi
passi dalla casa, Adele ed il suo fidanzato passeggiavano tenendosi
per mano. Come ella passò loro d'innanzi, il servitore
di poco tempo prima lasciò la mano della sposa, si tolse il
cappello, e, impettito, salutò con il solito rispetto. Adele
le sorrise arrossendo un poco. «Sono contenti! - pensò
Lucia, ricambiando gentilmente il saluto - non fa bisogno di essere
ricchi per amarsi ed essere felici! «È però
necessario che ci sia la stima! - soggiunse con un sospiro. In
vece di entrare in casa, si mise nel sentieruolo che saliva su 'l
poggio, e guidava, fra due filari di pini, al cimitero. «Vado
a trovare la povera mamma! - si rivolse a dire a Adele. Il
cimitero, piccolo, modesto, senza lusso d'ornamenti, con una sola
cappella mortuaria che raccoglieva le ossa degli avi, dei nonni e
della mamma di Lucia, qualche croce arruginita sorgente fra le
erbe4 alte, qualche angioletto di ferro dipinto indicante la
tomba d'un bimbo, e cippi, alcuni spogli5, sepolti nel verde,
altri adorni di ghirlandine di fiori freschi o circondati da brevi
aiuole coltivate, era messo di sghembo6 su la costa del
poggio7, riparato dal sole che vi batteva in pieno da un
folto di piante che si innalzavano lungo il muricciolo di cinta.
Lucia vi giunse in pochi minuti. Al cigolio del cancello di ferro,
che stentava ad aprirsi, frullò dalla pianta vicina, una
capinera, che andò a posarsi un istante sopra il tetto della
cappella, poi spiegò il volo alto. Il piccolo viale era
ingombro di erba che conveniva acciaccare per percorrerlo. Nell'erba
era un guizzare di lucertole, un rincorrersi d'insetti, un fremere di
vita fra le tombe dei morti; un monotono, flebile suono di zizzio e
stridio, e susurro, che rompeva il silenzio senza disturbarlo.
Lucia si guardava intorno; ricordava persone conosciute nei nomi
scolpiti nei cippi e nelle croci. Quanti non erano morti dalla sua
infanzia in poi! Si fermò dinanzi a una colonnetta
spezzata di marmo bianco, che portava il nome di «Anna
Ladini.» «Aveva vent'anni quando la tisi la
distrusse! - pensò; e pregò per l'anima della fanciulla
che aveva veduta fiorente di salute, forte al lavoro, felice.
Una bruna pietra orizzontale, ricinta da una siepe di mortella,
segnava la tomba di Marina del fabbro, morta di dolore per
l'abbandono del marito. Una croce pendente indicava il posto
ove riposavano le spoglie di Bista, l'affittaiuolo che era morto solo
invocando i figli sparsi per il mondo. Lì sotto un
rosaio incolto, bianco di fiori, giaceva Carolina del fornaio, sua
compagna d'infanzia, che il mare aveva buttata a riva annegata, dopo
una tempesta. Più in là, sotto un capannuccio
coperto di madreselva, consumavano i resti di Rosa, la vedova che
aveva lasciati orfani sei figli. «Si soffre tanto, si
passa per ogni sorta di pene, per poi finire così, al
cimitero!... Che mette conto di affannarsi per una vita così
breve? Era entrata nella cappella, fredda in confronto
dell'aria esterna, illuminata dalla luce rossastra che pioveva
passando attraverso i vetri delle alte finestrette. Vi ora un odore
morto di rinchiuso e di fiori appassiti. Lucia si inginocchiò.
Ma in vece di pregare come soleva, quel giorno si ritrovò a
monologare senza avvedersene. Dov'era lo spirito dei morti?...
si staccava dalle persone che aveva amate in terra?... le
dimenticava?... o pure vive con noi, d'una vita che i nostri sensi
imperfetti non possono sentire?... vita confusa, misteriosa, che
forse si rivela nelle nostre aspirazioni, nei vaneggiamenti, nei
sogni! Hanno i morti pietà delle nostre debolezze, dei
nostri dolori? O sono severi della severità di chi più
non lotta con la materia e più non può comprendere la
miseria delle creature? Fra questo mondo e l'altro c'è
un invisibile legame, o pure una inesorabile rottura?...
«Mamma!... mi sei tu vicina con lo spirito o io ti invoco in
vano? - susurrò la fanciulla tremante di dubbio, con in cuore
un immenso desiderio di fede, di protezione e conforto. Si
raccolse; volle scacciare da sè la superba titubanza, che la
scoraggiava e desolava. No; non era possibile, che dopo tanta
tenerezza, la mamma sua l'avesse lasciata sola su la terra!...
Il suo spirito le stava vicino sempre; esso le susurrava al cuore
suggerimenti buoni e santi; le dava la forza di sopportare il dolore
e le delusioni, la confortava a sperare, la compativa. «No,
mamma!... fra te e me non è spezzato il vincolo d'amore!...
non può essere!... Dio non lo permetterebbe!... stammi vicina,
mamma! proteggimi, mamma! Una tenerezza di pianto le strappava
le lagrime mentre l'anima accoglieva un soave senso di fiducia e si
chetava nella sicurezza dell'amore, della protezione materna.
Quando uscì dal cimitero, il sole s'era ritirato nel brusco
tramonto, segnando una riga di fuoco giù, in lontananza, nel
punto che il cielo pare si abbassi a congiungersi con il mare.
Quella sera a cena, non prese cibo; le ripugnava; sentiva la testa
pesa; un gran desiderio di riposo. Andò a letto che la
sera non era ancora calata. Si tirò su a sedere, lasciò
andare la testa sui guanciali. Gli ultimi bagliori staccavano
spiccati i paesaggi, le scene, le figurette della vecchia, bizzarra
tappezzeria. Ogni paesaggio, ogni scena, ogni figuretta le
ridestava nell'animo un ricordo; la tuffava nel passato. Quante
volte, nella sua infanzia, ella non si era ritrovata ad animare con
la fantasia le figure dai colori vivaci e dalle linee inverosimili e
spesso ridicole che adornavano le pareti di quella cameretta! C'era
una nevicata su la costa della montagna con una capannuccia quasi
sepolta nella neve e due fanciulli a poca distanza, che le ricordava
tutta una storia di miseria, di sventura, di eroismo; storia di
poveri montanari sopraffatti da valanghe, lottanti con frane e gelo.
C'era una nave nel mare burrascoso con passeggieri e marinai in
atteggiamenti disperati, che le risvegliavano8 in cuore
l'antica pietà per i naufraghi immaginari; c'erano antri con
bestie favolose, villaggi abbattuti da terremoto, graziosi angoli
verdi con gente tranquillamente raccolta. Poveri sgorbi che per lei
si animavano interessandole il sentimento e la fantasia. Era stata la
mamma, che durante i lunghi giorni di piova o le brevi malattie della
sua infanzia, l'aveva le tante e tante volte intrattenuta illustrando
con semplici racconti e descrizioni le figure della vecchia
tappezzeria. Il ricordo dell'affetto materno, caldo, previdente,
ingegnoso, le faceva sentire più amaro il suo presente di
fanciulla quasi abbandonata a sè stessa. Si commosse nella
pietà di sè, fu presa d'inquietitudine, sentì
che non poteva dormire, sgusciò dal letto e si fece a la
finestra così com'era, avvolta nella lunga camicia da notte.
La
notte era chiara, che ci si vedeva come di pieno giorno; le alte
scogliere che stavano ai lati della casetta, fantastiche nel
bagliore, si sarebbero dette immani mostri accucciati nell'onda. Il
mare appena agitato dalle onde morte, pareva dormisse sotto le
stelle. Nell'aria della notte limpida, si spandevano acutamente gli
odori forti delle alghe, i soavi profumi delle gaggie, dei gelsomini,
e magnolie e reseda.
Lucia
si abbandonò al piacere di respirare liberamente l'aria
profumata. Il riposo dello spettacolo che le si spiegava dinanzi, la
calmò come un bagno fresco. L'agitazione silenziosa delle
bestie che si svegliano durante la notte nascondendo al sole la loro
oscura esistenza, le accarezzava l'orecchio di rumori indistinti.
Nel
molle bagliore della notte, Lucia sentì corrersi nel sangue
fremiti di speranza e di fiducia come se una affinità
misteriosa l'unisse a quella poesia vivente.
Rimase
a fantasticare senza saperlo, finchè l'aria si fece frizzante
e fu costretta a chiudere i vetri ed a cacciarsi sotto le coltri.
Dormì
poco. Verso oriente, l'orizzonte impallidiva nella luce smorta del
mattino, quando ella si svegliò.
Un
gallo buttò il suo canto nell'aria; un altro gli rispose a
distanza; fu in breve un concerto di voci rauche e acute e
nell'immensa vôlta del cielo, che andava insensibilmente
biancheggiando, le stelle illanguidivano e sparivano.
Gli
uccelli cominciarono a pipillare, poi a chiamarsi con pigolii, in
fine a volare fra le piante e gli scogli con garriti e trilli e
gorgheggi.
Dalla
finestra di fianco al suo letto, Lucia stette a vedere le nuvole
rosee che gettavano su 'l mare una luce fantastica, finchè,
lentamente, il sole, sfolgorante, grandioso, illuminò
maestosamente il mare, i monti, in distanza; ogni cosa.
Lucia
si alzò; si vestì e pensò che l'Autore di tanto
cose sublimi, non avrebbe potuto permettere che nel suo cuore fosse
spenta ogni luce di speranza.
*
* *
|