Lodovico Lolli aperse l'uscio con impeto e
precipitò nella camera ove Carlo scriveva. Saltò sul letto, poi sul cassettone,
poi su le sedie che scricchiolarono, infine si piantò ritto sul tavolino
d'angolo. Si sarebbe detto uno scimmiotto ammattito.
Carlo, sorpreso e seccato da quel tramestio,
guardò l'amico con cera brusca, esclamando con gesto espressivo: – Ma... dico
eh, che la ti gira?...
– Dopo la disfogata, due minuti di riposo! –
rispose Lolli di sul tavolino.
Riebbe il fiato, tossicchiò e uscì a dire: –
Novità!
– Fuori! – fece Carlo – fuori la novità!
– La signorina Carla è tornata!
– Sei matto?... – chiese il giovine impallidendo
e alzandosi di scatto.
– Non mi credi? – brontolò Lolli saltando dal
tavolino. Si calcò in testa il cappello e con aria da grande uomo offeso,
infilò l'uscio.
– Ma no!... ma no! – gli gridò dietro Carlo. –
Che cosa ti piglia?... fermati!
E uscito lui pure, l'afferrò per un braccio e lo
trasse dentro.
Lolli si pose a sedere sul letto, con le gambe
penzoloni e prese a guardare il soffitto, facendo lo gnorri.
– Di' su! – disse Carlo con accento
d'impazienza.
– Mi credi o non mi credi?
– Ma ti credo sì, sì, sì!... Di' su, spicciati!
– La signorina Carla è tornata – canticchiò
Lolli.
– Questo l'hai già detto!... Io voglio sapere
dove, quando, con chi era, che aspetto aveva, se ti ha chiesto di me... se...
– Mi credi o non mi credi? – ripetè Lolli
cocciuto nel far l'offeso.
– Va' al diavolo! – si lasciò scappar detto
Carlo. Ma si pentì tosto dell'impazienza. E raddolcendo la voce e spianando la
fronte: – Da bravo, Lodovico, di' su!... Non vedi che sono in angustie!... non
capisci nulla tu, maledetto zuccone?
Aveva cominciato con accento mite e finiva con
una sfuriata!
Ma questa volta Lolli diede in una larga risata
e raccontò subito, in fretta, precipitosamente.
Egli aveva incontrato la signorina Carla, quella
stessa mattina, in una via della città; con lei era la solita spilungona della
governante.
La signorina Carla aveva ottimo aspetto e gli
parve anche di buon umore, perchè sorrideva, parlando animata con la compagna.
Egli aveva appena avuto il tempo di levarsi il cappello; ed ella gli aveva
risposto con un leggiero inchino e una occhiata d'amicizia. Si capiva che non
aveva tempo di fermarsi; guizzava via frettolosa. Per certo doveva andare in
qualche posto che le premeva.
In questo punto Lolli dovette fermarsi. Si
bussava.
– Avanti! – fecero tutti due insieme.
L'uscio fu spinto dolcemente e apparve Carla con
la governante. Aveva il volto raggiante di gioia; porse le mani al giovine, e
gli disse con smania prepotente di comunicare una fausta novella:
– Carlo!... Sono povera anch'io!... sono povera
anch'io!...
A Lolli pareva di sognare. Tutta quella gioia
per annunciare la povertà?... Si tolse dal letto, strinse la mano alla
signorina e all'amico, s'inchinò alla governante e uscì. Una cosa così fatta a
lui tornava strana e se ne andava. Poi aveva capito che sarebbe stato di più;
bastava la governante, che diamine!...
Carlo pareva intontito dalla sorpresa; guardava
l'amica sua negli occhi, le serrava le mani; finì col lasciarsi sfuggire due
grosse lagrime che intenerirono la fanciulla. E stettero un momento silenziosi.
Poi Carla riebbe il sorriso e l'espressione di contento, e raccontò. Sicuro!
ell'era ormai povera!...
Di tutta la ricchezza non le restavano che la
villa e alcune fattorie!...
E lo zio?... Ah pover'uomo!... non lo si doveva
condannare!... Egli aveva sognato di vedere lei, sua nipote e pupilla,
ricchissima, come nessun'altra signorina dei dintorni. E aveva rischiato grossi
capitali per l'ingordigia di raddoppiarli. Non lo si doveva incolpare, povero
uomo!... Adesso si era ritirato nelle sue terre a rodersi di delusione e di
stizza!... Egli aveva voluto il troppo e il troppo storpia!... Bisognava
lasciarlo in pace, bisognava!...
Lei era contenta di essere povera; ciò non
l'allontanava dal suo amico d'infanzia!... Non era quella una grande
fortuna?... la unica che ella desiderava?...
– Oh Carlo! – finì per confessare. – Come mi
sono parsi lunghi questi mesi!
Il giovine lasciava dire a lei senza
interromperla, serrato alla gola da una commozione violenta.
– Ma ora sono tornata – soggiunse allegramente –
e starò sempre vicina a te. Il palazzo è venduto; ma mi resta la villetta e in
quella vivremo io e questa ottima signora che non mi vuol abbandonare.
E qui scoccò un bacio su la faccia scolorita e
insignificante dell'aja.
Parve accorgersi allora soltanto che Carlo non
aveva ancora spiccicato parola; lo guardò con subita espressione di
inquietudine e con voce un po' rauca, gli chiese: – Che cos'hai?...
A quella domanda, il nodo che serrava la gola al
giovine si sciolse in un singhiozzo. Sedette davanti alla scrivania, piantò i
gomiti su questa e lasciò libero sfogo alla commozione.
E poiché Carla gli si faceva d'intorno inquieta,
chiedendogli mille perchè, finalmente uscì a dire: – Amica mia!... tu sei troppo
buona con me!...
Quelle, erano lagrime di riconoscenza, di gioia.
Come si era sentito solo in quel lungo tempo di separazione!... Come i giorni
gli erano sembrati interminabili!... Ma adesso tutto era passato. Ella era
tornata, era lì, a lui vicina; la povertà li riavvicinava.
– Oh benedetta la povertà! – si lasciò scappar
detto. Ma pensò a suo padre, tanto lontano e intento a riparare ai disastri
patiti e soggiunse: – Benedetta la causa, qualunque essa sia, che ci ha
riuniti!...
Tornarono tutti e tre alla villetta. Si doveva
pranzare là riuniti, da fedeli amici che si ritrovano dopo molto tempo.
Quella fu una passeggiata deliziosa.
Per l'aria azzurra il sole mandava gli ultimi
guizzi de' suoi raggi, che poi si confondevano giù giù in fondo in una striscia
rossa. Il fieno appena falciato e raccolto in mucchi nei prati, odorava forte.
Su fra le piante volavano ad appollaiarsi i passeri con assordante ciangottio.
Carla voleva sapere mille cose. E
dell'Università, e del tale e tal'altro professore, e dei compagni.
E Carlo informava; diceva di sè. Egli aveva
lavorato assai; sperava di riuscire negli esami; sperava nella laurea. E quando
sarebbe stato dottore in filosofia e lettere... professore!...
– Allora – saltò su Carla –aiuterai me a
continuare gli studi, finchè sarò io pure dottoressa, professoressa!...
E rise di queste parole in essa, che
parevano una stonatura!...
– E allora? – chiese Carlo con una certa ansia.
– Allora aspetterem, il babbo dall'America! –
finì per dire Carla.
– Oh il babbo tornerà presto! – esclamò
allegramente Carlo. – Nell'ultima sua lettera – soggiunse – dice che è contento
dei suoi affari, e che non gli par vero di aver tutto accomodato per venire a
raggiungermi.
Arrivarono che il giorno era agli ultimi
bagliori. La villetta aperta aveva un aspetto di festa. Al cancello, col muso
intelligente fra le sbarre, il cane pareva aspettasse il ritorno della
padroncina.
Su la soglia, una robusta ragazzotta contadina,
con le zoccole ai piedi e dinanzi l'ampio grembiule bianco, disse subito che la
minestra era in tavola. E la governante guizzò in cucina a dare un'ultima mano.
– Non più cuoco, non più servitore nè cameriera
elegante! – esclamò ridendo Carla, mentre si toglieva il cappello e la
mantellina. Ora bisogna accontentarsi d'una servente sola; ed anche questa, se
non ci fosse la governante... starebbe fresca!
La mensa era imbandita nel solito salottino dei
pasti, un'eleganza di stanzuccia, dalle pareti squisitamente dipinte, i mobili
ricchi.
– Ci sarà un po' di stonatura – continuò Carla,
guardando a quel tutto insieme di ricchezza e di buon gusto. – Ma che cosa
conta, quando ci si vuol bene? – E fissò gli occhioni interrogativi in volto a
Carlo, come a chiedergli mille cose
Questi, commosso e sopra tutto ammirato per
quella forza di animo e quell'adattamento che dicevano una natura superiore e
un'anima generosissima, si chinò a baciare con rispetto affettuoso la manina
della sua giovine amica e mormorò con voce un po' fioca: – E dire che io ho de'
torti verso di te!...
– I torti me li racconterai un'altra volta! ––
rispose sorridendo Carla. – Adesso andiamo a tavola!....
E sedettero uno da una parte l'altro dall'altra
della governante, che era entrata silenziosamente e s'era messa al posto.
– Gusterete la mia cucina! – disse
scherzosamente.
Era un'ottima donna quella spilungona, come la
chiamava Lolli. Poco istruita, anzi pochissimo, ma abilissima per tutto quanto
riguardava la casa; d'una rettitudine a tutta prova e nello stesso tempo di una
certa larghezza di pensiero e sopra tutto di sentimento, che le faceva capire
la gioventù, compatirla molto e amarla con vigile e spregiudicato affetto di
madre tenera e accorta.
Da vari anni si trovava presso Carla e aveva
preso ad amare profondamente quella fanciulla franca e profondamente buona,
che, se qualche volta scattava per esuberanza di vita, rispondeva sempre alla
voce della ragione e a quella dell'affetto.
L'ottima signora stimava assai il giovine amico
della sua Carla e parecchie volte senza che nessuno se ne avvedesse, aveva
sofferto per l'uno e per l'altra.
Ora si sentiva felice della loro felicità e
sovente si trovava ad accarezzarli dello sguardo come una vera madre.
Fu quello un desinare gaio. Tutto fu trovato
squisito e furono resi grandi e allegri onori alla cuoca.
Si uscì in giardino a prendere il caffè, sotto
il pergolato folto di gelsomini e gaggìe.
Ad un tratto il cane, che stava accucciato fra i
suoi due amici, alzò la testa, fiutò l'aria, uscì in un abbaiare d'allarme e
corse al cancello.
Carlo e Carla lo seguirono.
– Nulla di male! – disse la governante che era
corsa a guardare su la soglia della villa. – Sono una compagnia di studenti in
bicicletta.
Erano infatti nove o dieci
giovinotti che si avanzavano di volo, sollevando un nuvolo di polvere. A capo
della compagnia erano Giorgio Balbo e Lolli. Scesero tutti davanti al cancello.
Erano venuti di corsa per stringere la mano alla signorina Carla; quegli
studenti, all'infuori di Giorgio Balbo e Lodovico Lolli, erano compagni di
scuola della fanciulla, buoni camerati, che avevano passati tanti anni insieme,
ricevendo la stessa istruzione, sorbendo le stesse idee. Fu uno scambio di
franche e rispettose strette di mano, un rivedersi tutto fraterno.
Con tatto fine, punto difficile a riscontrarsi
nella gioventù, la allegra brigata non si fermò; bastava un saluto.
Saltarono di nuovo su le biciclette e via di
ritorno con gaia velocità.
|