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Anna Vertua Gentile
Carlo e Carla

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Giorgio Balbo entrò come un razzo nella camera di Carlo, che seduto davanti al tavolino scriveva alla luce d'una lucernetta.

– Oh! che nuove? – fece Carlo, non smettendo di scrivere.

– Sono venuto a prenderti, si va tutti insieme a teatro, è la serata del brillante.

– A teatro? – disse Carlo senza staccare la penna dal foglio – Non posso!... sono al verde!

– Abbiamo la riduzione del cinquanta per cento. Per pochi centesimi una serata allegra. Spicciati!... Si riderà a buon mercato. E si starà un po' più caldi che qui!... brrr!... che Siberia!... Andiamo, via!... Ci sarà anche la signorina Carla.

– Ci sarà Carla? – chiese con qualche calore, staccando la penna – Chi te l'ha detto?...

– Lei stessa, oggi all'Università. Ti cercava, dice che sono tre giorni che non ti vede.

Carlo aggrottò le ciglia, alzandosi da sedere.

Perchè non l'aspetti più come una volta? – gli chiese Giorgio. – Eravate come fratello e sorella fino dal Liceo, si sa che siete cresciuti insieme, che le vostre famiglie erano intime. Quella povera signorina ci soffre a vederti così starle alla larga.

– Non è per lei, è per via del suo tutore! – mormorò Carlo, dandosi attorno per vestirsi, sempre rabbruscato.

– E per quel burberaccio di tutore, tu dài un grosso dispiacere alla tua amica d'infanzia?... Bella affezione!... – brontolò Giorgio, mettendosi a sedere sul letto del compagno.

– Insomma, certe cose tu non le capisci, non le puoi capire! – uscì a dire Carlo di cattivo umore.

Tralarà! tralarà! – cantarellò Giorgio accavallando una gamba sull'altra. E soggiunse, così, come se parlasse fra e : – Quando uno dice orgoglio dice sospetto, ingiustizia e peggio!

– Che cosa c'entra l'orgoglio, domando io! – brontolò Carlo, mentre si faceva il nodo della cravatta ritto dinanzi alla piccola spera di sopra il cassettone.

– Oh senti! – lo ripicchiò Giorgio alzandosi e andandogli presso. – Devi sapere che faccio il mio ultimo anno di legge e che poi mi darò all'avvocatura. Ci ho una disposizione particolare per l'avvocatura, e la prima è quella di saper leggere negli animi altrui. Figurati poi se non leggo nel cuore degli amici!... E nel tuo, mio caro, in questi giorni si è ficcato un gran disturbatore, anzi un tirannello, che spadroneggia: l'orgoglio, insomma. Sì, sì, è per orgoglio che ti sei messo a star lontano da Carla; è per orgoglio che non vai più in casa sua!... Fammi pure il viso brusco, alza le spalle, ma sì! sorridi con aria di scherno, io ti ho indovinato. Hai paura che si dica, che specialmente il tutore dica, che tu pensi alle ricchezze della tua compagna d'infanzia!... Questo dubbio offende il tuo orgoglio e commetti un'ingiustizia, quasi una crudeltà, trattando freddamente quella povera signorina che ti vuol bene come ad un fratello.

– Hai finito? – chiese Carlo con la voce un po' rauca.

In quella si udì un passo affrettato su la scala ed entrò quasi subito Lodovico Lolli, piccoletto, un po' tozzo, col testone ben pettinato e la barbetta a punta.

– Presto!... andiamo, o non ci sarà più posto. Ci ha da essere un teatrone stasera! – disse.

E uscirono tutti tre.

Giù nella strada c'era la compagnia degli amici, ben intabarrati, perchè tirava il vento diaccio che spruzzava in faccia un nevischio gelato e pungente.

C'era infatti un teatrone. Carlo, con gli amici suoi, trovarono in platea appena il posto di mettersi ritti con le spalle contro il muro.

Veh! – disse Giorgio additando un palco di fronte, al primo ordine. – Ecco la signorina Carla con la sua aja e il tutore.

– Che bella testina intelligente! – esclamò Lolli.

– E che buona fanciulla! – saltò fuori uno studente del primo anno di matematica. – Io ho fatto il Ginnasio e il Liceo con lei. Fin da ragazzina, che portava le sottane corte e la treccia spiovente, era indulgente, gentile, senza affettazione, compiacentissima. Mai che nessuno le abbia usato uno sgarbo o le abbia mancato di rispetto!... Come adesso, tale e quale, che tutti le vogliono bene e la rispettano come una sorella. Ha sempre avuto una maniera tutta sua da impedire che in sua presenza si dicessero parole troppo vibrate o si usassero modi non perfettamente corretti. La sua presenza nella scuola ci ha fatto un gran bene a noi ragazzacci; e questo senza che noi ce ne accorgessimo e che lei capisse. Era il nostro freno e il nostro modello.

Ssst! ssst!

La musica è finita; si alza il tendone.

Il brillante era un abilissimo attore, destava il buon umore senza mai permettersi una volgarità, faceva ridere con un tono di voce, con una mossa, con un ripicco vivace e opportuno, con un volgere di occhi sempre parlando in guisa da dilettare senza mai urtare la suscettività dei più delicati. Per questo il teatro era affollato; c'erano famiglie intiere, con giovani mammine e fanciulli e signorine. E tutti godevano largamente, ammirando nell'attore il tatto squisito, l'educazione fine.

Carla, nella pienezza della salute e nella serenità della sua anima buona, avrebbe goduto assai in quella serata, se non le avesse smorzata in cuore l'allegria l'aspetto di Carlo, che ella vedeva ritto contro il muro, con la cera rannuvolata.

Oh che mai poteva avere, che da un poco pareva evitasse d'incontrarla, di guardarla?... Quello strano contegno del suo amico d'infanzia le metteva in cuore l'incresciosità.

Egli che non aveva mai fatto così, proprio mai!... Eppure egli sapeva che ella era sola, che gli voleva bene, che desiderava la sua compagnia, che anzi aveva spesso bisogno de' suoi consigli, de' suoi incoraggiamenti nello studio!...

Perchè la lasciava così?... Che si era dato alla compagnia degli altri studenti, egli che prima stava lontano da tutti, glielo avevano detto, lo vedeva e ci aveva piacere. Era impossibile che continuasse a stare in disparte, adesso, nella sua nuova condizione di studente povero, che non aveva più una casa propria, cavalli carrozza che occupassero il suo tempo!... Ma... non avrebbe voluto che il diletto dello stare con i compagni lo staccasse da lei, che trattandosi di amicizia, doveva essere la prima nel suo cuore.

Un fragoroso applauso spezzò il filo dei pensieri di Carla. Perchè applaudivano?... Non era stata attenta, ecco. E adesso calava il tendone. Nell'intermezzo Carlo avrebbe ben dovuto andare a farle una breve visita.

Lo guardò; egli pure la guardava. I loro occhi s'incontrarono; c'era della preghiera in quelli della fanciulla, della forzata freddezza in quelli del giovine.

– E così? – le disse ad un tratto il tutore – ti piace?

– Molto! – rispose distrattamente Carla.

– Ah bello! bellissimoesclamò l'aja. – Non ho mai sentito un brillante così fine, così elegante!

, c'è Carlo Morini! – disse Carla additando l'amico suo al tutore.

Perchè non viene in palco? – chiese un po' bruscamente il tutore, che aveva notato il nuovo contegno del giovine e gli dispiaceva, perchè ci vedeva sotto qualche cosa, lui. E avrebbe voluto che la relazione fraterna fra la sua pupilla e il giovine studente, fosse continuata come prima; perchè, secondo lui, era naturale che due ragazzi cresciuti insieme si vedessero spesso e desiderassero di trovarsi l'uno in compagnia dell'altro; mentre era poco naturale, sempre secondo lui, che al giovinotto avesse preso il capriccio di stare lontano e di avere l'aria imbroncita. – Perchè non viene in palco? – ripetè.

Carla avrebbe voluto fare un piccolo cenno di invito all'amico suo; un cenno piccolo piccolo, che nessuno se ne accorgesse. Ma non osò e disse allo zio: – Avrà paura di essere importuno!... Se lo invitassi tu, zio?

Il tutore prese il cappello e uscì dal palco. Egli doveva avere proprio paura che il contegno del giovine nascondesse qualche sentimento che a lui non sarebbe andato punto a sangue e per togliersi dal cuore quel dubbio, scese in platea, si avvicinò a Carlo e gli disse: – Il signorino è aspettato ! – e additò il palco. – Perchè non vi è già andato, trattandosi di far visita a una fanciulla, che è... come se fosse... sua sorella?

Carlo passò dalla sorpresa a un certo dispetto. Perchè il tutore di Carla calcava la voce su quel «sua sorella?».

Lo guardò in faccia strizzando un poco gli occhi, come a dire: – Che cosa si intende di dire?... Capì che il signore aveva compreso; lo vide arrossire leggermente, godette un momento del suo imbarazzo, poi, con un leggiero cenno di saluto, lo piantò e andò da Carla.

Questa lo ricevette con così schietto piacere, senza manco una parola di rimprovero per la sua strana maniera di un po' di tempo, che il giovine si sentì in cuore il rimorso per la sua condotta. No, egli non avrebbe mai dovuto sacrificare l'amicizia di quella cara e generosa fanciulla alle sue suscettività!... Aveva avuto ragione Giorgio di rimproverarlo.

Ed ora, per riparare al dispiacere recato a Carla, e forse anche per mostrare al suo tutore ch'egli la trattava come una sorella, proprio come una sorella, si mostrò di buon umore, parlò con l'aja, rise con lei e con la fanciulla, tanto che Giorgio che lo guardava dalla platea, ebbe a dire fra e : – Così va bene!

Anche il tutore, rientrando nel palco, esclamò in cuor suo come Giorgio: – Così va bene!... sorella e fratello! sorella e fratello!

E si unì al chiacchierio e rise anche lui, al modo che può ridere un uomo il quale vive di cifre e che nel cielo azzurro vede numeri invece di stelle.

Con l'amico suo vicino, Carla godette dello spettacolo sino alla fine.

E come il tendone calò per l'ultima volta ed uscirono tutti, prima di salire in carrozza, stringendo la mano a Carlo, la fanciulla gli raccomandò che andasse da lei il domani; aveva bisogno di certi schiarimenti riguardo ad una lezione di filosofia che non aveva ben compreso.

Carlo si trovò subito fra gli amici, che discutevano sul valore della commedia e su l'abilità del brillante.




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