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Il palazzo di Carla era chiuso da tre mesi. Dopo
la lettera che lo aveva così bruscamente colpito, Carlo non aveva più veduto la
sua amica d'infanzia. Ella era partita alcuni giorni dopo, senza scrivergli un
addio; nulla.
Giorgio Balbo cercava di smorzargli in cuore il
ribollimento per quella improvvisa partenza, quasi una fuga. Per certo la
povera fanciulla aveva dovuto cedere al volere di suo zio; acconsentire a
quella partenza senza il permesso di avvertire lui, di mandargli un saluto.
Dov'erano andati?... Nessuno lo sapeva. In città
si buccinavano di molte cose. Che lo zio vagheggiasse un matrimonio fra la
pupilla e un suo nipote; che egli stesso, il vecchio tutore, pensasse di indurre
Carla a sposarlo, per non lasciarsi sfuggire di mano il patrimonio. Ma, a
proposito del patrimonio, certuni di quelli che stanno a balzello dei fatti
altrui, andavano susurrando al terzo e al quarto, che quel lasciare lì per lì
la città ci aveva le sue buone ragioni. Lo zio tutore sapeva lui, ma sapevano
pure altri, che avevano mano negli affari. Alle volte la smania di ingrossare
il gruzzolo chiude la porta del buon senso; non era raro il caso di gente
ricchissima rimasta all'asse da un dì all'altro; spesso chi raggiunge una
sommità, resta abbagliato, fa passi falsi, e giù a precipizio; giù ove li
aspetta il patatrac!...
Questo ed altro si andava dicendo; ma sotto
voce; come di cosa vaga, che serbava tutt'ora l'aria di maldicenza oziosa.
La cosa cominciò a prendere corpo il giorno in
cui venne a conoscenza di tutti che il palazzo di Carla era venduto. I nuovi
proprietari erano forestieri, gente di campagna che venivano a stabilirsi in
città. Prendevano possesso della casa subito, dopo pochi giorni. Il palazzo era
stato venduto con tutto il mobilio, all'infuori dei mobilucci della camera da
letto e del salottino di Carla, che dovevano essere portati alla villa, fuori
di città.
Quando queste notizie giunsero all'orecchio di
Carlo, fu uno stupore doloroso per il povero giovine, che si smarriva in
supposizioni e congetture.
Il pensiero che il palazzo dell'amica sua fosse
venduto lo feriva al cuore. Egli sapeva che cosa fosse essere scacciati dalla
casa ove si è vissuti nell'affetto, ove si sono sofferti i primi dolori!...
Come lui, Carla non sarebbe più entrata nella camera ove era morta sua
madre!... quelle stanze che racchiudevano tanti ricordi le sarebbero ormai
state chiuse per sempre!... – Povera amica! – mormorava fra sè. E dentro gli si
andava spegnendo fino all'ultima favilla lo sdegno che spesso gli bruciava il
cuore!... Avrebbe voluto vederla quella povera fanciulla; confortarla come un
fratello!... Sì, come un fratello!... Oh non l'avrebbe per certo seccata col
chiederle conto dei suoi sentimenti a di lui riguardo!...
Si era nel mese di giugno, il cielo era
smagliante; le piante in fiore profumavano l'aria. C'era per tutto la gaiezza
che viene dalla muta, forte simpatia fra ciò che è giovine, bello, lieto di
speranze e di desiderii inesplicabili.
Dalla finestra della sua cameretta, Carlo colle
braccia incrociate su lo sporto guardava giù il fiume scorrente sotto il sole
d'oro, fra le sponde ora verdi e fiorite, ora folte di alberi rigogliosi dal
fogliame cupo. Guardava distrattamente, col pensiero lontano.
– Dove sarà Carla? – andava chiedendo all'aria,
ai passeri cinguettanti, all'acqua che scintillava come se sorridesse alla
calda carezza dei raggi del sole.
– O dove sarà Carla?... che cosa farà?... Che
cosa succederà di lei, in balìa del burbero tutore?
Le domande gli martellavano il cervello fino a
dargli un senso di indolenzimento fisico.
Volle imporre una diversione ai pensieri; si
ritrasse dalla finestra, sedette al tavolino per stordirsi nello studio.
Aperse un fascicolo di filosofia e tentò di
cacciarvisi a capo fitto. Ma solo gli occhi obbedivano alla sua volontà; la
mente si ribellava alla soggezione; sfuggiva al freno, correva, volava lontano!
S'impazientì contro quella mancanza di autorità
di sè su sè stesso, e si rituffò nella filosofia scegliendo apposta una
astrusità.
Un raggio di sole venne improvvisamente a
battere su la pagina che gli stava dinanzi e lo abbarbagliò.
Anche il sole ci si metteva adesso!... anche il
sole!... come se non fosse bastata l'altra distrazione!
Non era il momento della filosofia, quello!...
bisognava lasciare in pace lo studio, dar vacanza alla mente per quel
giorno!...
Era meglio che uscisse a fare due passi!
Si calcò il cappello in testa e scese.
Per le vie era un brulichio di gente, che la
primavera scovava dalle case, e chiamava fuori al tepore dell'aria aperta,
all'allegria dei giardini, dei bastioni, della campagna al di là delle porte
della città.
Carlo infilò a caso una via e andò per quella,
stringendo fra le labbra un mozzicone di sigaro, le mani in tasca, il cappello
un po' indietro, tanto che i riccioli bruni uscissero liberi a incorniciargli
la fronte intelligente.
Camminava per il gusto di muoversi senza scopo.
E si trovò, quasi senza avvedersene, dinanzi al palazzo di Carla. Sotto la
porta aperta era un barroccio, sopra il quale due facchini andavano mettendo a
posto della roba.
Carlo si trovò, spinto da subita curiosità,
presso il barroccio. Ebbe una stretta al cuore. Quella roba egli la conosceva.
Erano i mobilucci dello studiolo dell'amica sua. La piccola scrivania
intarsiata, elegantissima; le poltroncine, il divano minuscolo coperti di
velluto turchino smorto; il pianoforte, le piccole scansie, i quadri, le
statuette. Ecco; un facchino posava allora un ritratto; il ritratto della mamma
di Carla!...
– Fate piano! – si trovò a raccomandare ai
facchini. – Badate che non si sciupi nulla!
Si avvicinò ad uno di quegli uomini in blusa e
gli chiese dove dovevano portare quella roba. E seppe che doveva essere subito
trasportata alla villa di Carla, fuori di città.
Stette a vedere posare ogni cosa sul barroccio;
egli stesso diede mano ad avvolgere quadri e statuette e gingilli in coperte e
canovacci.
Poi, come il barroccio si mise in moto, corse
alla sua camera e prese la bicicletta; giù nella via vi montò sopra e via come
il vento a mettersi di pari al barroccio, che un ronzino strascicava
lentamente.
Voleva badare a ciò che nulla fosse guastato
degli oggetti di Carla, che tutto arrivasse appuntino. Voleva assistere lui
allo sgombero di quelle stanzucce forse salvate dalla ruina!
O non era suo diritto, poi che nessuno era là a
dare un'occhiata?... Quei mobilucci egli li conosceva fino dall'infanzia.
Quante volte non era stato a sedere sul piccolo divano con Carla vicina, a
sfogliare insieme libri e album, a raccontarsi l'un l'altra le fole!... Allora
c'erano ancora le loro mamme, che si volevano tanto bene!...
Oh che begli anni erano stati quelli!...
Il ronzino camminava tanto lentamente che non
era una pena stargli di pari. Carlo guardò nel barroccio se tutto era a posto,
poi fece una volata fino al gruppo di platani, che ombreggiavano bel tratto di
prato, verso la strada maestra,
Là giunto scese dalla bicicletta e sedette su
l'erba ad aspettare il barroccio, che veniva lentamente dal fondo della strada,
avvolto in una nuvola di polvere.
Sorrise al barroccio che la polvere avvolgeva,
portato repentinamente a un'avventura d'infanzia. Come allora, egli, un
ragazzino di dieci anni, stava ad aspettare seduto sotto un folto di alberi, in
un prato vicino alla sua casa di campagna. Aspettava Carla che doveva arrivare
nella sua carrozzella, guidando lei stessa i due ciucciarelli, sardi, ch'erano
una bellezza di bestiole.
Quando la carrozzella era apparsa in fondo allo
stradone, egli era corso ad incontrarla. Ecco; egli la vedeva come se l'avesse
avuta dinanzi, la bella fanciullina tutta sorridente, fare sforzi e gridare ai
ciuchini il suo comando perchè si fermassero. Ma i ciuci, vispi di gioventù e
pazzi di libertà, dopo molti giorni di stalla, non obbedivano alla vocina
gentile; anzi acceleravano la corsa, scuotendo allegramente le sonagliere delle
redini rosse. E lui, poveretto, a correre, affannandosi per raggiungere la
carrozzella gridando a tutto spiano alle bestiole vivaci: «Ferma! ferma!...»
Egli correva ancora sullo stradone polveroso che Carla era già arrivata e gli
andava incontro gridandogli che si arrestasse, che non si scalmanasse tanto!...
Com'era bella quella fanciullina nel suo
semplice vestito bianco, col cappelluccio di paglia in testa!... E com'era buona
e gentile!... Con che affetto gli aveva asciugato il sudore dal volto con la
sua piccola pezzuola profumata!... Quante dolci parole gli aveva susurrato per
fargli dimenticare la fatica e il dispettuccio di quella corsa!...
Sempre, sempre, Carla era stata buona con lui.
Egli la conosceva così bene, che gli bastava di guardarla negli occhi per
leggerle in cuore. Aveva avuto torto di dubitare del suo sentimento!...
Certe affezioni sorte nei primi anni, benedette
dal sorriso materno, santificate dall'innocenza, non possono dimenticarsi, non
possono languire!...
Il ronzino era arrivato. Carlo saltò su la
bicicletta e fece una nuova volata fino alla villa, tutta chiusa. Quella casa
disabitata, in mezzo al rigoglìo delle piante, allo sfoggiato fiorire dei
fiori, dava un senso di tristezza.
Il grosso Terranova, guardian della villa, si
fece al cancello abbaiando rumorosamente. Ma cessò subito di abbaiare, e
scodinzolò guaiendo di piacere alla vista di Carlo, che riconosceva. I pavoni,
a vederlo, volarono giù dalla torricella della villa e gli si fecero incontro,
facendo la ruota, come a festeggiarlo.
Carlo si sentì inumidire gli occhi. Tirò il
campanello e apparve la moglie del guardiano, fece le grandi meraviglie
vedendolo e gli chiese della padroncina che per certo egli doveva sapere dove
fosse, che cosa facesse. Era da tanto che non si avevano notizie della
signorina!... O che stava per tornare poichè il suo uomo aveva avuto l'ordine
di ricevere certo mobiglio che doveva venire dalla città?...
Carlo dovette confessare che non sapeva nulla
della signorina, a grande dispiacere della buona donna, che più non sapeva che
cosa pensare; proprio più non sapeva che cosa pensare!
E intanto apriva la villa e faceva entrare il
giovine signore, che riposasse e desse un'occhiata alla casa, ch'ella teneva
sempre pronta per l'arrivo dei signori!
Carlo fece il giro della villa con un senso di
melanconia che non poteva vincere. Poi uscì in giardino e si trovò nel posto
ove molto tempo prima egli era corso a leggere a Carla la lettera in cui il suo
babbo gli dava notizia della sua rovina. Povera, cara fanciulla!... Come aveva
cercata ogni maniera per consolarlo, per infondergli coraggio!...
Si pose a sedere su la panchetta e si asciugò
due lagrime che gli docciavano su le guancie. Il grosso Terranova gli si fece
intorno guaiendo, crucciato da quella tristezza; poi gli posò le zampe
anteriori su le ginocchia e lo guardò con gli occhioni intelligenti, mandando
fuori una voce che aveva del gemito e della preghiera.
– Oh! povera bestia!... fedele amico! – disse
Carlo, interpretando quel gemito. – Tu vorresti sapere dove sia la tua
padroncina?... E lo chiedi a me?... A te pure pare naturale ch'io lo debba
sapere eh?... Ma io non so nulla! nulla!...
E il desiderio vivo di sapere qualche cosa di
lei, della quale lì tutto parlava, gli mise in cuore una tale pietà per sè
stesso, in quel momento così angosciosamente solo, che pianse davvero, come
quando era un fanciullo.
Ma allora una vocina gentile lo consolava, e due
manine delicate gli asciugavano gli occhi. Adesso poteva piangere a sua voglia;
nessuno era là per dirgli una parola di conforto!...
Il cane, impietosito da quel dolore, si era
accucciato ai piedi del giovine amico, e col muso fra le zampe, steso sull'erba
stava in atteggiamento di creatura mortificata della propria inutilità.
Il ronzino arrivò in quel punto dinanzi al
cancello.
Carlo ingoiò il singhiozzo, si cacciò indietro i
capelli dalla fronte con un brusco movimento del capo, si alzò cercando di far
violenza alla propria emozione, parlando di speranza al cane.
– Eh! bravo amico!... niente malinconie!... Su!
animo e allegri!... Carla tornerà!... hai capito?... Carla tornerà!... E si
sarà contenti come prima!... Oh là!... vecchio amico!... Su, allegri!.
Il cane, confortato, spiccava salti, abbaiava a
scatti, fregava il muso contro le gambe del giovine.
Il barroccio entrò; il mobiglio fu portato
nell'atrio.
Carlo stette a vedere che tutto fosse posato con
cura; che nulla si guastasse. Accarezzava con gli occhi quei mobilucci gentili.
Un momento che si trovò solo, si chinò in fretta sopra un piccolo telaio ove
era disteso un ricamo avviato dalle mani di Carla e lo baciò furtivamente,
arrossendo senza saperne il perché.
In un vasuccio elegante un fiore di ciclamino
era essiccato sul gambo che si piegava su le foglie vizze.
Carla aveva l'abitudine di tenere su la
scrivania una piantina in fiore e ne aveva gran cura. Quel ciclamino era
l'ultimo fiore che aveva adornato il suo piccolo scrittoio!... Il giovine
studente strappò dalla terra la piantina morta e se la mise nel taschino.
La sera calava placida e stellata, quando Carlo
risalì su la bicicletta e rifece la via di ritorno.
Per lo stradone era un dolce silenzio, rotto
appena dal gorgheggio dell'usignolo. Qualche contadina, in ritardo, rincasava
con gli attrezzi in ispalla.
Carlo divorava la strada; infilò la porta della
città, guizzò per le vie, fu a casa in meno di mezz'ora.
In camera l'aspettavano Giorgio Balbo e Lolli,
che sedevano alla finestra fumando tranquillamente.
– Urrà! – fece Lolli, all'entrare dell'amico. –
O dove si corre invece di desinare?
Balbo era stato inquieto a sentire che non
l'avevano visto alla solita trattoria, coi soliti compagni.
L'aveva creduto ammalato ed era venuto a vedere.
Che diavolo di bizzarria l'aveva preso di star fuori a correre le vie in
bicicletta fino a quell'ora?...
Aveva voglia di muoversi?... Aveva fatto una
volata igienica?
– Davvero?...
Giorgio Balbo guardava negli occhi l'amico suo,
mentre egli scherzava su quel ritardo.
– Non è vero nulla! – balbettò infine. – Tutte
scuse!... tu hai avuto delle emozioni; te lo vedo in faccia.
– Parola di medico in erba!... Carlo, tu hai
avuto delle emozioni!... Ha ragione Balbo – soggiunse Lolli.
Carlo ci aveva il cuor pieno. Non riuscì a
negare; non si provò neppure di farlo.
– Scommetto che si tratta di Carla! – disse
Balbo.
Solo a quel nome uscì un singhiozzo dalla gola
del povero giovine. E disse tutto, smanioso di confortarsi se non altro con uno
sfogo.
La commozione vera e fraterna che vide sul volto
degli amici lo confortò. Si sentì alleggerito come d'un peso che gli stava
greve sul cuore.
Acconsentì ad uscire, a mangiare un boccone.
– E domani all'Università! – fece Giorgio
–salutandolo, a notte fatta. – Il lavoro e il dovere sono i rimedi migliori
quando si tratta di pene morali!
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