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Anna Vertua Gentile
Carlo e Carla

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Non è cosa così presto fatta l'adattarsi per a una vita di studente povero quando si fu abituati, fino dalla nascita, ad ogni maniera di larghezza.

Carlo, che aveva creduto di poter rinunciare al superfluo senza rammarico, ebbe presto a convincersi di essersi illuso; per lo meno di essersi creduto più forte che non lo fosse.

Poichè certi strappi conviene farli subito, egli non aveva indugiato a cambiar metodo di vita. Ora più non poteva abitare nella casa paterna, che doveva essere venduta, tenersi d'intorno mobili oggetti di lusso.

Una camera in qualche parte della città gli doveva bastare. gli era concesso di tenersi una cuoca e un servitore; avrebbe mangiato in qualche trattoria come i suoi compagni; avrebbe lui stesso badato a' suoi vestiti.

E lasciò la casa paterna, che doveva essere venduta, e vendette tutto ciò che poteva avere un'apparenza di lusso: il divano coperto di velluto, le poltroncine eleganti, la scrivania intarsiata, la grande specchiera, la pendola antica, i quadri di valore; tutto.

Non tenne che il ritratto di sua madre, al naturale.

Quando uscì dalla casa, la vecchia portinaia, col grembiule agli occhi, lo salutò piangendo.

– Ah niente lagrime! – fece il giovine sforzandosi di sorridere. – Il mondo è fatto a scale, mamma Ghita, chi non lo sa?... Ora io le scendo a precipizio, ma posso risalirle!... Addio, mamma Ghita!

E se n'andò zufolando, con le mani sprofondate nelle tasche per non parere.

Passando davanti il portone della casa di Carla, si fermò un momento, sorpreso di sentirsi dentro un grosso, improvviso dolore. Ma tirò via dandosi, del grullo.

Allo svolto della via si abbattè faccia a faccia con un suo compagno, che lo fermò su i due piedi, chiedendogli in favore di prestargli per la sera di quel giorno la sua carrozza.

Un'ondata calda salì al cervello di Carlo; si sentì stranamente mortificato di non avere più carrozza cavalli e stette un momento in forse prima di rispondere, sconvolto dal desiderio di nascondere la verità con una scusa qualunque. Ma fu la lotta di un momento e vinsero in lui la rettitudine, il buon senso. E con un riso non troppo spontaneo, disse che non aveva più carrozza cavalli; era rovinato, povero; la verità, in due parole.

Il compagno fece dapprima gli occhioni meravigliati, poi si rabbruscò, infine, infilato il braccio nel suo: – Non ti crucciare! – disse con accento schietto. E non chiese nulla; anzi, con fine tatto, cambiò discorso per , non rasentando neppure il discorso di poc'anzi.

Carlo pensò: – Toh!... egli non è curioso!... ha da essere sincero.

E lo guardò come se lo vedesse per la prima volta.

Giorgio Balbo aveva una faccia punto bella, ma molto espressiva; il naso un po' grosso, gli occhi castani, le labbra carnose e sporgenti; l'aria seria, il fare un po' dinoccolato, senza affettazione.

– Che grullo ch'io non sono altro di non essermi mai accorto che Balbo è simpatico! – disse fra Carlo.

Giunsero alla casa, un po' fuori mano, ove Carlo aveva affittato la stanza. Era una casa di modestissima apparenza, che contrastava tristamente con la sontuosità del palazzo, che il povero giovine aveva dovuto lasciare.

– La mia camera è qui! – disse, sempre con un sorriso – al terzo piano!... Se mi verrai a trovare, procurerò di offrirti una seggiola! – soggiunse quasi ridendo.

Ma Giorgio Balbo non rise lui; e fu con l'espressione di un cruccio vero, che stendendo le mani al compagno gli disse:

Carlo!... è inutile che tu scherzi, io ti leggo nel cuore. È bello esser forti, ma è bello anche avere un po' di fede nell'amicizia, e uno sfogo qualche volta può alleggerire!... A domani, Carlo! – soggiunse e se ne andò, lasciando nell'animo del compagno il conforto di essere stato compreso senza una confessione, d'aver trovato una simpatia sincera e sicura.

– Chi mai avrebbe pensato che quell'indifferentone potesse chiudere dentro dei sentimenti delicati? – si trovò a chiedere a stesso, salendo la scala buia e umidiccia che guidava alla sua nuova dimora.

E la scala e la modesta stanzuccia non gli fecero la triste impressione che si aspettava. Tanto è vero, che spesso nella vita una dimostrazione di amicizia, una parola, di opportuno conforto, sono un raggio di luce che riscalda e anima alla speranza.

Carlo si diede tosto d'intorno a mettere in ordine la sua poca roba; compose il tavolino a scrivania, dispose i libri su lo sporto del camino e sul cassettone, appese a capo del letto il ritratto di sua madre.

Un letto, un cassettone, un tavolino da notte, un altro a scrivania, quattro sedie; non c'era altro mobiglio nella nuova stanza di Carlo. Si guardò in tondo; ebbe una stretta al cuore, fece una spallucciata e si affacciò alla finestra. Come mai non aveva fino allora pensato di affacciarsi alla finestra?...

– Oh guarda! guarda! – fece sorpreso.

E respirò a larghi polmoni l'aria aperta e fresca che il fiume di sotto e le rive boscose gli mandavano.

La veduta da quella finestra era davvero bellissima. Nessun fabbricato dinanzi. Di sotto il fiume largo, pieno, maestoso; al di del fiume il bosco folto; poi l'ampia distesa della campagna.

– Si studierà bene, qui! – disse. E soggiunse tosto. – Piacerebbe anche a Carla.

Al pensiero della sua compagna, dell'amica sua, il povero giovine si sentì dare un tuffo nel sangue. Ora non sarebbe più stato come prima; non poteva più essere come prima. Se egli avesse continuato a frequentare quella casa, che fino allora era stata come sua, che cosa avrebbe potuto dire il tutore di Carla?... lui, che non capiva altro che l'interesse, che discuteva sui sentimenti coi biglietti di banca alla mano?...

Il dubbio che il tutore di Carla potesse supporre in lui delle idee meno che elevate, lo fece arrossire fino ai capelli.

– Eppure è impossibile ch'io stia senza vederla, la mia povera amica! – esclamò.

E sentì più che mai il bisogno della sua affezione serena e fraterna, sentì più che mai il desiderio di appoggiarsi a lei come a quella che gli avrebbe dato la forza di superare quei momenti difficili, la speranza di uscire vittorioso dalla prova crudele.

– La vedrò all'Universitàpensò per tranquillarsi – e ella mi dirà come dovrò contenermi.

Chiuse la finestra, mise il cappello in testa e uscì. A mezza scala ricordò d'aver lasciato aperto l'uscio e risalì per chiudere.

Adesso sono io il solo guardiano della mia casa! – esclamò con un mezzo sorriso che aveva un poco dell'amaro.

Portato dall'abitudine, andò nel centro della città e si trovò dinanzi al caffè ove soleva recarsi a prendere il vermouth o a fare una partita a bigliardo.

Un cameriere ritto su la soglia, si fece rispettosamente da una parte per lasciargli libero il passo. Ma egli fece mostra di non vedere e tirò via cantarellando, da persona che non ha fastidi.

Ma mentre cantarellava, andava pensando:

– Altro che vermouth e partite a bigliardo!... altro che caffè!

Si abbattè in una brigatella di studenti, che parlavano trinciando gesti e ridendo.

Ohe! – gli disse uno. – Ohe, Carlo!... che vieni con noi?... si va a fare una partita alle bocce per aguzzare l'appetito!...

Perchè no? – fece Carlo, che aveva smania di stordirsi.

Lo studente che gli aveva fatto la proposta con la certezza di un rifiuto, restò sbalordito, e gli altri si ammiccarono come a dire:

– Che novità è questa?... Carlo Morini che non ha mai preso in mano una boccia, e non è mai stato della compagnia, accetta di venire con noi? –

Carlo lesse negli occhi dei compagni i loro pensieri e soggiunse sorridendo:

– Vengo a giuocare alle bocce, e, se lo permettete, a mangiare con voi!

– Tu? – saltò su uno – tu vuoi venire a desinare alla trattoria dell'Oca con noialtri?

– Oh! non ci andate voialtri? – fece Carlo.

– Noi è un altro par di maniche!... si è corti a quattrini, noi!

– Ed io son cortissimo! – disse Carlo con indifferenza.

– Oh! oh!

– Che hai perduto al gioco?

– Che ti hanno rubato?

– Che ti ha preso l'avarizia?

– Nulla di tutto ciò!... Ieri ero ricco, oggi sono povero; mio padre è rovinato!... ma l'onore è salvo, veh!... È precipitato lui senza strascinare nessuno nella caduta. Capricci della fortuna; si era su, in alto; un giro di ruota ci ha balzati giù; e giù si sta, ma ritti, con i capelli fuori della fronte. Andiamo a giuocare alle bocce, compagni!... ho bisogno di aguzzare l'appetito!

Gli studenti si erano fatti silenziosi. La disgrazia del compagno li colpiva e li commoveva quel suo modo di dire la cosa, senza falsa vergogna, senza puerile avvilimento.

Ad un tratto uno uscì a gridare, tanto da dare sfogo al sentimento e da togliere la compagnia dal mutismo:

Evviva gli studenti!

– E buona fortuna agli studenti poveri! – soggiunse un altro.

Si presero in mezzo Carlo e andarono fuori porta a giuocare alle bocce nel cortile d'un'osteria, sotto i platani, dalle foglie che cominciavano ad ingiallire.

Lodovico Lolli, studente in medicina, andò presso a Carlo, mentre si levava la giacchetta, e gli disse:

– Io ho quattro sorelle dopo di me e la madre vedova, che si consuma le ultime risorse aspettando ch'io sia dottore.

Rodolfo Bruni, che faceva l'ultimo anno di legge, nel consegnare due bocce a Carlo, susurrò, come se parlasse a stesso:

– Un po' d'allegria, Rodolfo!... presto sarà finita la vita dello studente, e bisognerà lavorare subito!... quand'uno dice povero, dice sgobbare!... ma dice anche cuor leggiero e contento! – soggiunse lanciando la boccia, che andò a battere con fracasso contro l'asse di confine.

Si cominciò la partita. Il sole scendeva attraverso le fronde de' platani segnando macchie d'oro sopra il suolo e su le giovanili figure degli studenti.

Carlo Marini!... a te! disse il compagno della partitaOcchio, e giù! –

La boccia partì e andò a colpire di netto la più vicina al segno.

Bravooo! – fecero tutti.

Carlo si infervorò nel gioco ed a partita chiusa si avviò con i compagni verso la città, un po' stanco dell'esercizio insolito, ma rinvigorito e nella vigorìa confortato a sperare.

Mentre stavano tutti insieme per raggiungere la porta della città, videro uscire da quella una carrozza scoperta con dentro Carla e la sua aja.

Carlo si arrestò su i due piedi e gli altri pure si fermarono.

La fanciulla fece fermare la carrozza e sporse il capo fuori per stringere la mano all'amico suo.

– Ti aspetto stasera – gli disse forte – non mancare!

E salutati tutti con un atto grazioso e confidenziale della mano, se ne andò.

Tutti sapevano dell'amicizia di Carlo con Carla e tutti avevano simpatia grande per la gentile giovinetta che frequentava con loro l'Università e con parecchi dei quali aveva fatto Ginnasio e Liceo in rispettosa intimità.

A vedere Carlo ch'era rimasto silenzioso, Paolo di Cervi, un pezzo di giovinotto giovialone e buono come il pane, gli battè una mano su la spalla dicendogli:

– Non è fortuna di tutti l'avere un'amica gentile e affettuosa come quella!... L'amicizia buona e nobile aiuta a portare i pesi più gravi!

Bene! – fecero i compagni ridendo per quelle parole assennate.

Ma era un riso sotto il quale si capiva il piacere che uno d'essi avesse detto cosa che potesse far un po' di bene all'anima dell'amico.

Carlo lo capì, come già aveva capito che tutti quei bravi giovinotti dall'apparenza spensierata e burlona, avevano vivo desiderio di addolcirgli l'amarezza per quel repentino cambiamento di fortuna e di fargli intendere che erano lieti d'averlo con loro.

– Non avrei mai creduto che questi miei compagni ridanciani e chiassoni fossero tanto sensibili e capaci di fini delicatezze! – pensò Carlo.

E la simpatia lo rasserenò del tutto.




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