Alfredo Oriani
Gelosia

III

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III

 

Fra Mario e la signora Orsolina accadevano scene frequenti.

Dopo aver assistito al capezzale della signora Annetta, imponendosi a tutti piuttosto per la severità del contegno che per i servigi, la signora Orsolina credeva di aver riconquistato su Mario l'antico ascendente. Ma, sebbene persuaso che la sua presenza gli avesse impedito di commettere allora qualche imprudenza, egli non le era punto grato; anzi il sapersi da lei così compreso e valutato l'irritava. Gli pareva di ricadere daccapo fanciullo sotto la stessa pesante autorità, mentre i suoi consigli, freddamente egoistici, di troncare quella relazione gli diventavano oltraggiosi per la loro medesima giustezza.

Come tutti i genitori, che allevarono i figli in vista di un avvenire economico, ella si sentiva lesa dal suo capriccio nella propria legittima aspettativa, giacché amava Mario meglio per se medesima che per lui. Nessuna condiscendenza muliebre, nessun abbandono passionato, infatti, aveva mai temprato in lei la rigidezza della passione, divenuta di giorno in giorno più permalosa per l'impossibilità di comandargli ancora. E siccome egli non l'amava, colla ingratitudine propria dei figli troppo tiranneggiati nell'inevitabile intimità della vita domestica, la poca e superficiale educazione non bastava a mantenere nei loro rapporti quel rispetto compassato, dietro al quale la gente delle classi superiori ripara le inimicizie.

Mario cominciò a mangiare frequentemente all'albergo, con un gruppo d'ufficiali. Naturalmente ciò gli cresceva il dispendio, e gli forniva l'occasione di scemarle l'assegno per le spese di casa; quindi altre liti, più volgari e stridenti. Oramai fra loro ogni riguardo era cessato.

Un giorno Mario le disse freddamente:

«Giacché mi seccate tanto per farmi abbandonare lo studio dell'avvocato, vi dichiaro bene che, se andrò via, muterò anche paese, ma non vi prenderò con me.»

«Che cosa m'importa?» ella ribatté aspramente, ma ferita a morte da questa minaccia.

«Tanto meglio! Mettetevi però in testa che sopra di me non si comanda più.»

«Tutto per quella...»

Mario le frenò con un gesto violento l'ingiuria.

«Andate al diavolo, avara, spilorcia, che mi avete allevato per speculazione! Adesso finalmente so che cosa sia questo famoso amore materno

E uscì di casa sbattendo gli usci per tornare allo studio. Ma pure gli crescevano le contrarietà. Dacché la signora Annetta era entrata in convalescenza, non aveva assolutamente voluto riceverlo; pareva tutta mutata. La malattia, indebolendola, le aveva dato una grazia malinconica e signorile. Il suo carattere, prima chiassoso, si era fatto riserbato; quindi si mostrava più affettuosa al marito, e non aveva nemmeno protestato contro il suo desiderio di battezzare la piccina piuttosto col nome di Luigia, la sua vecchia madre, che con quello di Maria. Poi colta da un postumo spavento religioso della morte, ora che rientrava adagio nella vita, aveva voluto confessarsi, in casa, ad un padre cappuccino, popolare nella città per la rude franchezza dei modi. L'avvocato ne aveva sorriso, ma cedendo subito per non vederla rannuvolarsi. Da quella confessione Annetta uscì molle di pianto, col proposito di riconsacrarsi tutta al marito per indennizzarlo della grande offesa fatta alla sua paternità; ma il cuore le restava secco per la piccola Gigina, lontana sul colle arioso di Trepiano, in casa di contadini. In fondo era contenta di non doverla allattare. Ciò le avrebbe rubato troppo tempo e sformato il seno; poi giustificava a se stessa questa ripugnanza colla scusa che la salute non avrebbe resistito a tale fatica, mentre alla bambina profitterebbe maggiormente la vita corroborante dei campi.

Si era fatta mettere una lunga poltrona nel gabinetto attiguo alla camera da letto, e vi passava distesa tutto il giorno, coi capelli pettinati a madonna, coperta di una vestaglia bianca a cordoni vivamente cilestri, colle pianelline bianche ricamate d'oro, le calze cilestri, e qualche bel mazzo di fiori entro un vaso vecchio di porcellana sul tavolino rotondo, che si teneva presso.

Leggiucchiava, ricamava, in sostanza non faceva nulla.

Quando le amiche venivano a trovarla, diventava più languente strascicando le parole per raccontare tutti gli strazi di quel primo parto, poi la febbre, intensa, orribile, delirante: abbondava nei particolari, inventava, finendo in buona fede col credere al proprio racconto a forza di compiacersene. Allora parlava della bambina con profondo rimpianto, perché aveva dovuto metterla in campagna, e si lasciava a stento consolare di tale sventura. Ma il discorso ritornava tosto sopra se medesima, finché le altre se ne andavano stanche a novellare in giro su tutte quelle pose, e ridere dell'avvocato, un uomo di vero ingegno, che vi si lasciava prendere.

Mario le mandò una mattina un bel mazzo di fiori; ella glieli fece restituire dalla Gina, dicendo che odoravano troppo.

La Gina nel compiere l'ambasciata lo guardava freddamente, col mazzo fra le mani. Erano soli nello studio; l'avvocato aveva lasciato allora il gabinetto. Mario, dissimulando a stento il dispetto, appoggiò un gomito sulla scrivania:

«Sta dunque molto male

«Chi lo sa? ha mangiato la solita bistecca, e dopo ha voluto anche il caffè col latte

Mario sentì il sarcasmo.

«Dove vuole che metta questi fiori

«Li vuoi per te?»

La Gina ebbe un sussulto impercettibile:

«Dopo che la padrona li rifiuta, sarebbero un regalo ancora troppo bello per la serva

«Ma tu sei la cameriera» ribatté l'altro goffamente, credendo così di farle un complimento.

«Lo so benissimo di essere la cameriera, senza che ci sia bisogno di farmelo pesare addosso

Mario invece rimase interdetto; non aveva avuto nessuna intenzione di offenderla.

La piccola ed esile figura della Gina si drizzava dinanzi alla scrivania con un'eleganza così altera e disinvolta, che lo dominava. Egli la esaminò allora, come per la prima volta. Così vestita di scuro, senza che nulla negli abiti tradisse la sua condizione, le si sentiva nel viso scialbo una riserva, un sottinteso, che attirava l'attenzione. La sua bocca, stretta e scolorata, avrebbe stentato a sorridere davvero; poi il resto del sesso le rimaneva quasi incerto, colle spalle aguzze, il petto piallato, le anche sporgenti, senza una curva o una ondulazione, sebbene la gracilità la rendesse donna, e due particolari, le mani e i piedi, tradissero in lei la signora. Piccini arcati questi, sottili affusolate, di un candore inquietante, quelle; e una folta capigliatura castagna, piena di riflessi, le metteva sulla testa come il principio di una bellezza, che il suo corpo non avesse poi ricevuto.

Ma la voce dura e velata prognosticava qualche lontana malattia di petto.

Involontariamente Mario la riconobbe più signora dell'Annetta in quella sua povertà di condizione e di natura; quindi non trovò come domandarle scusa, temendo di sbagliare daccapo il tono.

La Gina che s'accorse della buona impressione prodotta su lui, ne fu lusingata, e con un sorriso indefinibile gli disse:

«Li metterò sulla scrivania del signor avvocato, poiché la signora non li può accettare; egli invece ne sarà tutto contento

Quindi gli volse le spalle, allontanandosi con quel suo portamento sciolto e superbo, che la faceva quasi sembrare meno piccola. Ma appena l'intese chiudere l'altra porta del gabinetto, Mario vi entrò livido di dispetto, prese il mazzo, e andò a gettarlo nella latrina. Pochi giorni dopo lo colse un altro disastro. A Firenze, in quella gran causa, fece un tal fiasco che persino sopra un giornale ne fu stampato qualche commento satirico. Naturalmente i suoi amici se ne compiacquero punzecchiandolo coi sarcasmi, mentre l'avvocato, pieno della bonaria indulgenza dei vecchi professionisti pei principianti, si fece raccontare da lui tutta la seduta, e gliene corresse uno per uno gli errori con una lezione, che per essere famigliare diventava anche più bella. Mario ne rimase profondamente avvilito. La signora Orsolina invece, senza toccare neppure da lontano l'argomento, si fece improvvisamente più buona per qualche giorno. Ma quel primo insuccesso del figlio era stato per lei un colpo mortale; ormai lo aveva giudicato. Tutte le ambizioni della sua vita, che non aveva mai confidato ad alcuno, nemmeno a lui stesso, le cadevano sul cuore come foglie morte scrollate da un freddo vento autunnale: Mario non sarebbe mai un grande avvocato come il signor Filippo, né il deputato della città, questo sogno inebbriante, che essa covava da tanti anni nel silenzio della sua povera casa, mangiando quel magro pranzo quotidiano, sul quale riusciva nullameno a fare qualche economia.

Poi Mario, troppo scarso d'ingegno e fiacco di carattere per avere una vera ambizione, se ne consolò; qualche piccola causa vinta in pretura lo rimise di buon umore, persuadendogli di essere un avvocato come tutti gli altri della città. Ma l'abbandono della signora Annetta lo disperava. Tutto quello che poteva sapere dall'avvocato, perché ad interrogare la Veronica e la Gina non si fidava, era che una grande debolezza la teneva ancora, quasi tutto il giorno, sulla poltrona, e che non osava escire di casa, all'aria libera, per timore di ricadere ammalata. L'avvocato però non se ne preoccupava troppo, giacché i medici lo avevano rassicurato sulla perfetta salute di lei. Erano le solite paure di ogni donnina dopo il primo parto, che passerebbero ai soffi caldi della primavera.

Infatti col fiorire dei mandorli, in quell'aria balsamica e vibrante, che ridestava anche nelle cose la vita addormentata dal lungo inverno, la signora Annetta si rianimò, e dopo pochi giorni ridivenne quella di una volta. La prima gita fu in campagna per vedere la Gigina. Mario la guardò partire coll'avvocato in una vettura a due cavalli, lui felice, ella ancora un po' pallida, ma più bella che mai. La maternità le aveva messo sul viso una specie di nobiltà dolce e pensosa. Ella alzò lo sguardo dalla carrozza per rispondere al saluto, che egli faceva loro dalla finestra, perché aveva voluto rimanere per dispetto nello studio, invece di scendere in strada ad aiutarli come le altre volte.

Poco dopo la Gina entrò.

«Perché non li avete accompagnati?» le chiese di malumore.

«Non me lo hanno detto: ma lei piuttosto avrebbe dovuto andare con loro.»

«lo ... si sarebbe dovuto chiudere lo studio

«Qualche volta vi resta pure solo Andrea

Mario finse di seguitare a scrivere, ma la Gina non se ne andava:

«Non torneranno che stasera, sull'avemaria

«Io me n'andrò prima» rispose seccamente.

«Non le domandavo questo; naturalmente lei è ora il padrone dello studio. La signora, che voleva la carrozza al primo parto, adesso è diventata così buona, che vi ha rinunziato

«Ah!»

«Ne parlavano anche ieri sera a pranzo. Il signor Filippo non ha nemmeno avuto bisogno di persuaderla, che adesso sarebbe ancora una spesa compromettente. Diceva che forse diventerebbe possibile dopo la causa della cartiera, se si vincesse, ma la signora ha risposto che non glie ne importava più nulla, che egli aveva fatto anche troppo per lei.»

«In questo caso ha ragione; l'avvocato non guadagna ancora abbastanza per concedersi questo lusso

«Lei crede! Io invece supponevo che lo avrebbe potuto benissimo, ma che volesse invece fare dei risparmi per la bambina. La signora si è mostrata di una arrendevolezza... Pare anche più innamorata ora che al principio, quando io venni qui.»

Mario sentì nel cuore la punta di quella botta lungamente studiata, ma volle dissimulare:

«L'avvocato merita tutto l'amore

«Se bastasse meritarlo per averlo!» ribatté l'altra lanciandogli un'occhiata.

Da che la conosceva, Mario non l'aveva sentita parlar tanto.

Ella restò ancora; evidentemente aveva qualche intenzione riposta. Mario credette che volesse divertirsi a pungerlo, ma in lui stesso era tanto il bisogno di parlarle dell'Annetta, che depose la penna.

«Ha già finito di scrivere?» ella riprese senza sorridere.

«Finito e non finito, ma perché non sedete?» e si alzò per offrirle una scranna.

Ella accettò colla grazia di una signora, e cominciarono a parlare. Dopo pochi secondi il discorso era caduto sulla signora Annetta.

Mario si era già compromesso con due domande, la gelosia lo tormentava. La Gina gli raccontava la scena del confessore, che egli non sapeva, poi i primi giorni di devozione fervente. Ella l'aveva sorpresa una volta in ginocchio colle lagrime agli occhi; la signora era molto buona, e aveva avuto una grande paura di morire. Adesso si mostrava tutta tenerezza per il signor Filippo.

«Forse si porteranno a casa la bambina, stasera. Che cosa ne pensa lei? La signora è così impressionabile

«Per voi sarebbe una seccatura

«Perché? una bambina! Ci si vuole così presto bene ai bambini. Lei non l'ha vista ancora la Gigina: è una vera bellezza; il papà ne va pazzo

E la sua voce ebbe un lieve stridore, poi soggiunse: «Quest'altra volta, se la portano stasera, andrà anche lei a vederla; bisogna che vada anche lei.»

Si alzò per andarsene, Mario non la trattenne.

Sulla fronte della Gina apparve una ruga di dispetto, ma sull'uscio si torse:

«Adesso la signora sta veramente bene; i fiori, anche molto odorosi, non le danno più fastidio

Quella sera Mario andò fuori di porta per vederli ritornare, nascosto nella svolta di un viottolo, che si cacciava fra gli orti, perché non voleva essere scorto. In quella luce del tramonto la signora Annetta, imbacuccata entro uno scialle roseo a rete, che le saliva sopra la testa, dandole al viso una soave vivezza, gli parve più bella. Mai, come allora, aveva sentito il bisogno di quella donna. L'aria del vespero era satura di profumi, le piante si vestivano delle prime foglioline, i mandorli bianchi di fiori parevano ancora carichi di neve in quel tepore languido degli ultimi raggi. Mario ritornò verso la città col cuore serrato. Per le strade molte coppie innamorate si allontanavano parlando sommessamente nella sera; sugli usci delle case le donne e i fanciulli ridevano cianciando, allegri di quel risveglio alla vita pieno di nuove promesse. Pareva un giorno di festa. Qualche operaio rincasava cantando, i pipistrelli vagolavano nell'aria con volo più incerto, come intormentiti dal lungo inverno.

Mario non sapeva dove andare. Una solitudine amara gli si dilatò improvvisamente nell'anima, spegnendovi l'eco di tutte le voci, che vi arrivavano dal di fuori. I primi fanali accesi lungi, alle porte della città, gli diedero una più desolata sensazione di abbandono. Dove passare la sera? Andò a pranzo nel grande albergo, ma gli ufficiali, coi soliti discorsi di caserma, gli parvero anche più insopportabili; entrò nei due massimi caffè della piazza, poi cedendo alla voglia secreta, che lo tormentava, si diresse verso la casa dell'avvocato.

Forse sarebbero ancora a tavola, avendo pranzato più tardi.

Fu accolto benissimo, gli parlarono della bambina, cosicché non ebbe nemmeno campo a servirsi del pretesto immaginato per giustificare quella visita. L'avvocato abbondava sui particolari della piccina più della signora Annetta, con quella tenerezza morbida degli uomini, che diventando padri sul tardi vi portano un orgoglio già rammollito da qualche affettuosità senile. Ella lo interrompeva, poi si rimetteva ad ascoltarlo, guardandolo come le donne guardano talora con sereno impudore il maschio, che le rese madri, dopo che il nuovo amore per il bambino trasformò la natura della loro passione sessuale.

A Mario pareva impossibile di essere così pienamente dimenticato. Allora il suo orgoglio ricalcitrò. L'avvocato seduto a tavola, col busto massiccio e pesante abbandonato sulla sedia, la fronte già calva, la grossa barba brizzolata, troppo lunga ed incolta, era davvero brutto. L'energia spirituale della sua testa si era spenta nella fatica della digestione; fumava una grossa pipa di legno, sporcandosi le dita a premervi dentro la cenere.

Mario ebbe coscienza di essere più bello, e soprattutto più fresco; quindi con un sorriso insolente tagliò una risposta della signora Annetta sulla bambina. Questo bastò; la signora Annetta si fece seria senza che l'avvocato se ne accorgesse. Che cosa era tutta quella gioia se non l'ultimo inganno, che ella faceva al marito, sollecitandolo nella vanità di padre, mentre invece egli solo, Mario, aveva potuto svegliare in lei la maternità? Tutte le leggi sociali, le virtù, le ipocrisie, vanivano davanti alla onnipotenza di questo fatto brutale; l'avvocato poteva essere uno dei migliori professionisti nella provincia, guadagnare molto danaro, godere la stima universale, ma la piccola Gigina non era sua, egli non avrebbe mai potuto generarla.

Quest'orgoglio gli crebbe così smisuratamente nella coscienza, che Mario si permise qualche ironia anche contro di lui.

«Avete ragionerispose l'avvocato «siamo tutti così noi altri; ritorniamo bambini col primo bambino che ci nasce, e crediamo che la nostra gioia possa essere egualmente sentita dagli altri.»

«Ma se io la divido pienamente» replicò Mario, dando alla signora Annetta un'occhiata.

Ella ebbe un leggiero rossore. Allora Mario sperò di poterla riconquistare. Invece di mostrarsi come dianzi inquieto e sottomesso, affettò la disinvoltura, mettendo persino nella propria voce qualche accento di comando. Ella non resisteva; si sarebbe detto che quella trasformazione di lui le facesse paura. Il passato la riprendeva. Poi Mario quella sera, chiuso nell'elegante soprabito nero, accuratamente pettinato, coi baffetti biondi rialzati agli angoli della bocca, il viso roseo, gli occhi cilestri pieni di vampe, le pareva bello. Era il giovane, l'uomo destinatole dalla natura attraverso a tutte le antitesi sociali, e che ella stessa aveva preferito, prima ancora che in lui spuntasse il coraggio di farle la corte. Perché gli si era abbandonata così, senza resistere, come una di quelle vecchie galanti, che s'affrettano coi giovani per timore di non essere più accettabili tardando, ella che non era corrotta e non si sentiva nel sangue l'ardore sensuale di tante altre donne? Tutti i suoi propositi di onestà coniugale svanivano davanti a questa nuova affermazione di Mario: egli era il padre vero della Gigina. La Gigina stessa gli somigliava spaventevolmente, e questa sua somiglianza era un'altra prova del diritto dell'amante sulla madre. Mario possedeva la parte migliore di lei, quella che sopravviverebbe alla gioventù e alla loro stessa passione. Qualunque tentativo in lei per sottrarsi alle conseguenze di questo fatto troverebbe un ostacolo infrangibile nella sua coscienza di madre, nella inferiorità della femmina dinanzi al maschio, che l'ha fecondata.

«Quest'altra volta, signora Annetta, sarò invitato anch'io.»

«Certo,» intervenne l'avvocato «l'ho detto io per il primo, appena l'abbiamo vista sulla porta in braccio alla Caterina. Se vedeste come è bella; vogliamo tornarci domenica, Annetta

«Volentieri» rispose abbassando la testa.

Mario si trattenne ancora; voleva trovar modo di dirle qualche parola.

Finalmente lo potè.

«Domani venite nello studio

L’altra parve esitare.

«Lo voglio.»

Bevve ancora un piccolo bicchiere di punch, espose all'avvocato il dubbio giuridico, del quale si era munito per venire, e si ritirò con aria trionfante.

Così la riconquistò lentamente, ma i suoi modi e il suo accento adesso erano di padrone; parlava dell'avvocato come di un subalterno. Nullameno ella si ribellava ancora, anzi in un momento d'irritazione, colla viltà naturale della donna, gli rinfacciò quel fiasco a Firenze.

La gelosia di lui invece non dava più tregua. Erano tornati dalla Gigina, in un bel pomeriggio pieno di sole; la signora Annetta inquieta pel timore che Mario si tradisse davanti alla piccina, non gliene aveva parlato, quasi volesse tentare su lui un esperimento. Invece tutto andò anche troppo bene. Mario vantando la bellezza della Gigina per intonare coll'entusiasmo dell'avvocato, non aveva provato nulla al cuore dinanzi a quel piccolo essere ravvoltolato nelle fasce, roseo, cogli occhi azzurri, ancora insignificante. La sua paternità, della quale credette di trovare la conferma nel colore delle pupille e nel ciuffetto biondo, che le usciva di sotto alla cuffia bianca, non si destò. Quindi non s'accorse nemmeno della differenza fra i trasporti rattenuti e così veri dell'avvocato, e i giuochi pazzerelli, ma freddi della mamma.

Tuttavia quando l'Annetta, dopo averla lungamente palleggiata col vezzo grazioso delle donne, l'adagiò sul petto del marito, come dentro una culla sussurrandole sulla bocca:

«Dormi, dormi, Ninina, fra le braccia del tuo papà, il tuo papàMario, non ingannandosi sull'intenzione di quelle parole, la guardò corrucciato.

La sua gelosia d'innamorato diventava sempre più sospettosa. Non avrebbe voluto che ella scherzasse mai col marito; ad ogni più lieve accenno di carezza li vedeva già innamorati, l'uno nelle braccia dell'altro, e dopo, quando era solo, tale assiduo pensiero lo rendeva pazzo. Pretendeva di dominarla in tutto, dal vertice della sua stessa individualità, fin dove nemmeno la passione può giungere. E siccome il temperamento piuttosto freddo, e lo spirito quasi sciocco di lei, gli resistevano colla propria impenetrabilità, egli vi s'accaniva senza accorgersi di perdere così i pochi vantaggi della amabilità giovanile, eccitando le rivolte del suo orgoglio. Le aveva già fatto una scena spiacevole su Talli. A forza di rimuginare le sensazioni umilianti provate in quella notte, quando ella era presso a morire, aveva finito coll'offendersi che il dottore avesse potuto per ore intiere maneggiare il suo corpo, tentandone tutte le bellezze più segrete con quel terribile diritto dei medici, contro il quale le donne anche dopo la guarigione sono senza difesa.

«Come avremmo dunque dovuto fare?»

«Avremmo! quasi che foste d'accordo. Non lo senti che queste parole mi fanno male

Ella invece ne aveva riso; ma l'altro, quantunque sentisse di diventare ridicolo, gli aveva proibito di chiamare ancora Talli.

«Non potrò nemmeno salutarlo per strada

«Sì, ma non fermarti con lui.»

Nonpertanto, rianimandosi, la loro passione era senza quegli improvvisi slanci di tenerezza e quei bisogni ardenti di sensualità, che avevano reso così deliziosi gli ultimi mesi della sua gravidanza. Era un amore più calmo, quasi regolare nel suo bel temperamento di bionda sana; bisognava che egli l'eccitasse colla provocazione dei propri desiderii, nel pericolo di un convegno furtivo, perché la voluttà le si destasse sotto quella sua carne florida e riposata. E anche allora gli pareva che ella fosse distratta e il cuore le seguitasse a battere tranquillamente sotto i fiori nivei del seno, quasi ancora vergine come prima del parto. Era una ossessione spasmodica, nella quale egli raddoppiava la frenesia delle carezze, finché vinta, soffocata ella gli anelasse sotto le labbra con un'ultima morente dimanda di grazia negli occhi.

In quei momenti non parlavano mai della Gigina, che invece occupava tutti i discorsi in famiglia. L'avvocato contentissimo della Caterina, una donna eccellente, e di quella famiglia quasi ricca di contadini, faceva volentieri per un anno quel sacrificio alla salute della figlia. D'altronde andava spesso a vederla da solo, scusandosene come di una fanciullaggine, che lo prendeva certe volte all'improvviso, irresistibilmente, così che doveva salire sul primo fiacchero.

Egli non si era ancora accorto di nulla, benché qualche cosa se ne cominciasse a sussurrare dopo quelle prime malignità sparse dalla moglie dell'esattore. Fortunatamente la Veronica, di mente ottusa e sempre preoccupata della propria cucina, non lo avrebbe mai indovinato, e la Gina taceva. Ma il vecchio Andrea aveva detto a Marco, l'altro scrivano, un misantropo, che andava sempre solo:

«Il signor Mario è un miserabile

Marco lo aveva guardato un pezzo prima di rispondere. Era più vecchio e malandato di Andrea, con una gran testa calva, scarno, di un pallore bilioso nel volto. Non aveva che una passione, il lotto, e una vanità, la cabala. Fra loro si dicevano tutto da venticinque anni.

«Bisogna che l'avvocato non lo impari

«Da noi non lo imparerà certamente.»

«I dispiaceri s'imparano sempre» aveva risposto Marco colla desolata filosofia dei vecchi.

D'altronde Mario si manteneva abbastanza cauto, malgrado la veemenza della propria gelosia; ella, anche più libera di spirito, durava minor fatica a dissimulare. Non si vedevano che nel gabinetto verde, quando l'avvocato doveva assentarsi sicuramente per qualche ora; ma vi restavano per pochi minuti, egli fremente di rimproveri, ella affrettandosi, e nell'orgasmo della fretta cedendo ad una eccitazione, che talvolta lo ingannava. Sovente passavano delle settimane prima di poter combinare un convegno; ella sembrava evitare le occasioni, quantunque gli si mostrasse amabile di civetteria nel cogliere a volo tutti i suoi cenni, e nel lasciarsi persino abbracciare rapidamente, pericolosamente, quando il marito volgeva loro la schiena. Invece ricusava con ogni astuzia femminile la compagnia di Mario nelle passeggiate e nelle lunghe soste al caffè, nelle sere di banda, perché il suo istinto donnesco l'avvertiva che stava il pericolo. Naturalmente la malignità del pubblico avrebbe fatto il confronto fra Mario e l'avvocato per concludere col vedere in questi un amante; poi Mario si sarebbe tradito con qualche occhiata gelosa. Anzi una sera, accorgendosi che egli la sorvegliava aggrondato da un altro tavolo, col pretesto di un improvviso mal di capo se ne andò. Ma in quelle sere, sotto la luce rossastra dei becchi a gas, mentre tutti la guardavano, le donne invidiando, gli uomini desiderandola, e i maggiori personaggi della città venivano ad inchinarla coi soliti immutabili complimenti sulla sua bellezza, Mario le veniva quasi in uggia. Invece insuperbiva del marito, cui doveva tale supremazia; Mario non era più che uno di quei piaceri volgari, una ghiottoneria, della quale non si parla in pubblico, e si dimentica naturalmente appena l'anima si eleva un istante nell'orgoglio di se stessa.

Mario se ne rodeva nel proprio interno senza poterle dar torto, perché il suo stesso egoismo l'avvertiva che egli non era gran fatto diverso da lei. Ma, appena poteva parlarle, erano lagnanze amare, recriminazioni permalose, che talvolta rendevano impossibile ogni altra espansione

Poi v'erano altre difficoltà materiali. L'Annetta non aveva altra camera da letto che quella nuziale, senza modo di adattarne un'altra qualunque. Mario vi aveva pensato indarno, cercando come separarli; il loro letto, di mogano ad intagli, non si poteva dividere, e per sostituirlo con due letti gemelli si sarebbe dovuto rompere l'euritmia cogli altri mobili. Era impossibile. Quella camera del marito, inespugnabile come una fortezza, nella quale non era ancora potuto penetrare nemmeno di frodo, diventava la prigione del suo pensiero geloso.

Egli aveva voluto da lei, almeno per la centesima volta, la confessione minuta e degradante di tutti i secreti matrimoniali; ma l'Annetta si era difesa nel proprio pudore di donna e di signora, mentendo, perché vi debbono essere misteri anche per gli amanti. L'amore ha bisogno di reticenze come tutto il resto della vita. Ma egli insisteva col fremito di una passione così vera, che ella aveva finito col sentirsene solleticata nella vanità. Negava ancora, non tutto. Del resto sarebbe stato impossibile; anch'egli, Mario, avrebbe dovuto comprenderlo.

«E dici di amarmi? gli dài i medesimi baci...»

«Ma no, non sono i medesimi... capirai

«Sei tu che non capisci. Devi essere mia, solamente mia: ti voglio solo per me.»

E le stringeva ambe le mani, comunicandole il proprio tremito. Ella lo guardava quasi atterrita, con un principio di ebbrietà sensuale.

«Mio Dio, ma come vuoi?...»

«Non mi hai nemmeno voluto nella tua camera. Che cosa temi? che io la profani

«Non è questo, pensa alla Gina

«Che m'importa

Mario si corresse:

«lo non voglio che tu sia sua moglie: lo capisci

Ella ebbe un sorriso fanciullesco.

«Ma lui è mio marito

Mario la respinse con un gesto violento, pazzo.

«Sii ragionevole, Mario: vi sono delle cose impossibili. In fondo egli è buono anche per te.»

«Adesso lo vanti. Ecco come siete voi altre donne, senza cuore, senza anima. lo ti...»

E il suo volto espresse una minaccia, che l'altra non comprese. Quindi, mettendogli una mano sulla spalla, ella seguitò con quel suo dolce sorriso:

«Ma se non accade quasi mai! T'assicuro, credilo, che non sono io. lo non voglio bene che a te solo, cattivo, che non sei mai contento di nulla. Ti lagni sempre, vorresti delle cose che sono al disopra delle nostre forze, mentre io, dovresti ricordartene, non ho fatto così con te. Potevo anch'io farti soffrire, se lo avessi voluto, ma sono più buona di te... se tu mi amassi, non mi tratteresti così» concluse con abilità donnesca, trasformandosi da accusata in accusatrice.

«Quant'è?» egli le chiese fissandola violentemente negli occhi: «Bada di non mentire

Ella sostenne l'occhiata.

«Chi se ne ricorda

«Non voglio, non voglio.»

«Sei tu che non mi vuoi più bene

Egli l'afferrò alla cintura per impedirle di andarsene, ella gli si abbandonò fra le braccia in un bacio; così finivano generalmente queste scene, che si riproducevano ad ogni incontro.

 

 

 


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