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IV
L'avvocato preparava un gran colpo.
Fin dai primi mesi della sua presidenza nella congregazione delle Opere Pie, aveva scoperto nel disordine antico dell'amministrazione guasti più recenti. L'immenso patrimonio, quasi dieci milioni di lire, più che sufficiente a tutte le miserie del paese, veniva dilapidato dagli amministratori, che per vanità di comando tolleravano con viltà una camorra d'impiegati negligenti e rapaci. L'avvocato si mise sul serio a rivedere i conti. Ogni giorno toccava nuove piaghe, testamenti non eseguiti, poderi affittati dei quali non si percepivano le corrisposte e non si trovavano gli affittuari, spese incredibili nei restauri e nelle manutenzioni, bonifiche già saldate e non ancora incominciate, accordi fraudolenti nella vendita delle derrate, soprusi nella erogazione delle elemosine, e finalmente tutta una serie di mandati falsi fra l'economo e il cassiere. Il caso era grave. Questi ultimi due impiegati erano i grandi elettori del partito radicale, caduto poco prima dal potere per rancori inconciliabili fra le sue varie sètte, ma forte ancora dell'assenso brutale della piazza.
Il partito moderato, riaffermando la pubblica amministrazione, vi portava, attraverso intendimenti più onesti, condiscendenze anche più ipocrite e quella paura dell'impopolarità, che toglie il coraggio di qualunque vera riforma. Egli, rimasto sino allora quasi al di fuori delle lotte politiche paesane, era stato eletto alla unanimità, e godeva ancora di quella dittatura inoffensiva, che talvolta la tregua dei partiti accorda ad un uomo nuovo. Ma sotto quella inalterabile bonarietà l'avvocato covava una forte ambizione. Lungamente discusse nel silenzio del proprio gabinetto i pericoli d'una denuncia su tali malversazioni, calcolando colla esperienza degli affari e quell'intuizione dello spirito pubblico propria dei pensatori, gli argomenti e le difese, che i colpiti avrebbero usato. Tutti sapevano del male, ma appunto perché troppo grande nessuno aveva mai osato porvi la mano. I moderati contentissimi di uno scandalo avrebbero abbandonato dinanzi al primo tumulto l'audace, che lo avesse provocato; i radicali tenterebbero tutte le intimidazioni, avventando fango e bestemmie dai loro giornalucoli. Forse il governo stesso tentennerebbe per quella fiacca politica dell'acconciarsi a tutti i guai, piuttosto che affrontare una esplosione della coscienza nazionale.
Allora ne parlò a Mario, tenendolo molte notti nel proprio gabinetto, perché lo aiutasse nello spoglio dei documenti, coi quali intendeva corredare la grossa relazione, che avrebbe contemporaneamente presentata al consiglio e al governo per invocare un commissario regio. Mario rimase sbigottito della temerità del disegno e della vastità degli studi, dai quali era sostenuto; l'avvocato gli si rivelava improvvisamente sotto il nuovo aspetto di un uomo politico, egualmente fermo di carattere che malleabile nell'ingegno. Ma la prima difficoltà consisteva nell'eliminare dalla deputazione delle Opere Pie alcuni membri, dei quali non era possibile fidarsi, perché non avrebbero mai osato contribuire ad un'impresa così pericolosa. Lentamente, abilmente l'avvocato, irritando la loro vanità su piccole questioni col fingere di ostinarsi a torto, poté forzarli a dare le dimissioni. Ciò in paese lo diminuì momentaneamente; a molti anzi parve strano che un uomo della sua levatura potesse impuntarsi sopra tali inezie. Lo si accusò di manìa del potere, solita negli uomini nuovi alla vita pubblica, ma non ne vennero grandi discussioni, giacché nessuno dei dimissionari ardì attaccarlo in consiglio per timore della sua eloquenza. Quindi l'avvocato fece nominare al loro posto alcuni figuranti, suoi ammiratori da tempo, che avrebbero sempre creduto ciecamente alla sua parola, e firmata qualunque relazione senza leggerla.
Poi lasciò trascorrere ancora molti mesi.
Vennero daccapo le elezioni. Questa volta egli vi si adoperò così bene, che i nuovi consiglieri furono quasi tutti clienti del suo studio, gente ricca, mezzo clericale, ma di gran nome nella città. Egli si mantenne sempre così facile nei modi, lontano da ogni esagerazione di comando, lasciando libera carriera a tutti i piccoli orgogli disputantisi le cariche cittadine. Laonde quelle dimissioni dei suoi primi colleghi nella congregazione vennero presto dimenticate. Quanto ai nuovi contratti, e nell'elargizione ai poveri, veniva con fine criterio e con mano ferma sradicando gli abusi, così da farsi al tempo stesso amare e temere. In quel tempo aveva vinto in prima istanza la causa della cartiera, guadagnandovi trentamila franchi, ma a rovescio della moda giuridica non aveva voluto poi associarsi altri avvocati per l'appello, solamente munendosi a Bologna del più sottile fra tutti i procuratori. Evidentemente voleva vincere solo, meno ancora per non dividerne il lucro che per orgoglio di dotare, e senza aiuto d'altri, la città di un grande stabilimento industriale moderno.
L'Annetta allora gli ridomandò la carrozza; oramai spirava l'anno che la Gigina doveva trascorrere in campagna. L'avvocato, invece di rispondere subito, se la prese sulle ginocchia, e carezzandole colla grossa mano la bella testa:
«Ti piacerebbe invece di passare l'inverno a Roma?»
«Lasciami dunque fare. Se vuoi la carrozza col cavallo, te la pagherò, perché hai la mia parola; ma credi a me, non è tempo ancora. Ti preparo di meglio.»
La sua faccia in quel momento splendeva di tutta l'energia intellettuale, come quando si esaltava in qualche disquisizione giuridica. Ella non capiva, stimolata da una confusa curiosità.
«A Roma!»
«Non l'inverno prossimo, l'altro forse. Ma soprattutto non m'interrogare: tu non terresti il secreto.»
Ella quasi ne convenne.
«Piuttosto, eccoti per due abiti» e tirando un cassetto della scrivania, le regalò un bono da cinquecento lire.
L'Annetta inebbriata gli si gettò al collo, coprendolo di baci.
«Lavori troppo, Pippo mio» gli osservò facendosi a un tratto materna. «Che non dovesse poi darti fastidio.»
L'altro sorrise.
«Sai come faremo? mi comprerai a Firenze la più bella carrozzina per la Gigina. Uscirò colla Gina, ella la spingerà. Anche le grandi signore fanno così nelle capitali.»
Da molti mesi l'avvocato non usciva quasi più di casa, preso da una smania febbrile di lavoro. A cinquant'anni gli era venuta in uggia quella vita oscura di provincia, appena interrotta da qualche gita a Firenze o a Bologna per motivi di tribunale. Contento della moglie, inebbriato della propria bambina, voleva sollevarsi più lontano e più alto, in un ambiente spirituale, ove esercitare le forze accumulate pazientemente nel lungo studio. Benché la sua ambizione non avesse ancora un ideale preciso, si sentiva capace di cose anche maggiori di quelle, che da lui aspettavano i più ferventi ammiratori.
Quindi suggerì ad alcuni capi del partito moderato la fondazione di un giornale ebdomadario per combattere quello, che da anni aiutava abbastanza bene i radicali nel maneggio dell'opinione paesana. Un giovane avvocato, ritornato allora dall'Università, d'ingegno battagliero e scrittore abbastanza disinvolto di articoli, ne assunse la direzione; altri giovani per vanità letteraria e spavalderia di ripicco gli si strinsero attorno. Presto la lite divampò fra i due giornali, e ne seguì un duello. L'avvocato finse abilmente di non interessarsi alle polemiche, poi diede alla Gazzetta moderata una serie di articoli sulla nuova legge delle Opere Pie, che il Parlamento stava discutendo. Di rimando i radicali pretesero confutarlo, ma egli non rispose, e la dottrina e il valore vero dei suoi articoli impressionarono tutte le persone colte del paese. Egli si levava spontaneamente superiore a tutti, sorvolando alle discussioni personali, limpido e conciso nelle esposizioni, terribile per la densità dei sarcasmi che talvolta gli sfuggivano; mentre il direttore della Gazzetta, da lui indettato, apriva una campagna contro la passata amministrazione radicale, berteggiandone le asinerie e rivelandone, sebbene ancora confusamente, i guasti.
Mario, che naturalmente si era legato coi giovani redattori della Gazzetta, fu travolto nelle animosità e dalle animosità del partito, fino a scrivere egli stesso qualche articolo senza firmarlo, ma vantandosene poi in pubblico. Quando l'eccitazione degli spiriti fu al colmo, l'avvocato annunziò per la prossima seduta consigliare una interpellanza sulle Opere Pie. Aveva già fatto stampare secretamente a Firenze la relazione, e ne aveva ricevuto tutte le copie per distribuirle all'indomani del primo attacco. Ma nessuno ancora prevedeva la grossa lite, che ne verrebbe.
La seduta aveva luogo nel mattino. Malgrado l'energia del carattere, l'avvocato era nervoso. Prima di uscire di casa chiamò l'Annetta nello studio per suggerirle di andare dalla Gigina in campagna. Era stata un'idea improvvisa, un subito timore irragionevole, che potesse scoppiare qualche chiasso, e quindi non l'avrebbe voluta in città perché non se ne spaventasse. Ma ella, che aspettava la sarta, non vi acconsentì. Quella mattina era tutta felice; gli parlò dell'abito, una novità che nessuna signora aveva osato ancora in provincia, senza accorgersi della sua preoccupazione. Anche Mario era accigliato. Nonostante la gelosia, si sentiva dominato da quell'uomo, che stava per ingaggiare così pericolosa battaglia. Finalmente l'avvocato prese il cappello per uscire, ma si voltò a baciare l'Annetta. La cosa era così insolita che ella scoppiò a ridere, mentre Mario le faceva gli occhiacci. Ma non vi fu tempo a spiegazioni.
Prima di separarsi l'avvocato disse a Mario:
«Mettetevi fra la folla, me ne direte poi l'impressione.»
Egli, diventato di mal umore dopo quel bacio, credendo d'indovinare in lui una paura, rispose:
«La folla sarà tutta di radicali, è possibile che fischino.»
«Lo facessero!» ribatté l'avvocato con tale sorriso che l'altro ne rimase sconcertato.
La signora Annetta era rimasta in casa ad aspettare la sarta.
In quei mesi la sua bellezza aveva rifiorito così da farla sembrare ringiovanita. Tutto le sorrideva, tutto le riusciva; la stessa gelosia di Mario, a volta a volta seccante e brutale, le diventava uno stimolo nella monotonia delle abitudini, che avrebbe potuto mutarsi in noia. Ella li amava entrambi, dividendosi fra essi colla incosciente passività della femmina. Nessun rimorso, dopo quel fuggevole ritorno alle devozioni di bambina, turbava la calma del suo spirito; era così naturale per lei che quei due uomini l'amassero, che ella medesima aveva dovuto amarli. Solo uno scandalo l'avrebbe fatta soffrire, guastandole fatalmente la posizione nel mondo, ma si era abituata a non temerne in quella facilità, che la presenza di Mario nello studio e il carattere confidente dell'avvocato le procuravano. Quindi non sospettava di alcuno. Infatti nemmeno quella moglie dell'esattore, sebbene avesse con più d'uno sparlato di lei e di Mario, si era tanto accanita nella chiacchiera, che si fosse davvero propalata. Naturalmente i maligni, che l'ozio moltiplica nelle cittaduzze di provincia, lanciavano tratto tratto qualche proposito sguaiato sulla intimità di Mario coll'avvocato, presso una moglie così giovane e bellina; ma ogni accusa cadeva, perché nessun incidente scandaloso era ancora venuto ad impressionare la fantasia del pubblico.
Quella mattina la sarta le aveva misurato lungamente l'abito, difendendolo contro i mutamenti, che le venivano alla fantasia ad ogni prova, e se n'era andata, quando la moglie dell'esattore discese dalla Veronica per raccontarle come suo marito, rincasato allora per il pranzo, le avesse detto che nel consiglio comunale c'era gran tempesta a cagione dell'avvocato. La Veronica corse dalla signora Annetta, gonfiandole naturalmente quelle poche frasi; chiamarono Andrea. Egli non sapeva nulla, ma subito indovinò qualche cosa, ripensando a certi discorsi dei giorni prima. Lo mandarono a palazzo Comunale, perché ne ritornasse subito con una risposta. Dopo mezz'ora non s'era ancora visto. Allora l'inquietudine crebbe. La signora Annetta si mise alla finestra colla Gina, la Veronica andava e veniva dalla cucina; alcune occhiate della gente, che passava sotto di loro, finirono d'impensierirle.
La Gina osservò colla solita freddezza, che siccome il signor Mario era coll'avvocato, in fondo non c'era di che spaventarsi; ma la sua voce fece trasalire l'Annetta.
Adesso strane paure le si alzavano dal cuore. Non sapeva nulla delle lotte politiche cittadine, ma l'aver scorso qualche volta a caso alcuni articoli violenti dei due giornali, e il ricordo dell'ultimo duello accaduto l'assalsero confusamente. Non pensava a lui. E se perisse? Questa subitanea paura della morte, che le donne nella fiacchezza della loro fibra provano così facilmente, la fece scoppiare in singhiozzi.
Corse nell'anticamera a cercare Marco. Il vecchio stava correggendo una cabala sopra una lunga striscia di carta sudicia,tutta piena di numeri entro finche segnate colla matita rossa, qua e là interrotte da altri asterischi.
«Marco, fatemi la carità, scappate subito a palazzo Comunale. Andate a veder voi; Andrea non è tornato.»
Egli ripiegò lentamente la carta, e se la pose nel taschino del vecchio panciotto nero.
«Che cos'è?»
«Non lo so. Andate a vedere quello che è succeduto: tornate subito, per carità.»
Staccò ella medesima dall'attaccapanni il suo cappello a cencio, largo e sudicio, perché facesse più presto; lo spinse quasi fuori colle mani, e tornò correndo alla finestra.
«Dio! come va adagio» esclamò con voce disperata, vedendolo avviarsi col suo passo da vecchio.
Ma poco dopo vide avanzarsi l'avvocato fra un gruppo di signori,che gesticolavano vivamente. La moglie dell'esattore tornò a discendere; un altro inquilino le aveva detto che l'avvocato era stato fischiato, e che i carabinieri avevano dovuto intervenire per difenderlo.
«Mio Dio» mormorò la signora Annetta, spingendosi con tutto il busto fuori della finestra.
Allora quei signori la videro, e l'avvocato la salutò vivamente colla mano affrettando il passo. Ella corse alla porta dello studio, ma udendo salire tutti quei passi, indietreggiò spaventata. La Gina, la Veronica, la moglie dell'esattore, barattavano occhiate dietro la sua schiena, allungandosi verso l'uscio. Il rumore delle voci ingrossava; l'avvocato ebbe una franca risata, poi scorgendola sul pianerottolo corse su. Nel vederlo così allegro ella non capì più; s'offese del proprio spavento, e rinculò imbizzita.
«Che hai?» le chiese ridivenendo così serio, che ella indovinò istantaneamente il pericolo, dal quale usciva, e gli si slanciò al collo piangendo. Tutti erano entrati, l'anticamera ne pareva piena; Mario, ultimo, chiudeva l'uscio. A quello scoppio di singhiozzi tutti la circondarono, parlando a una voce.
«No,» ella diceva fra i singulti «ti hanno fischiato, lo so. Si è dovuto chiamare i carabinieri.»
«E poi?» chiese l'avvocato, staccandosi le sue mani dal collo per forzarla a ricomporsi dinanzi a tutta quella gente. «Eccomi ancora qui: via, Annetta, sei proprio una bambina.»
«Sei tu che dovevi dirmelo. Che cosa è stato?»
«Nulla, una delle solite scempiaggini di quei mascalzoni» intervenne il conte Giglioli, bell'uomo dall'aria signorile, tuttora esaltato.
«I carabinieri ti hanno difeso?»
«Non ce n'è stato bisogno: senza un sindaco così fiacco, si sarebbe subito fatta sgombrare la sala.»
«Perché t'immischi di queste cose?» proruppe nuovamente spaventata.
E il suo rimprovero era così sincero che tutti risero; quella ilarità la calmò. Adesso era ripresa dalla vanità di padrona di casa, in faccia a quei signori, che sembravano studiarla malgrado le occhiate benevoli. Si volse tutta vergognosa, ma già presso a riprendere la propria gaiezza.
«Ah!» esclamò vedendo finalmente Mario, e il suo sguardo espresse uno sdegno quasi sprezzante, «lei, signor Mario, perché non è venuto ad avvisarci? Lei non è già consigliere.»
Mario impallidì sotto le occhiate di tutti: il conte Giglioli, che aveva inteso qualche cosa sui loro amori, colpito dalla sincerità di quella collera, scambiò uno sguardo coll'ingegnere Brunelli.
Mario sentì che tutta quella gente, credendolo nient'altro che un giovane di studio, dava ragione alla signora Annetta; in quel momento la mortificazione dell'orgoglio fu in lui più dolorosa dei morsi della gelosia. La signora Annetta lo schiacciava dall'alto della propria passione di moglie.
Poi ella gli volse le spalle, invitando i signori a passare nella saletta di ricevimento. «È troppo piccola, mia cara» ribatté l'avvocato; «staremo meglio qui.»
Allora si sparpagliarono per le sedie. Il conte Giglioli, sempre il più compito, avendo traveduto una poltrona nel gabinetto verde, andò a prenderla per la signora. L'avvocato famigliarmente si era seduto alla scrivania di Mario, il conte Giglioli si mise presso alla poltrona, e chiacchierarono della seduta con parole veementi contro il sindaco. L'avvocato sembrava divertirsi ad eccitarli colla propria calma.
«Che cosa fate?» chiese il conte.
«La mia lettera di dimissione.»
«Benissimo! ci dimetteremo con voi. Se il sindaco vuol lasciarsi insultare da beceri prezzolati, ciò vuol dire che sente di meritare tali ingiurie.»
«Dov'è la carta?» domandarono cinque o sei voci.
«Mario,» gli si rivolse l'avvocato, vedendolo solo presso alla finestra, «abbiate la bontà di cercarne.»
A Mario parve di diventare un domestico, tutti gli facevano fretta cogli sguardi. L'avvocato lesse la propria lettera, breve e terribile; gli risposero con un "hurrà!". Mario, entrato nel gabinetto verde, vi rovistava colle mani tremanti, ma i minuti gli divenivano ore in quell'orgasmo. Finalmente ritornò con una piccola risma già incominciata.
«Ma pare impossibile!» gridò la signora Annetta. «Non vedete che c'è il timbro dello studio?»
E questa volta, dandogli del voi, sembrava proprio che parlasse ad un servo.
«Tirate il cassetto a sinistra» gli disse l'avvocato «ce n'è tanta della carta.»
Si erano già messi a cercare le penne, scrissero in piedi. Alcuni si trovavano già nell'imbarazzo per improvvisare una lettera di dimissioni, dopo che l'avvocato aveva letta la propria. Egli li osservava rattenendo un sorriso, ma siccome per quanto paresse loro di far presto, ci mettevano abbastanza tempo, per non aggravarli colla propria attesa si voltò affettatamente alla Annetta. Ella gli prese una mano
«Raccontami tutto.»
«No, subito, subito. Tu non hai avuto paura come me!» esclamò con ammirazione.
Egli incominciò infatti a narrarle il principio della seduta, sentendosi ripullulare in cuore l'orgoglio dell'esordio, col quale aveva incominciato il difficile discorso; le penne degli altri scricchiolavano impuntandosi sulla carta, qualcuno aveva già stracciato il primo foglio. Allora l'avvocato passò con lei nel gabinetto verde, lasciandone naturalmente aperto l'uscio; così gli altri avrebbero scritto meglio.
Mario insospettito andò a porsi nell'angolo, presso il gran scaffale, e la vide attaccata al collo di lui entro uno specchio piccolo, sul quale erano dipinti dei fiori: un regalo anche quello, appeso di fronte al ritratto della signora Luigia.
L'impressione fu così dolorosa che, profittando della disattenzione di tutti, fuggì. Un gruppo di signori fermi davanti alla porta di casa parevano incerti di salire; Mario li cansò difilandosi verso porta S. Biagio, della quale l'arco altissimo lasciava vedere tutto un lembo di campagna. In quel momento la sua gelosia diventava odio contro l'avvocato. Confuso fra la folla, che stipava la vasta sala delle sedute consigliari, egli aveva assistito per tre ore a quella grande battaglia, sentendosi tratto tratto trasportato di ammirazione. L'avvocato vi si era mostrato superbo di abilità e di sangue freddo; mai la sua parola aveva trovato impeti e bagliori più terribili, mentre quella sua faccia affascinava così il pubblico che, malgrado la parola d'ordine data dai capi radicali ai loro numerosi adepti, il tumulto era scoppiato solamente alla fine, dietro un urlo irrefrenabile di applausi. Allora la scena era diventata davvero inquietante. Moderati e radicali s'ingiuriavano minacciosi, alcuni consiglieri della minoranza profittavano del chiasso per attaccare con apostrofi veementi l'avvocato rimasto in piedi, impassibile guardando la folla. Poi, in un momento di sospensione, egli aveva con accento freddo, ma severo, invitato il sindaco a far rispettare la libertà della discussione. Questi, allibito, si era alzato per dire al pubblico di calmarsi, e provocandovi invece una peggiore tempesta. Un gruppo di beceri, evidentemente assoldati, vociavano improperii contro il sindaco, l'avvocato, il consiglio intero, senza che si potessero nemmeno distinguere le parole: s'intese gridare: "Viva l'anarchia".
Tre o quattro consiglieri, fra quelli che gesticolavano al banco della giunta, disparvero; un assessore sfuggì inosservato per chiamare dalla prossima caserma il tenente dei carabinieri.
Intanto la frenesia degli urli cresceva. Mario, stretto fra un crocchio di moderati, strepitava anche lui contro il sindaco, perché non faceva sgombrare la sala. In fondo, presso alla gran porta, si era impegnata una colluttazione, mentre la folla urlava ondeggiando. La grossa testa dell'avvocato, rigida fra il disordine di tutti i consiglieri, dominava ancora la tempesta.
Poi tutti i consiglieri, addensati intorno al sindaco, indietreggiarono. Il tenente dei carabinieri, alto col berretto in testa e il fodero della sciabola nella mano sinistra, si era presentato, inoltrandosi sino quasi nel mezzo dell' emiciclo. Quindi si volse al sindaco, gli fece il saluto militare, ed attese.
Un silenzio improvviso, incredibile, aveva ghiacciato la sala.
«Sono a' suoi ordini!»
Quel tenente solo, tranquillo, aveva già sedato il tumulto. Il sindaco si guardò attorno spaurito, la sua piccola figura parve diminuire ancora, tutti i consiglieri lo fissavano sospesi, palpitanti, per quello che risponderebbe. Una emozione insopportabile soffocava tutti.
Passarono dei secondi. Mario vedeva per la schiena il tenente, immobile come dinanzi ad un generale; quindi intese la voce sottile del sindaco che diceva:
Il tenente tardò un istante, quasi quelle parole gli riuscissero incomprensibili, poi ripeté il saluto militare, e si voltò girando sul pubblico un'occhiata sicura di soldato.
Il sindaco si era già levato in piedi:
Ma un uragano di fischi gli aveva risposto prima ancora che il tenente varcasse la porticina, dalla quale era entrato.
Mario era uscito travolto dalla folla.
Adesso, ripensando a quella seduta, si ricordava d'incidenti allora forse nemmeno colti, di voci, di gesti, fra quella oppressione soffocante, dalla quale saliva come un vapore di follia. L'avvocato solo era rimasto padrone di se stesso, mentre il sindaco nello spavento aveva persino obliato di pronunciare le solite minacce legali. Evidentemente l'avvocato aveva tutto previsto; giunta e consiglio si dimetterebbero provocando la venuta di un commissario regio e quella inchiesta, davanti alla quale rinculavano. Egli resterebbe nella coscienza del pubblico arbitro della situazione.
Quel disegno, maturato così lentamente, era riuscito al di là di ogni speranza; Mario si sentiva ripreso dall'ammirazione, comprendendolo ora in tutta la sua coraggiosa semplicità. E la figura della signora Annetta, abbracciata strettamente al collo di lui, quasi per sottrarlo al pericolo che aveva corso, diventava nella sua accesa fantasia il premio di quella prima vittoria, preludiante forse a trionfi maggiori. Invano evocando i ricordi delle ore, nelle quali egli li aveva divisi, sorrideva con sguaiato cinismo a se medesimo delle lussurie imposte nell'orgasmo dell'amore a quella donna, che allora gli ubbidiva, qualunque fosse il comando di un suo desiderio; ma l'orgasmo sensuale di tali scene svaniva sempre poco dopo, senza lasciare altra traccia che nella sua memoria di geloso, mentre ella ritornava senza sforzo la donnina nata alle inconscie voluttà del sesso, e tutta felice nella ammirazione affettuosa del marito. Che cosa era dunque quel loro amore di amanti, che egli credeva il più potente della vita, se le sue maggiori conseguenze, come la nascita della Gigina invece di scardinare il matrimonio si adagiavano naturalmente nel suo quadro, raddoppiandone il valore? Una amarezza gli stillava a gocce gelide sul cuore. Egli non era nulla né per l'Annetta, né pel mondo; la ressa di tutti quei signori intorno all'avvocato glielo aveva provato allora allora anche troppo crudelmente; nessuno gli si era rivolto, nessuno lo aveva interrogato. Se anche la signora Annetta lo avesse amato pazzamente, preferendolo al marito, questi lo avrebbe nonpertanto soverchiato. L'amore non era che una forza sessuale nella vita dominata da leggi ben più profonde, in preda a bisogni ben altrimenti vasti. Quella tragica contraddizione, antica come lo spirito umano ed espressa con ogni varietà di accenti dai poeti di tutte le generazioni, di essere come amante al centro della vita della donna senza poterla nullameno costringere entro la propria, si levava dal fondo del suo pensiero sinistramente, come un'ombra di morte. Era impossibile possedere le donne, come egli stesso avrebbe voluto loro appartenere. Bastava l'invidia di un abito per sottrarle alla tenerezza del raccoglimento più amoroso; le compiacenze mondane della sposa facevano loro tradire l'amante pel marito, come già questo per quello; la passione pei figli, quando davvero cresceva in loro a passione, le rendeva indifferenti ad ogni altro affetto, perduto in questo istinto animale, e trovandovi la propria spiritualità più pura. L'amore non era quindi che un incontro fortuito, fors'anco prestabilito dalla natura fra due individui, breve e violento, dopo il quale ognuno ripigliava la propria strada, ricordandosi appena dell'altro, spesso conservandone una impressione antipatica. Egli invece, come tutti i gelosi, avrebbe voluto lasciare sulla donna la propria impronta, cristallizzandola nella adorazione di se stesso. Solamente così egli avrebbe sentito la pienezza dell'amore, e quell'orgoglio maschile, che nulla può attutire nell'uomo, e basta a rialzarlo, anche se inferiore di mente o di corpo, dinanzi a qualunque donna.
La campagna, verde e festosa, era ancora avvolta nei raggi del sole; le cicale finivano di cantare, gli uccelli si gettavano vivamente da albero ad albero gli ultimi saluti. Egli aveva rallentato il passo, asciugandosi automaticamente il sudore: per la strada passava poca gente. Allora, in quella giocondità del vespero e fra tanta floridezza di verzura, il vuoto del cuore gli si rivelò così dolorosamente, che sentì il bisogno di nascondersi. Si cacciò per un viottolo, e sedette nel fondo di un fosso.
Una tenerezza desolata lo faceva piangere, come quando le lagrime sono ancora un conforto. Avrebbe voluto l'Annetta lì, dinanzi, per inginocchiarsele ai piedi, domandarle perdono in una improvvisa rassegnazione, entro la quale gli pareva di rinnovarsi come in una virtù. Ma l'orgoglio subito dopo gli si risollevava ancora vibrante di giovinezza, con un fremito di tutti i nervi. Non era egli il giovane? A che pro le ricchezze e l'ingegno, quando si è vecchi? Essere giovane, poter ogni giorno ricominciare la propria esistenza a una distanza così lunga dalla morte, che quasi se ne perde il senso; passare attraverso tutte le donne prepotente ed invulnerabile, mentre i mariti affondano in una carriera o in una famiglia egualmente senza uscita, lancinati da necessità rinascenti, divorando la propria sconfitta in quella dei figli... ecco la vita! Che cos'era l'avvocato dinanzi a lui, ora che la virilità stava per mancargli e la vita gli declinava al tramonto? Quella posizione, così faticosamente guadagnata, gli serviva appena per mantenere nel lusso una moglie, che lo tradiva. L'amante solo, giovane, era il padrone assoluto, egualmente invincibile alla moglie e al marito; e il mondo, sempre giovane anch'esso, teneva per l'amante contro il marito, e ogni commedia dell'arte, tutte le conclusioni della scienza, erano per l'adulterio, per la giocondità della vita e la salute della razza. Che l'avvocato diventasse sindaco, e s'arricchisse ancora sino a tener cavalli e carrozza...! Egli, Mario, sarebbe sempre egualmente l'amante di sua moglie, e il padre dei suoi figli.
Se non che un dubbio atroce e sottile forava improvvisamente queste bolle iridate della sua superbia: anche l'Annetta poteva da un momento all' altro abbandonarlo per un nuovo amore. Egli ne fremeva senza potersi persuadere del contrario, mentre il pensiero gli ritornava a quello specchio dipinto di fiori, tra i quali l'aveva veduta abbracciata al collo del marito in una di quelle tenerezze voluttuose della paura. A quest'ora erano forse a letto, prima del pranzo, preparandovisi con una festa migliore. Era impossibile che l'avvocato non soggiacesse alle tentazioni di tutti quegli abbracci, e che la signora Annetta non volesse il beneficio delle proprie effimere sentimentalità. L'adulterio era così! Amare pazzamente una donna, sulla quale un altro ha un diritto anche più assoluto, e al quale essa prodiga, per addormentargli i sospetti, le carezze di una lascivia costretta a diventar sincera nelle convulsioni dei propri sforzi! E dopo, umida dei baci del marito, col ventre forse palpitante delle sue strette, ella ritorna all'amante, scrollandosi appena come un cane che esca dall'acqua, per ridirgli le medesime parole e ridargli le stesse cose...
Egli li vedeva sempre là, dentro quella camera, in delirio di chiaroveggenza, che gli faceva persino temere di essere voluto da loro. Tutta la sua anima si straziava sotto l'immobilità di tale visione, cui gli amanti sogliono sottrarsi o nella indifferenza del cinismo, o con un oblio delicato ed istintivo. Giacché se egli amava quella donna più intensamente che non ne fosse amato, ella non era per lui che la femmina preferita a tutte, la signora prescelta al disopra della propria condizione: nessun altro sentimento spiritualizzava la sua gelosia. Annetta medesima non vi avrebbe capito altro.
Le grandi gelosie, nelle quali la passione di un Otello o di un Amleto concentra tutto il dominio che un'anima può avere nel mondo, cosicché diventa impossibile non morirne al primo scoppio della catastrofe, rimanevano incomprensibili alla volgarità del loro spirito. Essi ignoravano il supremo olocausto dei cuori, quella compenetrazione delle coscienze, che fa dell'amore come uno scoglio rovente di sole in mezzo all'oceano, sul quale due naufraghi dimenticano la tempesta donde sono usciti, e la morte che li attende. Né lei né lui erano stati trasformati dalla nascita della Gigina. La loro vita separata dagli ostacoli sociali più che dalla contraddizione dei temperamenti, come era stata felice prima, potrebbe esserlo dopo quell'amore, giacché s'amavano solo per effusione di giovinezza, e soffrivano dei propri reciproci difetti invece di adorarli. Quella malinconia delle passioni inguaribili, che pare un'ombra gettata sopra di esse dalla morte, sarebbe loro parsa anche in altri una uggiosa debolezza di carattere. Ma poiché la gelosia s'innalza dalla sessualità dell'individuo come una affermazione delle sue legittime preferenze, e nell'urto con altre esplode senza che l'anima quasi v'intervenga, Mario nelle più atroci sofferenze delle proprie recriminazioni giungeva fino a provare contro a quella donna i fremiti dell'aggressione. Prima ancora di amarla l'aveva compresa. La sua natura di farfalla le impediva di posarsi a lungo sopraqualsivoglia fiore; ma felice nel disordine traballante del proprio volo esprimeva la gioia della primavera, non ancora abbastanza profonda per ispirare il canto agli uccelli. Ella non poteva cedere all'amore che come ad un alito di profumo o ad uno scintillio di colori, bisognava amarla così, senza chiederle più che la comunicazione di quella gioia e il contatto effimero della sua bellezza. Solo un uomo superiore come l'avvocato, conservando la giovinezza del cuore nella maturità stanca della ragione, poteva aver gustato una tale natura di donna, e a cinquant'anni, colle ombre del vespero sulla fronte, senza pretendere più ad una passione, deliziarsi di quella fanciullezza, che lo distraeva dal guardare innanzi, riempiendogli le ore più difficili con una allegria, dalla quale la voluttà sorgeva, tratto tratto, come un grido più acuto di monello.
Quella sera Mario non osò tornare da loro.
All'albergo, nei caffè, non si parlava che della seduta; i pareri oscillavano urtandosi, ma da tutte le discussioni il nome dell'avvocato usciva più importante di prima. Egli stesso fu più volte circondato, perché stando nel suo studio doveva sapere altre cose. L'unico editore della città aveva già messo in vendita la relazione; se ne leggevano brani in pubblico. Al caffè dei moderati il sindaco non aveva osato presentarsi per la solita partita a briscola.
Mario dovette per forza associarsi a quei discorsi, affettando per l'avvocato un entusiasmo, che dentro lo faceva sanguinare. Appena gli fu possibile, scappò verso porta San Biagio; la finestra del gabinetto verde era ancora illuminata, l'avvocato lavorava. Quell'uomo forte non perdeva un minuto, non si rilassava nemmeno dopo la vittoria. Mario invece non studiava mai, esaurendo al più presto e superficialmente quel lavoro dei processi, senza approfondirne mai la materia o assimilarsi altre dottrine, che un giorno potessero servirgli più in alto. Questo esame di se stesso l'avvilì.
Poi un gruppo di amici lo fermò ancora per riparlare sulle idee dell'avvocato; si aspettava da Roma il deputato marchese Curci. Uno disse:
«Ecco un deputato, che non lo diventerà più.»
Mario protestò di aver sonno, ma allora lo accompagnarono a casa. Dall'avvocato passarono alla signora Annetta; si discusse la sua eleganza, la sua posizione coll'avvocato, ma tutti gl'invidiavano la bella donnina, cui nessuno ancora aveva fatto la corte. Si sapeva troppo che era innamorata del marito, vegeto tuttavia malgrado i suoi cinquant'anni.
Mario dovette fornire particolari sulla loro intimità, e nessuno gli fece l'onore di sospettarlo come amante.
L'indomani i due giornali davano il resoconto della seduta coi più strampalati commenti. Si annunziavano adunanze di società radicali, altri consiglieri si erano dimessi, il sindaco solo resisteva incerto fra la vanità e la paura, ma secretamente già abbandonato anche dai colleghi di giunta. Mario trovò l'avvocato ilare; invece la signora Annetta, spaventata dagli articoli dell'Avanti!, parlava di uscire in visite per sorprendere qualche cosa della pubblica opinione.
«Vorresti mischiartene tu pure, mia cara?»
«Perché no?»
«Le donnine come te non debbono sporcarsi in simili intrugli. Invece andremo tutti in campagna; io verrò allo studio la mattina e tornerò la sera a pranzo. Se possiamo avere la Caterina colla bimba... che cosa te ne pare?»
Ella si mostrò contrariata; non era che il mese di luglio, e nel costume della città non s'andava in villa che sul finire di settembre. Nullameno si lasciò persuadere.
«Però torneremo per sant'Elena.»
Era la patrona della città, una festa che durava tre giorni.
«Tutte le volte che vorrai. Vedi,» soggiunse dando un'occhiata a Mario, «qui mi seccheranno troppo. Il mio dovere l'ho già fatto; adesso tocca ad altri.»
Mario capì tutta la prudenza di quella manovra: assentandosi dalla città, l'avvocato mostrava il massimo disinteresse nel raccogliere i frutti della vittoria.
«Qualcuno potrebbe dire che è una ritirata» gli osservò malignamente.
«Direbbe troppo poco» l'altro rispose, penetrandolo con uno sguardo scrutatore.
Ma la signora parlava già del come compiere, almeno nelle cose più necessarie, l'arredo di quell'appartamento di campagna, ove erano appena alcuni mobili abbandonati.
Mario dovette recarsi al tribunale; l'avvocato era rimasto pensieroso.
«Credi che Mario ci voglia bene?»
Ella sorpresa da tale domanda parve tardare a rispondere, ma sul viso di lui non v'era espressione inquietante.
«Mario? ... ma certo.»
«Infatti potrebbe tutto al più invidiarmi il successo di ieri. Mi era sembrato... te l'ho chiesto perché tu sei come i bambini, hai il loro istinto infallibile.»
Mario non poteva andarci che di rado, dietro un invito dell'avvocato. Invece la sua autorità nello studio era cresciuta quasi del doppio, dacché l'altro non vi arrivava che tardi e ne ripartiva sulle quattro, malgrado il sole, nella carrettella del fattore, con quel vecchio cavallo così lento e sicuro, che quasi gli somigliava. Mario riceveva i clienti, teneva la corrispondenza, esauriva le pratiche di tribunale, comandando più seccamente agli scrivani. Fra lui e Andrea l'ostilità era quasi palese, dopo che il vecchio aveva risaputo certi propositi suoi e della signora Orsolina contro l'avvocato; ma prudente al solito questi non ne aveva detto nulla. Si era anche accorto della nuova freddezza fra i due amanti, compiacendosene come di un sintomo di rottura. Era impossibile, secondo lui, che la signora Annetta non s'accorgesse, un giorno o l'altro, della cattiva scelta. Marco invece, sempre muto, seguitava a passare il tempo colle proprie cabale, o quando non aveva da copiare, disegnava qualche bel carattere stampatello sulla copertina delle pratiche.
Mario era di pessimo umore. Quella vita di giovane da studio lo umiliava ogni giorno più sotto la fama crescente dell'avvocato, ma per rinunziarvi, secondo i consigli insistenti della madre, avrebbe dovuto mettere studio da sé, affrontando tutte le difficoltà della professione oltre quella di formarsi una clientela. Poi l'Annetta non l'amava abbastanza per seguitare in quella relazione fuori di casa, e quindi gli veniva meno ogni risoluzione.
Dacché ella era in campagna, non aveva osato scriverle, e molto meno ne aveva ricevute lettere. Allora pensò di farsi invitare a pranzo dall'avvocato per la prima domenica.
La Caterina era già stata una settimana alla villa colla Gigina; adesso l'Annetta aveva altra compagnia.
Quell'anno i signori Bruschi erano venuti ad abitare un loro vecchio casino, a poca distanza da quello dell'avvocato, per divertire la Giulia, unica loro figlia, uscita pochi mesi prima dal convento. Quando Mario e l'avvocato giunsero sul prato della villa, la grossa signora Berta, seduta sul prato leggendo un giornale, si alzò coi segni del massimo rispetto; per lei quella relazione col signor Filippo era una gloria.
«La signora Annetta è andata a spasso colla mia Giulia sino a Rivalta: hanno attaccato il somarello, ma staranno poco a ritornare.»
La signora Berta, moglie del signor Cesare, un piccolo possidente, che in vent'anni di commercio sui semi di trifoglio era riuscito ad ammassare una dote di centomila franchi per quell'unica figlia, era grassa e rubiconda, con una faccia quasi di uomo. Parlava un italiano un po' capriccioso, ma ne rideva ella stessa con tanta disinvoltura che ogni ridicolo scompariva.
Fece a Mario, che ella credeva un giovane di un gran valore pel solo fatto di essere nello studio dell'avvocato, una profonda riverenza, alla quale egli rispose quasi con alterigia. L'assenza della signora Annetta lo aveva già irritato. Appena le videro spuntare al cancello di legno, tutti mossero loro incontro; vi furono saluti e piccoli stridi. La signora Annetta, rossa per la fatica di far trottare l'asinello, era adorabile; la Giulia invece, vestita di bianco, inamidata dentro gli abiti, che non sapeva ancora portare, aveva ancora la fisonomia scialba ed insignificante delle educande. Era piccola e mingherlina, cogli occhi sbiaditi come le labbra, e sulle spalle due lunghe treccie castane, strette alla cima da due nastrini cilestri. Un largo cappellino di paglia, ornato di una rama di fiori finti le ombrava la faccia cerea.
L'avvocato prese in braccio la moglie per farla discendere, Mario teneva l'asino per la testa, mentre la signora Berta dava ambo le mani alla ragazza raccomandandosi:
«Per carità lo tenga, lo tenga.»
La signora Annetta non fece a Mario nessuna speciale accoglienza. Pareva allegra della campagna e di quella passeggiata colla Giulia, alla quale aveva spiegato un mondo di cose, che ricominciava a ripetere col suo bel riso cristallino; l'altra sorrideva un po' intimidita dalla eleganza di Mario e dalla sua freddezza per la campagna. Rimasero un'ora sul prato, poi la signora Annetta andò in cucina per affrettare il pranzo; attraverso la porta dell'andito si vedeva la Gina affaccendarsi intorno alla tavola già apparecchiata, con un largo grembiule bianco e un fazzoletto di seta annodato sul mazzo dei capelli. Salutò Mario col suo sorriso enigmatico.
Il pranzo riuscì male. La Veronica aveva sbagliato il risotto alla milanese; ciò permise alla signora Berta di parlare molto delle serve e delle spese di casa. Mario aspettava, sollecitandolo, uno sguardo della signora Annetta, ma ella seguitava a scherzare colla Giulia, che parlava a monosillabi. Allora Mario, con uno sforzo, voltò il discorso alla ragazza per attirare l'attenzione dell'altra, e le chiese se resterebbero molto in campagna.
«Non lo so, lo domandi alla mamma.»
«Sino ai Santi» rispose la signora Berta. «A far che cosa in città? Quando si ha un po' di casino, bisogna profittarne.»
«Questo mese d'ottobre ci divertiremo nei paretai» intervenne la signora Annetta.
Mario, per ripicco, mise in ridicolo la campagna, ma ella vi si accalorò. La Giulia lo guardava con una curiosità mista di ammirazione; egli era dunque un giovane elegante, il sogno suo e di tutte le compagne al convento.
Quando il pranzo fu terminato, tornarono sul prato a prendere il caffè. Mario doveva ripartire subito col fattore, perché questi non facesse troppo tardi nel ritorno.
Allora una tristezza gli piombò sul cuore. Non aveva potuto scambiare nemmeno una parola coll'Annetta, la quale anche in quel momento, mentre egli si disponeva a salutarla, parlava della Gigina colla signora Berta, e ridevano, si serravano insieme dimentiche di tutti.
Mario strinse prima la mano alla Giulia, che arrossì lievemente; la signora Annetta si volse appena, il fattore aspettava già in fondo al prato.
«Mi raccomando l'usciere» gridò l'avvocato ricordandogli una pratica di studio.
«Non dubiti» rispose Mario, rivolgendosi per dare un'ultima occhiata alla signora Annetta.
Appena si fu allontanato, la signora Berta disse:
Mario si sarebbe sentito vendicato da quel complimento, ma invece si cercava nelle tasche uno zigaro per nascondere il proprio turbamento alla Teresa.
«Torni, torni» questa gli ripeteva; «si sta meglio qui da noi che laggiù.»
La signora Orsolina, insospettita dall'umore più bizzoso di Mario, aveva tentato due o tre volte di appiccarne il discorso, ma egli lo aveva sempre troncato andandosene. Adesso la città gli pareva abbandonata; non sapeva più che farsi delle ore vuote, e nello studio si sentiva anche più solo. La vasta stanza, dove lavorava, gli faceva quasi paura con quelle due finestre senza tende, e le pareti bianche fra i quattro immensi scaffali pieni di vecchi volumi in cartapecora, di un giallore cadaverico. Si sarebbe detta una camera d'archivio con quell'atmosfera lievemente muffosa. Sulle tre scrivanie, verniciate di bigio, larghe macchie d'inchiostro, seccate da tempo, ricordavano altri assenti, giovani come lui, che vi avevano lavorato, ora dispersi pel mondo.
Quindi si rifugiava nel gabinetto verde, pieno di tutta la vita dell'avvocato, e dei ricordi dell'Annetta.
Poi cominciò a trascurare gli impegni; qualche cliente si lagnò de' suoi modi insofferenti. Il suo pensiero era sempre rivolto alla villa o al modo di farvisi invitare; ma ogni volta che vi andava, erano piccole battaglie. Egli vi portava sempre, col pretesto di riderne, i numeri dell'Avanti! che aggredivano l'avvocato, per intorpidare malignamente l'allegria, dalla quale la signora Annetta lo escludeva. E si mostrava a volta a volta melanconico e chiassoso, più spesso ingrugnito, pungendola con motti improvvisi, senza mai arrischiare una scena. Ella vi si prestava come ad un giuoco, con più aperte civetterie al marito, o affettando l'amore per la Gigina, della quale egli non le parlava quasi mai.
Allora per dispetto egli si mise a corteggiare la Giulia.
La ragazza, troppo novizia, sulle prime ebbe sgomento della sua disinvoltura; poi, siccome era un bel giovane e le piaceva, s'infiammò. L'Annetta pareva secondarla, avvolgendoli nel proprio sorriso luminoso quando li vedeva insieme.
Una volta la Giulia rientrò dal prato nell'andito tutta rossa.
Ti ha dato un bacio?» ella le chiese sorridendo.
La ragazza arrossì sino al bianco degli occhi; invece le aveva chiesto semplicemente per la prima volta se le sembrasse di poterlo mai amare. La signora Annetta condusse la ragazza su, nell'altro andito, e si fece raccontare tutto; ma, accorgendosi che era innamorata davvero, diventò improvvisamente seria.
«No, no.»
Questa lo sapeva già, ed in secreto approvava, giudicando Mario dalle buone parole dell'avvocato. Egli invece, credendo di notare l'ombra di un dispetto sul viso della signora Annetta, quel giorno si mostrò anche più premuroso verso la ragazza; poi tardò quindici giorni a tornare. Voleva dar tempo al tempo. Infatti una mattina l'avvocato gli entrò in discorso di matrimonio. A ventisette anni suonati, Mario doveva pensare ad accasarsi; la Giulia con cinquantamila lire subito, ed altrettante dopo la morte dei vecchi, era un partito conveniente, molto più che usciva da una famiglia di gente onesta. L'avvocato dava il massimo valore a questa qualità. Mario si schermì, lasciando comprendere che era ancora presto, ma l'altro credette la cosa ben avviata.
Infatti Mario, incontrando il signor Cesare al caffè, gli si mostrò più complimentoso, e gli promise di andare la prima volta alla villa nel suo carrettino.
Quando arrivarono insieme, la ragazza si sentì quasi soffocare, e la signora Annetta invece rientrò in casa.
Mario destramente riuscì a sfuggire dal crocchio, e si cacciò su per le scale: ella usciva già dalla camera cosiddetta dei forestieri.
«Andate o chiamo»; e si ricacciò precipitosamente nella stanza.
Mario discese col cuore gongolante.
A pranzo fece un po' di corte alla signora Berta, contentandosi di volgere qualche sorriso alla Giulia, che seduta presso la signora Annetta teneva quasi costantemente gli occhi sul piatto per sottrarsi all'impaccio. L'avvocato mise il discorso sul matrimonio, parlandone con molta filosofia bonaria: era ancora il meglio che l'umanità avesse trovato per passare la vita; tutti i piaceri della gioventù svaporavano lasciando nella coscienza una fondiglia, che degenerava col tempo in putredine. I vecchi scapoli finivano coll'essere odiosi ed odiati.
Mario invece difendeva il celibato. Prima di tutto per prender moglie bisognava essere amati, e la cosa era tutt'altro che facile; poi nella vita moderna la famiglia diventava un gran peso senza una certa ricchezza. I giovani sprovvisti di patrimonio dovevano pensarci molto per non sacrificare se stessi, la moglie e i figli, che potessero nascere.
«Chi ha paura della vita, non vi riesce» rispose l'avvocato.
«Ma lei stesso ha tardato a prender moglie.»
«Io lavoravo troppo, me ne sono accorto poi.»
Il signor Cesare si voltò a Mario, ammiccando con quel suo tic nervoso alla guancia sinistra, che gli dava quasi un'aria di burattino.
«Si lavora meglio quando si ha famiglia. Se fossi rimasto solo, credo, non avrei lavorato la metà. A che pro guadagnare dei quattrini, quando non si ha per chi spenderli?»
Mario si lasciava cullare da quel dialogo, del quale si sentiva lo scopo, sbirciando la signora Annetta.
Ella, punta da una sua occhiata, gli chiese con una risata improvvisa:
«E lei, signor Mario, quando pensa dunque a pigliar moglie?»
«Almeno dopo che una donna avrà pensato a prendermi per marito. È così difficile essere amati, sebbene tante volte lo si creda.»
Mario quella sera aveva detto che sarebbe ritornato in città a piedi, per fare una lunga passeggiata. Questo capriccio aveva impressionato la signora Berta sui pericoli di un riscaldo o di un cattivo incontro; ma il signor Cesare, ancora pieno di energia malgrado i suoi sessant'anni e il piccolo corpo rattrappito, le aveva dato sulla voce:
«Un giovane come il signor Mario!»
Stettero un pezzo sul prato, poi conclusero che l'avvocato, l'Annetta e Mario avrebbero accompagnato i signori Bruschi al loro casino. Non c'era luna; l'aria piena di tepori ondulava al vento della notte. Mario, dopo molto destreggiarsi, riuscì a porsi fra la Giulia e la signora Annetta forzandole a parlare, ma la ragazza, in preda ai primi vaneggiamenti dell'amore, ricadeva sempre nel silenzio. La sua figurina pareva inchiodata sulla sedia; tratto tratto le mani le si obliavano sulle ginocchia, nella posa abituale del convento.
«Quando verrete nello studio?» disse Mario alla signora Annetta, profittando del momento che tutti s'alzarono.
«L'indomani del matrimonio.»
«Bisognerà dunque affrettarlo» ribatté sul medesimo tono.
Mario aveva dovuto fare da cavaliere alla ragazza, ma per tutto il tragitto non le parlò che di cose indifferenti. Ella camminava stecchita al suo braccio, abbassando la testa quasi per sentirsi passare le sue parole con un volo lieve sulla nuca. Dietro, la signora Annetta rideva colla signora Berta.
A un tratto s'intese la voce di questa che diceva:
«I gelosi miagolano tutti come i gatti.»
Una mattina Mario incontrò tutta la famiglia Bruschi nel corso; erano venuti per un vestito nuovo della Giulia, assolutamente indispensabile, diceva la signora Berta, nella festa prossima di sant'Elena. La ragazza pareva più disinvolta in quell'abito di tela a colori vivi, e con quel piccolo cappello di paglia gettato monellescamente indietro; ma egli doveva recarsi allo studio. Allora il signor Cesare si offerse di accompagnarlo, perché non avrebbe saputo cosa dire colla sarta, quando la signora Berta si ricordò di aver conosciuta molti anni prima la signora Orsolina, e pregò Mario di condurle da lei per riannodare quella buona relazione di una volta.
Mario rimase imbarazzato della domanda, parendogli di essere come inseguito per quel matrimonio, sul quale non aveva ancora deciso nulla. Ma la signora Berta insisteva con voce sempre più affettuosa. La sua grossa faccia maschile contrastava bizzarramente colla mollezza dell'accento, col quale evocava i ricordi del passato; finalmente, vedendo di non far frutto, dichiarò che sarebbe andata a trovarla da sé.
«Si figuri, sarà un piacere per la mamma.»
Strada facendo il signor Cesare cercò di far dire a Mario quanto lavoro e quanti quattrini gli venissero da quello studio dell'avvocato Filippo. Il vecchio ometto lo circuì talmente colle domande, che l'altro dovette dirgli quasi tutto, e ad ogni risposta egli sorrideva come per complimento.
«Si deve guadagnare molto di più avendo lo studio da sé.»
«Certamente tutto sta a formarsi la clientela.»
«Come in commercio, è la stessa cosa. Basta si sappia che non si vuol comprare, e tutti vi offrono della merce. I clienti hanno da somigliare ai sensali; corrono dall'avvocato, che non ha bisogno della loro causa.»
Mario, umiliato dalla giustezza di queste osservazioni, comprese dove il signor Cesare voleva parare; la dote della Giulia sarebbe stata più che sufficiente per aprire studio.
Quel giorno la signora Orsolina gli parlò delle signore Bruschi senza compromettersi, e a poco a poco Mario si famigliarizzò coll'idea di quel matrimonio. Perché non l'avrebbe fatto? Sarebbe un conquistare di botto nel mondo la metà di quella posizione, cui agognava, e un pretesto per fargli rimanere aperta la casa dell'avvocato. Allora la sua relazione colla signora Annetta si regolarizzerebbe, coperta dall'amicizia delle due donne. Questo sogno lo affascinò. La ragazza, vuota come un manichino, non gli sarebbe mai di peso; forse le maggiori difficoltà verrebbero dalla signora Annetta, ma si sentiva capace di dominarla. Passarono ancora delle settimane. La mamma gli parlava qualche volta delle signore Bruschi, alla sfuggita; poi un giorno gli disse di aver ricevuto un invito al loro casino per la prossima domenica. La signora Berta verrebbe a prenderla col proprio carrettino.
«Non lo so.»
«Allora io resto.»
«Andate.»
Invece quella domenica andò anche lui, ma le signore Bruschi non comparvero alla villa.
Era la prima volta, dopo tanto tempo, che poteva trovarsi solo coll'Annetta. Ella lo accolse allegramente, ma alla sua prima allusione di amore tornò dura; l'avvocato invece gli propose sul serio quel matrimonio, lasciandogli intendere di aver ricevuto le confidenze del signor Cesare. La ragazza era già innamorata, e la famiglia avrebbe accolto benissimo Mario per nobilitare la propria origine. La dote, stringendo loro addosso i panni, sarebbe arrivata di primo tempo sino a settantacinquemila franchi; l'avvocato supponeva il signor Cesare anche più ricco di quanto la gente lo credesse.
La signora Annetta sorrideva sardonicamente.
«Mi pare che ella possa accettare, signor Mario: è una delle migliori doti della città.»
«Ma se ricusassi?»
«Perché? Bisognerebbe supporre che ella fosse innamorato di un'altra: non è vero, Pippo?»
«A meno che non abbiate in vista qualche affare più grosso.»
La signora Annetta rideva provocantemente; la sua testa, dondolante come un gran fiore, esalava un acuto odore di gelsomino. Mario sentì di perderla, accettando.
«Quella è una buona ragazza, che non lo renderà mai geloso.»
«Molto più che ne avete la tendenza» disse l'avvocato.
«Io!»
«Non lo negate; d'altronde le donne desiderano spesso che si sia gelosi: solamente lo desiderano quando amano.»
In tutto quel pomeriggio la signora Annetta ritornò sul matrimonio, divertendosi a provargli che non le importava nulla e che, sposando quella ragazza per la dote, commetterebbe una bassezza. Egli la divorava cogli occhi, facendole indarno segni per parlarle. Era vestita di un abito rosso cupo, che le rendeva più opaco il candore della pelle; si sarebbe detto che la campagna le avesse messo negli occhi i baleni delle sue foglie più lucide e sulle carni la brina dei suoi fiori più freschi. Saltellava, si abbandonava sul lungo sofà di paglia, posto nel prato all'ombra della casa, con una civetteria anche più inquietante nei brevi silenzi. Mario sentiva il suo orgasmo.
Allora si mise a fissarla. Sotto il peso de' suoi sguardi ella si allentò mollemente, poi raddrizzandosi di scatto, chiamò la Gina sul sofà. Questa, sempre così cerea, parve momentaneamente riscaldarsi al suo contatto, mentre l'avvocato riprendeva con Mario la conversazione. Ma egli non poteva ascoltarlo, affascinato suo malgrado da quelle due donne, che scherzavano con una petulanza di piccole amiche al sicuro di ogni indiscrezione. L'Annetta colle mani un po' grosse faceva il solletico alla Gina, e il bel busto vigoroso le si torceva per tenerla stretta, ridendo in quel reciproco eccitamento come di una sfida indiretta, che la loro monelleria femminile gettava alla sua sensualità di uomo.
«Siete pur bambine!» si volse l'avvocato, sorridendo d'impazienza al loro chiasso.
«Bambina, bambina!» ripeté l'Annetta, tirandosi dietro la Gina; e scomparvero nell'andito.
Poi riapparirono alle finestre del piano superiore.
«Quando partite dunque, voi altri due? Questa sera noi faremo una festa da ballo coi contadini.»
La mattina dopo la signora Orsolina entrò nella camera di Mario.
«Se vuoi, tutto è fatto. La signora Berta mi ha lasciato capire che sarebbero contenti di averti per genero, perché vogliono nobilitarsi; tu puoi diventare uno dei primi avvocati della città. Il signor Cesare ti procurerà una buona clientela di negozianti, gente che paga bene. Sai che stanno per comprare il palazzo Calusi per una miseria, venticinquemila lire? Tu apriresti uno studio magnifico; in pochi anni si può mettere su carrozza.»
«Perché siete rimasta là questa notte?»
«È stato meglio. La ragazza è cotta; bisogna convenire che l'avvocato ti ha aiutato colle sue raccomandazioni.»
«In fin dei conti non ne ho bisogno» egli ribatté orgogliosamente.
«Non ti alzi?»
La signora Orsolina era preoccupata. Evidentemente temeva una difficoltà in quello splendido disegno, che faceva improvvisamente rifiorire il roseto oramai secco della sua vita. Girò su e giù nervosamente per la stanza, mentre egli si vestiva; poi quando si fu lavato, gli si piantò dinanzi. Il suo viso scarno ed angoloso di vecchia avara era quasi solenne.
Egli si scosse.
«Non se ne sono accorti, ma è impossibile che la ragazza non lo senta: c'è l'istinto in loro. La tua fortuna è fatta a questa condizione. Che cosa puoi avere da lei ora? Dovresti esserne stanco, è una donna stupida.»
«Meno della Giulia.»
«La Giulia può essere tutto per te, quell'altra è una civetta, che ti pianterà, se non la pianti. No, Mario, senti: da' retta a me. Questa è la grande occasione, che non tornerà più. Sono forse duecentomila franchi, sai, duecentomila franchi, che l'avvocato con tutto il suo ingegno non è riuscito ancora a guadagnare in vent'anni. Smetti: per sant'Elena torneranno qui, t'inviteranno a pranzo. lo andrò da loro a fare la domanda. Promettimelo, Mario.»
Egli era persuaso, ma voleva conservare l'Annetta.
«Siete proprio sicura?»
«Sicura.»
«Infine sono essi che ci cercano, abbiamo tempo. Non bisogna mostrare troppa fretta per non cadere nelle loro mani come gente senza un soldo. Lasciatemi fare, non sono poi un ingenuo.»
Ella abbassò dolorosamente la testa, proponendosi di ritornare alla carica tutti i giorni.
Infatti Mario, in quella irritazione gelosa contro la signora Annetta, si lasciò persuadere a non mostrarsi più né alla villa, né al casino dei signori Bruschi. Quest'ultimo tempo gli parve anche più insoffribile fra i disegni della nuova vita e le recriminazioni dell'amore; non poteva ammettere di essere così abbandonato da una donna, della quale era stato il primo amante, e che aveva reso madre. Ella, così debole di carattere, gli resisteva entro la cerchia della famiglia trionfalmente da tre mesi, non avendo più bisogno di lui. Appena appena qualche volta l'onda rossa della voluttà le saliva dal cuore al cervello intorbidandole gli occhi, ma si calmava poco dopo; e Mario, che aveva sperato di riprenderla in quell'abbarbaglio, doveva cedere da capo il posto all'avvocato.
Poi la vita colla Giulia gli si svolgeva davanti in quella famiglia di negozianti ritirati dal commercio, ancora pieni di quegli anni laboriosi, nei quali avevano ammassato a lira a lira quel patrimonio. Erano ignari, incolti, ubbriachi nella adorazione della figlia unica, pallido cerino, che l'amore o la maternità avrebbe presto consumato colla propria fiamma. La Giulia somigliava alla Gina, ma senza quell'enimma del suo silenzio intelligente e quella distinzione aristocratica, che a certe ore poteva renderla interessante.
Naturalmente l'Orsolina vorrebbe venire con lui nella nuova casa, ed avrebbe così tre genitori addosso. Intanto nel paese cresceva l'agitazione politica provocata dalla mossa dell'avvocato. I radicali, già perduti nella pubblica opinione dalla volgarità dei loro modi e dalla rapacità bestiale del loro governo, si sentivano mancare il terreno sotto i piedi; mentre i moderati ringalluzziti dalla speranza del potere, e forti del consenso momentaneo dei socialisti, che l'odio ai loro vicini repubblicani trascinava ad una effimera alleanza coi fautori della monarchia, sbraveggiavano in piazza.
Si parlava di liste elettorali; l'avvocato era il sindaco futuro. Ma troppo abile per mostrarsi in questa vigilia, egli affettava invece quasi la trascuranza di quel moto, sebbene lo seguisse nei più minuti particolari, correggendovi in tempo le imprudenze dei più giovani moderati travolti nell'impeto del loro stesso giornale. Mario era seccato di quei discorsi, nei quali il nome dell'avvocato ricorreva sempre, senza che fra tanti nomi di futuri consiglieri comunali si fosse ancora fatto il suo.
Poi seppe che il conte Giglioli, sindaco altre volte e ora presidente della Cassa di Risparmio, darebbe un pranzo politico pel giorno di S. Elena; l'avvocato era naturalmente il primo fra gli invitati. Si parlava di cinquanta coperti. Il giovane direttore della Gazzetta, avvocato Gelli, v'andrebbe, mentre egli, Mario, quantunque primo giovane di studio e redattore del medesimo giornale, era escluso. Qualcuno lo punse di questa preterizione. Bisognava dunque avere una posizione sociale, essere qualche cosa, per contare nel mondo? Se egli fosse stato marito della Giulia, con studio proprio, lo avrebbero invitato. Casa Giglioli era come la reggia della città, cui non si arrivava se non salendo nella pubblica considerazione; laonde il giornale radicale vi lanciava contro, a ogni numero, qualche ingiuria sgrammaticata, mentre i suoi redattori avrebbero fatto chi sa cosa per esservi ricevuti.
La signora Annetta arrivò la sera prima coll'avvocato; i signori Bruschi erano giunti nella mattinata. L'indomani sino dall'alba la città era in festa, piena di una folla di contadini negli abiti della domenica, che stipavano le chiese e s'assiepavano nella piazza continuamente attraversata da gruppi di ragazze. Mario, vestito anch'esso colla più ricercata eleganza, si presentò allo studio, sperando di vedere la signora Annetta, ma ella non si mostrò. Nell'anticamera non c'era il vecchio Andrea, perché in quel giorno di vacanza lo studio si chiudeva alle undici. L'avvocato, già abbigliato col grande soprabito nero delle occasioni solenni, scriveva nel gabinetto, più preoccupato del solito; l'Avanti! del mattino in un articolo satirico annunziava, che al pranzo Giglioli si sarebbe fatta la sua proclamazione a sindaco. Mario era anche esso sulle spine; aveva incontrato il signor Cesare, che ripetendogli l'invito nel modo più significativo, si era fatto dare da lui una seconda promessa. Quel giorno bisognava decidersi fra l'Annetta e la Giulia, ma quella, sapendolo, si nascondeva. Mario imparò che era uscita per la messa delle dieci, e non tornerebbe più fuori che alle sei, nell'ora della gran folla sul prato di S. Domenico, ove si estraevano le solite cinque doti per le ragazze povere. Era il grande convegno dell'eleganza cittadina, la rivista degli abiti nuovi.
Così tutto quel giorno resterebbe sola in casa.
Sulle scale incontrò la Gina, che gli disse di essere libera e di pranzare da una zia; non tornerebbe che alle cinque per vestire la signora.
La strada formicolava di gente lieta sotto il sole, che dava all'azzurro del cielo una tersità abbagliante, mentre invece Mario sentiva la coscienza farglisi sempre più torbida. Non aveva potuto vedere la signora Annetta. Per non tornare a casa ad affrontare la mamma andò al caffè; era rigurgitante, clamoroso. Si parlava del pranzo Giglioli. Un gruppo di radicali, anch'essi vestiti a festa, ghignavano sparlandone ad alta voce. Incontrò molti amici, dovette scherzare, ridere, ma la preoccupazione gli cresceva; a un'ora e mezza doveva essere a casa Bruschi per il pranzo, che cominciava alle due. Sapeva d'inviti a molti parenti. Mutò caffè, cansò quasi di malumore l'avvocato Gelli circondato da tutta la redazione, e che passeggiava allegro del proprio articolo del mattino, una carica veemente contro i radicali sconfitti nell'ultima elezione di Pagnano, un comune vicino. Provò a leggere i giornali di Roma senza potervisi interessare. Il problema gli si aggravava a ogni minuto sul cuore. Allora tornò pel corso, sperando di vederla alla finestra, giunse sino a porta S. Biagio, ne ritornò indarno. Una stanchezza nervosa lo sorprendeva.
A che ora pranzerebbe la signora Annetta, rimasta sola colla Veronica? Perché non usciva a farsi ammirare sotto il loggiato dopo l'ultima messa del Duomo, come tutte le signore? Era afflitta, sebbene non volesse mostrarlo, del matrimonio che egli stava per contrarre? In fondo gli pareva impossibile che ella non dovesse soffrire; non si può essere tanto indifferenti quando si è amato.
Adesso, al momento di perderla irreparabilmente, sentiva di amarla anche di più. Tutti i miraggi della posizione sociale, che la Giulia gli procurerebbe colla propria dote, si spegnevano improvvisamente nella sua fantasia, mentre il fantasma dell' Annetta vi si levava luminoso entro un nimbo d'oro, coi capelli biondi, ardenti sulla sua bella testa di gran fiore, e gli occhi turchini come le lontananze più pure del cielo nelle miti giornate di primavera.
Il frastuono, l'onda turbolenta della piazza lo irritavano. Finalmente poté sedersi ad un tavolo della bottiglieria nuova, all'angolo del loggiato, nel quale sboccava il corso. V'era ressa di giovanotti eleganti per vedere le signore. Passò la signora Berta colla figlia abbigliata di bianco; alcuni salutando lo scoprirono, e dovette alzarsi per un mezzo inchino, che fece quasi arrossire la ragazza. Ma sebbene niuno avesse sospettato di lui, la figura corpulenta e cremisi della signora Berta produsse uno scoppio di motti satirici.
Se fosse passata la signora Annetta tutti invece l'avrebbero ammirata.
Egli vide la signora Berta rivolgersi due o tre volte per guardare se le seguisse.
«Che cos'hai, Mario, che sembri così triste?» gli chiese un amico.
«Provincia, mio caro!» replicò l'altro, uno studente, tornato non a guari da Torino.
Poi la gente cominciò a diradarsi per andare a pranzo. Egli vide parecchi soprabiti dirigersi verso casa Giglioli, qualche signora attardata coi bambini, quindi i caffè e i loggiati si vuotarono. Non rimanevano che due gruppi di ufficiali, soliti a pranzare la sera, e che non avevano inviti a quell'ora e in quella festa. All'orologio della piazza stava per suonare un'ora e un quarto. Allora spinto come da una molla si ricacciò per il corso; voleva passare un'ultima volta sotto le sue finestre. La larga strada si allungava deserta sotto l'arsione del sole. Si guardò dietro quasi nel timore di essere spiato; aveva caldo, ma non sudava. Il cuore gli martellava nel petto. Gli parve che le case sparissero, quando nell'alzare gli occhi dentro un raggio di sole la vide vestita di bianco alla finestra. Non distinse che un nastrino rosso sopra i suoi capelli d'oro. Arrivò sotto le finestre e salutò macchinalmente, ella sorrise.
Per un istante rimase cogli occhi in alto; quindi con un gesto risoluto le indicò che saliva. Infilò la porta, montò di corsa le scale, non sapendo bene quello che si facesse, giunse trafelato sul pianerottolo col braccio già proteso per tirare il cordone del campanello, quando l'uscio dell'appartamento si aperse, ed ella comparì.
«Che cosa fate»
Egli la respinse, entrò senza poter parlare, senza abbracciarla, ma appena dentro l'aria scura e fresca lo fece rientrare in sé; nullameno il viso gli rimaneva convulso.
«Mario!...»
Egli la guardò così risolutamente, che l'altra gli fece cenno di tacere.
«Psst... la Veronica!» e lo spinse nell'anticamera verso l'uscio, che metteva nel gabinetto verde, mentre in punta di piedi si accostava all'altra porta per origliare. Mario entrò nel gabinetto.
Poco dopo ella comparve; era commossa, pallida.
«Annetta» egli gridò precipitandosi verso di lei per prenderle una mano.
«Ma avete fatto male a venir su, possono aver veduto.»
«Non sei sola?»
«Sì, la Veronica si è gettata sul letto.»
Allora l'abbracciò; ella riluttava, poi si sciolse dalle sue braccia.
«Cattiva, quanto mi hai fatto soffrire!»
«Sì, adesso che state per pigliar moglie.»
Egli si arrestò.
«Vedete.»
Ma il sorriso le ricompariva sulle labbra, non pareva né sdegnata, né malinconica. La sua bella figura, in quel lungo accappatoio bianco a larghe pieghe, che la velavano dandole una mollezza anche più voluttuosa, esalava un intenso odore di gelsomino. Il collo le usciva da un collarino di merletti, bianco e grasso, piegandosi lievemente sulla spalla sinistra in un principio di abbandono.
Mario si sentì riavvampare. La prese in braccio, la strinse sul cuore quasi da farle male, mentre tutto il corpo gli tremava di brividi, e coi denti le mordeva già una trina del collo. Così abbracciati caddero su quella stessa poltrona, egli oppresso dall'angoscia della felicità, ella vincitrice, sorridente sulle sue ginocchia, guardandolo cogli occhi cristallini, quasi per riconoscerlo ancora, mentre un'altra trina sul collo le batteva leggera leggera come un'ala di colomba.
Non si lagnavano più, non avevano nemmeno avuto tempo di perdonarsi.
Poi Mario inquieto le domandò:
«Sei proprio sicura della Veronica?»
«Dorme» disse rientrando.
«Giurami che non ami che me» Mario le chiese, riprendendola sulle ginocchia.
«Sì, te solo, cattivo mobile, geloso.»
«E in questi mesi?»
«Tu pensavi a pigliar moglie. Ah! prendila pure. Ti piace la Giulia?» seguitò scherzando, ma fissandolo negli occhi.
«Lo vedi bene, dovrei essere da lei a pranzo in questo momento; adesso tutto è rotto. Ma tu mi amerai sempre?»
«Come te» gli sussurrò sulla bocca in un bacio.
«Vieni con me.»
«Dove?»
Ella sussultò, ma dopo il suo sacrificio non poteva più ricusare. La camera era scura e fresca; dalle griglie filtravano minimi raggi, che la doppia tenda intercettava colorandosi di un rosso incerto, quasi di porpora. Mario procedeva a tastoni, ella lo seguiva.
Un odore di sapone stagnava nell'aria.
Mario s'appoggiò al capezzale, palpando subito le lenzuola. Erano di bucato, ancora cogli spigoli delle piegature. Parve perplesso un istante, come se quel particolare gli contraddicesse un'idea secreta; poi si abbandonò sul letto
«Vieni.»
Ella titubava.
«La Gina se ne potrebbe accorgere.»
Ma egli l'aveva abbracciata tirandosela sopra, e quando si fu rivoltato con lei sulle coperte, le disse trionfalmente:
«Sono io tuo marito.»