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Non è cosa così presto fatta l'adattarsi lì per
lì a una vita di studente povero quando si fu abituati, fino dalla nascita, ad
ogni maniera di larghezza.
Carlo, che aveva creduto di poter rinunciare al
superfluo senza rammarico, ebbe presto a convincersi di essersi illuso; per lo
meno di essersi creduto più forte che non lo fosse.
Poichè certi strappi conviene farli subito, egli
non aveva indugiato a cambiar metodo di vita. Ora più non poteva abitare nella
casa paterna, che doveva essere venduta, nè tenersi d'intorno mobili nè oggetti
di lusso.
Una camera in qualche parte della città gli
doveva bastare. Nè gli era concesso di tenersi una cuoca e un servitore;
avrebbe mangiato in qualche trattoria come i suoi compagni; avrebbe lui stesso
badato a' suoi vestiti.
E lasciò la casa paterna, che doveva essere
venduta, e vendette tutto ciò che poteva avere un'apparenza di lusso: il divano
coperto di velluto, le poltroncine eleganti, la scrivania intarsiata, la grande
specchiera, la pendola antica, i quadri di valore; tutto.
Non tenne che il ritratto di sua madre, al
naturale.
Quando uscì dalla casa, la vecchia portinaia,
col grembiule agli occhi, lo salutò piangendo.
– Ah niente lagrime! – fece il giovine
sforzandosi di sorridere. – Il mondo è fatto a scale, mamma Ghita, chi non lo
sa?... Ora io le scendo a precipizio, ma posso risalirle!... Addio, mamma
Ghita!
E se n'andò zufolando, con le mani sprofondate
nelle tasche per non parere.
Passando davanti il portone della casa di Carla,
si fermò un momento, sorpreso di sentirsi dentro un grosso, improvviso dolore.
Ma tirò via dandosi, del grullo.
Allo svolto della via si abbattè faccia a faccia
con un suo compagno, che lo fermò su i due piedi, chiedendogli in favore di
prestargli per la sera di quel giorno la sua carrozza.
Un'ondata calda salì al cervello di Carlo; si
sentì stranamente mortificato di non avere più nè carrozza nè cavalli e stette
un momento in forse prima di rispondere, sconvolto dal desiderio di nascondere
la verità con una scusa qualunque. Ma fu la lotta di un momento e vinsero in
lui la rettitudine, il buon senso. E con un riso non troppo spontaneo, disse
che non aveva più carrozza nè cavalli; era rovinato, povero; la verità, in due
parole.
Il compagno fece dapprima gli occhioni
meravigliati, poi si rabbruscò, infine, infilato il braccio nel suo: – Non ti
crucciare! – disse con accento schietto. E non chiese nulla; anzi, con fine
tatto, cambiò discorso lì per lì, non rasentando neppure il discorso di
poc'anzi.
Carlo pensò: – Toh!... egli non è curioso!... ha
da essere sincero.
E lo guardò come se lo vedesse per la prima
volta.
Giorgio Balbo aveva una faccia punto bella, ma
molto espressiva; il naso un po' grosso, gli occhi castani, le labbra carnose e
sporgenti; l'aria seria, il fare un po' dinoccolato, senza affettazione.
– Che grullo ch'io non sono altro di non essermi
mai accorto che Balbo è simpatico! – disse fra sè Carlo.
Giunsero alla casa, un po' fuori mano, ove Carlo
aveva affittato la stanza. Era una casa di modestissima apparenza, che
contrastava tristamente con la sontuosità del palazzo, che il povero giovine
aveva dovuto lasciare.
– La mia camera è qui! – disse, sempre con un
sorriso – al terzo piano!... Se mi verrai a trovare, procurerò di offrirti una
seggiola! – soggiunse quasi ridendo.
Ma Giorgio Balbo non rise lui; e fu con
l'espressione di un cruccio vero, che stendendo le mani al compagno gli disse:
– Carlo!... è inutile che tu scherzi, io ti
leggo nel cuore. È bello esser forti, ma è bello anche avere un po' di fede
nell'amicizia, e uno sfogo qualche volta può alleggerire!... A domani, Carlo! –
soggiunse e se ne andò, lasciando nell'animo del compagno il conforto di essere
stato compreso senza una confessione, d'aver trovato una simpatia sincera e
sicura.
– Chi mai avrebbe pensato che
quell'indifferentone potesse chiudere dentro dei sentimenti delicati? – si
trovò a chiedere a sè stesso, salendo la scala buia e umidiccia che guidava
alla sua nuova dimora.
E la scala e la modesta stanzuccia non gli
fecero la triste impressione che si aspettava. Tanto è vero, che spesso nella
vita una dimostrazione di amicizia, una parola, di opportuno conforto, sono un
raggio di luce che riscalda e anima alla speranza.
Carlo si diede tosto d'intorno a mettere in
ordine la sua poca roba; compose il tavolino a scrivania, dispose i libri su lo
sporto del camino e sul cassettone, appese a capo del letto il ritratto di sua
madre.
Un letto, un cassettone, un tavolino da notte,
un altro a scrivania, quattro sedie; non c'era altro mobiglio nella nuova
stanza di Carlo. Si guardò in tondo; ebbe una stretta al cuore, fece una
spallucciata e si affacciò alla finestra. Come mai non aveva fino allora
pensato di affacciarsi alla finestra?...
– Oh guarda! guarda! – fece sorpreso.
E respirò a larghi polmoni l'aria aperta e
fresca che il fiume di sotto e le rive boscose gli mandavano.
La veduta da quella finestra era davvero
bellissima. Nessun fabbricato dinanzi. Di sotto il fiume largo, pieno,
maestoso; al di là del fiume il bosco folto; poi l'ampia distesa della
campagna.
– Si studierà bene, qui! – disse. E soggiunse
tosto. – Piacerebbe anche a Carla.
Al pensiero della sua compagna, dell'amica sua,
il povero giovine si sentì dare un tuffo nel sangue. Ora non sarebbe più stato
come prima; non poteva più essere come prima. Se egli avesse continuato a
frequentare quella casa, che fino allora era stata come sua, che cosa avrebbe
potuto dire il tutore di Carla?... lui, che non capiva altro che l'interesse,
che discuteva sui sentimenti coi biglietti di banca alla mano?...
Il dubbio che il tutore di Carla potesse
supporre in lui delle idee meno che elevate, lo fece arrossire fino ai capelli.
– Eppure è impossibile ch'io stia senza vederla,
la mia povera amica! – esclamò.
E sentì più che mai il bisogno della sua
affezione serena e fraterna, sentì più che mai il desiderio di appoggiarsi a
lei come a quella che gli avrebbe dato la forza di superare quei momenti
difficili, la speranza di uscire vittorioso dalla prova crudele.
– La vedrò all'Università – pensò per
tranquillarsi – e là ella mi dirà come dovrò contenermi.
Chiuse la finestra, mise il cappello in testa e
uscì. A mezza scala ricordò d'aver lasciato aperto l'uscio e risalì per
chiudere.
– Adesso sono io il solo guardiano della mia
casa! – esclamò con un mezzo sorriso che aveva un poco dell'amaro.
Portato dall'abitudine, andò nel centro della
città e si trovò dinanzi al caffè ove soleva recarsi a prendere il vermouth o a
fare una partita a bigliardo.
Un cameriere ritto su la soglia, si fece
rispettosamente da una parte per lasciargli libero il passo. Ma egli fece
mostra di non vedere e tirò via cantarellando, da persona che non ha fastidi.
Ma mentre cantarellava, andava pensando:
– Altro che vermouth e partite a bigliardo!...
altro che caffè!
Si abbattè in una brigatella di studenti, che
parlavano trinciando gesti e ridendo.
– Ohe! – gli disse uno. – Ohe, Carlo!... che
vieni con noi?... si va a fare una partita alle bocce per aguzzare
l'appetito!...
– Perchè no? – fece Carlo, che aveva smania di
stordirsi.
Lo studente che gli aveva fatto la proposta con
la certezza di un rifiuto, restò sbalordito, e gli altri si ammiccarono come a
dire:
– Che novità è questa?... Carlo Morini che non
ha mai preso in mano una boccia, e non è mai stato della compagnia, accetta di
venire con noi? –
Carlo lesse negli occhi dei compagni i loro
pensieri e soggiunse sorridendo:
– Vengo a giuocare alle bocce, e, se lo permettete,
a mangiare con voi!
– Tu? – saltò su uno – tu vuoi venire a desinare
alla trattoria dell'Oca con noialtri?
– Oh! non ci andate voialtri? – fece Carlo.
– Noi è un altro par di maniche!... si è corti a
quattrini, noi!
– Ed io son cortissimo! – disse Carlo con
indifferenza.
– Oh! oh!
– Che hai perduto al gioco?
– Che ti hanno rubato?
– Che ti ha preso l'avarizia?
– Nulla di tutto ciò!... Ieri ero ricco, oggi
sono povero; mio padre è rovinato!... ma l'onore è salvo, veh!... È precipitato
lui senza strascinare nessuno nella caduta. Capricci della fortuna; si era su,
in alto; un giro di ruota ci ha balzati giù; e giù si sta, ma ritti, con i
capelli fuori della fronte. Andiamo a giuocare alle bocce, compagni!... ho
bisogno di aguzzare l'appetito!
Gli studenti si erano fatti silenziosi. La
disgrazia del compagno li colpiva e li commoveva quel suo modo di dire la cosa,
senza falsa vergogna, senza puerile avvilimento.
Ad un tratto uno uscì a gridare, tanto da dare
sfogo al sentimento e da togliere la compagnia dal mutismo:
– Evviva gli studenti!
– E buona fortuna agli studenti poveri! –
soggiunse un altro.
Si presero in mezzo Carlo e andarono fuori porta
a giuocare alle bocce nel cortile d'un'osteria, sotto i platani, dalle foglie
che cominciavano ad ingiallire.
Lodovico Lolli, studente in medicina, andò
presso a Carlo, mentre si levava la giacchetta, e gli disse:
– Io ho quattro sorelle dopo di me e la madre
vedova, che si consuma le ultime risorse aspettando ch'io sia dottore.
Rodolfo Bruni, che faceva l'ultimo anno di
legge, nel consegnare due bocce a Carlo, susurrò, come se parlasse a sè stesso:
– Un po' d'allegria, Rodolfo!... presto sarà
finita la vita dello studente, e bisognerà lavorare subito!... quand'uno dice
povero, dice sgobbare!... ma dice anche cuor leggiero e contento! – soggiunse
lanciando la boccia, che andò a battere con fracasso contro l'asse di confine.
Si cominciò la partita. Il sole scendeva
attraverso le fronde de' platani segnando macchie d'oro sopra il suolo e su le
giovanili figure degli studenti.
– Carlo Marini!... a te! disse il compagno della
partita – Occhio, e giù! –
La boccia partì e andò a colpire di netto la più
vicina al segno.
– Bravooo! – fecero tutti.
Carlo si infervorò nel gioco ed a partita chiusa
si avviò con i compagni verso la città, un po' stanco dell'esercizio insolito,
ma rinvigorito e nella vigorìa confortato a sperare.
Mentre stavano tutti insieme per raggiungere la
porta della città, videro uscire da quella una carrozza scoperta con dentro
Carla e la sua aja.
Carlo si arrestò su i due piedi e gli altri pure
si fermarono.
La fanciulla fece fermare la carrozza e sporse
il capo fuori per stringere la mano all'amico suo.
– Ti aspetto stasera – gli disse forte – non
mancare!
E salutati tutti con un atto grazioso e
confidenziale della mano, se ne andò.
Tutti sapevano dell'amicizia di Carlo con Carla
e tutti avevano simpatia grande per la gentile giovinetta che frequentava con
loro l'Università e con parecchi dei quali aveva fatto Ginnasio e Liceo in
rispettosa intimità.
A vedere Carlo ch'era rimasto silenzioso, Paolo
di Cervi, un pezzo di giovinotto giovialone e buono come il pane, gli battè una
mano su la spalla dicendogli:
– Non è fortuna di tutti l'avere un'amica
gentile e affettuosa come quella!... L'amicizia buona e nobile aiuta a portare
i pesi più gravi!
– Bene! – fecero i compagni ridendo per quelle
parole assennate.
Ma era un riso sotto il quale si capiva il
piacere che uno d'essi avesse detto cosa che potesse far un po' di bene
all'anima dell'amico.
Carlo lo capì, come già aveva capito che tutti
quei bravi giovinotti dall'apparenza spensierata e burlona, avevano vivo
desiderio di addolcirgli l'amarezza per quel repentino cambiamento di fortuna e
di fargli intendere che erano lieti d'averlo con loro.
– Non avrei mai creduto che questi miei compagni
ridanciani e chiassoni fossero tanto sensibili e capaci di fini delicatezze! –
pensò Carlo.
E la simpatia lo rasserenò del tutto.
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