L'autunno s'era annunciato con
l'aria grigia e certe folate di aria fredda ed umida che staccavano le ultime
foglie dalle piante, tappezzando il suolo di un tappeto color di ruggine.
Quel giorno, dopo una mattina di pioggiarella
minuta e continua, un raggio di sole sbucava fra i nuvoloni e mandava una luce
incerta sul giardino di Carlo.
Egli era nel suo studiolo fino da bruzzolo, con
i gomiti puntati su la scrivania e la testa fra le mani. Gli stava spiegata
dinanzi una lettera di parecchie pagine, che egli aveva letto e riletto e
pareva studiare con attenzione. Per certo, quella lettera gli aveva dovuto
recare dolore, a giudicare dalla sua aria abbattuta, dai suoi occhi rossi e gonfi.
Il sole che andò improvvisamente a battergli in
volto, lo scosse; si guardò in tondo; si alzò, piegò la lettera e passò in
camera da letto a vestirsi per uscire.
Apparve pochi minuti dopo, stretto nella maglia
nera con pantaloni corti fino al ginocchio di color cenere, calze lunghe, nere,
in testa un berretto bianco. Uscì in giardino, montò sulla bicicletta, e via.
Maddalena, la cuoca, fu appena in tempo di
chiedergli se tornava a desinare.
– Senza dubbio! – rispose il giovine. E via per
la strada maestra, fuori di città.
Si fermò dinanzi al cancello di una bella villa;
suonò; gli fu aperto; andò dentro.
– Oh Carlo! – lo salutò una fanciulla,
correndogli incontro. Gli fissò in volto gli occhi grigi, le morì il sorriso su
la bocca e chiese:
– Che è?...
Dalla cera del giovine aveva capito che gli
doveva esser capitato qualche cosa, forse un guaio.
Era davvero un grosso guaio.
Senza nulla rispondere, perchè a vedere la
fanciulla il povero giovine si era subito sentito serrare alla gola, egli,
appoggiata la bicicletta ad un albero, la condusse in un folto di piante, e
prendendole tutte due le mani mormorò: – È una disgrazia!... una grossa
disgrazia!
E raccontò.
Aveva ricevuto lettere dal babbo che da un anno
aveva dovuto ritornare in America, chiamato dall'ingegnere che sopraintendeva
a' suoi affari.
Il fallimento temuto era successo; la ruina era
completa. Il babbo scriveva che per allora non poteva tornare; era necessario
si fermasse per cercare di salvare dalla ruina almeno il necessario per vivere.
Levò la lettera dal taschino della cintura e
lesse i passi più importanti, fino là dove il pover'uomo, nel parossismo del
dolore, scriveva: «Ora non piango più la morte della tua santa madre; se n'è
andata in tempo!»
– E tu? – fece la fanciulla, mentre Carlo ripiegava
tristamente la lettera. – E tu?
Egli rispose alzando le spalle. Non metteva
conto di pensare a lui. Era giovine e forte lui; avrebbe lavorato come tanti
altri. Quello che lo tribulava era il pensiero del padre, abituato alla vita di
gran signore, già infiacchito dal dolore per la morte della moglie ed ora
avvilito dal crollo della sua fortuna.
– Oh povero babbo! povero babbo! – uscì ad
esclamare il giovine, violentandosi per non piangere.
Commossa e pallida la fanciulla lo guardava
senza poter parlare.
Pensava che ella era ricca e che se non fosse
stata minorenne, avrebbe potuto riparare in parte alla disgrazia dell'amico
suo. Ma aveva diciotto anni e dipendeva dal tutore, poichè era orfana. E il suo
tutore era l'uomo più arcigno e duro che si potesse dare. O non teneva a
stecchetto anche lei?...
Non poteva far altro che tentare di consolare il
suo amico d'infanzia e lo fece con affettuose parole, con fraterno interesse,
con le lagrime agli occhi, che dicevano tutta la sua angoscia.
Si erano messi a sedere su una panchina greggia;
Carlo e Carla erano cresciuti insieme. Erano andati insieme alle scuole
elementari, quindi al Ginnasio e al Liceo, lei di due anni indietro di lui
negli studi; ora frequentava l'Università, nella Facoltà di filosofia e
lettere.
Carlo si era dato allo studio delle lettere per
passione e aveva fatto il terzo corso; Carla si era data a quello studio per il
piacere di stare con lui, e aveva finito il primo anno. E andavano a scuola
insieme come fratello e sorella.
Finchè era vissuta l'ottima mamma di Carlo,
Carla passava parte del giorno e le serate in casa dell'amico.
Ma morta la buona, gentile signora, che era
stata l'amica della mamma della fanciulla, questa aveva dovuto rinunciare al
piacere di andare in casa di Carlo. Ed ora era lui che si recava a vederla.
In città avevano le case vicine muro a muro, e i
giardini non erano divisi che da un cancello.
Nei mesi d'estate, la fanciulla viveva in quella
villa a pochi chilometri dalla città.
Dopo la morte della mamma, Carlo non era più
tornato nella palazzina sul lago ove la povera cara si era ammalata.
Ed ora che il babbo gli era lontano, non si
scostava dalla città per non allontanarsi da Carla.
– Potrò io continuare a studiare? – chiese ad un
tratto il giovine, come parlando fra sè.
Carla lo rassicurò. Per certo egli avrebbe
seguitato a studiare; non gli mancava che un anno!... Poi sarebbe stato
professore... gli avrebbero dato un posto; sarebbe bastato a sè ed al padre. Oh
non bisognava scoraggiarsi!... Anche lei sarebbe stata professoressa fra tre
anni e... avrebbero lavorato insieme, fino a che, fino a che... Ella era minore
di lui; fra tre anni sarebbe stata maggiorenne, e allora!... allora!...
Un vivo rossore salì alla fronte del giovine al
ricordo del bel sogno fatto insieme fino dall'infanzia e insieme
vagheggiato!...
– Adesso io sono povero! – susurrò con dolore e
orgoglio che dicevano mille cose e che fecero impallidire Carla.
Ella gli si rizzò davanti, bella nella figurina
alta e sottile, nell'espressione del volto irregolare ma graziosissimo, con la
tinta bruna, i capelli neri riccioluti, il nasino corto, la bocca grande dalle
labbra rosse e il sorriso pieno di fascino.
– Vorresti che la tua disgrazia colpisse anche
me nel cuore? – gli susurrò in un soffio, fissandolo, quasi a volergli leggere
nell'anima. – Carlo... che colpa ci ho io? – sospirò.
E diede nello schianto.
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