Alfredo Oriani
Gelosia

II

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II

 

Il signor Mario Zanetti era entrato da sei mesi nello studio di Filippo Buonconti, avvocato illustre in tutta la provincia per la probità dell'ingegno e l'esattezza laboriosa, colla quale disimpegnava ogni processo. La piccola città cominciava ad inorgoglire di lui, dacché recandosi a Firenze o a Bologna, lottava sovente con vantaggio contro le maggiori celebrità del foro italiano.

Mario, presentandosi da solo, era stato accolto a braccia aperte. Suo padre, mediocre ingegnere, morto anzi tempo lasciando la vedova in dolorose ristrettezze, aveva diviso la vita d'Università col giovane Filippo Buonconti, e gli era poi rimasto legato della più salda amicizia. L'orfanello, cresciuto nella povertà, sotto la sorveglianza avara e meticolosa della mamma, conservatasi vedova malgrado la viva giovinezza del temperamento, era diventato un bel giovane, freddo di costumi, un po' sofferente della propria posizione, abituato allo studio, sebbene scarso d'ingegno; ma una voglia intensa di salire lo sorreggeva fra tutte le debolezze inevitabili nella gioventù. Aveva vissuto modestamente all'Università senza troppo abbandonarsi agli amori e resistendo ai vizi; amava sopra tutti se medesimo, e preferiva ad ogni compiacenza quella di vestire con eleganza, passando agli occhi di coloro, che non lo conoscevano bene, per un signore.

Nella vita di provincia egli recava, con una sufficiente serietà di carattere, la necessaria correttezza di condotta per farsi presto stimare; parlava abbastanza bene, affettando una grande indifferenza per la politica, che occupa l'oziosità di tutte le conversazioni. La mamma, orgogliosa nella sua buona riuscita, lo sorvegliava ancora come da fanciullo con incessanti sollecitazioni, perché si facesse strada nel mondo a guadagnarvi una agiatezza invidiata.

Così egli rese presto nello studio qualche servigio, specialmente per la sua disposizione alla pratica subdola e sottile della procedura, nella quale i grandi avvocati riescono difficilmente. Il signor Filippo lo prediligeva. L'altro giovane di studio entrò nella magistratura per allontanarsi dalla città, dopo una dolorosa delusione di amore; un terzo, che vi capitò, non seppe durarvi per la sbrigliatezza dei costumi e la trascuranza di ogni affare, anche il più urgente.

Mario vi rimase solo. Era già una posizione cospicua per un principiante, dacché l'avvocato, generoso per indole e piuttosto scienziato che professionista, gli abbandonava i guadagni di tutte le cause. Quindi la vita gli scorreva facile fra la benevolenza del pubblico e l'invidia degli amici, che il suo sussiego in quella improvvisa fortuna irritava. Egli invece parlava dell'avvocato come di un uomo già al colmo della gloria, e del quale la scelta di un aiutante, cadendo su lui, aveva naturalmente un valore profetico di avvenire.

L'avvocato, vissuto sino quasi a cinquant'anni nel lavoro, aveva preso moglie per contentare la mamma; ma inesperto dei pericoli di gioventù, e nella forte coscienza della propria virilità, s'era innamorato della signora Annetta, figlia unica di un capitano in ritiro.

Ella sulle prime aveva mostrato di amarlo, presa al fascino della sua parola e all'orgoglio di diventare una delle signore più importanti della città. La sua vita di fanciulla, viziata dalla tenerezza condiscendente di un vecchio padre, si era svolta nella insignificanza delle abitudini domestiche, senza nessun alimento sostanzioso per lo spirito e nessuna prova corroborante pel carattere. Naturalmente dolce ed allegra trovava tutto facile, adorava i vestiti e sorrideva ad ogni momento, intenerendosi fino alle lagrime; mentre il cuore le rimaneva lietamente invulnerabile frammezzo ai dolori, che riempiono la vita e la circondano, irrompendo da quella degli altri.

L'avvocato aveva dovuto ingentilirsi in quel matrimonio, ma lo aveva fatto senza sforzo sotto le festanti civetterie della moglie, pregustando quasi una gioia paterna nell'accontentarla in tutte le fantasie. L'antico appartamento s'era d'un tratto rimodernato con lusso pretensioso e volgare, del quale il suo istinto di uomo d'ingegno si accorgeva, ma sul quale taceva per non intorbidare la gioia esuberante della signora Annetta, per tutto quel primo anno occupata nello studiarne e nel cangiarne le disposizioni. Quando l'arredo fu compiuto, ella diede una serata d'onore, che fu tutta per lei, la prima e più importante della sua vita, perché ne parlava ancora con entusiasmo d'orgoglio. Però, se l'avvocato aveva buttato in quel capriccio giovanile di lei tutti i propri risparmi, un quarantamila lire, aveva saputo bonariamente resistere alle sue pretese di riforme nella villa, che avrebbero dovuto diventare così la conseguenza e il coronamento del loro nuovo lusso. L'Annetta insisté qualche tempo, poi s'arrese, per quella sua facilità ad evitare ogni pena.

Vivevano liberi, senza contrarierà di parenti. Ella faceva molte visite, s'interessava alla beneficenza, frequentava il teatro nell'unica stagione dell'inverno, credeva di essere la signora più elegante della città, mentre non era che una delle più belline e delle più stonate, ma trionfando dei propri difetti col difetto maggiore di una leggerezza incantevole.

La confidenza ottenuta presto dal giovine Mario nella famiglia vi modificò molte abitudini; vi furono più gite in campagna, più serate al teatro, più passeggiate al giardino pubblico, e più lunghe soste al gran caffè della piazza nelle notti di festa quando suonava la banda cittadina. Egli li accompagnava spesso, ma il suo contegno era così misurato che da principio non ne nacquero chiacchiere. Gli amici lo dicevano un avaro vanaglorioso, non d'altro occupato che di far fortuna al più presto. Si sapeva che le donne non avevano mai avuto presa su lui.

La signora Annetta soddisfatta di tali modi, trovando in quella compagnia di un amico altri motivi per passare il tempo, a poco a poco si punse alle asprezze latenti del suo carattere. Qualche volta si sentiva quasi offesa che non la sentisse così bella, come le sembrava di essere e tutti mostravano di credere quando compariva in pubblico. Ella s'ignorava ancora. Nella sua affezione per l'avvocato non aveva ancora provato nessuno di quei trasporti deliranti, che sono quasi sempre per la donna la scoperta di se medesima. Ma qualche cosa dormiva sotto la sua fiorente gioventù, una bramosia di godimenti sconosciuti, un bisogno a grado a grado meno inconsapevole di entrare nella zona torrida della passione, ove le vite si distruggono alla fiamma di un altro sole, o n'escono così temprate che nulla può quindi corroderle. Quel medesimo studio incessante d'eleganza le riusciva senza scopo; l'avvocato o non se ne accorgeva, o ne sorrideva come di una bambineria, che finirebbe collo stancarla, mentre compiacendosene talvolta sensualmente, non poteva ripagargliene tutte le cure e giustificarne le intenzioni recondite.

Mario cominciò col darle piccoli consigli; s'intendeva di mode, aveva un certo buon gusto. Ciò restrinse la loro intimità. Egli la penetrava insensibilmente nella vita, aveva molti secreti delle sue voglie, la consolava di qualche dispetto, mentre rimanendo così indifferente alle seduzioni della sua bellezza, la mortificava nel senso più delicato della vanità femminile. Allora ella prese a civettare con lui, eccitata da un solletico di rappresaglia, ma sorprendendosi talora a pensare che il giuoco andava troppo oltre, perché Mario era tutt'altro uomo dell'avvocato. Egli accettava quel torneo, lasciandosi sfuggire certe occhiate piene di troppe cose, o cedendo a subitanee cortesie, che varcavano i limiti della domestichezza. Poi si guardavano entrambi, egualmente sospesi nel medesimo sentimento dubbioso, e dopo s'accorgevano di essersi più vicino di prima.

Mario infatti cominciava ad innamorarsi davvero, malgrado quei motivi d'interesse scoperti in lui dai compagni. Siccome una passione per la signora Annetta poteva disordinare tutta la sua vita, decise di non spingere agli estremi quella corte, mentre ella non andrebbe forse mai sino in fondo, per la leggerezza stessa della propria natura. Difficoltà morali di riconoscenza verso l'avvocato, Mario non ne sentiva; in quello studio intendeva solo a far carriera, e quanto alla signora Annetta, era persuaso che presto o tardi, forse più tardi che presto, quando l'avvocato comincerebbe a declinare, naturalmente, ella ancor giovane, si rifarebbe del deperimento del marito con qualche amante.

Era una conseguenza dei costumi, una predestinazione di tutti i matrimoni dispari.

Se gli avessero lasciato scegliere, avrebbe preferito ottenere piuttosto la posizione dell'avvocato che la moglie. In fatti la riputazione dello studio si dilatava. Nelle ultime elezioni municipali l'avvocato era stato eletto con votazione quasi unanime a consigliere, poi era entrato in giunta per uscirne, poco dopo, presidente di tutte le opere pie congregate. Una grossa causa sopra una cartiera, costrutta nel secolo passato sul canale Naviglio, ed ora abbandonata, in seguito ad un aggrovigliamento inestricabile di litigi e di successioni, gli era capitata in quei giorni per aumentare la sua influenza. Una potente società inglese era pronta a comprare la cartiera, trasformandola in un grande opificio moderno, nel quale avrebbero potuto lavorare duecento operai. Ma l'intrigo delle liti, che fraudolenza di proprietari falliti e insidie di legulei avevano reso spaventevole ad ogni acquirente, doveva impensierire anche un giurista della sua forza. Però, vincendo quella causa, avrebbe forse guadagnato un cinquantamila lire, e il voto di tutta la città per qualsiasi deputazione.

Nei caffè, nelle farmacie, da per tutto non si parlava più che della gran causa; molti de' suoi clienti e buon numero di ammiratori affermavano già che ne uscirebbe trionfante. Egli invece, chiuso nel suo gabinetto verde, preparava il disegno d'attacco colla pazienza scaltra di un vecchio generale. La signora Annetta, esaltata da questo nuovo fantasma di fortuna, si rifaceva su Mario del silenzio del marito, e andava ripetendo colle amiche spiegazioni giuridiche da scandalizzare un usciere.

Quando entrava nello studio, e il marito non c'era, si fermava in piedi dinanzi a Mario; poi chiacchierava riempiendo quella larga stanza di tutto lo svolazzo dei propri abiti, scrollandone il silenzio colla sonorità delle risa cristalline. Allora, generalmente, in casa era sola; la Veronica cucinava, la cameriera era uscita per qualche commissione. Ella andava nello studio così, senza sapere il perché. Mario ne provava un solletico frizzante di compiacenze vanitose; cominciava a darsi alcune arie di grande avvocato, e quando ella l'interrompeva con qualche sciocchezza, ne ridevano, tornavano a scherzare, infiammandosi reciprocamente.

Ma se udivano il passo pesante dell'avvocato per le scale, ella sfuggiva, dicendo con sorriso più malizioso di quanto forse avrebbe voluto:

«Mi sgriderebbe

Gli scrivani dell'anticamera, vecchi ambedue, se ne erano accorti. Andrea, il più anziano, affettava da qualche tempo maggior riserbo col signor Mario, come per fargli sentire la propria disapprovazione.

Mario lo aveva compreso.

Un giorno che la signora Annetta irruppe saltellando nello studio, egli si mise un dito sulla bocca, accennando coll'altra mano alla porta dell'anticamera:

«Sentono

Ed alzandosi la respinse verso l'altro gabinetto verde. Ella, confusa quasi da una improvvisa rivelazione di colpa, arrossì, poi volle resistere, ma l'altro incalzava colla voce sommessa, spingendola lievemente per una spalla. All'uscio socchiuso si strinsero, ella traballò scivolando sul tappeto del gabinetto; egli la sostenne tirandosela sul petto. E allora, come se qualche cosa fosse scoppiata in loro, Mario l'aveva abbracciata improvvisamente, senza parlare, senza che ella resistesse, ed afferrandole con una mano il mento, le aveva dato un bacio sulla bocca.

Ella era fuggita.

Quando si rividero, qualche ora dopo nella sala da pranzo, rimasero entrambi imbarazzati, quasi egualmente scontenti di se medesimi: ma ella si rimise presto, mostrandosi più premurosa e carezzevole per il marito. Nei giorni seguenti Mario l'aspettò indarno nello studio; invece la scorse alla finestra sulle quattro, l'ora nella quale era solito ad uscire. La signora Annetta lo salutò amabilmente, come sempre. Egli ne rimase contrariato. La sua vanità soffriva, poi s'accorgeva di essere oramai innamorato. Per due giorni si assentò, ma l'avvocato gli scrisse un biglietto per pregarlo di tornar subito, perché lo studio rigurgitava di affari. Egli venne più presto la mattina, e si tuffò nel lavoro. La signora Annetta comparve nello studio, mentre l'avvocato discorreva con lui di una pratica importante, ma invece di disturbarli, secondo il solito, si mise in un angolo presso la finestra a sfogliare un giornale illustrato.

Mario la guardava di sfuggita.

L'avvocato, che l'aveva quasi dimenticata nel calore di quella spiegazione, esclamò improvvisamente: «Saresti deliziosa, se ti mantenessi sempre così quieta

«Allora me ne vado

Poi ricominciò, come prima, le visite allo studio, anche quando il marito non c'era. Vi arrivava sempre con qualche nuova raffinatezza di eleganza, ma non alludeva mai a quella scena passata, quasi non fosse avvenuta; invece provava un piacere secreto di monello in contrabbando, sentendosi sorvegliata dal vecchio Andrea, che appena l'udiva nella stanza, moltiplicava i pretesti per venirvi.

Mario mutava d'umore con lei. Si mostrava troppo serio, quasi oppresso dal lavoro, che quel suo cicalìo impediva, poi ingrugnato, offeso della indifferenza, colla quale ella mostrava di togliere ogni valore a quel bacio. Aveva dei silenzi impermaliti, da cui usciva con nuove cortesie galanti, bruscamente interrotte, se ella non ne coglieva le intenzioni.

Una volta ella si lasciò da capo prendere la mano ridendo, ma l'altro non osò spingere oltre.

Quando il vecchio Andrea entrava senza bussare, per chiedere a Mario una spiegazione spesso inutile, il buon uomo con quel berretto ricamato di ciniglia e d'oro, ancora pulito dopo tanti anni, e colle due fodere di mussolina nera sulle maniche del soprabito, faceva uno strano contrasto colla loro gioventù e colla eleganza dei loro vestiti. La signora Annetta gli sorrideva affabilmente, senza impaccio; Mario invece qualche volta tradiva una sorda irritazione, e il vecchio li guardava di sopra agli occhiali tondi a stanghette, che gli cadevano melanconicamente sul naso.

Egli pure era stato infelice nella propria casa, con una donna cattiva e spendereccia, che finalmente era morta dopo averlo rovinato. Quel matrimonio dell'avvocato colla signora Annetta lo aveva quindi giudicato una follia, presto o tardi destinata a qualche sciagura delle solite. Era inevitabile. Il vecchio Andrea non pensava nemmeno lontanamente a intromettersi in quella lotta, ma non poteva assistere impassibile al dramma, che si preparava sotto i suoi occhi; anzi, nella propria esperienza di mondo, credeva già tutto perduto per l'avvocato. A che pro avvisarlo? La signora Annetta andrebbe a cadere con un altro.

Quel giorno ella promise di ricamargli un'altra berretta.

Poi, quando lo intesero risedersi pesantemente sulla larga poltrona di paglia, nell'anticamera, si guardarono; il giudizio che egli faceva di loro, e che essi aveano simultaneamente sentito ne' suoi atti, li riuniva daccapo. Ogni resistenza sarebbe stata inutile; diventarono seri. Qualche cosa di greve, quasi di doloroso, cadde loro sulla coscienza. Discendendo improvvisamente, rapidamente in se stessi, si accorsero di amarsi ancora troppo poco, per essersi così irrevocabilmente compromessi come amanti. Perché dunque? Ma l'avvocato era ben assente dalla loro preoccupazione. Non sapendo più che dirsi, Mario voltò macchinalmente le pagine del libro, che teneva in mano; ella giuocherellava, all'altro scrittoio, con un bastoncino di ceralacca rossa.

Questa volta pure ella fu la più disinvolta; andò alla finestra, guardando nella strada dai vetri qualche momento, poi gli ripassò davanti colla solita fisonomia. Mario si era alzato respingendo la sedia; ella si torse all'uscio con un sorriso inesprimibile degli occhi, significandogli di essere prudente, di non si muovere.

Finalmente accadde quello, che il vecchio Andrea aveva previsto.

L’avvocato era andato a Firenze per discutere una causa di fallimento e a casa perdette la moglie.

Senza che se lo fossero detto, aspettavano entrambi una sua assenza. Mario, quella mattina, arrivò prima del solito allo studio; l'avvocato partì col treno delle nove, la signora Annetta era ancora a letto. Per due giorni Mario resterebbe padrone dello studio, potendovi tornare anche di notte, perché il lavoro vi rigurgitava. Ma, quasi tutto dovesse contrariarlo in quella circostanza fortunata, la fila dei clienti non s'interruppe sino a dopo le tre pomeridiane. Egli li riceveva nel gabinetto verde, seduto sulla medesima poltrona dell'avvocato, provando un'acre voluttà a dare così i propri responsi, come se cadessero dalla medesima altezza. L'altro scrivano era uscito, non rimaneva che il vecchio Andrea, il quale pareva diventato un usciere. Era sul finire dell'inverno, una giornata umida e stanca pel caldo dello scirocco. Quando Mario si sentì finalmente libero, in fondo a quel gabinetto verde, smise di prendere degli appunti e si pose a pensare; era irrequieto. Qualche cosa doveva succedergli d'imminente, forse d'irreparabile nella vita; provava quella malinconia precorritrice dei disastri, una prostrazione inesplicabile, nella quale a quando a quando sorgevano voci liete e lontane fra soffi tepenti, che gli passavano nel sangue. Non poteva seguire un ragionamento, fissarsi in una immagine.

Ma una sicurezza irragionevole gli faceva aspettare di minuto in minuto la signora Annetta.

Infatti ella entrò, vestita di un abito scuro a strascico, appena scollato, e con la scollatura riparata da un'altra frappa già fuori di moda. Lo spaccato interno delle maniche era in velluto granatino, una orlatura a ruchettes del medesimo colore correva in giro sotto la sottana; sui capelli biondi, rialzati violentemente sulle orecchie e attorcigliati sulla nuca, aveva una specie di tocco in merletti bianchi, stravagante e stonato. Due alti stivalini di raso nero le uscivano di sotto a quella gonna pesante, e finivano di renderla quasi ridicola.

Era allegra.

Mario ne fu meravigliato. Ella aveva un mondo di cose da dire. La sera prima era stata ad una seduta del comitato di beneficenza pel resoconto delle cucine economiche; la contessa Letizia aveva voluto parlare, e tutti ne avevano sorriso. Ella ripeté alcune frasi di quel discorso, esagerando nei gesti, ma ridendo di un riso, nel quale l'altro sentiva lo sforzo. Poi Mario diventò così scuro che l'Annetta esclamò improvvisamente:

«Che cosa avete?»

Erano in piedi, presso lo scrittoio.

«Che odoredisse Mario, fiutandole l'aria al disopra della testa.

«È acqua di miele, non adopero altro.»

Ella aveva abbassata la testa. Mario le prese la mano, l'altra lo lasciò fare, quasi la cosa non avesse significato, ma si riscosse subito sotto la sua pressione. L'uscio del gabinetto era socchiuso. Mario andò bruscamente a chiuderlo, voltandole le spalle, e quello bastò perché tutto fosse già avvenuto. Uno smarrimento la colse: perché era venuta? Perché l'avvocato se n'era andato? Che ora era? Lo studio vuoto le parve immenso nel silenzio; sugli scaffali i fascicoli, colle copertine colorate riposavano tranquillamente sopra una scansia in vecchio noce; sei grandi file di libri rilegati, coi titoli in lettere d'oro, rilucevano quasi gaiamente, malgrado la gravità del loro peso e della loro natura.

Improvvisamente si sentì così sola colla propria gioventù, nella quale nessuno era venuto ad immergersi, che si strinse spaurita dentro l'abito. In ventidue anni non aveva ancora provato una vertigine, nessuno di quegli slanci, che gettano la vita al di di noi stessi. Mario l'abbracciò; non parlavano, egli tremava. L'ombra della tenda li avvolgeva. Egli le diede un bacio sul collo, stringendola furiosamente.

«No» ella balbettò, sentendosi precipitare come sopra una china; ma egli la spinse, la rovesciò sulla stessa poltrona, nella quale quel giorno si era tenuta cheta sfogliando un giornale illustrato. In quel momento un'altra forza l'investiva e la sommergeva. Invece di resistere, ella non volle più che soccombere bene, per quell'istinto grazioso della femmina, che sa di avere nella propria debolezza il secreto di tutte le rivincite. Non le rimaneva che una torbida preoccupazione del vestito e della pettinatura schiacciata contro la spalliera della poltrona, e una paura di non parere assolutamente bella, perdendo il proprio fascino in quella prova suprema, contro la quale ogni resistenza sarebbe stata indarno, e che la natura serba a tutte le donne.

Poi, fra tutte queste minuscole sensazioni, un'altra si fece largo, un'onda di luce e di caldo, quasi un'improvvisa veemenza dell'estate in quel vespro invernale, che le annegò la coscienza, mentre il suo corpo sopportava una violenza troppo precipite per potervi ancora rispondere, ma nella quale ella sempre più sottomessa sentiva l'avvicinarsi di altre voluttà, cogli occhi socchiusi sotto una pioggia di baci anelanti.

La sua ultima sensazione era stata una grande penna bianca, sorgente dal vecchio calamaio in maiolica sulla scrivania. Quando riaprì gli occhi, vide la mamma dell'avvocato che la guardava al disopra dell'altra poltrona, fra i due scaffali. La fisonomia severa della vecchia sembrava più accigliata. In quel ritratto era vestita quasi monasticamente, con una bavarina al collo e i capelli radi, bipartiti sulla fronte bassa e dura.

L'altro era già tornato alle carezze, portato a volo da un impeto di passione, nel quale riuscì finalmente a travolgerla.

Il vecchio Andrea aspettava Mario nell'anticamera.

«Se lei torna stasera, debbo venire anch'io?» gli domandò scrutando l'animazione della sua fisonomia.

A Mario questa domanda parve ironica.

«Chi ti ha detto che tornerei stasera

«Lei stesso stamattina, quando è entrato

Mario si ricordò, ma lo sguardo di Andrea diceva ben altro; quasi arrossì e, mutando tono:

«Non tornerò, ti ringrazio, vecchio Andrea

L'altro andò lentamente a staccare dall'attaccapanni il pastrano.

«Vuol lasciarmi la chiave dello studio? domani mattina verrò più presto. Ho da copiare l'ultima parte della conclusione nella causa Ciampoli - Rocchi

Mario gliela diede.

Ma la sera il vecchio Andrea sulle dieci, uscendo dal piccolo caffè ove si recava a fare la partita, invece di andare dritto a casa, rifece due volte il corso Garibaldi, e vide la finestra del gabinetto illuminata. Capì che erano imprudentemente dentro.

«Anche lui!» esclamò, pensando tristamente all'avvocato.

Quando questi tornò da Firenze, allegro della causa vinta, recando alla moglie un magnifico orologio con catenella d'oro, questa ne fu così sconvolta dalla gioia, che entrò dal gabinetto nell'altra stanza per mostrare bambinescamente il dono a Mario. Egli impallidì; sopraggiunse l'avvocato. Mario riabbassò il volto sul fascicolo, come uno scolaro colto in flagrante, e la signora Annetta scappò gittando al marito, che dovette riderne, questa strana risposta:

«Non gli piace

Ma da quel giorno cominciarono fra loro le scene.

Egli era geloso del marito, sebbene questi non mostrasse per la moglie che un'affezione di padre, necessariamente riscaldata da qualche fiamma sensuale. Quell'uomo l'offendeva in tutto; la sua superiorità d'ingegno e di dottrina era così schiacciante, che a Mario non avveniva quasi mai di aver ragione, e quelle poche volte solamente sopra un particolare di procedura, del quale dovevano entrambi sorridere. Ma più di questa eccellenza professionale, che il lungo esercizio avrebbe potuto spiegare senza troppa lode, gli pesava la stima, onde lo sentiva circondato. L'avvocato, largamente colto, parlava bene di tutto, e dacché aveva preso moglie, forse per una inconsapevole intenzione di rendersi amabile, il suo spirito era diventato più fine, e così condiscendente che la signora Annetta, anche comprendendolo solo a mezzo, lo amava sinceramente, a proprio modo.

Mario non sapeva come lottare contro questi sentimenti di lei. In quella prima passione amava l'Annetta con tutto il trasporto di un temperamento serbatosi incolume negli anni dell'Università, ove la maggior parte si esauriscono; ma avrebbe voluto soprattutto essere amato. Questo bisogno delle anime giovani diventava in lui una necessità di tutto lo spirito. Senza un affetto incondizionato, maggiore di quello stesso che provava per lei, non gli sembrava nulla essere l'amante di quella donna. Una semplice relazione galante con una signora, come tante volte aveva desiderato, non gli bastava più, perché vi sarebbe sempre apparsa la sua inferiorità davanti al marito. Egli voleva l'impero dell'anima e del corpo, il possesso, quasi la proprietà sulla donna per non soffrirvi umiliazioni. V'era dell'avarizia nella sua gelosia, quell'ebbrezza di tirannia proprietaria, che prende spesso ai vecchi rendendoli gelosi dei figli, quando stanno per sostituirsi loro nel governo della casa.

Ma attraverso questa invidia dolorosa si agitavano i reclami del senso.

In sostanza quella donna apparteneva all'altro di giorno e di notte; l'avvocato poteva accarezzarla, ne riceveva le carezze e quel cicalìo confidenziale, la più deliziosa delle sue seduzioni, quegli abbandoni da bambina, che si rifugia ogni tanto sotto la protezione di uno più forte, amandolo col trasporto effimero e soave della paura. L'avvocato era tutto per lei. Ella ne insuperbiva per i complimenti che ne riceveva in pubblico come sua moglie, e per il lusso, col quale la rendeva felice. E se non l'amava appassionatamente, giacché il corpo non le aveva mai vibrato al contatto delle sue mani, né l'anima, pur subordinandosi alla sua più grande, vi si era mai perduta in un'estasi di adorazione, ella non ne sentivarimorso, né meraviglia. L'avvocato era per lei un padrino, col quale la legge le permetteva tutte le dimestichezze. Cedendo a Mario non ne aveva ben saputo il perché; forse era stata un'attrazione incosciente delle loro due gioventù, una conseguenza della loro reciproca civetteria, della quale si pentiva fugacemente senza averne la coscienza sconvolta. Era stato così, perché era stato così: non si sa mai come certe cose accadano. Poi amava anche Mario senza preferirlo all'avvocato. Era un altr'uomo e un'altra cosa; vicino a lui, sotto i suoi occhi cilestri, dentro ai quali bollivano delle fiamme, ella si sentiva riscaldare, e nullameno arrendendoglisi rimaneva come fredda.

E lo era; ma invece a lei pareva di trasformarsi tutta.

«Non t'infiammi dunque mai, tu?» le aveva gridato una volta, stringendosela quasi rabbiosamente sul petto.

Ella, che si divertiva di quei trasporti senza poterglieli rendere, lo aveva guardato sorridendo, e quel sorriso lo aveva ferito.

Mario, ingannato dalla sua luminosa floridezza, si irritava per l'equilibrio del suo temperamento così poco sensibile. Perché gli aveva dunque ceduto? Malgrado la morale rilassata di tutti i suoi pari, egli credeva ancora che non si potesse mancare al matrimonio, se non per l'impulso irresistibile di una passione. Gli esempi quotidiani della vita non gli avevano menomato questa latente convinzione, che gli risorgeva più forte in quel bisogno di essere amato. Se l'Annetta non lo amava, egli non era per lei che un divertimento accettato a caso, perché quasi tutte le donne nella nostra moderna corruzione hanno un amante, anche senza essere corrotte. Infatti nessun sentimento malvagio si rivelava nella natura di lei; non odiava, non sparlava d'alcuno, ma felice di se stessa si abbandonava alla gioia della vita. Aveva ceduto al matrimonio come all'amore, senza riflettervi, colla stessa incapacità di comprendere la profonda tenerezza del marito e la foga passionata dell'amante. Per lei l'amore non andava oltre le esigenze del temperamento; solo in qualche convulsione sensuale, le sfuggivano parole come di un altro mondo, mentre una insoddisfatta necessità di adorazione le riempiva improvvisamente il cuore. Allora il suo bel viso si trasformava in un pallore fantastico, cogli occhi senza sguardo e la fronte appannata da un'ombra indefinibile.

Da principio i convegni furono radi. A lei si rendevano più difficili per quella paura di non volervisi compromettere. In casa, col marito, non c'era nemmeno da pensarci; poi le sarebbe ripugnato. Non sapeva dirne il perché, ma le sarebbe stato impossibile, col rispetto affettuoso che sentiva per l'avvocato, ricevere Mario nella camera coniugale. Fuori di casa non avrebbe mai osato di andare; bisognava quindi aspettare le occasioni, che non erano frequenti. Mario ne arrabbiava. Quella prudenza, così sensata, gli pareva talvolta la più raffinata delle corruttele, mentre non era che l'istinto dell'egoismo; ma non aveva nemmeno tempo a lagnarsi. I loro dialoghi erano sempre brevi, violenti da parte di lui, e si chiudevano con un sorriso di lei, solleticata nella vanità della sua passione. Egli le aveva proibito di scherzare col marito, alla sua presenza.

«Ma non capisci,» le urlò «che soffro

«Ah, povero Mario

L'avvocato era di nel gabinetto verde. Mario si era allungato, dandole un bacio sulla bocca.

«Domani, aspettami...»

Ma ella era fuggita. Poco dopo l'intese ridere con lui. La collera lo accecò; entrò nel gabinetto. La signora Annetta appollaiata, come un pappagallo, sopra un bracciuolo della larga poltrona, nella quale sedeva il marito, era intenta a sedurlo.

«Uno solo» diceva col più tentatore dei propri sorrisi: «che cosa è mai?»

«Ti pare dunque così facile

Ella diede una scrollatina di spalle.

Mario si era arrestato sull'uscio osservando; negli occhi gli passò un baleno d'ironia.

«Potete entrare» gli disse bonariamente l'avvocato. «Sapete che cosa mi domanda questa pazzerella

«Mi pare di aver capito» rispose mettendo nella propria voce tutta l'amarezza possibile: «un bacio

La signora Annetta balzò in piedi ridendo, anche l'altro sorrise:

«Se non fosse che questo! Invece sapete che cosa vuole? Un cavallo con una carrozza

«Un cavallo solo» ella insisté credendo di provare così la modestia del proprio desiderio.

«Col servitore in livrea, quindi una scuderia e una rimessa, nuove occasioni di lusso e di spesa. Mia cara, non siamo ricchi; hai già speso tutto quello che avevo risparmiato

«lo!»

«Ma tu, carina mia: non è un rimprovero, sarei desolatissimo che la cosa non fosse andata così. Solamente questo tuo desiderio sorpassa per ora i miei mezzi. Forse non sarà sempre così.»

«Quando, quando?»

Ella, inebriata di quella vaga promessa, se ne sentiva già alla vigilia, e la sua gioia era così viva che il volto dell'avvocato se ne illuminò. Mario, preso dalla malìa innocente di quella scena, si era avanzato di un passo; Annetta sospesa, perduta, guardava il marito.

«Accetti una condizione

«Sì.»

«Bada!» e l'avvocato guardò maliziosamente Mario. Questi gli dovette rispondere cogli occhi, ma l'altra batteva i piedi.

«Debbo proportela? Bada, che potresti non saperla adempiere. Certo ti domando una cosa talmente naturale, che quasi quasi dovresti già averla fatta. Ebbene,» e staccò più lentamente le sillabe «quando avrai un bambino, ti pagherò la carrozza

La signora Annetta rimase un istante mortificata; evidentemente non si attendeva a questa condizione. Poi alzò il capo, e il suo sguardo incontrò gli occhi di Mario scintillanti di rimprovero; lo deviò, ma risospinta più alto dalla vanità di quella speranza, che l'avrebbe messa a pari colle prime signore della città, tornò presso la poltrona.

«Accettiripeté sorridendo grossolanamente il marito, niente imbarazzato dalla presenza di Mario.

Ella rispose prima con un riso:

«Lo dirò alla befana di portarmi un bambino, e lascerò il mio stivaletto più grande sotto la cappa del camino nel salotto

E diedero entrambi in una allegra risata. Mario era già uscito; nell'altra stanza si ricordò che se l'avvocato gli avesse chiesto perché era entrato, non avrebbe saputo rispondergli.

Due mesi dopo quell'ultima gita in campagna, Mario, incontrando l'avvocato sotto i vecchi portici del mercato, fu colpito dalla gioia, che gli brillava nel viso.

«Dove andate, caro Mario

«Non lo so, a zonzo

«Usciamo fuori di porta S. Bartolo

S'avviarono.

«Qualche buona notizia sulla cartiera

«Ah! c'è ben altro; ve lo dico subito, perché ella stessa me lo ha detto solamente ora: l'Annetta è incinta

L'avvocato in preda ad una ingenua gioia, della quale poco prima non si sarebbe creduto capace, gli raccontò tutti i discorsi bambineschi di lei, i consulti colla Veronica e colla moglie dell'esattore, che abitava al piano superiore. Quell'uomo forte non si accorgeva di ridiventare egli stesso un fanciullo; Mario lo ascoltava, frenando a stento l'amarezza, che gli bolliva dentro. Perché l'Annetta non lo aveva detto prima a lui? Quel bambino sarebbe dunque figlio dell'avvocato?

Ella lo credeva dunque?

Ma il signor Filippo continuava.

«Voi non potete comprenderlo, Mario, perché siete ancora troppo giovane; ma verrà la vostra volta, e allora vi ricorderete questo, che vi dico. È una grande trasformazione, quando si diventa padri; il mondo, la nostra vita, non ci appaiono più quelli. Fino allora tutto finiva in noi, dopo tutto prosegue; entriamo noi stessi nell'infinito misterioso delle generazioni. I nostri vizi, le nostre virtù dureranno in altri, dopo che saremo morti; si riprodurranno forse anche i nostri gesti. Solamente colla paternità l'uomo entra nel possesso pieno della vita. Ma se la vedeste, non sta nella pelle

«Infatti...» balbettò Mario.

«Le donne soffrono forse della sterilità quanto noi dell'impotenza

Erano già lontani dalla porta, che Mario non aveva ancor parlato; ma l'avvocato, ripreso dal proprio orgasmo, volle tornare a casa.

Il vespero scendeva.

«Venite anche voi, Mario; sarete il primo a farla diventar rossa con un complimento

A casa la trovarono abbattuta sopra una poltrona quasi già oppressa dalla gravidanza. La Veronica, la moglie dell'esattore, la Gina, le stavano intorno covandola collo sguardo, allegre di quella sua confusione. Quando entrò l'avvocato, la moglie dell'esattore, donna sulla cinquantina, grossa e volgare, con due occhi bianchi a fior di testa e il labbro inferiore sgradevolmente penzoloni, che le lasciava scoperte le gengive giallastre, si alzò rispettosamente.

La signora Annetta tese languidamente la mano a Mario.

«Ti senti già vicina alle doglie?» le disse il marito con grossolana facezia, indovinando in lei tutto quel male immaginario, mentre il suo viso non era mai stato più florido.

Ella invece mise negli occhi di Mario un'occhiata che vi spense tutti i rimproveri. Non gli era più possibile ingannarsi; quello era lo sguardo, che la femmina istintivamente al maschio, del quale ha subito l'impronta della maternità. Un gran rimescolamento gli si fece nel cuore; l'avvocato era andato egli stesso a cercare due vecchie bottiglie preziose, regalo d'un cliente, per berle tutti insieme. S'intendeva la sua voce strepitare con quella della Veronica. L'avvocato tornò raggiante, colle due bottiglie in mano.

«Lei, signora Amalia, vada su ad invitare anche sua cognata, perché suo marito, lo so, non è in casa; poi non vogliamo altri uomini, basta Mario. Ho mandato fuori la Veronica a prendere qualche cosa: ci vuole un po' di festa, non è vero, Annetta? Come ti senti male! Sei già dimagritaesclamò canzonatoriamente. Ella sorrideva.

«Tu, Gina, prepara nella camera da pranzo; mettici quello che hai. Vengo anch'io, troveremo bene

La Gina, ragazza clorotica, quasi elegante, perché l'Annetta le regalava molti dei propri abiti, lo seguì in silenzio. Era di un'esattezza scrupolosa nel servizio, ma parlava poco; pareva malinconica. Infatti era nata troppo bene per essere ora costretta a fare la cameriera; però l'Annetta la trattava con molta cordialità.

Appena rimasero soli, Mario si sentì riprendere dalla collera. Perché l'Annetta non aveva avvisato prima lui? Le prese una mano, chiedendoglielo concitatamente. Ella, sempre così sottomessa, quasi che la rivelazione della maternità l'avesse trasformata, rispose ingenuamente:

«Ma lui sarà il padre

«lo, dunque ... ?»

Ella alzò gli occhi interrogando.

La semplicità di quella risposta lo aveva atterrato.

«Ma è mio, non è vero, è mio?»

Ella annuì.

«Quando?»

«Non lo so

«Lo sai, le donne se ne accorgono

Ella si era animata, stava per dirgli tutto.

«Tira via, vengono.»

«Quella volta nello studio...»

«Egli era andato a Firenze; mi ricordo, il 25 maggio, presso la finestra

Ella scoppiò a ridere, l'avvocato li sorprese in quella ilarità.

«Sentiamo: che nome vorresti mettere al bambino?» egli disse.

«Sarà una bambina» ella ribatté.

L'altro si fe' scuro.

«Sì, sì, lo sento» replicò con ostinazione: «sarà una bambina

«Ben venga la bambina; il bambino sarà per un'altra volta. Come la chiamerai

«Tu ci hai pensato

«Sì.

«Anch'io.»

Ella guardò Mario, alla sfuggita, per fargli comprendere tutta la tenerezza del complimento, che stava per fargli.

«Maria

«Quasi il mio nome; basta mutare l'o in a.»

Arrivarono gl'invitati.

Quella sera passò allegramente in famiglia, colle due bottiglie, un punch, del panettone e delle paste. Mario stesso pareva rabbonito, ma le tenerezze troppo confidenziali del marito colla moglie lo abbuiavano tratto tratto.

Quel languore dell'Annetta si dissipò presto. Invece vi successe una vanagloria con un pettegolezzo inesauribile sui bambini, sulle gravidanze e i pericoli che vi si incontravano, ogni sorta di preoccupazioni e di nuove spesucce. L'avvocato si mostrava di una condiscendenza instancabile, lasciando traspirare nella propria contentezza di essersi liberato da un gran peso. Alla sua età, con tanta sproporzione d'anni, gli era preso il timore di lasciare la moglie sterile. Qualche beffa maligna dei colleghi lo aveva già punto. Poi quella nuova vita, che rampollava dalla sua, gli preparava altri modi di meglio consumare l'imminente vecchiezza.

Ora la sua affezione per la moglie si temperava di un nuovo austero senso di rispetto per la madre, mentre ella invece tornava verso Mario. Era quello l'uomo vero, che l'aveva mutata sostanzialmente; l'avvocato diminuiva a grado a grado nella sua anima sino a non essere più che un padrino, l'amico protettore della sua gioventù. Tutto quanto era passato fra loro ai primi giorni delle nozze si scolorava nella inanità del risultato finale, perché ella era istintivamente sicura, con quella inesplicabile sicurezza femminile, che Mario era il padre di Maria. E allora si accorgeva, quasi per la prima volta, che era bello. Si ricordava a uno a uno, riassaporandoli, i suoi trasporti, quegli impeti deliranti, che la scrollavano fino in fondo all'anima, lasciandole nelle membra come la lassitudine di una fatica, mentre tutta la forte virilità del marito non era mai riuscita a darle nessuna di quelle soffocanti sensazioni. Avrebbe voluto Mario sempre vicino per rituffarsi con lui nei godimenti, dai quali la sua maternità era uscita, e per fargli sentire che anch'essa era donna. Tutti i sensi le vibravano. Ma l'avvocato si allontanava adesso più raramente dalla città, e la sera non usciva quasi più di casa, facendosi fin troppo assiduo presso di lei. Quando la gonfiezza del ventre cominciò a designarsi, egli volle invece uscire più spesso con lei a passeggio, orgogliosi entrambi di quella gravidanza, sebbene ella ne provasse talora in fondo all'anima un sottile rammarico come di una deformità. Infatti la sua bella e flessibile figura n'era tutta deturpata; larghe chiazze le macchiavano la pelle, qualche nausea la sorprendeva il dopo pranzo. E in questo accorgersi, quasi spaurita, di una bruttezza progrediente, ella ammirava sempre più Mario.

«Gli uomini! essi rimangono sempre inalterati, mentre noi povere donne...»

Un giorno glielo disse nello studio. Egli, che le aveva chiesto invano un convegno da due settimane, stava imbronciato. Allora ella si arrese, promettendo di venire nel gabinetto verde la prima volta che l'avvocato escirebbe per ragioni di studio.

A Mario parve trasformata, più ardente ed amorosa. La femmina, in quello sbocciare della maternità, sprigionava le proprie energie colla voracità di tutti gli appetiti. Adesso voleva anche lei giungergli sino al fondo dell'anima, soverchiarlo coll'insaziabilità delle brame.

La gelosia di lui, attutita da tutte quelle prove di amore, non rimaneva quasi più che una esagerazione di tenerezza. Nullameno le chiedeva spesso del marito.

«No, no» lo interrompeva: «glielo ho detto, ora no. Voglio te solo, tu sei mio marito

Avevano combinato che Mario verrebbe spesso a passare la sera con loro; s'incaricava lei di farvelo costringere dall'avvocato. Era diventata furba; infatti vi riuscì. Mario, che avrebbe dovuto smaltire quelle ore al caffè, aveva accettato; ma nella nuova più frequente intimità correvano pericolo di tradirsi, e le scene di gelosia si rinnovavano. Talora l'avvocato, poco corretto nelle maniere, specialmente in casa propria, si permetteva di farle qualche carezza improvvisa, o lentamente, quasi senza accorgersene, sedendole vicino le passava un braccio intorno alle spalle, scherzandole colle dita fra i ricciolini della nuca. I discorsi non variavano molto. Fra i due uomini erano interessi di studio o discussioni giuridiche, nelle quali l'avvocato s'abbandonava insensibilmente alle sue tendenze di professore; le donne, la moglie dell'esattore e la Gina, cucivano o ricamavano delle cuffie o delle fascette per la nascitura. Era deciso che sarebbe una bambina. La signora Annetta, sdraiata nella poltrona col ventre enorme e la fisonomia molto mutevole, non faceva nulla, come oppressa da quel peso tutti i giorni maggiore. Ma la sua vanità aveva trovato modo di esaltarsi ancora in quel sentirsi al centro di tutte le preoccupazioni della casa.

La sua bella salute resisteva trionfalmente alla fatica della gravidanza, senza dar loro la più piccola apprensione drammatica.

Mario aveva finito col pranzare spesso in casa dell'avvocato. Così poteva profittare di tutti gli istanti propizii coll'Annetta, malgrado la presenza quasi continua degli altri.

Ma qualche cosa n'era trapelato. La moglie dell'esattore talvolta li sorvegliava con occhiate, che a lui lasciavano più di un dubbio, mentre la Gina invece si manteneva nella solita composta impassibilità. Davanti alla sua enigmatica figura Mario restava sovente imbarazzato. Che cosa pensava quella ragazza? V'era della sofferenza nella sua serietà, come un dolore sdegnoso di essere serva, lei nata di una famiglia pari alla loro. Quindi quella sua cura minuta ed incessante nel servizio per evitare ogni rimprovero, che le facesse sentire più duramente la propria condizione. Ma sotto quel bianco spento, che la faceva somigliare ad una figura tagliata in un cero, con quegli abiti regalati dalla signora Annetta, e che sotto le sue mani diventavano più signorilmente eleganti, malgrado la semplicità conveniente ad una cameriera, a Mario pareva inquietante. Era fredda con lui come cogli altri, sembrando non voler capire nulla; eppure egli indovinava che sapeva tutto. Infatti l'Annetta diventava a mano a mano più difficile. Nell'ingrossare della gravidanza le si alterava la gioconda facilità del carattere. Improvvisi capricci la coglievano, lo chiamava vicino, affettava quasi di tradirsi, o peggio ancora palesava improvvise ripugnanze pel marito. E poiché non aveva più la prontezza dei movimenti, quando le si accendevano tali bramosie, si attaccava a Mario, comunque, covandolo collo sguardo, arrischiando tutte le temerità per poterlo premere e brancicare. Una sera che giuocavano a tombola, un altro suo capriccio di ragazzina, ella divideva con lui la cartella sedendogli presso. Mario, già sulle spine, nell'impossibilità di sottrarsi alle carezze nascoste colle quali lo tentava, e preoccupato del marito, che giocava colla Veronica mettendo per lei la posta, si sentì improvvisamente addosso lo sguardo della Gina. Ella lo guardava impassibile, bianca, coi piccoli occhi chiari, che parevano di vetro.

Finalmente la signora Annetta gettò un'allegra risata nel giuoco, mentre Mario impallidiva.

La mamma di Mario, l'Orsolina, come la chiamava l'avvocato, si era insospettita della tresca. Ma se da prima la sua vanità materna ne aveva insuperbito per il figlio, presto temette che la cosa potesse prendere una brutta piega. Glielo disse una mattina nella camera mentre si vestiva; Mario rispose male. Già l'amava poco per tutto quello che gli aveva fatto soffrire da bambino e la sordidezza della economia, per la quale andava mal vestita e si lagnava sempre con tutti della mancanza di denaro. Nel proprio vanaglorioso egoismo Mario non sentiva la profonda passione della vecchia per lui.

Ella insisteva.

«Finitela dunque: mi credete uno sciocco? Faccio quel che mi pare

«Non vuol dire che tu faccia bene» rispose, niente sbigottita di quel suo tono aspro.

Ma le sue osservazioni gli erano penetrate nell'animo. Qualche volta si diceva di aver fatto male ad innamorarsi di quella donna; ora che essa ardeva veramente per lui, non avrebbe però saputo staccarsene.

Verso la fine dell'ultimo mese la signora Annetta cominciò a star male. L'avvocato credette a una delle solite paure nell'avvicinarsi del primo parto, ma nullameno chiamò il suo vecchio medico, buon diavolo assolutamente incolto, cui la lunga pratica aveva tuttavia insegnato qualche cosa. Egli visitò la signora Annetta, e se ne andò sorridendo: paura e nient'altro. Apparvero alcune febbriciattole, che la tennero a letto due giorni; il signor Filippo incominciava ad impensierirsi. Mario entrato da lei, in un momento che questi non c'era, aveva appena potuto sottrarsi alla tenerezza delle sue effusioni. Poi ella si alzò, ma volle essere visitata dal dottor Talli, il giovane primario dell'ospedale, del quale in città cominciava a dirsi un gran bene. Mario non lo seppe che dopo, e diede in una grande collera; l'avvocato invece, rassicurato dalle dichiarazioni del dottore, era tutto ilare.

«È un bell'uomo» disse: «farà una gran carriera, perché le donne vanno pazze per lui.»

«Allora perché gli ha ella mostrato la moglieproruppe Mario.

«Lo senti, Annetta? Sareste per caso un geloso, mio caro Mario? Allora seguite il mio consiglio, non prendete moglie; fareste due infelici

«Certo,» replicò guardandola «non vorrei che mia moglie fosse veduta da altri che da me.»

«, siete geloso per temperamento; me n'ero già accorto a certe frasi. Ma sapete quello che accadrà? Piglierete moglie, perché la gelosia non può esercitarsi diversamente, e le passioni vanno sempre dritte al proprio scopo

Quando vennero le doglie alla signora Annetta, la casa fu sossopra; era arrivata anche la mamma di Mario. La moglie dell'esattore, sua cognata, più vecchia e più insignificante di lei, che le faceva da serva, la Veronica s'impicciavano reciprocamente. Solo la Gina, più attenta e sollecita di tutte le altre, restava fredda. Si era chiamata la levatrice e il vecchio medico, ma questi aveva dichiarato che tornerebbe; era presto ancora. Già tutto andrebbe bene; in caso diverso bastava una chiamata, e sarebbe accorso.

L'ammalata in preda ad una pazza paura si lagnava dolorosamente. La sua bella testa pallida, un po' dimagrita, entro quella cuffietta bianca di merletti, diventava di una idealità prima non sospettabile. Gli occhi cilestri, umidi di lacrime, le rimanevano come in una fissazione di preghiera, mentre la bocca scolorata le si contraeva sotto le fitte acute dei primi spasimi.

Il medico aveva ordinato di non far chiasso. Al capezzale s'erano installate la mamma di Mario e la moglie dell'esattore sotto l'autorità della levatrice, una donnetta magra e nera, vestita a festa, che parlava lentamente, colla serenità di un gran medico. L'avvocato, troppo commosso per potersi dominare, si era chiuso nel gabinetto verde; Mario gli venne incontro tendendogli la mano.

«Ho paura, Mario; sento che la cosa non andrà bene

E vi era una convinzione così seria in queste sue parole, che l'altro s'impensierì.

«Tu stesso lo crediprosegui senza accorgersi della irragionevolezza di tale domanda.

L'altro per un attimo sospettò di un agguato, ma l'avvocato era caduto sopra una sedia, stringendosi il capo fra le mani.

Allora Mario capì tutta la profondità dell'amore, che quell'uomo, in apparenza così freddo e positivo, portava alla moglie. La sua gelosia ne fu punta.

«Bisognerà chiamare Talli; del vecchio Giorgi non mi fido

«Perché Talli? Aspetti, l'emozione le fa scorgere pericoli dove non ve ne sono.»

Arrivarono dei clienti; l'avvocato non volle riceverli e disse al vecchio Andrea di chiudere lo studio. Rimasero tutti e tre nel gabinetto verde.

«Che cosa ne pensi tu, Andrea

«Che andrà bene: diavolo! La signora Annetta è un fior di salute

«Tu credi così?»

«Sicuro

Quindi parlarono di cause. Benché l'avvocato non s'occupasse molto in criminale, aveva un processo importante alle Assise di Firenze; si trattava di una signora, di una moglie, che aveva ucciso l'amante. La causa doveva discutersi sabato, ed erano al lunedì. Egli ne parlò a lungo, facendo una carica a fondo contro la scuola così detta positiva dei nuovi penalisti. Il vecchio Andrea lo ascoltava con ammirazione; anche Mario si sentiva trascinate da quella eloquenza impetuosa e larga come un gran fiume.

Poi lo scrivano chiese di andarsene.

«No, mio vecchio, anche tu resterai a pranzo con me quest'oggi. Ho bisogno di voi altri,» seguitò stendendo loro affettuosamente le mani «siete i miei soli amici. Ho paura

Il vecchio Andrea, commosso fino alle lacrime da quel favore, che lo innalzava ai propri occhi, diede a Mario un'occhiata di rimprovero; ma l'avvocato sorridendo disse ancora:

«Chi sa come pranzeremo con tutta la casa sossopra; tu sai cucinare qualche cosa, Andrea

Poi le paure lo ripigliarono. La Veronica entrò per dir loro di chiamare il medico; la signora si lamentava, si lamentava.

«Sì, chiama Giorgi, ma chiama anche Talli, Andrea, va' tu da Talli; la Veronica chi sa quanto impiegherebbe. Tu, Veronica, cerca Giorgi alla farmacia del Redentore: è sempre . Andrea, ha capito, Talli! Bisogna andargli a casa, e portarli qui insieme, perché sarebbero capaci di offendersi, senza una spiegazione che io darò loro. I medici! mentre gli altri muoiono, si disputano ancora sulla precedenza

La preoccupazione cresceva; Mario stesso se ne sentiva invadere. Andrea e la Veronica tornarono dopo un'ora, senza aver trovato né l'uno né l'altro, ma la levatrice aveva mandato a dire che tutto andava bene. Solamente, essendo quello il primo parto, la signora era in preda ad un grande spavento.

L'avvocato avrebbe voluto entrarle nella camera, ma la signora Orsola lo fermò:

«Non entri, creda a me: la signora Annetta crederebbe di essere davvero in pericolo

«Ma c'è pericolo?!»

«Affatto» e il viso freddo e antipatico della vecchia aveva una grande sicurezza. «Pensa lei che, dopo quanto ella fa per il mio Mario, volessi abusare della mia esperienza per ingannarla? Di queste cose, noi donne, ce ne intendiamo

«Mi consolate tutto. Mario è un eccellente ragazzo, farà carriera

«Ha cominciato bene qui, purché ella gli mantenga la protezione

Anche Mario arrivava.

«Via tutti!» concluse l'Orsolina, dando al figlio un'occhiata severa nel chiudere l'uscio.

L'avvocato sorrise con Mario a quell'autorità improvvisa della vecchia signora in casa sua. Nell'altra stanza si udì un gemito.

La Veronica aveva preparato confusamente una specie di pranzo. Andrea, invece di fare l'ospite, s'affaccendava colla solita bonarietà a fare da cameriere, ma nessuno mangiava. Finalmente s'intesero delle voci, e la moglie dell'esattore proruppe nella camera:

«Vengano, vengano, una bambina

L'avvocato scappò furiosamente, tutti lo seguirono; ma la signora Orsolina, ritta come un gendarme alla porta del gabinetto, che metteva nella camera dell'ammalata, non lasciò passare che lui. Mamma e figlio si guardarono; ella severa, lui irritato. Il vecchio Andrea li osservava.

«Bisogna non disturbarla ora: torno dentro a mandar via l'avvocato

Infatti, dopo pochi secondi, egli usciva cogli occhi pregni di lagrime: aveva baciato per la prima volta sua figlia! Mario ed Andrea lo attendevano al medesimo posto.

L'avvocato si gettò nelle braccia del vecchio scrivano; un groppo di singhiozzi, i più giocondi della sua vita, gli soffocavano la voce. Andrea sentì inumidirsi gli occhi anche lui, poi quando furono un po' rimessi, concluse filosoficamente scrollandosi dentro l'antico soprabito:

«Via, è una bella cosa!»

Questa volta pranzarono allegramente.

Ma nella notte la puerpera tornò a gemere lagnandosi di un caldo insoffribile; si dichiarava la febbre, e con essa un vero pericolo. L'avvocato era rimasto solo in casa colla Gina e colla Veronica non ancora coricate. Mandò questa a cercare Giorgi, che venne subito.

Il vecchio medico esaminò attentamente l'ammalata, che lo guardava come smemorata, coi pomelli infocati e le labbra riarse; l'avvocato lo spiava attendendo. A fianco del letto, in una culla coperta di un drappo bianco merlettato, dormiva la piccola Maria.

Giorgi rimise la mano dell'inferma sotto la coltre.

«Niente, niente, un po' di prostrazione» ma la sua faccia, tutta rossa tra le grandi fedine bianche, era diventata quasi intelligente sotto la grave apprensione. Era la febbre puerperale. L'avvocato sentì stringersi il cuore, e ricusando prontamente le speranze confortatrici, che l'altro gli dava, esclamò:

«Resta qui; non t'offendere, mando a chiamare Talli

Lo attesero un'ora nella camera di lei, quasi senza parlare. Ogni tanto Giorgi le metteva il termometro sotto il braccio; la febbre saliva lentamente, ma saliva. La Gina tornata dal caffè della piazza col ghiaccio, lo preparava spezzandolo per la vescica; l'Annetta, cogli occhi chiusi, s'agitava sotto le coperte. Nella camera l'aria si era fatta greve, leggermente nauseabonda.

«Ti par molto gravedomandò con voce tremula. Giorgi, che aveva il vezzo di giocherellare colla mano sinistra fra i ciondoli della catena, scosse il capo senza rispondere. La Gina, in piedi all'altro capo del letto, aveva posto sulla fronte della signora la prima vescica di ghiaccio, che le produsse una sensazione irritante. Per due o tre volte questa tentò di sottrarre il capo.

La bambina si destò.

«Dio! come si fa adesso? Voleva allattarla da sé, non ha voluto assolutamente udir parlare di balia» esclamò l'avvocato correndo verso la cuna sulla quale la Gina si era già piegata.

La piccola creatura strillava come un animalino.

«Ho io, per fortuna, la donna a proposito. Ora, se viene questo Talli, te la mando subito» e Giorgi pronunciò "questo" con una intonazione di seccatura, che in altra occasione avrebbe fatto ridere l'avvocato.

«Gina mia, cerca di calmarla: per qualche poco.»

S'intese aprire la porta, che dava sulla scala; la Veronica entrò con Talli.

«Ah! siete qui, dottore» questi disse con accento gaio, dopo aver stretta la mano all'avvocato. «Che cos'è? Speriamo niente di serio, la signora è un bel esemplare di donna

«Ecco...» fece Giorgi, che dinanzi al giovine medico si era improvvisamente raumiliato, disponendosi ad esporre la diagnosi; ma l'altro era già al capezzale dell'inferma.

«Portate via per un momento la piccina» si volse alla cameriera, che non era riuscita a calmarla; e si chinò sulla signora Annetta, tastandole il polso.

Ella pareva assopita. Poi colla mano armata del termometro le sparì sotto le lenzuola, l'Annetta diede un gemito, passarono alcuni istanti. Quando egli si torse verso di loro, anche la sua faccia di bel giovane era diventata grave; una grossa ruga verticale gli divideva la fronte fino sul naso.

«Siete qui da un'ora, Giorgi? Quanto segnava il termometro la prima volta

«Trentotto e sei linee

«Ora vedremo

«Ma dunque c'è pericolosussurrò angosciosamente l'avvocato.

Talli non rispose. Nell'altro gabinetto si sentiva sempre piangere la piccina; il silenzio in quella camera, così piena di gente, diventava terribile.

Talli estrasse il termometro; segnava quaranta e tre linee.

Era una febbre fulminea, spaventevole. I due medici si consultarono, ma Giorgi non parlava. Talli esigeva l'imbottimento di ghiaccio nell'utero e l'impacco nel ghiaccio di tutto il corpo; non voleva usare antipirina, perché contrario a quel rimedio, malgrado la moda, per le terribili reazioni che provoca dopo gli abbassamenti di temperatura. Si capiva che l'altro non era persuaso della cura troppo arrischiata, ma non osava contraddire; solamente la sua mano sinistra tormentava più vivacemente i ciondoli della catenella. All'avvocato era venuta meno ogni forza.

«Ma dunque, signor Talli, lei crede che ci sia pericolo

Il giovine medico, così elegante e con quell'aria di zerbinotto vacuo, era adesso brusco. La sua bella testa, colla barbetta tagliata a punta e la scriminatura di una regolarità volgare, aveva un carattere strano di risolutezza.

«Sì, ma lo combatteremo vigorosamente. Bisogna che la febbre non vinca in un corpo bello e robusto come quello della signora. Voi, caro Giorgi, andate a ordinare il ghiaccio, molto, molto: ricordatevi il sublimato e lo speculum. Non c'è tempo da perdere. Preparate un lenzuolo grande» si volse alla Veronica; «la signora avrà la tinozza in casa, spero. Ma ghiaccio, e presto: non c'è tempo da perdere. Resto qui io, nessuna emorragia, eh?» domandò all'avvocato, quando gli altri due erano già usciti.

Egli, che non l'aveva nemmeno chiesto, non sapeva come rispondere. Era diventato un bambino. Rientrò la Veronica.

«Va bene, è un lenzuolo da letto grande? Voi, che avete assistito al parto, nessuna emorragia, eh? Non ha fatto molto sangue la signoraseguitò, spiegandosi più brutalmente per farsi meglio intendere.

«Ma no, la levatrice non ha detto niente.»

«Chi è stata?»

«L'Adelaide Cucchi

«Una imbecille! scommetto che non si è nemmeno disinfettate le mani prima. Tutte così quelle pettegole; poi vengono le febbri infettive

Era nervoso. Tratto tratto le rimetteva il termometro; la bambina strillava sempre.

L'avvocato travolto dalla propria commozione, raddoppiata da tutto quel tramestio notturno, non sapeva più che fare né che pensare. Interrogò il medico sul come nutrire la bambina, dicendogli che Giorgi aveva una bella balia sotto mano.

«Allora gli corra dietro, e la faccia venir qui. Andiamo dunque» seguitò raddolcendo la voce; «non bisogna perdersi, un uomo del suo ingegno!». E lo spinse fuori.

Rimase solo coll'inferma, studiandola. Ella si era fatta più rossa, colle labbra che le si screpolavano, e gli occhi lucenti; alcune chiazze, sotto la pelle delle guance, cominciavano a mostrarsi. Di tanto in tanto si portava la mano al seno gonfio dolorosamente di latte.

«Lei, dottoremormorò una volta gemendo, e come riconoscendolo solo allora.

Il tempo passava lento, poi ella cominciò a parlare vaneggiando. Finalmente tornarono tutti, ma per quanto avessero compito un miracolo di prestezza, Talli li sgridò. La balia si era fermata nel gabinetto attaccandosi la piccina alla mammella; l'avvocato ansava.

«Adesso via tutti: lei vada a dormire, se può. Qui resto io solo. Come vi chiamate

«Veronica

«Bene, state attenta a quello che vi ordinerò. Dunque lei vada», si rivolse daccapo, all'avvocato «assolutamente; vada, qui sarebbe d'incomodo. In questi casi bisogna o non chiamarci, o fidarsi assolutamente

E siccome l'avvocato, ammollito da tanti colpi improvvisi, tentava di scusarsi, anch'egli malgrado la vivacità del suo carattere e la pressura del momento s'intenerì.

«Si faccia coraggio; il pericolo non è tale che non si possa combattere. Spero che vinceremo. Vada, vada

L'avvocato uscì singhiozzando, ma invece di fermarsi a guardare la balia, seduta sopra una poltrona nell'angolo del gabinetto, colla bambina sospesa alla mammella, corse a chiudersi nello studio. , solo, scoppiò a piangere disperatamente, rumorosamente, come un ragazzo. Gli pareva che tutto l'edificio della vita, così faticosamente costrutto, gli rovinasse addosso, seppellendolo sotto le macerie. Un gran buio gli si era fatto nell'anima; si sentiva salir intorno il silenzio della solitudine a soffocarlo, e allora tornava a singhiozzare più fortemente, quasi per reagire contro di esso. Passarono così molte ore; a poco a poco si era assopito in una dormiveglia affannosa.

Poi si destò. La luce del mattino filtrava chiara fra le imposte; spalancò la finestra. Giù nella strada cominciava a passare la gente, più bruna in quel chiarore gelido, sotto il cielo grigio di nuvole. Il freddo sul volto gli fece bene. Allora, come punto da un ricordo, scappò verso la camera della moglie, ma nel gabinetto trovò Giorgi, che sonnecchiava sopra una poltrona e si destò di soprassalto.

«Ah! sei tu: va bene, sono ancora qui.»

«Annetta?!»

«Meglio» seguitò sbadigliando, mentre si stropicciava gli occhi assonnati. «Aspetta dunque, non entrare. Abbiamo fatto tutto quello che egli ha voluto.»

«Ma ora

«Non c'è male. Egli tornerà fra poco; ha detto che alle sei sarebbe qui. lo sono rimasto per te: mi sono un po' addormentato su questa poltrona. Piuttosto va a vedere, se trovi una delle tue donne, e che mi facciano un goccio di caffè. Una notte come questa, alla mia età, non è indifferente

L'avvocato gli strinse la mano con effusione, dirigendosi alla camera della Veronica. La trovò vestita sul letto, addormentata; la balia dormiva colla piccola Maria nella camera della Gina, rimasta al capezzale della signora. Ma la cuoca udì nel sonno il passo di lui.

«Che cosa c'è? Ah! è lei, mio Dio

«Pare che vada meglio, Giorgi vorrebbe il caffè

«Sì, sì, se l'è meritato. Ora lo faccio subito.»

Il mattino saliva, sempre così grigio, nel cielo. L'avvocato venne a sbirciare all'uscio della camera, e vide la Gina seduta compostamente sulla poltrona, a capo del letto; il lume da notte la lasciava in una penombra quasi oleosa. Nella camera tutto era sossopra, molte salviette bagnate ed un lenzuolo giacevano ammucchiati presso l'armadio a specchio. L'ammalata si discerneva appena sotto la vescica del ghiaccio, e fra il bianco degli origlieri. Il suo respiro era ancora rantoloso.

L'avvocato si ritirò come un colpevole dinanzi allo sguardo freddo della Gina.

Quando venne Talli, la febbre non accennava a decrescere; mandò via Giorgi, ringraziandolo con molti complimenti, che lo ravvivarono tutto, e si fece aiutare dalle due donne per ripetere la cura della notte. L'avvocato era uscito a cercare altro ghiaccio. Allora, nella strada, la curiosità affettuosa di tutte le persone, che sapevano già la sua disgrazia, lo martoriò. Gli pareva che quelle domande talvolta unite rendessero più imminente il pericolo, dandogli la misura del disastro, che lo minacciava.

Il vecchio Andrea venne due ore prima, entrò nel gabinetto verde senza parlare, e come un cane amoroso si mise a sedere vicino a lui. Stettero così lungamente. A un tratto l'avvocato gridò:

«Come farò dopo, solo?»

«Chi sa che Dio non ci perdoni» l'altro rispose con voce grave, alludendo seco medesimo al peccato della signora Annetta con Mario, perché da molti anni Andrea era stato ripreso dalle idee religiose, e praticava spesso i sacramenti. Ma senza vergognarsi in faccia al mondo di questa sua conversione, non ne parlava e non la nascondeva.

Poi gli disse dolcemente:

«Venga con me a vedere la bambina

La balia era ancora a letto, colle imposte aperte, seduta sui cuscini. Quando entrarono i due uomini, fece atto di coprirsi il seno, quindi sorrise. Era una contadina fatta venire un mese prima in città dalla moglie del maggiore del genio, alla quale era morto il bambino la notte antecedente. Pareva giovane e forte. Il colore bronzino della faccia e del collo staccava sul candore niveo delle poppe turgide, sulle quali si distinguevano sottili vene azzurrognole; la bambina succhiava ghiottamente, deglutendo il latte con un gorgoglio di piccolo fiasco capovolto.

L'avvocato si fermò a contemplare quel dolce quadro, risentendone una grande serenità pacificatrice; poi domandò alla contadina dove stesse, e sotto quali padroni. Ella, che lo conosceva di vista e di nome, rispondeva sicuramente. Apparteneva ad una buona famiglia di coloni, mezzadri da molti anni del conte Giglioli sul podere la Rocchetta, nella parrocchia di Trepiano, in una posizione incantevole.

«Bisogna che torniate subito a casa; qui non è sano per la bambina

«Si deve battezzarla, prima.»

«C'è tempo: non la voglio qui» proseguì, ripreso dalla paura che non dovesse venire la febbre anche a lei. «Andrea, va a prendere una vettura

«Da Pistacchio?» questi rispose, nominando il vetturino di casa.

E l'avvocato prese dolcemente fra le mani, da quelle della balia, la propria figlia.

Per tre giorni la signora Annetta fu tra la vita e la morte; la febbre resisteva malignamente a tutti gli sforzi, ostinandosi contro il suo corpo, che già non pareva più quello. Giorgi e Talli, ammirabili di devozione, non lasciavano più il suo letto, accigliati davanti a quel pericolo sempre rinascente, mentre la casa era tutta sossopra, e lo studio rimaneva chiuso. La signora Orsolina, installandosi silenziosamente nella camera dell'ammalata, non aveva pensato che a Mario, per impedirgli nell'esaltazione di quella morte imminente qualche imprudenza. Infatti il suo contegno per un occhio chiaroveggente avrebbe rivelato anche troppo i suoi rapporti colla signora Annetta; ma l'avvocato, travolto dal proprio dolore, non vi sentiva che una affettuosa concordanza in quella sventura, che lo colpiva improvvisamente nel più profondo della vita. Mario rimaneva nella casa tutto il giorno, senza aver potuto penetrare che una sola volta, fuggevolmente, in quella camera; ma l'immagine di lei, sformata, agonizzante, gli era rimasta spaventosa nella immaginazione. Non poteva scordarsela, non sapeva sperar più. La Gina non lasciava il capezzale della signora; solo il vecchio Andrea lo arrestava qualche volta con certe occhiate, che sembravano ammonirlo severamente di non complicare con più spaventevoli rivelazioni un dramma già superiore alle forze di tutti.

La terza notte erano nel gabinetto verde. L'avvocato, sempre vestito da tre giorni, sonnecchiava qualche mezz'ora qua e sopra una sedia, avendo ormai egli stesso un'aria d'infermo, cogli occhi lucidi di febbre: in fondo non sperava più e radunava tutte le proprie forze dinanzi a questo nuovo naufragio della vita. Il temperamento sano e l'equilibrio della mente l'aiutavano a dominarsi. Il vecchio Andrea pareva più triste di lui, giacché quella disgrazia inconsolabile dell'uomo, nel quale aveva riposto l'ultima affezione, gli toglieva ogni scopo alla esistenza. Qualche dubbio affannoso gli risorgeva nell'anima contro la provvidenza di Dio.

Mario era grave.

L'avvocato, dopo un lungo silenzio, cercò sulla scrivania un fascicolo, e cominciò a scorrerlo.

«È impossibile... Mi pare che ve ne ho parlato anche l'altro giorno, Mario. Andrete voi a Firenze; forse sarà la vostra fortuna» aggiunse con un sorriso doloroso. «L'avete studiata un poco la causa, non è vero? Quella donna, che ammazza l'amante scoprendolo troppo vile, quasi per vendicare il marito ingannato, è uno dei temi più belli, che possano capitare ad un principiante. Ho piacere di cedervelo, tanto io sono finito

La sua voce aveva sonorità lugubri; Mario l'interruppe con un gesto.

«No,» egli proseguì disperatamente «perché tentare di illudermi? È indegno, atroce, sento che non lo meritavo. Eppure è così. Vivrò per la bambina; sarà triste, molto triste per entrambi. Né io né lei avremo più con chi sorridere. Perché dunque la vita è così fatta? Basta un giorno, un'ora e tutto frana; non si può più lottare, non si può più resistere. Bisogna essere travolti come una cosa sotto una rovina, che non si è meritata, che nessuna ragione giustifica

Essi non sapevano rispondere.

L'avvocato si mise a passeggiare per il gabinetto. «Nulla, nulla. Siete vissuto cinquant'anni onestamente, senza danneggiare alcuno, lavorando come una bestia da soma, salvando tanti sciagurati! Non avete chiesto niente al mondo, non vi eravate mai lagnati... Eravamo noi due soli, io e lei... Avrei dovuto morire io vent'anni prima, e invece muore lei, lasciandomi una creaturina che non potrò allevare; no, non lo potrò... Le mancherà sempre la mamma. Dio ha torto

«Perché disperarearrischiò Mario.

«In che cosa sperare? Non avete visto Talli? La sua faccia dice più delle sue parole; ella è perduta, per sempre.»

Il vecchio Andrea, che si era cavato un fazzoletto turchino di tasca, se lo mise sulla bocca per soffocare i singhiozzi. Ma lo scoppio represso delle sue lagrime provocò un altro urlo di pianto nell'avvocato.

Questi si gettò nelle sue braccia.

Mario, seduto all'altro canto, presso la scrivania, li udiva piangere mescendo il loro dolore in un supremo abbandono di amicizia, che in quel momento per lui diventava un rimprovero. Confusamente sentì di aver avuto torto a sedurre quella donna per un godimento sensuale, troppo meschino ed effimero. Quell'uomo, che piangeva disperatamente la morte della mamma della propria figlia non sua, gli parve sublime di innocenza e di miseria. Annetta stessa non meritava tale angoscia di rimpianto, ma la sua maternità si alzava nullameno dal letto di morte, misticamente solenne, nascondendo nella propria luce gli avanzi della femmina, altra volta così belli, e che fra poco avrebbero ripugnato anche alla pietà.

Si vergognò di essere in quel gabinetto. Certo il vecchio Andrea lo doveva disprezzare in tal momento, che l'avvocato, stravolto, soffocato, aveva ancora, in una reazione suprema di tutta la propria coscienza di professionista, potuto offrirgli col più fortunoso dei processi il destro di aprirsi trionfalmente la carriera.

Il suo amore per l'Annetta era escluso da quella tragedia; glie ne resterebbe solo un ricordo galante, insignificante, che i rimorsi potrebbero forse tratto tratto avvivare. Anch'egli s'alzò; non poteva restare in quel gabinetto. Inavvertitamente uscì, dirigendosi alla camera dell'ammalata, ma incontrò Talli, che usciva in fretta per una chiamata urgentissima in casa Giglioli.

Era ilare, tutti lo circondavano con un sorriso di ammirazione.

«Salva!» si rivolse la Veronica a Mario, colle braccia alzate, giubilando.

«Davvero, dottore

«Sì, ora credo di poter garantire, ma lasciatemi andare. Addio, salutate l'avvocato; tornerò domani mattina

Mario spinto da un impulso irresistibile, rientrò precipitosamente nel gabinetto urlando:

«Salva, salva

«Che!» esclamarono ad una voce l'avvocato e il vecchio Andrea come inebetiti.

«Talli è uscito in questo momento, assicurandomelo sul suo onore. Lo hanno mandato a chiamare in casa Giglioli

Allora un'altra commozione s'impossessò di quei due, illuminandoli, stirando loro la bocca in un altro scoppio di pianto; si guardavano inebriati, trepidi, senza la forza d'alzarsi, mentre Mario indietreggiava, colto da un rispetto quasi pauroso, e sentendo un'amarezza improvvisa davanti alla legittimità della loro gioia.

L'avvocato s'alzò prendendo per mano il vecchio Andrea.

«Andiamo nella sua camera

Mario rimase solo nel gabinetto verde, come un estraneo.

 

 

 


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