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Quando Carlo uscì dall'aula magna, gli amici, lo
accolsero con un evviva poderoso. Erano stati tutti a sentirlo e plaudivano in
lui il dottore in lettere e filosofia, che s'era meritato un trenta con lode.
Un po' pallido, un po' stordito, molto commosso,
Carlo ringraziò gli amici con parole e strette di mano; poi infilò il braccio
in quello di Giorgio Balbo con l'abbandono di chi sa di trovare un'eco a'
propri sentimenti.
Difatti Giorgio capì a volo l'amico e bellamente
lo sottrasse a quelle clamorose dichiarazioni di amicizia.
– La bicchierata! – gli gridarono dietro tutti,
in coro. – Ehi, dottore!... Ricorda l'uso; la bicchierata!
– A domani a sera! – disse Giorgio, invece
dell'amico.
E uscirono.
Carlo aveva davvero bisogno d'una boccata di
aria libera e di un po' di quiete dopo l'emozione dell'esame di laurea.
Passeggiarono un poco in silenzio in una viuzza
deserta. Poi Carlo pensò ad alta voce: Carla sarà contenta!
– Sfido io! – gli rispose Giorgio. –
Trenta con lode!... Chi si può aspettare di più?...
– E sarà contento anche il babbo! – soggiunse
Carlo.
E fermatosi lì per lì, disse: – Gli telegrafo
subito!...
– È inutile – si lasciò scappar detto Giorgio.
Carlo gli sgranò in volto gli occhi pieni di
interrogazioni.
– O non mi hai tu detto che doveva venir presto?
– si corresse tosto il giovinotto con una strana espressione di piacere su
tutto il volto.
– Difatti!! – concluse Carlo. –– È forse già in
viaggio!...
– Dunque, alla villetta subito! – propose
Giorgio.
E l'accompagnò per un tratto.
– Non prendi la bicicletta? – chiese Giorgio
fermandosi dinanzi alla casa ove l'amico aveva la camera.
No; Carlo non voleva prendere la bicicletta.
Sentiva il desiderio di fare una passeggiatina a piedi, di sgranchirsi;
sopratutto di gustare fra sè e sè la grande compiacenza, che gli accarezzava il
cuore; poi voleva, per così dire, prepararsi ad annunciare a Carla l'ottimo
esito del suo esame, che era importantissimo avvenimento per lei e per lui.
Giorgio l'accompagnò fino alla porta della
città; poi, con un pretesto, lo lasciò. Aveva indovinato il desiderio
dell'amico; sentiva che ne' suoi panni avrebbe fatto lui pure così.
Si lasciarono con una stretta di mano. Giorgio
riprese la via dell'Università zufolando.
Carlo infilò lo stradone.
Era dottore!... Insieme con una immensa
soddisfazione, si sentiva frugato dentro da vago sgomento. Cominciava per lui
la vita dell'uomo, forse la lotta!... Fino allora si era sentito guidato e
protetto dai maestri e dalle scuole. Adesso toccava a lui stesso a guidarsi.
Ebbe un istante di smarrimento pensando alla responsabilità che gli imponeva il
dottorato. Sarebbe stato insegnante. Sentì tutta l'importanza, tutta la
delicatezza di quella professione, di rado brillante, spessissimo irta di
contrarietà e delusioni: – Contrarietà e delusioni s'incontrano da per tutto! –
mormorò – e la vita bisogna prenderla come è!...
Pensò a Carla e un largo sorriso gli animò il
volto, mentre nell'animo gli scendeva la certezza di saper affrontare
l'avvenire con nobile ardimento.
Con una compagna come quella, così affezionata,
così superiore alle piccolezze morali e materiali, così forte contro le
eventualità della vita, egli non si sarebbe mai sentito solo; e l'anima sua non
avrebbe conosciuto le angosce, lo smarrimento della solitudine.
La giornata è calda. Il sollione inonda la
pianura che si allarga, si perde in lontananza fra vapori cenericci. La luce
abbagliante invade tutto, avvolge, brucia, smorza il colore delle biade, del
bosco, dei cespugli. Il cielo d'acciaio lancia su la terra folate di aria
scottante.
Carlo cammina all'ombra dei folti filari
d'ippocastani, che fiancheggiano la strada tutta bianca e deserta. Guarda
distrattamente agli immensi campi ove il grano ondeggia e scoppia nelle ariste;
guarda alle macchie rosse di fuoco che il fiammante fiocco de' papaveri e de'
rosolacci mette fra le messi bionde; guarda alle fratte di spini spolverizzati
di bianco, come se vi fosse scesa la brinata; abbassa gli occhi come a riposo
dopo tutto quel candore di ghiaia, sopra l'acqua verdastra e immota delle pozze
e de' fossi.
E tira via quasi non badando al caldo afoso che
obbliga gli uccelli ad appiattarsi tra le fronde, le foglie all'immobilità;
calore morto che l'aria non muove con un alito leggiero. Tira via con l'anima
lieta per quel trionfo della laurea, pregustando la soddisfazione della sua
giovine amica.
È ormai vicino. La villetta è lì davanti a lui,
a pochi passi, avvolta nell'aria dorata, cui la caldura dà lo spessore della
nebbia. Le gelosie sono tutte chiuse; le piante del giardino sono come
abbattute da quell'ora meridiana.
– Carla non mi aspetta! – pensa il giovine
dottore.
Ma l'esclamazione non gli è ancora sfuggita, che
ecco, si apre con uno scricchiolìo la gelosia del balcone e si affaccia la
gentile persona di Carla. Ma dietro quella figura, su la soglia del balcone, se
ne rizza un'altra. La figura di un uomo alto, robusto, dai capelli e la barba
brizzolati. Il giovine dottore guarda come in sogno; una vertigine lo fa
vacillare e si trova fra le braccia di Lodovico Lolli che è lì ad aspettarlo
con la bicicletta appoggiata al cancello.
– Bè! – dice il bravo giovinotto, che è corso
innanzi ad annunciare la fortunata notizia della splendida laurea... – Bè!...
un dottore che mi fa lo svenevole con una signorina?... Su! in gambe!.. Ecco là
la tua fidanzata e tuo padre che se ne stanno ingrulliti dalla commozione!...
il tuo babbo, sì!... Ma corri su!... E celebrate la festa con un fiume di
lagrime!... Io me ne vado!... Evviva il dottore! – gridò inforcando la
bicicletta e volando tra un nugolo di polvere.
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