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Anna Vertua Gentile
Carlo e Carla

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L'autunno s'era annunciato con l'aria grigia e certe folate di aria fredda ed umida che staccavano le ultime foglie dalle piante, tappezzando il suolo di un tappeto color di ruggine.

Quel giorno, dopo una mattina di pioggiarella minuta e continua, un raggio di sole sbucava fra i nuvoloni e mandava una luce incerta sul giardino di Carlo.

Egli era nel suo studiolo fino da bruzzolo, con i gomiti puntati su la scrivania e la testa fra le mani. Gli stava spiegata dinanzi una lettera di parecchie pagine, che egli aveva letto e riletto e pareva studiare con attenzione. Per certo, quella lettera gli aveva dovuto recare dolore, a giudicare dalla sua aria abbattuta, dai suoi occhi rossi e gonfi.

Il sole che andò improvvisamente a battergli in volto, lo scosse; si guardò in tondo; si alzò, piegò la lettera e passò in camera da letto a vestirsi per uscire.

Apparve pochi minuti dopo, stretto nella maglia nera con pantaloni corti fino al ginocchio di color cenere, calze lunghe, nere, in testa un berretto bianco. Uscì in giardino, montò sulla bicicletta, e via.

Maddalena, la cuoca, fu appena in tempo di chiedergli se tornava a desinare.

– Senza dubbio! – rispose il giovine. E via per la strada maestra, fuori di città.

Si fermò dinanzi al cancello di una bella villa; suonò; gli fu aperto; andò dentro.

– Oh Carlo! – lo salutò una fanciulla, correndogli incontro. Gli fissò in volto gli occhi grigi, le morì il sorriso su la bocca e chiese:

– Che è?...

Dalla cera del giovine aveva capito che gli doveva esser capitato qualche cosa, forse un guaio.

Era davvero un grosso guaio.

Senza nulla rispondere, perchè a vedere la fanciulla il povero giovine si era subito sentito serrare alla gola, egli, appoggiata la bicicletta ad un albero, la condusse in un folto di piante, e prendendole tutte due le mani mormorò: – È una disgrazia!... una grossa disgrazia!

E raccontò.

Aveva ricevuto lettere dal babbo che da un anno aveva dovuto ritornare in America, chiamato dall'ingegnere che sopraintendeva a' suoi affari.

Il fallimento temuto era successo; la ruina era completa. Il babbo scriveva che per allora non poteva tornare; era necessario si fermasse per cercare di salvare dalla ruina almeno il necessario per vivere.

Levò la lettera dal taschino della cintura e lesse i passi più importanti, fino dove il pover'uomo, nel parossismo del dolore, scriveva: «Ora non piango più la morte della tua santa madre; se n'è andata in tempo

– E tu? – fece la fanciulla, mentre Carlo ripiegava tristamente la lettera. – E tu?

Egli rispose alzando le spalle. Non metteva conto di pensare a lui. Era giovine e forte lui; avrebbe lavorato come tanti altri. Quello che lo tribulava era il pensiero del padre, abituato alla vita di gran signore, già infiacchito dal dolore per la morte della moglie ed ora avvilito dal crollo della sua fortuna.

– Oh povero babbo! povero babbo! – uscì ad esclamare il giovine, violentandosi per non piangere.

Commossa e pallida la fanciulla lo guardava senza poter parlare.

Pensava che ella era ricca e che se non fosse stata minorenne, avrebbe potuto riparare in parte alla disgrazia dell'amico suo. Ma aveva diciotto anni e dipendeva dal tutore, poichè era orfana. E il suo tutore era l'uomo più arcigno e duro che si potesse dare. O non teneva a stecchetto anche lei?...

Non poteva far altro che tentare di consolare il suo amico d'infanzia e lo fece con affettuose parole, con fraterno interesse, con le lagrime agli occhi, che dicevano tutta la sua angoscia.

Si erano messi a sedere su una panchina greggia; Carlo e Carla erano cresciuti insieme. Erano andati insieme alle scuole elementari, quindi al Ginnasio e al Liceo, lei di due anni indietro di lui negli studi; ora frequentava l'Università, nella Facoltà di filosofia e lettere.

Carlo si era dato allo studio delle lettere per passione e aveva fatto il terzo corso; Carla si era data a quello studio per il piacere di stare con lui, e aveva finito il primo anno. E andavano a scuola insieme come fratello e sorella.

Finchè era vissuta l'ottima mamma di Carlo, Carla passava parte del giorno e le serate in casa dell'amico.

Ma morta la buona, gentile signora, che era stata l'amica della mamma della fanciulla, questa aveva dovuto rinunciare al piacere di andare in casa di Carlo. Ed ora era lui che si recava a vederla.

In città avevano le case vicine muro a muro, e i giardini non erano divisi che da un cancello.

Nei mesi d'estate, la fanciulla viveva in quella villa a pochi chilometri dalla città.

Dopo la morte della mamma, Carlo non era più tornato nella palazzina sul lago ove la povera cara si era ammalata.

Ed ora che il babbo gli era lontano, non si scostava dalla città per non allontanarsi da Carla.

– Potrò io continuare a studiare? – chiese ad un tratto il giovine, come parlando fra .

Carla lo rassicurò. Per certo egli avrebbe seguitato a studiare; non gli mancava che un anno!... Poi sarebbe stato professore... gli avrebbero dato un posto; sarebbe bastato a ed al padre. Oh non bisognava scoraggiarsi!... Anche lei sarebbe stata professoressa fra tre anni e... avrebbero lavorato insieme, fino a che, fino a che... Ella era minore di lui; fra tre anni sarebbe stata maggiorenne, e allora!... allora!...

Un vivo rossore salì alla fronte del giovine al ricordo del bel sogno fatto insieme fino dall'infanzia e insieme vagheggiato!...

Adesso io sono povero! – susurrò con dolore e orgoglio che dicevano mille cose e che fecero impallidire Carla.

Ella gli si rizzò davanti, bella nella figurina alta e sottile, nell'espressione del volto irregolare ma graziosissimo, con la tinta bruna, i capelli neri riccioluti, il nasino corto, la bocca grande dalle labbra rosse e il sorriso pieno di fascino.

Vorresti che la tua disgrazia colpisse anche me nel cuore? – gli susurrò in un soffio, fissandolo, quasi a volergli leggere nell'anima. – Carlo... che colpa ci ho io? – sospirò.

E diede nello schianto.




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