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Anna Vertua Gentile
Carlo e Carla

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Era quella la prima sera, che, dopo le vacanze, gli studenti della compagnia di Lolli e Carlo si ritrovavano riuniti. Si erano dati convegno alla trattoria dell'Oca; la solita. Alla tal ora, dovevano desinare insieme nell'antica stanza dai muri anneriti dal fumo dei sigari e delle pipe e le pareti adorne di litografie, rappresentanti a colori smaglianti fatti storici recenti.

I giovinotti arrivarono alla spicciolata; e fu uno scambio di saluti festosi e giocosi e di poderose strette di mano; fu un chiacchiericcio allegro e burlone, rotto da risate sonore, da proposte bizzarre; un baccano indiavolato; un rituffarsi allegro e spensierato nella vita dello studente.

Sedettero alla ventura; a tre, a quattro per tavola; e presero a sbraitare gli imperiosi desideri del loro stomaco, tempestando cameriere e padrone d'ordini e contro ordini, di parole ed atti d'impazienza, di pretese buffone.

Della compagnia erano anche Giorgio Balbo, venuto per il ritrovo con gli amici e Lodovico Lolli, più che mai ridanciano e burlone.

Si lavorava allegramente di cucchiaio e di forchetta, ma il lavorio non impediva le chiacchiere; tutt'altro... I piaceri, le noie, gli smacchi delle vacanze trascorse, venivano serviti a richiesta e anche senza richiesta.

Uno era stato al mare e raccontava le gioie della spiaggia, la poesia dei bagni. Un altro aveva passato due mesi in montagna e ringhiava, fra i denti, il tedio della solitudine solenne, la melanconia del boschi folti e scuri, la gioia delle serate, a eterno tu per tu con fratellini, sorelline lagnosi e inuggiti, coi domestici fatti orditi dalla forzata famigliarità. Un terzo, cacciatore arrabbiato, spacciava le più inverosimili avventure; diceva di fagiani, scovati a dozzine, di stragi di pernici, di aquile e avvoltoi da lui stesso assaliti nei nidi fra le rocce a picco dei botri spaventevoli; diceva di incontri con orsi nelle valli del Legnone; di fantastiche manovre per sfuggire al pericolo di un abbraccio della belva, infierita dalla vista dell'uomo; fanfaronate che i compagni accoglievano a fischi e a urli senza turbare per nulla la vena feconda del fortunato raccontatore. Un Tizio aveva scorso mezza Italia in bicicletta; un biondino stento, cantava le meraviglie dei ghiacciai, facendosi appioppare per il nomignolo di Tartarin. Giorgio Balbo, lui, non si era mosso dalla città per via della nonna sua che giaceva tutt'ora malata.

– Ed io – saltò su Lolli – ho passato le vacanze all'ospedale, come interno!... ho respirato per tre mesi l'aria malata e satura di acido fenico. Ma non sto meno bene di voialtri per questo! – soggiunse agitando il testone arruffato e forte.

Avevano finito di mangiare, e infilavano la politica, a sedere sulle tavole, a cavalcioni delle sedie, sdraiati sulle panche con la pipa in bocca. E gli apprezzamenti, i consigli, le idee peregrine, le stranezze, cadevano fitti come gragnuola fra le grasse risate e gli applausi strepitosi. Erano nel buono della digestione chiassona, quando l'uscio venne aperto con impeto e apparve Carlo, sorridente e dall'espressione felice.

Fu salutato con un urlo di festa, circondato, quasi soffocato dalla simpatia, dalla schietta cordialità. Come gli fu possibile di parlare trasse di tasca un foglio piegato e disse levandolo in alto:

– La mia nomina!

Evviva il professore! – gridarono tutti.

E chiamarono ad una voce il cameriere che portasse delle bottiglie, di quel vecchio, per una bicchierata.

– Per dove? – chiese Giorgio Balbo un po' commosso.

– Se vai in Sicilia aspetta a dirlo! – pregò Lolli. – Non guastarci la bicchierata!

– Niente Sicilia! – esclamò Carlo, gaiamente.

– E... al Liceo, s'intende! – saltò su uno studente di lettere.

– Niente Liceo! – rise Carlo.

– Oh! oh! Entri di piè pari all'Università?

– Ti hanno regalato la libera docenza?...

– Ah! ah!... Università!... libera docenza!... Si vede che siete rimpinzi fino agli occhi, non vedete più chiaro nelle cose!... Sono nominato professore della prima classe ginnasiale.

La notizia portò tale sorpresa, che tutti rimasero silenziosi a guardare Carlo con facce lunghe.

Veh! mi parete altrettanti don Bartolo!... – uscì Carlo, ridendo schiettamente.

Uno degli studenti, che stava stappando una bottiglia, rimase a mezzo l'operazione e chiese con voce chioccia:

Carlo! dici davvero?

– Tanto davvero che vi nostro la nomina!... Eccola!

E spiegò il foglio, mettendolo sotto il naso a Lolli.

Ma questi appena vi ebbe gettati gli occhi sopra si fece allegro come un passero, e saltando ritto su una tavola:

Abbasso i musi! – gridòCarlo è nominato professore qui, nella nostra città!

Fu tosto dimenticata la prima classe ginnasiale per festeggiare la destinazione.

E fu festeggiata con pieno ritorno del buon umore. Che cosa contava infatti che si trattasse di Ginnasio invece di Liceo, che anzi si trattasse proprio della prima classe, quando l'amico non avrebbe dovuto andar via?... Sarebbe ancora come se fosse studente; si sarebbero veduti tutti i giorni, tutte le sere.

– E Carla? – chiese uno ad un tratto.

– E le nozze? – chiese un altro.

Carla, chi non lo sapeva?... Era una donnina dallo spirito superiore e non pensava certo che il suo fidanzato ci perdesse in dignità insegnando nella prima classe ginnasiale. Ell'era invece felice della sua destinazione. Avrebbero continuato a vivere alla villetta.

Le nozze si sarebbero celebrate subito; fra pochi giorni; alla buona; anzi alla chetichella, come conveniva a un povero professorello della prima ginnasiale. Ma un professorello felice, oh felicissimo!

Non c'era bisogno che Carlo lo dicesse: la gioia più schietta gli traspariva dagli occhi, dalla parola, perfino dai gesti.

Si era fatto scuro. Il cameriere recava i lumi, quando rientrarono otto studenti, che erano guizzati fuori poco prima, senza che nessuno se ne avvedesse. Avevano sotto il braccio il mandolino; proposero una passeggiata fino alla villetta.

Volevano fare una serenata alla fidanzata del professore, alla antica compagna di scuola, alla giovine amica stimata ed amata.

E uscirono tutti, in bell'ordine, con fare dignitoso, compresi dell'onore di festeggiare una signorina così per bene, così meritevole di ogni rispetto.

Infilarono la porta della città, presero per lo stradone. La notte era chiara come la faccia della luna, ci si vedeva da contare le piante a un miglio lontano. Via per l'ampia distesa, i mastini abbaiavano rabbiosamente, rispondendosi da un cascinale all'altro.

Il sonno era già sceso su le case dei contadini sparse qua e fra i prati e i campi.

L'aria lieve frusciava come carezza fra i rami che l'autunno andava spogliando.

La calma della serata, la felicità dell'amico, la dolce certezza di averlo ancora fra di essi, tutto ciò aveva smorzato l'ilarità chiassona della compagnia di studenti, mettendoli invece in uno stato di commozione tenera e soave, che dava alle loro voci intonazioni inusitate, ai loro discorsi una serietà serena.

Giunti ai pressi della villetta, si schierarono lungo la cancellata, e gli otto sonatori, raccolti nel mezzo, presero fra il silenzio a suonare con sentimento e vera maestria della musica soavissima.

Agli ultimi accordi della prima suonata, Carla apparve a capo della scalea d'entrata; ed era così bella nel vestito bianco, avvolta nella fantastica luce della notte limpida, che i bravi giovinotti si sentirono serrati alla gola da un groppo, e non seppero manco spiccicare una parola.

I mandolinisti riattaccarono altra suonata, durante la quale uscirono in giardino il babbo di Carlo e la governante. E suonando, la compagnia si allontanò senza un evviva; chetamente, rispettosamente, con quella delicatezza tanto facile, anzi naturale nella gioventù intelligente e buona, quando è commossa da sentimenti nobili e gentili.

Come Carlo raggiunse la fanciulla, che non si era mossa, essa gli piegò il capo su la spalla, mormorando fra le lagrime: – Come sono buoni i nostri amici!... E quanto! oh quanto io sono felice!

Il giovinotto si chinò a baciare con devoto rispetto la bella testina della fidanzata; poi si staccò da lei con un sorriso, e salutati il babbo e la governante, saltò su la bicicletta e raggiunse i compagni per tornare con essi in città nella camera da studente che avrebbe occupata ancora per poco tempo.

Sempre suonando, gli amici accompagnarono Carlo alla casa ove alloggiava, e lo salutarono con una stretta di mano silenziosa.

– Ti auguriamo ogni bene! – disse Giorgio.

– Siate felici tutti due! – mormorò Lolli.




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