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Carlo se ne andava zufolando alla volta
dell'Università, quando si vide venire innanzi la governante di Carla, che levò
dal manicotto una lettera e gliela porse, salutandolo.
Era la scrittura dell'amica sua. Perchè mai gli
scriveva se si erano veduti la sera prima?... Si fermò sotto un portone, aperse
e lesse. Era una pagina di scritto e diceva così:
«Mio caro amico,
«Sono qui desolata, mortificata e peggio.
Qualcuno deve aver montato la testa al mio tutore, oppure se l'è montata da sè.
Figurati ch'egli non vuole più saperne ch'io frequenti l'Università e che... e
che mi ha proibito di ricevere te in casa mia. Mi sono lagnata, ho pianto, ho
fatto una scena!... Ma lui non si è lasciato smuovere. Dopo d'aver espresso la
sua volontà a me e alla governante, prese tranquillamente il giornale in mano e
non si occupò d'altro. Che fare, Carlo, che fare?... Posso io ribellarmi al mio
tutore?... Oh se non fossi minorenne!... Ma lo sarò ancora per due lunghi anni.
E intanto conviene rassegnarsi e aspettare. – Io ho piena fiducia in te, amico
mio; abbine tu altrettanta nella tua
Carla».
Il povero giovine lesse tre volte di seguito la
lettera, stette un momento sopra pensiero, poi si mise in tasca il foglio e
riprese la via, in quello stato d'intontimento in cui ci mette di solito una
cosa inaspettata.
Carla non sarebbe più venuta all'Università?...
Egli non sarebbe più andato in casa sua?... glielo proibivano. Bisognava
rassegnarsi!.... Era Carla stessa che glielo scriveva. Sicuro! bisognava
rassegnarsi!... Oh ella era mille volte più saggia di lui, poichè aveva subito
trovato la maniera di piegarsi ai voleri del tutore. Rassegnarsi! Sicuro,
rassegnarsi!... e tirar via nello stato di rassegnazione per due begli anni.
Due anni!... una bagattella!... due anni senza parlarsi, forse anche senza
vedersi!... E lei si rassegnava.
Nell'animo gli andavano bollendo due sentimenti:
il dolore e l'ira; ma non riusciva a distinguere l'uno dall'altro, li confondeva
insieme e davano al suo volto un'espressione ironica.
– Rassegniamoci! – concluse. – E... sopratutto
non cerchiamo più di parlarle nè di vederla!... Ciò la potrebbe mettere in urto
col suo tutore: ed ella è una fanciulla obbediente che non vuole ribellarsi!...
Va bene! va bene! ho capito! – concluse entrando sotto il portico
dell'Università.
Gli si fece incontro Giorgio Balbo, che lo
guardò e:
– Che faccia stralunata che hai! –
– Davvero? – rispose Carlo sorridendo. E fecero
alcuni giri insieme.
S'imbatterono in un compagno che camminava
dinoccolato, col naso in aria e il cappello su la nuca.
– Veh Pedretti! – fece Giorgio. – Scommetto che
ha passato la notte al caffè, a giuocare!... Guarda che faccia ha!... Ohe! –
gli disse fermandoglisi davanti. – Non si salutano gli amici?
– Toh! Carlo e Giorgio!... Buon giorno a voi!...
Non vi avevo conosciuti!
– Sfido io!... vai intorno cogli occhi alla
soffitta!
– Casco dal sonno, cari miei!
– E invece di andare a scuola vai a dormire?...
Ah, incorreggibile scapato! – fece Giorgio fra il serio e lo scherzoso.
Pedretti sorrise, zufolò e tirò via.
– Ecco una vittima del giuoco! – osservò Giorgio
– orribile abisso che inghiottisce tutto; quattrini, salute, ingegno!...
– Così inghiottisce anche i dispiaceri! – si
lasciò scappar detto Carlo.
Giorgio si fermò su i due piedi e guardando
l'amico: – che hai? –– gli chiese.
– Ho – rispose Carlo, infilando il braccio in
quello dell'amico – ho, che penso di diventare uno scapato anch'io, poichè...
poichè sono tenuto in conto di un poco di buono!... Sì!... mi tengono in conto
di un poco di buono!... O non mi proibiscono di entrare nella casa della mia
amica d'infanzia?
E si disfogò mostrando tutta l'amarezza
dell'animo suo, e mal celando con parole ironiche, il dolore che lo torturava.
– E Carla? – chiese Giorgio con interesse,
commosso dallo stato in cui si trovava l'amico.
– Carla – rispose ridendo di un riso amaro il
giovinotto. – Ella si rassegna e consiglia a me pure la rassegnazione. Toh!
leggi!
E gli diede la lettera.
– Che affezione eh?... che forte affezione!... –
mormorò a denti stretti, come Giorgio ebbe scorso il foglio e lo ripiegava.
– Ma... mi rassegnerò, non dubiti!... mi
svagherò, mi butterò anch'io alle distrazioni come tanti altri! come
Pedretti!... Uno scapato!... Voglio essere uno scapato!... così sarà
giustificata la disistima del signor tutore, e così lei si rassegnerà ancora
più facilmente! Ah! ah!
Si fermò e disse al compagno:
– Stasera c'è una bicchierata all'osteria dell'Oca!...
Ci vieni?
– No! – gli rispose Giorgio. – Sai che non bevo,
e neppure tu non bevi!
– Bisogna pur cominciare! – disse Carlo.
Giorgio scosse il capo. – Non è necessario
cominciar a far delle sciocchezze! – balbettò di mal'umore. Ma cambiò subito
tono e soggiunse: – Quando ti incontrai, dianzi, volevo chiederti un favore!
– A me?
– Si, a te!... Ed era che tu accettassi di
venire a passare la sera in casa mia. Si festeggia l'anniversario di mia nonna:
il settantesimo; una festicciuola intima; io, pochi parenti e alcuni amici. Mia
nonna da un pezzo desidera di conoscerti.
La nonna di Balbo era una delle signore più
colte, più ricche e aristocratiche della città. Essere ricevuto in casa sua era
un onore.
Carlo capì tutta la squisita delicatezza di
quell'invito. L'amico suo voleva addolcirgli l'amarezza della proibizione del
tutore di Carla; voleva impedirgli l'avvilimento, strapparlo al passo
pericoloso d'una serata pazza.
– Verrai? – chiese Giorgio con accento
indifferente, accendendo una sigaretta.
Carlo strinse la mano all'amico; gliela strinse
forte, guardandolo con gli occhi lustri e accennò di sì col capo.
Stettero un momento in silenzio.
– Carla non è da biasimarsi! – uscì a dire
Giorgio. – È una fanciulla prudente e saggia.
– Troppo! – disse Carlo con l'espressione del
volto.
– Sì; è prudente e saggia! – ripetè Giorgio. –
China il capo alla volontà del suo tutore per necessità delle cose, forse per
il meglio. E... e... in fin de' conti non è giusto giudicare male d'una persona
che si conosce e si stima fino dall'infanzia!... non è giusto dubitare di
un'amicizia di cui si ebbero tante e tante prove!
Carlo a queste parole, dette con accento
vibrato, sentì riscaldarsi il cuore. Come gli facevano bene quei rimproveri!...
Come si confortava sentendo difendere l'amica sua contro sè stesso.
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