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I
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I
Nell'afa del meriggio Mario sollecitava colla frusta il grasso cavallo.
La strada, larga e dritta, in quell'incendio di sole sembrava confondersi col tremolìo dell'aria, entro la quale la polvere, sollevandosi, metteva tratto tratto una nebbia giallognola. Il caldo era soffocante. L'ombra, ritiratasi sotto gli alberi, ne allargava la base dei tronchi, e l'erba appariva sporca sui margini dei fossi, mentre nella strada solitaria il solco dei veicoli e l'orma dei piedi si vedevano sino molto lungi, profondi quanto nel fango.
Non s'incontrava anima viva. Solo il coro delle cicale, nascoste fra le fronde, seguitava a cantare con tale monotonia, che vi si sentiva sotto l'oppressione del silenzio. Poi qualche uccello, staccandosi dalla cima di un albero, sembrava gettare un lieve strido d'impazienza, e passava rapido nel sole.
La vecchia e larga carrettella era già tutta bianca.
Mario, abbandonato sull'alto dossale, cogli abiti scottanti e le redini lente, si era calcata la cappellina di paglia gialla sugli occhi, e ogni tanto li socchiudeva. Al disopra delle siepi spessi lampi gli giungevano, accesi dal sole sulla lucentezza metallica delle foglie; vedeva un nuvolo d'insetti aggirarsi in vortice denso e silenzioso; poi un tafano schizzava rapidissimo intorno al cavallo, gli si librava sul collo, sulle reni, sulla groppa,sfuggendo d'un colpo per ritornare coll'insistenza di una velocità, che nulla poteva stancare.
La strada, appena fuori della città, s'internava fra le colline separate da una florida distesa di campi. I poderi spesseggiavano; le case coloniche, vecchie e malandate, si travedevano come una macchia dentro la verzura, ma la terra in quel mese di luglio lussureggiava. Le stoppie coi gambi qua e là schiacciati, dello strame sfuggito alla falciatura, parevano immense pezze di un cinereo caldo fra i filari verdi delle viti; le canape alte e cupe alitavano un aroma amaro, mentre i gelsi, sfogliati da poco, sorgevano come scheletri tra quella pompa e quella fiamma solare così intensa, che l'anima stessa si addormiva in fondo alle proprie ombre.
«Ci vorrà ancora mezz'ora» disse la vecchia Teresa, che il moto sobbalzante della carrettella aveva quasi addormentata; quindi si trasse più innanzi sul naso il fazzoletto cremisi di seta, col quale si riparava dal sole.
Non avevano ombrello; Mario annuì senza rispondere.
Il vecchio cavallo trottava pesantemente alzando la polvere, in nuvola, sotto il suo largo ventre; e teneva le orecchie e il collo basso, quasi ad annusare il terreno, senz'altra vivacità che nella coda, colla quale si schermiva da un volo di mosche querulo ed ostinato. Pareva che, conoscendo da lunga pezza la strada, la dimenticasse nella sicurezza di una fatica automatica. I suoi finimenti sotto quel polverio diventavano anche più poveri, la carrettella oscillava con un suono di ferraglia, interrotto a quando a quando dal cigolio di una ruota, o dal tremito argentino dei lampioni. Era quasi sverniciata, coi cuscini e i parafanghi in brandelli.
Mario guardò in alto respirando forte; dalla mano, posata sul pomo ardente della martinicca, gli veniva una sensazione dilettosa. Il cielo abbagliante di serenità s'abbassava dietro i colli come una immensa tenda, attraverso la quale i raggi del sole imbiancavano il proprio oro per cadere in una invisibile pioggia di aghi dritti e continui, che foravano la pelle. Ma quell'azzurro, quasi biancheggiante come la polvere della strada, rendeva il cielo anche più vasto nella scialba uniformità del colore. L'orizzonte era scomparso, sui colli diventati quasi più bassi non si discerneva più che una vampa, e nella solitudine della strada non passava viandante, e dai campi, ove gli alberi lasciavano spiovere stancamente le foglie, non un soffio faceva tremolare l'immobile intensità dell'ora.
Mario si sentiva arroventato.
Quegli abiti in tela leggera, di un color chiaro, gli lasciavano penetrare nel sangue un calore indefinibile; gli pareva di non potersi muovere, come nella prima oppressione del sonno, e nullameno un crescendo irresistibile di vita lo sopraffaceva. I raggi del sole gli percotevano sul ventre.
Aveva la bocca riarsa e gli occhi torbidi.
E il contatto della Teresa, traballante al suo fianco per gli scuotimenti della carrettella, gli raddoppiava quel caldo, nel quale lentamente gli veniva sugli occhi socchiusi un sogno anche più ardente e luminoso.
Erano usciti dalla città nel pomeriggio. Sapendo di essere atteso a pranzo per le due, perché l'avvocato gli aveva precisata l'ora nel lasciargli la moglie del fattore colla vecchia carrettella per il viaggio, Mario era tornato prima a casa per mettersi quell'abito nuovo e quelle scarpette gialle all'ultima moda, calcolando sull'effetto di tale piccola eleganza in campagna. Ma, appena fuori di porta, il caldo l'aveva oppresso; non era possibile spingere il cavallo ad un trotto maggiore, poi sarebbe stata un'imprudenza colla Teresa. Quindi, nell'abbacinamento di quella luce, tutte le idee gli si erano confuse, mentre allungandosi involontariamente sui cuscini, come dentro un bagno, tratto tratto protendeva il ventre con un sorriso sulle labbra secche.
La strada saliva adagio, torcendosi a molte svolte.
Il cavallo solo stava desto; grosse chiazze di sudore gli macchiavano già la groppa, mentre proseguiva in quel trotto cadenzato, imprimendo alla carrettella una oscillazione quasi ritmica. Siccome era domenica, e quella l'ora del pranzo, non avevano ancora incontrato alcuno. Poche ville non ricche interrompevano le siepi coi cancelli verdi di legno; i colli correvano d'ambo i lati della strada con lieve ondulazione, senza spezzare la propria linea: le siepi molto alte e i filari a festoni piantati lungo di esse, li nascondevano sovente.
Al ponte della Torretta, la Teresa si rizzò di soprassalto sulla schiena; erano vicino alla villa.
«Credo che il burro si sarà disfatto nel cassetto, con questo caldo; il signor avvocato si lamenterà.»
«La colpa non è nostra.»
«Non è stata una bella idea di farci venire a quest'ora. La signora Annetta, che è così bianca, ne sarebbe morta; senza ombrellino non osa nemmeno uscire sul prato.»
Allora parlarono di lei. Mario rispondeva appena, ascoltando; la Teresa pareva fare qualche riserva sulla padrona.
«Andiamo dunque, Carlone» si rivolse al cavallo; «se avessi guidato io, saremmo già arrivati.»
«Ecco le redini: avete voluto che le tenessi...»
«In città! Un bel giovanotto,» aggiunse sorridendo sardonicamente «farsi vedere guidato da una vecchia come me!»
Erano arrivati. Si vedeva il cancello rustico con due pioppi a fianco; un battente era aperto.
Sul prato della villa non uscì alcuno. La Teresa smontò, trasse dal cassetto il cartoccio del burro, e tornò poco lungi alla propria casa col cavallo a mano, lasciando Mario entrare solo nel casino. Egli si fermò un istante all'uscio verde. Così in piedi, vestito di chiaro, biondo e roseo sotto i raggi del sole, era un bel giovane; aveva le spalle larghe e le gambe dritte. La freschezza del suo volto, illuminato dal sorriso degli occhi cerulei e delle labbra rosse, perdeva della propria femminilità con quei baffetti, tirati su pretensiosamente alla spagnola; ma in quel momento era velato di malinconia.
Entrando nell'andito, che apriva il casino per tutta la sua profondità, s'incontrò nell'avvocato in manica di camicia e colla pipa in bocca. La sua grossa figura, nella libertà di quello scarso abbigliamento, pareva anche più greve; le bretelle a crociera gli reggevano i calzoni tagliando il bianco della camicia con righe multicolori. Cominciava già ad essere calvo e brizzolato, colla barba tagliata a punta, ma di un pelo così piatto che sembrava di primo tempo un empiastro. Nullameno la fronte alta e due occhi neri, penetranti, davano alla sua fisonomia una specie di nobiltà intelligente, mentre il sorriso della bocca, sotto il naso grosso e sensuale, ne compiva il carattere bonario.
«Ah! Avete il burro, caro Mario; ne faremo dei crostini per l’antipasto. Date qua, lo porto io stesso in cucina.»
Ma la cuoca uscì da una porta laterale.
«Già!» esclamò, vedendo tutto il cartoccio unto: «sarà diventato rancido, e poi daranno la colpa a me.»
«La signora Annetta?» chiese Mario.
«È su. Avete finito quella memoria?»
E attirandolo sopra il vecchio sofà di percalle, poco pulito, gli parlò di cose legali. Mario si era tratta la cappellina, e si asciugava il sudore con un fazzoletto bianco, a larga orlatura fiorata, cercando di non scomporsi la scriminatura; ma rispondeva attento, con molta deferenza, a tutte le sue interrogazioni.
In quell'andito fatto dalla profondità di tre camere, e chiuso da due massicci usci verdi senza controporte o invetriate, la temperatura, arrivando dal di fuori, era quasi troppo fresca. Mario si rimise la cappellina, e si abbottonò la giacca. Nel mezzo sorgeva la tavola, imbandita quasi poveramente, se non fossero state le vecchie posate d'argento a darle un'aria signorile su quella tovaglia grossa e coi piatti di maiolica spaiati. Alcune foglie di vite sotto i bicchieri vi facevano una fresca macchia verde di una semplicità poetica; due bottiglie di vino bianco tramandavano qualche iride aurata.
C'era un altro divano e un tavolino a muro, zoppo da un piede; nessuna pittura alle pareti, delle quali l'intonaco era qua e là caduto; ma alcune chiazze di umidità avevano sporcata la volta con un colore odioso di muffa. Le sedie scompagnate mostravano la paglia rotta.
Quel casino, con un grosso podere, l'unica eredità lasciata all'avvocato dal padre, era in pessime condizioni; ma, sebbene lo studio gli prosperasse, egli aspettava, da buon borghese, di poterlo rimodernare senza inconvenienti per le proprie finanze. Ora non aveva arredato che l'appartamento di città per contentare la vanità della signora Annetta.
Quando l'udirono discendere le scale, Mario si cavò la cappellina alzandosi in piedi.
«Siete arrivato finalmente!» ella gridò con accento allegro prima ancora che potessero vederla, saltando gli ultimi due gradini a piè pari come una bambina.
Infatti ne aveva quasi la fisonomia, ma la statura, il corpo florido col petto e le anche opulenti, un'immensa capellatura bionda scarduffata sulla fronte, e una ricercatezza minuta e stonata qua e là nel vestito, ne facevano una donnina adorabile. La sua fisonomia, d'una regolarità vicina alla perfezione, di primo tempo non impressionava; i suoi occhi troppo grandi, di un verde che talvolta pareva turchino, non avevano abbastanza luce; la sua bocca fresca, coi denti bianchissimi, parlava e rideva colla stessa vivacità; le sue guance avevano la brina delle pesche, mentre la sua fronte liscia, di un bianco più intenso, pareva una benda sotto l'oro ardente dei capelli. Il suo abito di mussolina a righe era di una temerità ignorante. Aveva la vita troppo lunga anche per la moda, gli sbuffi delle maniche troppo salienti sulle spalle, la gonna troppo stretta sui fianchi, la scollatura circolare troppo bassa e mascherata da una bavarina larga, di un bianco rugginoso, cogli orli rosa. S'indovinava subito una pretensione d'eleganza non aiutata dalla fine esperienza del gusto. L'arruffio dei capelli, così voluminoso, faceva pensare ad un turbante, e le calze nere ad un prete, ma invece aveva le scarpette chiare. Nonpertanto la sua giovine bellezza trionfava di tutte quelle stonature; ed era così ilare nella coscienza della propria perfezione, si capiva tanto bene che quella testolina rosea e raggiante non avrebbe mai pensato, la limpidità cristallina de' suoi occhi era talmente piena d'iridi, il sorriso delle sue labbra così inconsapevole di bontà, la sua salute così trionfante e la sua anima così vuota, che una luce di simpatia l'avvolgeva come quei bimbi, dei quali la contentezza è un contagio, e la scempiaggine dei giuochi una ricreazione per tutti.
Venne incontro a Mario, gli strinse la mano, togliendogli dall'altra la cappellina, che andò ella stessa a deporre sul tavolo a muro.
«Raccontatemi tutto. Siete passato per la piazza? Avete visto la baronessa andare in Duomo. Scommetto che aveva l'abito rosso dell'altra domenica! ... E le Falconi? La Ghita, sempre con quel cappellino a sporta ... oh! se si vedesse! No, aspettate, signor Mario: voi già non ci avete badato, ma le Tivaroni, è impossibile che non le abbiate vedute coll'ingegnere dietro. Carino anche lui! Chi sa come la gente avrà riso vedendovi colla Teresa su quella carrettella!»
E, beata del proprio cicaleccio e di tutta quella fantasmagoria di evocazioni, si abbandonava ridendo sulla sedia, coi piedi sporgenti dalle sottane, e col seno troppo stringato, che le tremava voluttuosamente sotto l'onda di quella gioia.
Mario si difendeva alla meglio; diceva di aver sempre dormito durante il viaggio, tanto il vecchio Carlone sapeva bene la strada.
«Se non ci fossi tu, Pippo,» ella si rivolse scoppiando a ridere di nuovo «sai che Carlone sarebbe il più vecchio di tutti noi? lo ho ventidue anni, sono già molti; il signor Mario venticinque, tu ne hai quanti noi due sommati insieme: Carlone ne ha ventinove.»
«Quando tu ne avrai altrettanti, vi ti attaccherai, pazzerella, per molti anni; dopo i trenta la donna non è più giovane.»
«Galba è ancor lontano!» intervenne Mario.
Egli la guardò di sfuggita, come per chiederle un segno di risposta; ma ella finse di non accorgersene.
«Veronica!» strillò «vengo ad aiutarti; farò io i crostini.»
E, prima ancora che la serva rispondesse dalla cucina, balzò in piedi e con un grande svolazzo di sottane sparve, non senza rivolgersi all'uscio con un riso grazioso di birberia.
«Se volete mettervi in libertà, Mario,» disse l'avvocato, mostrandoglisi bonariamente così in maniche di camicia, «Annetta non se ne offende.»
L'altro ricusò.
«Siete un elegante, voi! Non me n'ero ancora accorto; stamane avete un abito nuovo. Fumate dunque; volete bere?»
Ricominciarono i discorsi giuridici, ma l'altro tendeva l'orecchio al chiacchierio della cucina, dalla quale salivano ogni tanto risa perlate fra la voce grossa della Veronica, che brontolava. A poco a poco quella distrazione s'impadronì anche dell'avvocato, così che finirono per andare verso la cucina.
«No» guaì la signora Annetta, slanciandosi verso l'uscio per impedire loro d'entrare: «non voglio che mi vediate.»
«Chi sa in quali intingoli ti sporchi!»
«Sono sempre più pulita di lei, signor avvocato.»
«Allude forse ai processi?» disse Mario con accento, nel quale fremeva già un principio d'irritazione.
«Anche, anche; vadano via, in cucina comandiamo noi.»
Il pranzo era di una grande semplicità. La Veronica cuoceva e serviva a tavola, sudata, col grembiule tutt'altro che pulito, grugnendo ad ogni piatto. Non era contenta dell'opera propria. In quella cucina di campagna, così abbandonata, mancava tutto; gli altri invece trovavano deliziosa ogni pietanza. L'avvocato, robusto mangiatore, sulle prime non parlava, curvo sul piatto della minestra, della quale il fumo grasso gli saliva su per la faccia; la signora Annetta, invece, l'assaggiava a piccole cucchiaiate, mentre Mario, affettando di aspettare che il brodo si agghiacciasse, cercava con prudente insistenza di scambiare con lei qualche occhiata. Negli occhi azzurri gli passava qualche lampo di collera, ma ogni qualvolta ella sorrideva, anche senza guardarlo, Mario, pigliando per sé quel sorriso, si rasserenava.
«Non mangiate, Mario?» gli disse l'avvocato.
«Aspetto: piuttosto, come fa ella a mandar giù una minestra così bollente?»
«Ah!» ribatté con intenzione spiritosa, e riempiendosi nuovamente la piattellina, «ho subìto ben altre prove del fuoco.»
La signora Annetta mangiava con tutte le moine più pretensiose dell'eleganza, quasi facesse una concessione ad una necessaria volgarità, ma con tanta energia di salute finiva col mangiare molto. L'avvocato la berteggiava, ella s'offendeva scherzosamente, il signor Mario diceva solo qualche parola, respinto suo malgrado da quella loro intimità di coniugi. Nullameno la conversazione si legò a poco a poco, il tema ne divenne presto il casino. Assolutamente bisognava restaurarlo, perché così era davvero indecente; impossibile invitarvi qualcuno, tranne il signor Mario quasi di famiglia, senza farsi rider dietro.
La signora Annetta tornava e ritornava sui particolari. L'andito verrebbe trasformato in una specie di salone; qualche trofeo di caccia e qualche panoplia con alcune giardiniere basterebbero. Il pavimento bisognerebbe metterlo a mattonelle lucide, così moderne e così carine; quindi spostare la cucina, e fare la camera da letto su al primo piano; e sotto, dove era adesso, ci verrebbe un salotto di ricevimento. L'appartamento superiore si componeva di cinque stanze, libere sopra un altro andito uguale.
Ella, già presa in quella visione di lusso, sminuzzava le descrizioni; era un cicaleccio, un abbarbaglio pieno di lampi e di sorrisi, colle parole che s'incalzavano sotto i gesti graziosi e petulanti.
«Conclusione!» disse l'avvocato «ci vogliono trentamila franchi.»
«Li guadagnerai.»
«Lo spero bene, poi tu me li butterai tutti in una sol volta.»
«Ma sarò contenta. Quanto tempo ti ci vorrà per guadagnarli?»
Questi si era accigliato; l'allegra curiosità della signora Annetta ne ricevé quasi un urto, ma rivolgendosi da capo al marito.
«Quanto, quanto?»
«Quanto tempo impiegheremo» egli ripeté coll'altro «per vincere la lite della Cartiera?»
«Se si vincerà» rispose Mario freddamente.
«Ne dubitate?»
Ma l'avvocato, rientrando nel tema favorito di quella causa, si rimise a spiegarla. Adesso il suo volto volgare e bonario si era fatto grave, parlava adagio, con forma più eletta, come dettando una memoria. L'altro, costretto ad ascoltarlo, cercava nel fondo della propria scienza legale, ancora troppo scarsa, qualche obbiezione per intorbidare le gaie speranze di quella donnina così spensieratamente egoista. Ma in quel dibattito, del quale non capiva gran cosa, ella aveva cessato di divertirsi e seguitava a mangiare, mentre l'avvocato colla forchetta brandita faceva qualche gesto lento e poderoso.
Ad un argomento falso di Mario sorrise, parando con tale prontezza e con una citazione così irresistibile, che l'altro rimase interdetto.
La signora Annetta sorrise anche lei.
«Non ti affrettare a sorridermi» le disse l'avvocato; «non basta, per vincere una causa, aver ragione e saperla sostenere. Ci sono i signori del tribunale.»
Ma la sconfitta di Mario aveva tolto l'allegria al pranzo. Egli tentava ancora di scusarsi, confessando la propria inferiorità di fronte alla scienza dell'avvocato; però si sentiva fremere nella sua voce il dispetto. L'altro credette a una piccola crisi della vanità umiliata, frequente negli scolari e nei principianti.
La signora Annetta invece cominciò a guardarlo, tratto tratto.
La temperatura dell'andito era deliziosa, il pranzo ordinario, ma buono. Dopo le frutta presero il caffè, poi l'avvocato accese la pipa, andandosi a sdraiare sul divano.
Mario e la signora Annetta rimasero ancora a tavola, in faccia; egli fumava una sigaretta attardandosi nel vuotare la propria tazza, ella si baloccava con una susina. Non si parlavano. Improvvisamente, come spinti da una molla, sorrisero, e quel sorriso illuminò tutto il loro secreto. Egli tornò ilare, ella si alzò per andare verso il marito; lo circondarono sedendogli vicino.
L'avvocato, che aveva la digestione laboriosa, adesso parlava poco; toccava a loro due tenerlo sveglio, e chiacchieravano a caso di pettegolezzi cittadini, di mode, di nonnulla. Pareva che quella intimità a tavola, fra marito e moglie, parlando dei ristauri, si ripetesse ora imprudentemente fra i due giovani. Le parole avevano dei doppi sensi, e il sorriso le commentava, mentre nei loro occhi, quasi egualmente chiari, s'accendevano fosforescenze rapide quanto un baleno, ed intelligibili come un appello.
In quell'aria fresca, col calore del pranzo nel sangue, si allungavano inconsciamente sulla scranna. L'avvocato, dinanzi a loro, era quasi sdraiato sullo schienale del divano, col largo ventre sporgente dai calzoni, appena rattenuto dalla crociera delle bretelle, e di quando in quando sbuffava. La volgarità della sua natura si tradiva in ogni atto. La stessa vecchia pipa di legno finiva per dargli un'aria di carrettiere di fronte alla signora Annetta, guantata da quell'abito di mussolina, sul quale il suo collo sorgeva voluttuosamente bianco, ombrato sotto la nuca dai riccioli biondi.
Mario la divorava cogli occhi; ella si abbandonava coi piedi non molto piccoli, che le si agitavano di quando in quando fuori delle sottane. Qualche parola le moriva sulle labbra, guardando il marito distrattamente.
Questi andava chiudendo gli occhi.
Mario sussurrò a denti stretti:
«Annetta ...»
Ella tremò, mostrandogli il marito; l'altro s'indispetti. Tacquero. L'avvocato abbassava lentamente la mano, nella quale teneva la pipa già spenta, il suo respiro si faceva più grosso. Allora i due si sentirono addosso l'incubo dell'attesa; stavano imbarazzati spiando, temendo quasi di guardarsi per non tradirsi, se aprisse gli occhi. Mario frenava l'anelito, che gli cresceva nel petto, ella soffriva di un'impazienza piena d'irritazioni; non avrebbe voluto essere lì, temeva quanto stava per accadere, provando al tempo stesso dispetto e paura, e nella paura un sottile fremito di piacere.
«Annetta ...» ripeté Mario più distintamente.
Ella titubò, poi facendogli un cenno intraducibile, improvvisamente, leggera, quasi senza fare rumore, fuggì in cucina presso la Veronica, che aveva già finito di mangiare e rimescolava i piatti.
Sul viso di Mario passò una vampa di collera, ma non osò voltarsi per non svegliare l'avvocato, anzi lo guardò con una espressione sprezzante di rancore. Dalla cucina s'udiva l'Annetta ciarlare allegramente colla Veronica. A Mario pareva di essere schernito. Subiti pensieri di violenza gli attraversavano il cervello, mentre un odio assurdo ed irresistibile gli veniva dalla contemplazione di quell'uomo così volgarmente, impudentemente addormentato dopo pranzo, dinanzi a sua moglie adorabile e adorata, che poteva tradirlo impunemente, e lo aveva già tradito, e ora sfuggiva, colla bugiarda viltà della donna, a tutte le promesse balbettate pochi giorni prima con lui, Mario, in un'ora di abbandono. Egli non era venuto al casino se non per questo, nella speranza di trovarla sola qualche minuto.
La passione gli sferzava il cuore. Avrebbe voluto andare in cucina, ma anche là c'era la Veronica, e Annetta l'avrebbe evitato; poi temeva di tradirsi, si sentiva incapace di dominarsi. Sperò che ritornasse. Adesso la Veronica lavava le casseruole, ma l'altra rimaneva in cucina; si udivano scricchiolare le sue scarpette, ella girellava, faceva tintinnare i bicchieri e i tegami. Evidentemente era in lei un proposito deliberato: non tornerebbe. Eppure l'avvocato dormiva, ella avrebbe potuto rientrare nell'andito senza timore, magari solo per il tempo di un bacio.
Fu bussato alla porta. Era la Teresa, che avendo finito di pranzare veniva a visitare i padroni. L'avvocato si destò e riprese la pipa per accenderla.
«Che caldo!» esclamò la Teresa, respirando deliziosamente l'aria fresca dell'andito.
Aveva un mondo di cose da dire; prese famigliarmente una sedia presso l'avvocato. La sua figura corta e tozza, in quell'abito di percalle turchino a fiorami di un colore più pallido, una stoffa quasi da tenda, era ancora piena di vigore; le guance le penzolavano sotto le mascelle, ma la quadratura del viso e la durezza della fronte rivelavano tutta la sua energica natura. Il fattore era lei. Adesso non finiva più colle lagnanze. Bisognava ridare il solfato di rame alle viti; era una dannazione con quella peronospora, una volta sconosciuta, e che adesso distruggeva tutte le foglie della vite, così che i grappoli inariditi cascavano.
La Teresa accettava le spiegazioni scientifiche di quel morbo, ma diceva nullameno che era un castigo di Dio. Poi la vacca di Giacomo, dopo il parto, non aveva potuto liberarsi dalla matrice; c'era pericolo.
«Venga a vederla; sta in piedi, ma si lamenta a quando a quando, come una donna. Le avevo fatto preparare un brodone; non lo ha nemmeno assaggiato. Venga a vederla anche lei, c'è pericolo che muoia.»
«Ma io non me ne intendo.»
La signora Annetta rientrò nell'andito.
«M'avete portato le avellane?»
«Sì! le hanno rubate. Se lo prendo quel birichino di Tonio, il figlio della Nena!»
L'Annetta sorrise. Mario si era avvicinato supplicandola cogli occhi, mentre ella fingeva di non accorgersene. La Teresa era inesauribile; si capiva che, sapendo il fatto suo, se ne vantava, ma dai suoi discorsi traspariva una grande onestà. Accettò dalla signora Annetta un grande bicchiere di vino, ripetendo che era caldo.
«Ho messo a letto Girolamo; cala, cala il buon uomo.»
«L'uomo siete voi» rispose scherzando l'avvocato.
«Infatti non sono mai riuscita a far un figlio» ma nel suo accento non c'era rimpianto.
L'avvocato diede un'occhiata ad Annetta; anch'essi, dopo due anni di matrimonio, erano senza figli, ma se ne rammaricavano.
«Bah!» prosegui la Teresa alzando le spalle: «quando si è giovani, c'è sempre tempo. Perché non vanno un po' a letto con questo caldo?»
E questa domanda diventava così maliziosa, dopo quella osservazione, che tutti si guardarono.
«Già,» disse l'avvocato «che cosa si fa sino alle sette?»
S'alzò, lasciando la pipa sul divano; Mario si accostò all'Annetta imprudentemente, mormorandole tra i denti, cogli occhi sfolgoranti:
«No.»
La Veronica veniva a sparecchiare la tavola.
«lo e lei,» disse la Teresa a Mario «mentre i signori padroni vanno un po' a letto, giuocheremo una scopa. Vuole?»
«Vado a far la piega alle lenzuola» esclamò la Veronica passando nella camera da letto, della quale l'uscio era presso quel divano.
Poi ritornò:
«Signor avvocato, non ci sono le sue pianelle: bisogna fare alla meglio.»
«Poco importa» e s'avviava già verso la porta. La signora Annetta sembrava contrariata dalla volgarità impudica di quella scena; Mario, livido, per darsi un contegno si era messo ad accendere un sigaro, rompendone replicatamente la punta coi denti. Tremava.
L'avvocato era già entrato nella camera; ella dovette seguirlo, ma aveva abbassato la testa, vergognosa dei pensieri, che indovinava negli altri, su quanto stava per accaderle in quel pomeriggio così caldo e voluttuoso. Al momento di chiudere l'uscio guardò Mario, che le si rivolse cogli occhi fiammeggianti e la bocca contratta da un sogghigno doloroso. L'uscio si chiuse quasi violentemente.
«Dammi ancora da bere» disse la Teresa alla Veronica.
La tavola era già sparecchiata, le due bottiglie del vino bianco, ancor piene a metà, stavano sul tavolo a muro, dietro il vassoio delle frutta.
Le due donne sedettero. Mario girava su e giù, verso la porta, cercando di rimettersi, coll'orecchio teso a tutti i rumori dell'altra camera; indi a poco il letto scricchiolò. Era l'avvocato, senza dubbio, che vi si sprofondava pesantemente.
Le due donne parlavano di cucina. Mario, colla testa in fiamme e il cuore che gli batteva dolorosamente, avrebbe almeno voluto avventarsi a quell'uscio, scardinarlo, piombare su quel letto, e dividerli. Era una ossessione, che gli cresceva coll'impeto di una pazzia.
«A che cosa giuochiamo, signor Mario?» si volse la Teresa. «Giuochiamo tutti e tre a calabresella, così ci sta anche la Veronica: due centesimi la partita. Il vino ce lo passa l'avvocato. Va a prendere la carte, Veronica; tanto, noi tre, non dormiamo ... Crede lei che dormiranno?» esclamò sopra altro tono accennandogli l'uscio, dietro al quale erano scomparsi l'avvocato e la signora Annetta.
Mario trasalì, ma la Teresa rivoltasi alla porta della cucina, per aspettare che la Veronica tornasse colle carte, non se ne accorse.
«Si metta qui, signor Mario; lei già non ha sonno. Scommetto che nemmeno la signora Annetta ne ha ancora...» E il suo viso largo e grasso di donna vecchia, per la quale l'amore non ha più pudori, rendeva per Mario più opprimenti quelle parole. Per rimettersi tracannò d'un sorso un gran bicchiere di vino. Non avrebbe voluto giuocare per tutto l'oro del mondo, ma la Veronica contava già sulla tavola il mazzo delle carte, per constatare se ve ne mancassero; le carte erano unte.
«Diciamo piano» mormorò la Veronica.
«Adesso,» ribatté maliziosamente l'altra «possiamo parlare ancora. Anche lei piglierà moglie, signor Mario, una bella donnina come la signora Annetta e avrà dei bambini belli. Il signor avvocato ...»
Ma la Veronica, che aveva inteso altre volte quell'accusa, intervenne per difenderlo.
«Non è ancora vecchio, la signora Annetta piuttosto ...»
Mario, colle mani tremanti, prese il mazzo delle carte e, per troncare il discorso, disse ruvidamente:
«A che cosa volete dunque giuocare?»
«A calabresella, un centesimo alla partita.»
«Due»
Si accordarono sui due centesimi.
La partita incominciò. Ma il signor Mario non aveva la testa a segno. Il suo pensiero soffriva dentro l'altra camera, assistendo alla inevitabile scena di quei due, abbandonati l'uno a fianco dell'altro alla suggestione voluttuosa di quel pomeriggio. Le carte gli tremavano nelle mani, mentre gli occhi gli correvano irresistibilmente a quell'uscio chiuso, cui le due donne voltavano le spalle.
«Non sa dunque giuocare?» strillò la Teresa ad un suo svarione, che decideva della partita. «A che cosa pensa?»
L'altro si scosse. L'irritazione gli cresceva come un caldo, che gli salisse sotto la sedia dal pavimento, fra quella blanda frescura dell'andito, nella pace di quella luce filtrante dai vetri sudici delle lunette sopra le due porte. Fuori, il sole doveva avere tutte le vampe del meriggio. Alla terza partita Mario confessò di non saper giuocare, pagò generosamente i sei centesimi, e andò a gettarsi sul divano presso l'uscio, dicendo di voler piuttosto sonnecchiare. Le due donne allora si attaccarono a scopa.
Egli ascoltava, col viso al muro e le labbra strette rabbiosamente.
In quella eccitazione di tutti i sensi gli pareva d'intendere, fra lo scricchiolìo del letto, il soffio faticoso di una forte respirazione; vedeva dentro quella camera buia come se fosse inondata di sole, torcendosi nella gelosia senza che la sua ragione vi trovasse nulla a ridire. Colla ferocia delle passioni, che si dilaniano, la gelosia gli mostrava tutti gli atteggiamenti di quei due, gli sussurrava le loro parole, i sospiri tronchi di lei, gli mostrava le sue moine, e quel pallore ch'egli le conosceva, quando gli occhi le diventavano smorti e le labbra le tremavano in un urlo soffocato.
Egli aspettava angosciosamente quell'urlo, che si sentiva ancora nella memoria, come il grido supremo di tutta la propria felicità.
«Scopa!» strillò trionfalmente la Veronica.
La Teresa si lasciò scappare una esclamazione sguaiata.
Mario ascoltava sempre, dicendosi che non udiva nulla, e non pertanto parendogli di udire, volendo udire quell'urlo, che gli avrebbe dato la sensazione della morte.
Poi la Teresa lo chiamò, perché giudicasse fra loro due il valore della primiera.
«Non so giuocare, ve l'ho pur detto» rispose villanamente, e andò fuori sul prato, sbattendo la porta. Il sole era sempre così ardente, le cicale cantavano instancabili, l'aria bolliva sui campi. Quell'immenso calore gli fece bene; passò dietro il casino, cacciandosi per un sentiero che saliva il colle.
Aveva bisogno di muoversi, di bestemmiare ad alta voce, stancando in qualche violento esercizio la passione, che lo sconvolgeva. Ma un'altra voluttà, un bisogno rovente di amore, gli venivano da quella campagna in fiore, dalle foglie, dagli alberi assorti nel sole, dalle stoppie riarse, dai prati, ove il fieno falciato si essiccava vaporando i più dolci profumi, dai peschi, sui quali i frutti avevano sorrisi sanguigni come quelli del rubino. L'ombra stessa era piena d'inviti. I piccoli soffi del vento parevano un respiro soffocato, che uscisse dal secreto di tutto quel fogliame, ove gli uccelli nascondevano i propri amori.
In cima del colle sedette all'ombra di una quercia.
Le ragazze scendevano già per andare alla funzione dei vespri, vestite a festa, rosse e sudanti, ridendo; qualche giovanotto, colla giacca buttata sopra una spalla e la camicia bianca, le seguiva celiando colle parole e colle mani.
Ma gli uni e le altre gli parevano brutti al confronto della signora Annetta.
Il sole si manteneva alto quasi immobile.
Quanto starebbero in letto? Dormiva ella? Pensava a lui? Sognava?
Egli invece tornava a sognare irresistibilmente di lei in quella camera, vicino a quell'uomo grasso che russava, e che essendo suo marito, aveva il diritto di farlo. Ella gli permetteva, naturalmente, tutto. Ma allora che cosa rimaneva quell'altro amore, così bello di gioventù e così profondo di passione, quel delirio di sensi e di anima, nel quale tutto il mondo spariva? Adesso gli riprendeva la smania di tornare al casino per vedere se fossero alzati, pur sapendo che era ancora troppo presto. La vista della campagna gli divenne improvvisamente odiosa; era una solitudine, nella quale gli bisognava ripiegarsi sopra se stesso. Gli parve inesplicabile che gente di mondo potesse vivere per mesi alla campagna, nella monotonia di una decorazione sempre la medesima, coll'impossibilità di barattare un'idea. Che cosa fare in campagna, se non mettersi a letto per ammazzare il tempo? E l'immagine della signora Annetta gli ricompariva nuovamente al pensiero, con quel sorriso di bimba felice. Ella non immaginava una sola delle sue sofferenze di quell'ora. Tutte così le donne; le più sensibili non oltrepassano le proprie sensazioni.
Quindi si provava ad odiarla per la sua spensieratezza e quell'allegria, che la faceva svolazzare di cosa in cosa, lasciandosi prendere a tutti gli incanti, e sfuggendo subito nell'attrazione di altri fascini.
Guardò l'orologio; non segnava che le cinque. Dovevano essere ancora a letto. Tornò ad alzarsi, si allontanò ancora verso il sole, che cominciava a declinare. La campagna si ammolliva sotto ombre sempre più grandi, s'intendevano meglio cantare gli uccelli, il coro delle cicale s'interrompeva a quando a quando. Le contadine, più frequenti pel sentiero, passavano salutando curiosamente.
Finalmente ritornò. Prima d'arrivare al casino s'imbatté nella Teresa, che trascinava l'avvocato a visitare la vacca, dovette seguirli, ma non volle a nessun patto entrare nella stalla. La Teresa aveva preparato per la signora Annetta il latte rappreso, una ghiottoneria da bambini, impolverato di caffè.
Ella lo mangiò sul prato, entro una scodella verde, tutta felice, col suo bell'appetito di donna sana dopo il sonno. Aveva la carni fresche, riposate, coi grandi occhi chiari, più dolci di prima. Egli guardava con una meraviglia stizzosa quella tranquillità inconsapevole.
Ma ad una sua occhiata ella trasalì. La Teresa e la Veronica le stavano intorno, l'avvocato finiva di fumare l'ultima pipa, sdraiato sull'erba come un contadino. Mario, in piedi, non parlava, quasi dimenticato.
Poi venne l'ora della partenza. La Veronica se ne andò, sopra un biroccino, coll'asino del podere e una ragazza; la signora Annetta sparì nelle stanze del piano superiore. Egli dovette accompagnare l'avvocato nella stalla per aiutare il vecchio Girolamo, che attaccava il cavallo da nolo, col quale erano venuti la mattina.
Ma, profittando di un momento, poté rientrare nel casino e cacciarsi nella camera da letto. Voleva vedere, una curiosità ignobile e violenta lo spingeva: senonché la Teresa vi finiva appunto di fare il letto, e si volse meravigliata.
L'altro s'arrestò interdetto.
«Che cosa cerca?»
«Voi,» rispose dopo un momento d'imbarazzo: «il signor avvocato vi ha nominato.»
Per fortuna la signora Annetta, che non terminava mai d'acconciarsi, trattenne tanto la Teresa da farle dimenticare quella falsa chiamata.
Finalmente partirono fra i saluti della Teresa, di Girolamo e dei contadini accorsi sul prato; guidava l'avvocato, Mario sedeva dirimpetto alla signora Annetta, sul sedile di contro, voltando la schiena al cavallo. Aveva le gambe incrociate colle sue, ma non gliele stringeva. Il vespro scendeva mollemente dai colli con un refrigerio di ombre e un sussurro e una blandizie di vento, che commoveva tutte le piante. Egli sulle prime ingrugnito, cogli occhi bassi, affettava di non guardarla; ella si era abbandonata sullo schienale del carrettino, col volto in alto e gli occhi natanti nell'ombra sotto il grande cappellino di paglia pieno di fiori, e i capelli biondi, a riccioli, che tremavano leggermente come una nebbia dorata. La sua posa era di una eleganza squisitamente voluttuosa; pareva stanca, colle braccia inerti, il seno meno turgido, assopita nella tenerezza della sera imminente. Poi si guardarono. Egli le strinse un ginocchio: ella velò lo sguardo senza chiuderlo, cedendo il corpo al dondolamento del carrettino, come nella prima arrendevolezza del sonno.
Presso alla città la gente vestita a festa riempiva la strada.
Ella si raddrizzò, e gli disse quasi seccamente:
«Signor Mario, ella può scendere qui. In tre sopra un carrettino faremmo ridere.»
L'avvocato sorrise bonariamente di questa vanità, rispondendo al saluto di Mario già disceso, e che si rivolgeva fra un gruppo di passanti fermi a guardare.
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