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Anna Vertua Gentile
Carlo e Carla

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  • 8
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Quando Carlo uscì dall'aula magna, gli amici, lo accolsero con un evviva poderoso. Erano stati tutti a sentirlo e plaudivano in lui il dottore in lettere e filosofia, che s'era meritato un trenta con lode.

Un po' pallido, un po' stordito, molto commosso, Carlo ringraziò gli amici con parole e strette di mano; poi infilò il braccio in quello di Giorgio Balbo con l'abbandono di chi sa di trovare un'eco a' propri sentimenti.

Difatti Giorgio capì a volo l'amico e bellamente lo sottrasse a quelle clamorose dichiarazioni di amicizia.

– La bicchierata! – gli gridarono dietro tutti, in coro. – Ehi, dottore!... Ricorda l'uso; la bicchierata!

– A domani a sera! – disse Giorgio, invece dell'amico.

E uscirono.

Carlo aveva davvero bisogno d'una boccata di aria libera e di un po' di quiete dopo l'emozione dell'esame di laurea.

Passeggiarono un poco in silenzio in una viuzza deserta. Poi Carlo pensò ad alta voce: Carla sarà contenta!

Sfido  io! – gli rispose Giorgio. – Trenta con lode!... Chi si può aspettare di più?...

– E sarà contento anche il babbo! – soggiunse Carlo.

E fermatosi per , disse: – Gli telegrafo subito!...

– È inutile – si lasciò scappar detto Giorgio.

Carlo gli sgranò in volto gli occhi pieni di interrogazioni.

– O non mi hai tu detto che doveva venir presto? – si corresse tosto il giovinotto con una strana espressione di piacere su tutto il volto.

– Difatti!! – concluse Carlo. –– È forse già in viaggio!...

– Dunque, alla villetta subito! – propose Giorgio.

E l'accompagnò per un tratto.

– Non prendi la bicicletta? – chiese Giorgio fermandosi dinanzi alla casa ove l'amico aveva la camera.

No; Carlo non voleva prendere la bicicletta. Sentiva il desiderio di fare una passeggiatina a piedi, di sgranchirsi; sopratutto di gustare fra e la grande compiacenza, che gli accarezzava il cuore; poi voleva, per così dire, prepararsi ad annunciare a Carla l'ottimo esito del suo esame, che era importantissimo avvenimento per lei e per lui.

Giorgio l'accompagnò fino alla porta della città; poi, con un pretesto, lo lasciò. Aveva indovinato il desiderio dell'amico; sentiva che ne' suoi panni avrebbe fatto lui pure così.

Si lasciarono con una stretta di mano. Giorgio riprese la via dell'Università zufolando.

Carlo infilò lo stradone.

Era dottore!... Insieme con una immensa soddisfazione, si sentiva frugato dentro da vago sgomento. Cominciava per lui la vita dell'uomo, forse la lotta!... Fino allora si era sentito guidato e protetto dai maestri e dalle scuole. Adesso toccava a lui stesso a guidarsi. Ebbe un istante di smarrimento pensando alla responsabilità che gli imponeva il dottorato. Sarebbe stato insegnante. Sentì tutta l'importanza, tutta la delicatezza di quella professione, di rado brillante, spessissimo irta di contrarietà e delusioni: – Contrarietà e delusioni s'incontrano da per tutto! – mormorò – e la vita bisogna prenderla come è!...

Pensò a Carla e un largo sorriso gli animò il volto, mentre nell'animo gli scendeva la certezza di saper affrontare l'avvenire con nobile ardimento.

Con una compagna come quella, così affezionata, così superiore alle piccolezze morali e materiali, così forte contro le eventualità della vita, egli non si sarebbe mai sentito solo; e l'anima sua non avrebbe conosciuto le angosce, lo smarrimento della solitudine.

La giornata è calda. Il sollione inonda la pianura che si allarga, si perde in lontananza fra vapori cenericci. La luce abbagliante invade tutto, avvolge, brucia, smorza il colore delle biade, del bosco, dei cespugli. Il cielo d'acciaio lancia su la terra folate di aria scottante.

Carlo cammina all'ombra dei folti filari d'ippocastani, che fiancheggiano la strada tutta bianca e deserta. Guarda distrattamente agli immensi campi ove il grano ondeggia e scoppia nelle ariste; guarda alle macchie rosse di fuoco che il fiammante fiocco de' papaveri e de' rosolacci mette fra le messi bionde; guarda alle fratte di spini spolverizzati di bianco, come se vi fosse scesa la brinata; abbassa gli occhi come a riposo dopo tutto quel candore di ghiaia, sopra l'acqua verdastra e immota delle pozze e de' fossi.

E tira via quasi non badando al caldo afoso che obbliga gli uccelli ad appiattarsi tra le fronde, le foglie all'immobilità; calore morto che l'aria non muove con un alito leggiero. Tira via con l'anima lieta per quel trionfo della laurea, pregustando la soddisfazione della sua giovine amica.

È ormai vicino. La villetta è davanti a lui, a pochi passi, avvolta nell'aria dorata, cui la caldura lo spessore della nebbia. Le gelosie sono tutte chiuse; le piante del giardino sono come abbattute da quell'ora meridiana.

Carla non mi aspetta! – pensa il giovine dottore.

Ma l'esclamazione non gli è ancora sfuggita, che ecco, si apre con uno scricchiolìo la gelosia del balcone e si affaccia la gentile persona di Carla. Ma dietro quella figura, su la soglia del balcone, se ne rizza un'altra. La figura di un uomo alto, robusto, dai capelli e la barba brizzolati. Il giovine dottore guarda come in sogno; una vertigine lo fa vacillare e si trova fra le braccia di Lodovico Lolli che è ad aspettarlo con la bicicletta appoggiata al cancello.

! – dice il bravo giovinotto, che è corso innanzi ad annunciare la fortunata notizia della splendida laurea... – !... un dottore che mi fa lo svenevole con una signorina?... Su! in gambe!.. Ecco la tua fidanzata e tuo padre che se ne stanno ingrulliti dalla commozione!... il tuo babbo, sì!... Ma corri su!... E celebrate la festa con un fiume di lagrime!... Io me ne vado!... Evviva il dottore! – gridò inforcando la bicicletta e volando tra un nugolo di polvere.




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