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| Anna Vertua Gentile Il romanzo d'una signorina per bene IntraText CT - Lettura del testo |
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Nel salottino d'angolo, con due porte a vetri aperte su 'l giardino, nella penombra dei tendoni abbassati, Lucia leggeva Fogazzaro nel Piccolo Mondo Antico; lo leggeva per la quarta volta e adesso le piaceva ancora più di prima come accade delle cose per davvero belle e care che più si conoscono e più si amano. Era al punto in cui la povera Ombretta, tratta dall'acqua, giaceva morente; punto sublime di naturalezza, che bisogna piangere leggendo. E Lucia commossa, si sentiva inumidire gli occhi, quando su l'uscio del salottino comparve Adele ad annunciare una visita. «È la sorella del povero Cecchino! - disse, introducendo una giovine donna piccoletta, aggraziata tutta in nero, con un fitto velo su 'l cappello. Lucia scattò dalla poltroncina e strinse le mani a la giovine facendosela sedere presso. «Sono venuta a ringraziarla prima di entrare in convento! - disse la giovine con accento commosso. - Ci vado domani, e sono così contenta!... È Cecchino che ha pregato per me!... E lei è l'angelo del Signore mandato in mio soccorso! Le afferrò la mano e se l'accostò a le labbra, baciandola. Presa a l'imprevista, Lucia, già un po' eccitata dalla lettura, non potè frenare un singhiozzo. Sorpresa, la giovine alzò il velo scoprendo un viso bianco, soave, e commossa, con gli occhi velati, uscì a parlare a frasi tronche, l'accento concitato. Oh ell'era davvero un angelo!... Ella capiva; ella non sentiva disprezzo ma pietà!... sì, sì; bisognava essere passati per molti guai; bisognava aver percorsa una via ben penosa, ben irta di spine, per giungere a non desiderare altro che il convento, a vent'anni!... E lei lo desiderava tanto!... Sentiva proprio nell'anima la voce di Dio che la chiamava! «Dio - disse con certa solennità - è grande e buono; accoglie e conforta chi ha errato per necessità, per abbandono di tutti! «Sa, signorina? - soggiunse cambiando tono, con una nota amara nella voce. - Prima di cedere..... di cadere..... le ho tentate tutte. Mi sono offerta come bambinaia, come cameriera, come operaia!... Nessuno mi ha accettata! E il povero Cecchino aveva fame e io non potevo più frequentare la sartoria perchè non avevo scarpe nè vestito!... C'è più indulgenza, c'è maggiore generosità nei conventi!... E la vita dell'infermiera è la via della abnegazione e della pietà!... È la via del Paradiso ove è Cecchino e dove io lo raggiungerò... Che il Signore la benedica, signorina! In così dire, si era alzata per congedarsi. Lucia frugò in fretta in un tiretto del tavolino e ne tolse una crocetta d'oro appesa a una minuta catenella pure d'oro. La passò al collo della giovine, e baciandola, le disse: «In ricordo di me; e quando ci sarà la vestizione, fatemi avvertita! La giovine baciò la crocetta prima di nasconderla in seno, abbassò il velo su 'l volto, salutò intenerita, e uscì. «È più felice di me! - esclamò Lucia sedendo al piano e suonando la musica aperta su 'l leggio; una marcia funebre di Chopin, che era tutta un singhiozzo. Più felice di lei?... Perché?... Che cosa le mancava a lei?... Aveva ella forse sofferto la fame, l'ingiustizia, l'abbandono?.. Nel suo cuore era forse lo schianto per la morte di un unico fratello, travolto da una cinghia brutale?.. Perchè le usciva quell'esclamazione a lei, ricca, amata, ricercata? Il perchè lo dicevano a l'anima sua le note di Chopin. Nessun altro al mondo doveva, poteva saperlo!... Fatto è ch'ella non si sentiva punto, punto felice; tutt'altro!.. e che nel fondo del cuore invidiava melanconicamente a la sorte della sorella di Cecchino. Zia Marta venne in quel punto a cercarla. Che cosa faceva lì rinchiusa per delle ore che ella era costretta a inuggirsi nella solitudine?... Che gusto era il suo di suonare roba da mortorio e di suonare per suo conto, quando nessuno la poteva sentire nè applaudire? Lucia stentò a non rispondere con qualche vivacità. O non poteva suonare quello che meglio le piaceva?... E poi, che cosa le importava a lei, di essere sentita? applaudita? suonava per proprio conto, lei, per sentire il linguaggio dell'anima sua che si traduceva nella interpretazione dei suoni. Ma..... tanto la zia, certe cose non le poteva capire; e non metteva conto contrariarla. Chiuse il piano e seguì di là la zia, che si rimise al telaio: ricamava, da mesi, un cuscino da divano, a tinte scialbe, autunnali, stanche; tinte che sopprimono la primavera e la giovinezza; gusti da gente che più non sente la serena poesia dei colori smaglianti; che più non ha occhi, nè desideri, nè aspirazioni che per le cose e i sentimenti sbiaditi, nati vecchi. Lucia si buttò in una poltroncina a sdraio e prese dal tavolino lì presso un libro nuovo, uno degli ultimi usciti e mandato a casa giusto quello stesso giorno dall'editore. Ella leggeva tutto adesso che Lena non era più lì a sceglierle i libri convenienti. E siccome a casa ne venivano a pacchi, ella aveva da sbizzarrirsi a sua voglia. Buono però, che in quel ginepraio di letture svariatissime e non sempre morali, Lucia non smarriva mai il suo retto buon senso. Natura positiva più tosto che immaginosa, ella rilevava subito la falsità dei caratteri, l'esagerazione delle passioni, e non ne rimaneva turbata. Leggendo, aveva imparato a farsi questa domanda: «Nella vita che io conosco succede davvero così?» E siccome nella vita che ella conosceva, non succedeva così, ella tirava via a leggere come di panzane, di cose a fatto fantasiose. Così che le letture, per quanto disordinate, non toccavano nè alteravano per nulla la tranquillità della sua anima. «Se tu leggi, è come se non fossi qui! - uscì a dire zia Marta, dopo un poco. Lucia chiuse il libro e prese in mano il lavoro, mettendosi di fronte a la zia, che la vedesse, che conversasse a sua voglia. Oh la zia aveva sempre voglia di chiacchierare!.. Quel giorno poi sentiva un vero bisogno, quasi il dovere di conversare intimamente con la nipote, la quale pareva non si accorgesse di nulla, non sospettasse manco per ombra la sorpresa che le si andava preparando. Oh una sgradevole sorpresa, prima di tutto per lei, povera signora che ormai aveva preso le redini della casa e le piaceva di reggerle; poi per quella fanciulla, che... che... Dio sa se si sarebbe adattata, se avrebbe sopportato in santa pace, l'avvenimento ormai da tutti previsto!.. Era strano, come mai Lucia, con la sua intelligenza, con la sua finezza, non si fosse fino allora accorta di nulla!.. E proprio, non si era accorta di nulla; tanto che, toccava a lei a illuminarla. Ciò ch'ella aveva pensato di fare già parecchie volte senza riuscir mai. Per non entrare in campo lì per lì, come una bomba, zia Marta prese l'aire di lontano, cominciando con chiedere notizie della signora Lena, informandosi del tempo che aveva lasciata la casa per entrare in collegio. «È andata via che sarà giusto un anno! - rispose Lucia con un sospiro di rincrescimento. «Ed è andata via perchè sono venuta io; come, probabilmente, a me toccherà di andarmene per lasciare il posto a un'altra. Lucia levò gli occhi dal lavoro e li fisò in volto a la zia con sorpresa e interrogazione. «Il tuo papà è ancora giovine, lo sai! «Ha cinquant'anni! - rispose Lucia pronunciando quel numero con serietà rispettosa, come se avesse detto ottant'anni. «Cinquant'anni non sono molti per un uomo; non sono moltissimi nè pure per una donna; e... «E... che cosa? Lucia cominciava a risentire una vaga inquietudine. «E... insomma: a quell'età, un uomo ben conservato e in ottima posizione, può avere ancora qualche capriccio, e qualcuna anche lo può risentire per lui! «Ah!.. La signora Rabbi! - saltò su Lucia, comprendendo lì per lì. Era scattata ritta, e tutta pallida, mormorò: «Papà è innamorato della signora Rabbi e la vuole sposare! Zia Marta volle persuaderla, che nulla era ancora definitivamente deciso; che fino allora non si trattava che di induzioni, di dicerie. Papà non aveva ancora manifestate a lei le sue intenzioni; e l'avrebbe fatto, se avesse davvero preso una decisione; se non altro per un riguardo a la sorella maggiore. Per riguardo ed anche per lasciarle il tempo necessario di affittare un piccolo appartamento ove vivere sola, poichè per certo, ella non avrebbe voluto vivere con la cognata. E lei, Lucia, la figliuola fino allora unicamente amata, pensava forse di star lì una volta che suo padre si fosse riammogliato? «Non potrei lasciare la casa di mio padre per la ragione ch'egli facesse ciò che è in suo diritto di fare! - rispose un po' seccamente la fanciulla. Ma soggiunse tosto, riaddolcendo l'accento: «In ogni modo, ti ringrazio zia, d'avermi aperti gli occhi. Mi abituerò poco a poco a l'idea di non avere più il babbo unicamente per me e di vivere con una matrigna. L'idea della matrigna, rievocò nel suo cuore l'immagine della mamma che vi stava scolpita; si sentì bollire dentro la commozione e per non farsi vedere a piangere, uscì per riparare nella solitudine e nella libertà della sua camera. Wise, cui la signora Marta, proibiva di entrare in salotto, da l'anticamera, ove era accucciato, seguì la padroncina, e come la vide buttarsi su 'l piccolo divano e quivi dare nello schianto, con un guaito espressivo, sedette su le zampe di dietro e le pose in grembo il bel testone fissandola con gli occhi mesti. Oh l'amico delle ore di sconforto!... l'unico amico ormai, poichè Lena più non era lì. Lo accarezzò dicendogli in un bisbiglio, fra il docciare dei lagrimoni, l'amarezza, la pena della sua anima. Papà, il suo papà, la lasciava!... Oh sì, sì, la lasciava!.. La signora Rabbi era troppo, troppo bella e attraente per non staccare il suo babbo da qualunque altro affetto, da qualunque altra cura!... Già, era da qualche tempo, ch'egli più non aveva per lei, la sua unica figliuola, l'affezione esclusiva, le premure di prima!... La vera causa del cambiamento, adesso la conosceva. Fra lei e il suo papà era sorta l'alta, altera figura d'una donna ancora giovine e bellissima. La rivide, con il pensiero, come l'aveva veduta la sera del ballo; superba nel vestito di raso di colore turchino pallido, con la scollatura ardita, le braccia completamente nude, scintillante di pietre preziose che le adornavano il collo candido e i capelli d'un biondo caldo, a riflessi metallici. Il suo papà non l'aveva lasciata un momento durante tutta la festa. Come mai ella non aveva indovinato nulla?... Ora li rivedeva insieme, ballare le quadriglie, recare confusione nella grande chaine nei movimenti a gauche e a droite. Li rivedeva passeggiare per le sale fra un ballo e l'altro, andare insieme al buffet, sedere sempre vicini. «Che stupida sono stata a non accorgermi di nulla! - disse a mezza voce. E al cane, che guaì al suono di quelle parole, soggiunse, non smettendo di accarezzarlo: «Non è vero, Wise, che sono stata una stupida? Il cane gemette fregando il muso contro le sue ginocchia: «No, non stupida! - pareva volesse dire - ma troppo ingenua, troppo fidente, troppo.... occupata d'altro! Occupata d'altro!... Anche dall'anima sua sorgeva questa voce come un'accusa. In fatti, la notte del ballo, ell'era stata occupata ben d'altro che di suo padre!... Si sentì arrossire; un'onda di sconforto le sconvolse il cuore. Pensò con un sentimento di biasimo a Lena che l'aveva lasciata proprio quando ella avrebbe avuto tanto bisogno d'averla vicina; alzò gli occhi al ritratto della mamma, che pendeva dalla parete. Oh se ci fosse stata la sua mamma!... Ella le avrebbe letto in cuore; con la simpatia dell'affetto vero e profondo, l'avrebbe aiutata a veder chiaro nei propri sentimenti, l'avrebbe almeno confortata. In vece non aveva nessuno; nessuno che si occupasse seriamente, amorosamente di lei. Si sentiva sola in mezzo al lusso di quella casa che era la sua; le mancavano d'intorno l'affetto, la confidenza. Dopo la mamma, nessuno l'aveva amata con la tenerezza che rende capaci di qualche sacrificio. Lena l'aveva abbandonata piuttosto di infliggere un'immaginaria offesa al suo orgoglio. In quanto al suo papà, sarebbe stato una pazzia crederlo capace di sacrificare la passione per quella signora, a l'unica figlia che più non aveva che lui! «Wise! povero Wise! tu solo mi vuoi bene davvero! - sospirò, chinandosi su la testa del cane, che finì per posarle in grembo anche le zampe anteriori. Pensò con un sorriso ironico, alle dichiarazioni amorose dei vagheggini che le stavano intorno; ricordò con una spallucciata che voleva dire incredulità e indifferenza, i loro sguardi espressivi, le strette di mano, le paroline buttate là in un susurro. E sorrise fra le lagrime a la bestia fedele: «Tu solo mi vuoi bene davvero, povero Wise! Ma questa persuasione di non essere amata che dal cane fedele, le fece correre nel sangue un fremito di rivolta, come quando uno si sente vittima d'un'ingiustizia. «Che cosa importa essere o non essere amati? - mormorò con un tristo bagliore negli occhi. - Tutto sta nell'adattarsi al proprio destino!... Il mio è forse quello di stordirmi nei divertimenti; di godere; di destare invidia e gelosia. Voglio fare anch'io come molte altre!... Guazzare nel lusso, nello sfarzo, nei piaceri!... Si era alzata e si teneva ritta dinanzi al ritratto della mamma. Era la luce del crepuscolo, erano i suoi occhi, che le facevano2 trovare su 'l volto dolcissimo della madre, una espressione di dolore e di rimprovero insieme?... Quei begli occhi neri, grandi, vellutati, la fissavano con uno sguardo che le scendeva in cuore, commovendola, scacciandone ogni proposito folle, riempiendola di un desiderio puro e santo. «Perchè non pensi a Dio?... perchè non innalzi il tuo sentimento a lui, come fece la sorella del povero Cecchino? Questo dicevano gli occhi belli; questo pareva mormorare quella bocca mesta, da creatura pensosa. Lucia si buttò in ginocchio dinanzi al ritratto, e giungendo le mani, promise a la mamma sua, che non si sarebbe smarrita nell'isolamento doloroso in cui tutti la lasciavano, che non avrebbe cercato conforto in cose indegne di lei che era figlia di una santa; che avrebbe innalzati cuore e mente là ove ella era e guardava e benediva a la sua figliuola!... «Te lo prometto, mamma! te lo prometto! - mormorò a mani giunte. Uscì di camera con l'animo alleggerito, e al cane che le scodinzolava intorno festoso, fece segno che la precedesse per lo scalone. Passò dinanzi a la camera del babbo, aperta. Vi entrò come faceva spesso, per vedere se tutto era in ordine. Su la piccola scrivania, messa d'angolo, fra due finestre, vide, per la prima volta, in ricca cornice, la fotografia della signora Rabbi, in toeletta di ballo. Sussultò: un livido guizzo di gelosia per sè e per la mamma morta, le alterò l'anima. Ma fu un attimo. Ritornò tosto in pace con sè, con tutti! Poi che aveva dimenticato la soave compagna della sua giovinezza, la madre della sua unica figliuola, il suo papà aveva diritto di riammogliarsi quando e con chi voleva. Giù, in salotto, zia Marta aveva una visita. C'era il signor Aldo Svarzi, che, da un poco, capitava spesso e si intratteneva a lungo con la signora Marta, che era amica di sua madre. A la vista di Lucia, il giovine si alzò, inchinandosi con atto inappuntabile, da persona che si fa un dovere di seguire l'ultima moda. «Stava a punto per mandarti a chiamare! - le disse la zia - Dove sei stata fino adesso, che sei sgusciata via tutt'a un tratto?... Il signor Aldo desiderava salutarti! Che lo desiderasse non c'era dubbio. Glielo si leggeva in volto; lo attestava il suo sorriso fatuo. Lucia si disse riconoscente a la gentilezza del signor Svarzi. Solo le spiaceva di non poter godere della sua compagnia; doveva uscire subito subito. La zia volle porre un ostacolo a quell'uscita che contrariava i suoi disegni e disse che Adele non avrebbe potuto accompagnarla. «Esco con Wise! - rispose la fanciulla, salutando con garbo che tradiva una certa impazienza. Il giorno era agli ultimi bagliori; ma in casa non si pranzava mai prima delle venti. Aveva tempo di fare un giro nel parco. Sentiva bisogno d'una boccata d'aria aperta, di sgranchirsi in mezzo al verde, di ritrovarsi fuori, sola con i propri sentimenti. Wise, felice, si lasciò adattare la musaruola lambendo la mano della padroncina. E tutti due infilarono il viale che si apriva subito al di là del giardino della villetta. Le piante frusciavano le vette nel rosso tramonto; i passeri cinguettavano rumorosamente appollaiandosi; alcune balie con i bimbi in collo o a mano rincasavano; le mammine in ritardo si affrettavano al ritorno con i piccini saltellanti. Su una panchina, a sedere con le mani su le ginocchia e il capo supino, un vecchio dal barbone bianco, guardava nel vuoto. Wise gli corse dinanzi abbaiando. Il povero guardò, stese timidamente la mano a la signorina, che gli diede la moneta del suo borsellino. «Grazie! pregherò per lei! - piagnucolò il vecchio, sorpreso a la carità di quelle monete, fra cui erano due venti centesimi di nikel. «Sì, pregate! - gli rispose Lucia salutandolo del capo. Dalla Chiesa del Corpus Domine, al di là di Porta Sempione, venivano i rintocchi dell'Ave Maria, che si diffondevano nell'aria come un invito a pensare al cielo. Il fischio della fabbrica sibilò la sua nota acuta. Era finita la giornata di lavoro; gli operai tornavano alle loro case; in famiglia. Lucia si rivolse a guardare. Primo ad uscire fu un signore alto e svelto, che prese frettolosamente a camminare a quella volta. Ella lo riconobbe e si sentì arrossire mentre infilava un viottoletto, fra i prati. Lo riconobbe anche Wise, che non svoltò, ma gli corse incontro abbaiando festoso. «Wise! qua! - ordinò Lucia rivolgendosi. E vide, a due passi, l'ingegnere Del Pozzo, che la guardava, forse un po' stupito di trovarla a quell'ora, lì sola con il cane. Si era fermato e l'avvolgeva del suo sguardo profondo, pieno di misteriosa espressione; quello sguardo che la fanciulla non poteva sostenere senza sentirsi stranamente commossa. «Buona sera! - la salutò toccandosi il cappello. «Buona sera! - balbettò Lucia. E si rivolse per tirar via nel viottolo. Il cane seguì per un piccolo tratto l'ingegnere abbaiando e saltellando; poi tornò presso la padroncina. «Non voglio levar gli occhi per un poco; fin che egli non abbia scantonato - pensava intanto Lucia. Ma proprio in quel momento, come attratta da forza ignota, superiore a la sua volontà, i suoi occhi si rivolsero e si incontrarono in quelli del giovine che pure in quel punto si era voltato. «Che proprio si tratti di fascino? - pensò la fanciulla, sentendosi scottare la faccia e il collo da una vampata, che veniva da malcontento di sé, da ribellione impotente contro la propria volontà. Al rosso tramonto era successo il bagliore mesto della prima sera. Dai prati si sollevava un vapore tenue, d'un bianco cenerognolo; le piante, scosse dalla brezza, frusciavano le vette nella semi-luce; il parco si andava facendo sempre più deserto; il brusio della città, arrivava attutito dalla distanza. Lucia affrettò il passo verso casa. Al grande, doloroso turbamento recato a l'anima sua dalla inaspettata notizia del matrimonio del padre, era successa una mite rassegnazione, e una indefinibile soave speranza, che strappava il suo sentimento dalle angosce per innalzarlo su su, presso la mamma sua, che lo custodisse e lo proteggesse come una cosa pura e santa.
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p. - 2 Nell'originale "facevono". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]
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