Era quella la prima sera, che, dopo le vacanze,
gli studenti della compagnia di Lolli e Carlo si ritrovavano riuniti. Si erano
dati convegno alla trattoria dell'Oca; la solita. Alla tal ora, dovevano
desinare insieme nell'antica stanza dai muri anneriti dal fumo dei sigari e
delle pipe e le pareti adorne di litografie, rappresentanti a colori smaglianti
fatti storici recenti.
I giovinotti arrivarono alla spicciolata; e fu
uno scambio di saluti festosi e giocosi e di poderose strette di mano; fu un
chiacchiericcio allegro e burlone, rotto da risate sonore, da proposte
bizzarre; un baccano indiavolato; un rituffarsi allegro e spensierato nella
vita dello studente.
Sedettero alla ventura; a tre, a quattro per
tavola; e presero a sbraitare gli imperiosi desideri del loro stomaco,
tempestando cameriere e padrone d'ordini e contro ordini, di parole ed atti
d'impazienza, di pretese buffone.
Della compagnia erano anche Giorgio Balbo,
venuto per il ritrovo con gli amici e Lodovico Lolli, più che mai ridanciano e
burlone.
Si lavorava allegramente di cucchiaio e di
forchetta, ma il lavorio non impediva le chiacchiere; tutt'altro... I piaceri,
le noie, gli smacchi delle vacanze trascorse, venivano serviti a richiesta e
anche senza richiesta.
Uno era stato al mare e raccontava le gioie
della spiaggia, la poesia dei bagni. Un altro aveva passato due mesi in montagna
e ringhiava, fra i denti, il tedio della solitudine solenne, la melanconia del
boschi folti e scuri, la gioia delle serate, a eterno tu per tu con fratellini,
sorelline lagnosi e inuggiti, coi domestici fatti orditi dalla forzata
famigliarità. Un terzo, cacciatore arrabbiato, spacciava le più inverosimili
avventure; diceva di fagiani, scovati a dozzine, di stragi di pernici, di
aquile e avvoltoi da lui stesso assaliti nei nidi fra le rocce a picco dei
botri spaventevoli; diceva di incontri con orsi nelle valli del Legnone; di
fantastiche manovre per sfuggire al pericolo di un abbraccio della belva,
infierita dalla vista dell'uomo; fanfaronate che i compagni accoglievano a
fischi e a urli senza turbare per nulla la vena feconda del fortunato
raccontatore. Un Tizio aveva scorso mezza Italia in bicicletta; un biondino
stento, cantava le meraviglie dei ghiacciai, facendosi appioppare lì per lì il
nomignolo di Tartarin. Giorgio Balbo, lui, non si era mosso dalla città per via
della nonna sua che giaceva tutt'ora malata.
– Ed io – saltò su Lolli – ho passato le vacanze
all'ospedale, come interno!... ho respirato per tre mesi l'aria malata e satura
di acido fenico. Ma non sto meno bene di voialtri per questo! – soggiunse
agitando il testone arruffato e forte.
Avevano finito di mangiare, e infilavano la
politica, a sedere sulle tavole, a cavalcioni delle sedie, sdraiati sulle
panche con la pipa in bocca. E gli apprezzamenti, i consigli, le idee
peregrine, le stranezze, cadevano fitti come gragnuola fra le grasse risate e
gli applausi strepitosi. Erano nel buono della digestione chiassona, quando
l'uscio venne aperto con impeto e apparve Carlo, sorridente e dall'espressione
felice.
Fu salutato con un urlo di festa, circondato,
quasi soffocato dalla simpatia, dalla schietta cordialità. Come gli fu
possibile di parlare trasse di tasca un foglio piegato e disse levandolo in
alto:
– La mia nomina!
– Evviva il professore! – gridarono tutti.
E chiamarono ad una voce il cameriere che
portasse delle bottiglie, di quel vecchio, per una bicchierata.
– Per dove? – chiese Giorgio Balbo un po'
commosso.
– Se vai in Sicilia aspetta a dirlo! – pregò
Lolli. – Non guastarci la bicchierata!
– Niente Sicilia! – esclamò Carlo, gaiamente.
– E... al Liceo, s'intende! – saltò su uno
studente di lettere.
– Niente Liceo! – rise Carlo.
– Oh! oh! Entri di piè pari all'Università?
– Ti hanno regalato la libera docenza?...
– Ah! ah!... Università!... libera docenza!...
Si vede che siete rimpinzi fino agli occhi, non vedete più chiaro nelle
cose!... Sono nominato professore della prima classe ginnasiale.
La notizia portò tale sorpresa, che tutti
rimasero silenziosi a guardare Carlo con facce lunghe.
– Veh! mi parete altrettanti don Bartolo!... –
uscì Carlo, ridendo schiettamente.
Uno degli studenti, che stava stappando una
bottiglia, rimase a mezzo l'operazione e chiese con voce chioccia:
– Carlo! dici davvero?
– Tanto davvero che vi nostro la nomina!...
Eccola!
E spiegò il foglio, mettendolo sotto il naso a
Lolli.
Ma questi appena vi ebbe gettati gli occhi sopra
si fece allegro come un passero, e saltando ritto su una tavola:
– Abbasso i musi! – gridò – Carlo è nominato
professore qui, nella nostra città!
Fu tosto dimenticata la prima classe ginnasiale
per festeggiare la destinazione.
E fu festeggiata con pieno ritorno del buon
umore. Che cosa contava infatti che si trattasse di Ginnasio invece di Liceo,
che anzi si trattasse proprio della prima classe, quando l'amico non avrebbe
dovuto andar via?... Sarebbe ancora come se fosse studente; si sarebbero veduti
tutti i giorni, tutte le sere.
– E Carla? – chiese uno ad un tratto.
– E le nozze? – chiese un altro.
Carla, chi non lo sapeva?... Era una donnina
dallo spirito superiore e non pensava certo che il suo fidanzato ci perdesse in
dignità insegnando nella prima classe ginnasiale. Ell'era invece felice della
sua destinazione. Avrebbero continuato a vivere alla villetta.
Le nozze si sarebbero celebrate subito; fra
pochi giorni; alla buona; anzi alla chetichella, come conveniva a un povero professorello
della prima ginnasiale. Ma un professorello felice, oh felicissimo!
Non c'era bisogno che Carlo lo dicesse: la gioia
più schietta gli traspariva dagli occhi, dalla parola, perfino dai gesti.
Si era fatto scuro. Il cameriere recava i lumi,
quando rientrarono otto studenti, che erano guizzati fuori poco prima, senza
che nessuno se ne avvedesse. Avevano sotto il braccio il mandolino; proposero
una passeggiata fino alla villetta.
Volevano fare una serenata alla fidanzata del
professore, alla antica compagna di scuola, alla giovine amica stimata ed
amata.
E uscirono tutti, in bell'ordine, con fare
dignitoso, compresi dell'onore di festeggiare una signorina così per bene, così
meritevole di ogni rispetto.
Infilarono la porta della città, presero per lo
stradone. La notte era chiara come la faccia della luna, ci si vedeva da
contare le piante a un miglio lontano. Via per l'ampia distesa, i mastini
abbaiavano rabbiosamente, rispondendosi da un cascinale all'altro.
Il sonno era già sceso su le case dei contadini
sparse qua e là fra i prati e i campi.
L'aria lieve frusciava come carezza fra i rami
che l'autunno andava spogliando.
La calma della serata, la felicità dell'amico,
la dolce certezza di averlo ancora fra di essi, tutto ciò aveva smorzato
l'ilarità chiassona della compagnia di studenti, mettendoli invece in uno stato
di commozione tenera e soave, che dava alle loro voci intonazioni inusitate, ai
loro discorsi una serietà serena.
Giunti ai pressi della villetta, si schierarono
lungo la cancellata, e gli otto sonatori, raccolti nel mezzo, presero fra il
silenzio a suonare con sentimento e vera maestria della musica soavissima.
Agli ultimi accordi della prima suonata, Carla
apparve a capo della scalea d'entrata; ed era così bella nel vestito bianco,
avvolta nella fantastica luce della notte limpida, che i bravi giovinotti si
sentirono serrati alla gola da un groppo, e non seppero manco spiccicare una
parola.
I mandolinisti riattaccarono altra suonata,
durante la quale uscirono in giardino il babbo di Carlo e la governante. E
suonando, la compagnia si allontanò senza un evviva; chetamente,
rispettosamente, con quella delicatezza tanto facile, anzi naturale nella
gioventù intelligente e buona, quando è commossa da sentimenti nobili e
gentili.
Come Carlo raggiunse la fanciulla, che non si
era mossa, essa gli piegò il capo su la spalla, mormorando fra le lagrime: –
Come sono buoni i nostri amici!... E quanto! oh quanto io sono felice!
Il giovinotto si chinò a baciare con devoto
rispetto la bella testina della fidanzata; poi si staccò da lei con un sorriso,
e salutati il babbo e la governante, saltò su la bicicletta e raggiunse i
compagni per tornare con essi in città nella camera da studente che avrebbe
occupata ancora per poco tempo.
Sempre suonando, gli amici accompagnarono Carlo
alla casa ove alloggiava, e lì lo salutarono con una stretta di mano
silenziosa.
– Ti auguriamo ogni bene! – disse Giorgio.
– Siate felici tutti due! – mormorò Lolli.
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