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V
La sera al caffè, dove sedevano la signora Annetta colla contessa Giglioli, e poco lungi a un altro tavolo i signori Bruschi con alcuni parenti, Mario, ancora inebbriato, aveva appena risposto al saluto ansioso del signor Cesare. Quindi volgendosi all'avvocato Gelli, che lo pungeva d'allusioni all'imminente matrimonio, si era lasciato sfuggire ad alta voce:
«L'albero, al quale dovrò appiccarmi, voglio almeno che sia bello, tutto in fiore.»
Una risata gli aveva risposto, ma la Giulia, ferita da queste parole, aveva impallidito così che la signora Berta si era mossa imprudentemente sulla sedia per sostenerla, mentre la signora Annetta ricompensava Mario con un sorriso.
Ma quando rientrò a casa, dopo la mezzanotte, trovò la mamma ad aspettarlo. Le si leggeva ancora il pianto negli occhi. Mario, che si sentiva già nell'animo il freddo sottile del pentimento, non osò dirle nulla. Ella accese la candela, e l'accompagnò silenziosamente nella sua camera.
«Ti sei rovinato.»
Da quel giorno la vecchia si chiuse in un ostinato mutismo, e i Bruschi non lo salutarono più. Solo l'avvocato gli volse un rimprovero sul modo villano, col quale aveva troncato quella relazione; ma l'altro, superbo del sopravvento ripreso su lui, esclamò:
«Ma perché offenderla?»
Egli stesso doveva convenire di aver torto, sebbene nel rinfocolamento della passione non volesse riflettervi. Non aveva mai amato così: si sentiva ancora l'Annetta dentro, immersa nel sangue, che gli irrompeva a ondate dal cuore, come se l'avesse bevuta. Ma anche la bellezza di lei in quell'ultima ripresa, nel delirio di desiderii che ripullulavano ad ogni bacio, aveva trovato le veemenze dei fiori aprentisi d'improvviso al sole, quando la campagna ai primi soffi di primavera effonde nell'aria i germi di tutte le fecondità.
Quindi la signora Annetta finse coi Bruschi di non saper nulla su quella rottura, ma la Giulia le piantò in faccia gli occhi vitrei.
«L'ami davvero?» ella chiese alla fanciulla per sottrarsi all'imbarazzo.
«No.»
«È stata una cosa da mascalzone» sbuffò la signora Berta.
«Se non amava Giulia, mi pare che sia stata piuttosto una fortuna.»
«Chi sa nemmeno se lo sia per quell'altra, di cui è innamorato» ribatté la Giulia.
La signora Berta, senza sospetti verso l'Annetta, non comprese.
Nullameno le loro relazioni si raffreddarono.
Per contentare Mario ella aveva promesso di venire ogni quindici giorni, il sabato, in città, e di non ripartirne che la domenica sulle sei; si sarebbero così incontrati come potevano. Ma adesso che Mario le aveva tutto sacrificato, vi metteva ella stessa molta buona volontà. Anzi nella vanità del proprio trionfo di donna, e nella foga di quel rinnovellamento d'amore, pur non misurando bene la grandezza del sacrificio, dal quale forse egli non potrebbe più risorgere, credeva di appassionarsi per lui come non le era accaduto neppure gli ultimi mesi della gravidanza. La sua stessa gelosia le pareva legittima, quasi un compenso dovuto a quel supremo olocausto di se medesimo. Quindi abbandonandosi a tutte le sue adorazioni si sentiva talvolta presa dalle vertigini di una poesia, che prima non avrebbe mai nemmeno sospettata. Infatti un giorno spogliandola colle mani febbrili, e interrompendosi per tuffare il volto nel profumo delle sue sottane, egli l'aveva messa ritta sopra uno sgabello, come una statua fulgente nella soavità incolore del marmo; poi le si era prostrato dinanzi, baciandole i piedi, salendole colle braccia su pei ginocchi, nello sforzo di una aspirazione delirante verso il suo seno intatto di vergine, e aveva rotto in singhiozzi di bambino sotto la sua bellezza vincitrice.
Allora rapita ella medesima nell'onnipotenza divina della donna, che può tutto distruggere e tutto consolare, lo aveva lasciato piangere senza interrogarlo.
Ma ciò accadeva di rado. Generalmente avevano appena il tempo di abbracciarsi nel gabinetto, furiosamente, quasi per imprimersi nelle carni le stimmate del martirio, che quella momentanea impotenza imponeva loro. Poi lo scandalo di quella rottura aveva procurato a Mario più di un dispiacere, perché la gente, non indovinandone la ragione secreta, l'attribuiva alla sua fatua vanità di bel giovane. E siccome il mondo si sente del pari offeso dalle fortune che ci capitano e da quelle che evitiamo, Mario per qualche mese fu bersagliato da tutte le maligne allusioni; mentre la mamma, muta in una sprezzante disapprovazione, sembrava attendere da un'altra rottura coll'Annetta la tragica conferma delle proprie profezie. Quindi lo aveva abbandonato coll'egoismo dei vecchi, che si separano dagli errori dei figli dopo aver invano tentato d'impedirli.
Quando l'avvocato ritornò definitivamente dalla villa, tutto contento di essersi ripresa finalmente la Gigina, Mario fu anche più contento di lui. Cominciò per tutti tre una nuova vita intorno a quel piccolo essere, che cominciava a muovere i primi passi e a balbettare le prime parole. La Gina le faceva da governante, ma la balia veniva ancora tutti i giorni di mercato a rivederla, espandendosi in tenerezze per cavarne qualche altro regalo.
Nullameno per i due amanti le occasioni dell'amore erano scemate. L'avvocato, nell'affluenza sempre crescente delle cause, non usciva quasi più di casa, ora che la Gigina gli riempiva le poche ore vuote dopo la colazione o il pranzo co' suoi giuochi infantili, dentro i quali si agitavano già le prime tirannie della donna. Anzi talvolta egli interrompeva il lavoro per farsela portare nello studio, e allora erano lunghe scene di bamboleggiamento a chi primo ottenesse, egli o l'Annetta o Mario, un bacio dalla piccina. Quindi le gelosie si ridestavano. La bambina diceva papà all'avvocato, perché l'Annetta aiutata dalla Gina era riuscita con molta pazienza ad insegnarglielo un po' prima che per solito i bambini non l'imparino.
«Gigina, amore, dillo anche a me!» le aveva domandato Mario colle labbra tremanti, sollevandola delicatamente fra le braccia; ma la bimba si era messa invece a strillare, sgambettando furiosamente. «Voi altri uomini non avete grazia» esclamò l'Annetta, riprendendola dalle sue mani e calmandola subito con poche carezze. Ma l'avvocato aveva voluto provare anche lui, e la incomprensibile creatura era rimasta cheta, in piedi sul suo ventre, sostenendosi colle manine rosate alla sua barba grigia. Sorrideva. «Sono io il tuo papà, che ti amerà più di tutti, anche più della mamma»; e la sua voce esprimeva una tenerezza così profonda, che gli altri due abbassarono la testa, sopraffatti dalla sua superiorità.
Ma l'Annetta, malgrado tutte le sue effusioni chiassose intorno alla Gigina, non gustava nella maternità che una nuova forma di decorazione intorno alla propria bellezza. Mario invece era stato preso dalla adorazione di quella creaturina, nella quale la rivalità dell'avvocato e l'amore per la madre gli avevano fatto riconoscere i primi indecisi lineamenti di una somiglianza con se stesso. La Gigina era sua, aveva i suoi capelli biondi, gli occhi cerulei, quelle carni più fresche di una corolla di rosa; era il trionfo delle loro due giovinezze, il premio, che la natura serba all'amore sano e bello di primavera. Egli, che non aveva mai provato nemmeno per l'Annetta la tenerezza delle dedizioni senza ricambio, la sentiva ora dinanzi alla figlia tutta bella nella insaziabilità inintelligente del proprio egoismo. L'anima gli si rinfrescava di una giocondità inesprimibile, quando la bambina, lasciandosi prendere in braccio, lo guardava coi grandi occhi trasparenti, nei quali nessuna immagine del mondo aveva lasciato ancora la propria ombra.
Quindi il suo amore per l'Annetta si alzava in una sfera più spirituale. Gli pareva che la felicità sarebbe stata nell'essere suo marito, chiuso dentro la propria famiglia contro tutto il mondo, e sicuro da ogni abbandono di lei; mentre invece ella restava fatalmente con la Gigina nell'orbita di un'altra vita. Tutta quella festa delle loro due esistenze era l'opera di un altro uomo; lui, Mario, non era che l'eterno contrabbandiere, vagante sui confini di una famiglia, che la sua frode stessa aveva perfezionata con la intromissione di una bambina, ma che nessun altro suo tradimento potrebbe più distruggere.
Aveva posseduto la femmina, non avrebbe mai né la sposa, né la madre, né la figlia. Tutte quelle frenetiche voluttà non bastavano a dargli il possesso vero della donna; ella non trovava mai per lui, nemmeno fra le menzogne più carezzevoli, una di quelle parole semplici e così piene, che immedesimano le anime nella inseparabilità della vita. Talvolta si stupiva seco stesso di questo amore per la Gigina, mentre da principio gli era persino ripugnato che l'Annetta fosse gravida; poi nella crisi quasi mortale del parto egli aveva mille volte augurato a se stesso che la piccina fosse nata morta per non compromettere la mamma, finché vedendola la prima volta in campagna, ravvolta nelle fasce e colle manine raggrinzite quasi stizzosamente sulla poppa della balia, non si era sentito affatto nel cuore quel rimescolamento della paternità, così celebrato dalla rettorica di tutti i libri, e frequente nella ipocrisia dei discorsi.
Le doglianze e i ripicchi ricominciarono. Pareva una intesa di tutti contro quella pretensione di Mario sulla Gigina; la Veronica, il vecchio Andrea, persino Marco il misantropo, che aveva giocato sopra di lei un ambo vincendo otto lire, adoravano la piccina per quella felicità, che procurava all'avvocato. Mario non sorprendeva mai nelle loro parole o nelle loro occhiate un'allusione a lui, padre vero, o un sarcasmo per quell'altro, che non lo sapeva; invece doveva egli stesso unirsi al corso delle felicitazioni, e pronunciare talvolta qualcuno di quei complimenti, che erano come l'espiazione della sua colpa.
Tutto era stato inutile per far intendere all'Annetta la verità di quel patimento. Ella non capiva. Era come quando voleva persuaderla che, cedendo al marito, avrebbe commesso un secondo adulterio peggiore del primo, perché la prostituzione vera, quella che la legge non può colpire e trionfa spesso dentro la legge, non è che la voluttà fuori dell'amore, la cessione del corpo senza l'assenso dell'anima.
«Ma è mio marito» ella ripeteva invariabilmente.
E s'egli finiva quasi a singhiozzare nella collera di un dolore così vero, che la commoveva momentaneamente, ella girava subito la questione: non amava: non aveva mai amato che lui; l'avvocato era un'altra cosa, e non aveva nulla a fare coll'amore. Come mai si poteva non capire certe cose? Adesso era Mario, che si sentiva accusato di non comprendere.
Queste scene, ripetendosi ad ogni convegno per quanto breve, scavavano fra loro il dissidio. Da quella volta, che era riuscito a penetrarle nella camera da letto, Mario aveva poi sempre voluto ritornarvi, ma le occasioni non capitavano che di rado, e bisognava aiutarle di lunga mano. Quindi pensando che l'avvocato non era ricco, e difficilmente potrebbe diventarlo, così da lasciare un patrimonio sufficiente per due figli, Mario pretendeva che non avesse più esigenze sulla moglie. L'Annetta avrebbe potuto svezzarlo per rimanere tutta a lui. Ma, disgustata dalle difficoltà di tale disegno, ella vi si era invece sottratta con una bugia. Diceva di non tentare mai il marito, che la cosa non accadeva quasi mai; poi incalzata, riscaldata dalle preghiere di Mario, aveva finito col promettere.
«Non gli fare in pubblico quelle moine.»
«Ma se io ...»
«No, lo sai pure che soffro; adesso che ti ho sacrificato tutto, non dovresti dimenticarmi.»
A questo richiamo troppo frequente, ella si era impazientita; ma l'altro senza darle tempo d'irritarsi:
«Promettilo: che cosa ti costa?»
«Che io gli tenga il muso, perché tutti se ne accorgano!»
Egli tentò invano d'insegnarle che era possibile ingannare la gente senza ostentare tutto quell'affetto per il marito.
«Me lo hai pur giurato, che non sarà più tuo marito!»
«In pubblico non si può.»
Allora le fece ripetere il giuramento sulla testa della Gigina, minacciando di commettere qualche eccesso, se scoprisse qualche tradimento coll'avvocato. Ma nell'Annetta invece cresceva la stima pel marito, che nel proprio confidente abbandono non aveva mai avuto per lei né una parola dura, né un sospetto ingiurioso. Egli era ben superiore a Mario, sempre malcontento anche dopo i sacrifici, che ella gli aveva fatto, perché l'Annetta come tutte le donne credeva di essersi sacrificata. Talvolta le accadeva pure di pensare, che se invece di sposare l'avvocato fosse diventata la moglie di Mario (ed era pur stato possibile) adesso non sarebbe che una borghesuccia seppellita nel fondo di un appartamento meschino, fra un marito geloso e una suocera taccagna, senza potersi fare più di due vestiti all'anno, senza villa e senza avvenire.
E con tutto questo Mario diventava ogni giorno più esigente con lei!
Una domenica, nel pomeriggio, aveva voluto accompagnarla ad una passeggiata, che ella faceva sola colla bambina per mostrarsi nella grazia novella della sua maternità. Naturalmente ella aveva ricusato, ma d'improvviso se l'era visto venire incontro alla imboccatura del gran viale; e le si era accompagnato tenendo la bimba per l'altra mano. Era stato un martirio. La Gigina faceva i passi così piccoli che era quasi sempre ferma, mentre tutti guardavano, e taluni avevano sogghignato a quella loro apparenza di sposi. Mario ne aveva gongolato, sebbene soffrendo del dispetto di lei; poi avevano incontrato le signore Bruschi, e la Giulia aveva dato loro un'occhiata così maligna che l'Annetta ne aveva arrossito. L'avvocato Gelli, che le seguiva, se ne era accorto; allora si diceva che stesse per prendere presso la Giulia il posto lasciato vacante da Mario. Per colmo di sventura la Gigina, risentendosi forse della commozione della mamma, si era messa a piangere. L'Annetta ne rimase con lui in collera per un mese. Quando fecero la pace, si lasciò sfuggire questa maligna allusione:
«L'avvocato Gelli farà una bella fortuna sposando la Giulia; ha già aperto studio.»
Infatti quel nome giovane cominciava a sorgere vicino a quello dell'avvocato Filippo, mentre di Mario, arrestatosi in quella posizione subalterna, non si parlava più. Egli se ne avvedeva con avvilimento sempre maggiore, ma non poteva nemmeno tentare di mettere studio per non separarsi dall'Annetta.
Alle elezioni generali l'avvocato, malgrado le più vive istanze di tutti, aveva ricusato la carica di sindaco conferitagli per acclamazione, adducendo la necessità di dover vivere colla professione, adesso che gli era nata una bambina. Il conte Giglioli gli aveva invece detto sorridendo:
«Tu sarai il deputato.»
«Davvero?!» esclamò l'Annetta, quando l'avvocato glielo raccontò a pranzo: «allora l'inverno a Roma...»
Ella ne parlò con Mario, che, temendone già vivamente, finse di ridere, perché il marchese Curci, sostenuto da tutto il clero, non si sarebbe lasciato battere così facilmente. Fu una doccia di acqua gelata sulla fantasia già accesa dell'Annetta, ma da quel giorno ella non lasciò più in pace il marito sul disegno di passare l'inverno prossimo a Roma. La Gigina sarebbe allora abbastanza grandicella da poter camminare; ella la condurrebbe la mattina al Pincio, ove si radunano (li aveva visti sui giornali illustrati) tanti bambini... poi vedrebbero la capitale, Roma, le principesse, gli inglesi, la corte. Egli potrebbe tenere un altro studio a Roma per le cause grosse, e lasciare Mario a rappresentarlo in questo.
«La Gigina diventerà una signora romana» esclamò maliziosamente, vedendolo impazientirsi e riuscendo così a farlo sorridere. Quindi la Gina fu messa nel secreto della confidenza; poco dopo lo sapevano anche Marco ed Andrea, ma nessuno dubitava della riuscita.
«Io andrò a Roma» disse il vecchio Andrea a Marco; «sono sicuro che l'avvocato mi prenderà. Tu, che non ti vuoi muovere, resterai qui primo scrivano.»
«Con quell'asino del signor Mario?»
«Il signor Mario se ne andrà» ribatté Andrea senza spiegarsi di più. Anche gli altri parevano della stessa opinione. Mario si fiutava intorno tutte quelle ostilità senza trovare in se stesso come difendersi; fuori dello studio non udiva parlare che sulla candidatura dell'avvocato, accolta prima che posta, e ripetere che dopo lui il migliore della città resterebbe il giovane Gelli. Mario diventava taciturno come la signora Orsolina. A seguire l'avvocato sino in Roma non ci pensava nemmeno, perché né egli poteva chiederglielo, né l'altro consentirlo, rimanere suo sostituto nel vecchio studio, sarebbe stata una posizione più che onorevole, ma non si sapeva abbastanza stimato da lui per ottenerla. Poi in ambi i casi l'Annetta sarebbe stata perduta.
Una assenza di sei mesi avrebbe distrutto in lei tutta la sua influenza.
In quell'inverno, piuttosto rigido, ella fu più assidua al teatro, festeggiata, affollata di visite, dacché la contessa Giglioli l'aveva presa sotto la sua protezione, dicendo con bontà leggermente ironica di volerla formare per Roma. Quei primi contatti aristocratici le scopersero subito l'inferiorità di Mario, non meno borghese dell'avvocato nei modi, e senza l'altezza dell'ingegno, che è sempre una aristocrazia. Quindi il suo gusto si raffinò. La contessa le aveva già fatto comprendere l'ineleganza di certe acconciature e la volgarità di certi colori, insegnandole colle minuzie del gran vivere mondano quella impercettibile alterigia delle dame, quasi sempre così impossibile a tutte le altre donne. Naturalmente l'Annetta non ne apprese molto, ma quel tanto bastò per toglierla dalla soggezione di Mario, rimasto fino allora per lei l'ideale della eleganza. Anzi, nella prima foga della ribellione, andò fino a schernirlo sul taglio degli abiti, fatti dal miglior sarto della città, mentre il vecchio conte Giglioli si vestiva ancora a Firenze.
Mario, vinto, cominciava a raccomandarsi. Quindi la pregava di non andare a Roma, ricordandole il giuramento di non abbandonarlo mai e protestando che non potrebbe più vivere senza di lei e senza la Gigina. Ella, insuperbita del sopravvento, mostrava di calmarlo colle risposte ambigue e condiscendenti, che si danno ai bambini: nulla era ancora deciso; bisognava che accadessero le elezioni, che l'avvocato fosse eletto, e anche allora probabilmente andrebbe a Roma solo, come tutti i deputati. Mario le diminuiva nella coscienza. Egli non era dunque capace di seguirla dovunque, dando alla propria vita lo stesso sviluppo della sua?
La superiorità dell'uomo, così necessaria alla donna nella sua vita parassitaria, e che Mario aveva sino allora mantenuto colla energia della gioventù e la poca pratica mondana, vaniva ora che dalla cittaduzza di provincia ella stava per ascendere col marito nella sfera più luminosa della capitale. Egli invece l'amava doppiamente in quell'angoscia di perderla senza riparo, e l'accusava, s'indispettiva, perché avrebbe voluto persuaderla d'imporlo come socio all'avvocato.
«Io non m'intendo dei vostri impicci legali; domandaglielo tu.»
«A me non conviene.»
La verità era che non l'osava.
Ella, che temeva di ottenere la grazia, se ne schermiva colla scusa delle Bruschi sempre intente a spiare la loro relazione; ma l'altro indovinava anche troppo bene la viltà della donna sotto quel pretesto. Tutto il suo ascendente era perduto. Come la maggior parte degli uomini deboli, Mario, incapace di più dominarla, invece di risottometterla magari colla violenza, ricorreva alla blandizie dell'ispirarle compassione, dimenticando così che l'amore vive esclusivamente di rapina, e muore alla prima elemosina. Ella non poteva abbandonarlo, gliela aveva giurato dopo il suo sacrificio, perché tutto doveva oramai essere comune fra loro; era il suo unico amante, il padre della Gigina, che nessuno poteva più sostituire...
Questa corda, così vibrante nel proprio cuore, egli la supponeva egualmente sensibile nel suo. Quindi per provarle la propria autorità volle un giorno la piccina a pranzo; l'Annetta si ribellò, ma egli tenne duro, capendo di perdere tutto nel cedere. Dopo una settimana di battibecchi nessun dei due era ancora vinto; allora Mario tentò un colpo decisivo, richiedendola all'avvocato per la domenica prossima, il compleanno della signora Orsolina.
La signora Annetta, presente alla domanda, non seppe opporsi, perché gli occhi sfavillanti di Mario minacciavano uno scandalo; l'avvocato vi accondiscese, e Mario si accovacciò per ripetere la proposta alla bambina, che sorrise.
Appena rimase solo coll' Annetta, le si appressò fissandola duramente:
«Badate di non pretendere che venga anche la Gina: la voglio sola con me, è mia figlia.»
Ella alzò dispettosamente le spalle.
Mario non era però che a mezzo del proprio disegno; bisognava farla accettare dalla signora Orsolina. Quando gliela disse la sera medesima, a cena, la vecchia ebbe un brutto soprassalto; poi lo guardò fissamente:
«Tu credi di riconquistare così quell'altra? Se ti concede la bambina per una mezza giornata, è appunto per dare della polvere negli occhi alla gente; non lo farebbe per prudenza se la supponessero tua amante. Ecco che cosa avrai ottenuto; nessuno crederà che tu abbia avuto quella donna, il giorno che dovrai dirlo per vendicarti.»
«Non commetterò mai una simile infamia.»
La faccia della vecchia, diventata anche più livida nella vita claustrale di questi ultimi mesi, aveva una espressione cupa e ripugnante. Mario pensò involontariamente, che forse la Gigina ne sarebbe spaventata.
La domenica, quando Mario tentò di condur via la Gigina tutta vestita di rosa, gli scrivani erano già usciti; non rimanevano in casa che la Veronica e la signora Annetta. L'avvocato aveva un'adunanza.
Mario tremava perché la Gina, andandosene poco prima, gli aveva detto con quel solito sorriso:
«Badi di non farla piangere, altrimenti bisogna prenderla in braccio, e non sarebbe bello per il signor avvocato Mario Zanetti. Non vi sono che i babbi e i domestici che possono farlo.»
La signora Annetta l'accompagnò sino al pianerottolo sorridendo, ma al momento di separarsi si chinò a baciare la bambina.
«Addio, cocca, addio!» seguitava a dirle da capo delle scale, mentre la bimba si rivolgeva ad ogni gradino, rabbuiandosi nel volto.
Allora ella sparve improvvisamente, correndo alla finestra; quando, dopo cinque lunghi minuti, Mario sboccò dal portone, la bambina piangeva già.
«Gigina!» ella le gridò dall'alto, salutandola con quella sua voce carezzevole.
La bambina alzò il capo, e scoppiò in un urlo così disperato che Mario confuso, atterrato, dovette rientrare pigliandola in braccio; per le scale ella seguitò a strillare, sgambettando come in preda ad una convulsione.
«Ve lo avevo pur detto!» esclamò severamente la signora Annetta, correndo loro incontro sul pianerottolo.
Egli la seguì fremente di collera, comprendendo benissimo tutto il machiavellismo di quella scena; ma quando entrò la Veronica, e tutte e due dovettero penare un bel pezzo per calmare la piccina, egli sentì ripiombarsi sul cuore un avvilimento senza nome.
Le due donne sembravano non avvertire la sua presenza, poi la Veronica protestò:
«Ma vi è senso a dare dei bambini a gente come lei!»
Mario era rimasto nel gabinetto, frenando a stento le lagrime. Dovette passare molto tempo, perché la signora Annetta rientrandovi fu tutta sorpresa di trovarvelo ancora; lo credeva partito. Il viso di Mario esprimeva un dolore così disperato, che ella se ne commosse.
«Ma perché tutto questo?» gli disse colla sua voce buona. «Bisognava immaginarselo che la Gigina avrebbe avuto paura di restar sola.»
Egli fece un gesto.
Ma l'Annetta tornava ad agitarsi; la presenza di Mario l'impensieriva perché l'avvocato poteva tornare da un momento all'altro.
«Mi scacciate dunque?» egli gridò con una reazione di sdegno. «Non si può mai parlare con te, pigli tutto per traverso.»
«Sono sempre io che ho torto!»
Ella annuì.
Erano soli, la Veronica lavorava nella cucina. Allora Mario ebbe una grande risoluzione; così non poteva durare, bisognava decidersi.
«Senti,» incominciò «no, siedi, dobbiamo parlare.»
Ella titubò.
«Siedi, ti dico. Così non si va avanti, ma bada, bisogna spiegarci bene. Tu sei decisa di andare a Roma con lui, lo so; è la fortuna per voi altri due. Ci ho pensato da un pezzo senza farmi un'illusione, imponendo silenzio a tutte le mie sofferenze. A Roma egli può fare una bella carriera; vedi che sono giusto. Ma io e te come rimaniamo?»
La sua voce era così energica, che ella ebbe un battito di paura.
«Non ti immaginerai già che io ti voglia cedere. Quando si è stati l'uno per l'altro quello che siamo stati, non si dà più indietro. lo ti ho sacrificato tutto; potevo a quest'ora essere in una bella posizione, avere uno studio, ed essermi magari vantato di te: un altro lo avrebbe fatto. lo ti amo invece; ho rinunziato a tutto per farti mia.»
Ella tentò d'interromperlo:
«Ti ho pur detto che tutto è ancora in aria.»
«Lascia, lascia... Io non ne posso più, ma siccome ho deciso, voglio la tua risposta. Abbandonarmi non puoi, dopo che mi hai giurato fedeltà, colla bambina che ci unisce. Se l'avvocato va a Roma, tu fuggirai con me.»
La proposta era così improvvisa ed enorme, che ella lo guardò come se fosse impazzito; Mario punto da quella meraviglia proruppe:
«Ecco come siete! Che un uomo vi dia tutto se medesimo, che si sacrifichi negli interessi, che vi faccia madri, mentre avete dei mariti, che non ne sono più capaci, che stia per degli anni in uno studio a fare quasi il servitore per voi: e poi dopo lo piantate senza un rimpianto, senza dirgli nemmeno: bada! No, no; hai voluto che io perda tutto per te, e l'ho fatto volentieri, ma tu devi essere mia.» Questa logica brutale l'offese.
«Prima di tutto io non ti ho chiesto nulla: se vuoi sposare la Giulia, è ancora ragazza.»
«Tu dici un'infamia.» E dopo una pausa, che parve di minaccia, seguitò: «Di' pure. Siccome è l'ultima volta che ci parliamo, se mi tradisci puoi dir tutto, ma naturalmente non dovrò aver dopo nessun riguardo.»
«Che cosa vuoi fare?»
«Che cosa t'importa, se io non sono più nulla per te?»
«Ma sii dunque ragionevole una volta! lo ti voglio bene, e tu non fai che affliggermi. Non posso già impedire che lo eleggano deputato, e che vada a Roma. Anzitutto, ti ripeto, non si è deciso nulla. Andrà solo.»
«Tu lo seguirai, lo desideri.»
«lo...»
«Te lo leggo negli occhi, non mentire.»
«E se lo seguissi?»
«È tuo marito eh!»
«Certo.»
Le loro voci salivano di tono; egli tentò ancora di calmarsi.
«Dunque non vuoi: tutto è rotto?»
«Lo so già prima.»
«No, che non la sai» ribatté stizzosamente.
La sua fisonomia si era fatta dura; adesso era lei che minacciava.
«Se tu fossi ragionevole, non te l'avrei detto... Non so che cosa ti salti in testa; ora mi accorgo che ho fatto male a cederti, perché va sempre a finire così con voi altri. Quando siete soddisfatti, vi dimenticate la posizione della donna.»
«Sei la mia.»
«Invece sono sua moglie, poi sono la madre della Gigina. Aspetta, te lo dovrò dire per forza. lo non ho dote, non ho niente. Quando egli mi ha sposato, non ne parlò nemmeno; basterebbe questo perché gli fossi sempre obbligata. Adesso fa tu il conto; se io non ho niente, tu... anche se io ti seguissi...»
«Lavorerò.»
«Allora perché non vieni a Roma?»
Questo colpo lo atterrò; ma ella, profittandone rapidamente, proseguì:
«Avresti dovuto vederlo da te, perché al mondo non si vive d'aria. lo gli debbo tutto, egli farà una posizione alla Gigina, che un giorno sarà davvero una signora ben più di me. Invece col tuo progetto, scappando anche in America, saremmo due infelici, tre anzi con la Gigina, come vorresti tu. Non avremmo più né nome né onore. Nessuno mi compatirebbe di aver trattato così male un uomo, che tutti stimano, e che ha fatto del bene anche a te.»
Ella si era alzata, superba della propria vittoria, senza che nell'animo le tremasse un solo dubbio di tutte quelle ragioni. Ma si sentiva stanca. Mario invece, esaurito da quel primo sforzo, e sopraffatto dai rimproveri della propria insufficienza, non resisteva più. L'Annetta aveva ragione: dove sarebbe fuggito, qualora ella consentisse a seguirlo? Con quali risorse avrebbe mantenuto lei e la bambina? Che cosa poteva offrir loro in cambio della posizione, che perderebbero?
Improvvisamente tornò a piangere esclamando:
«Non mi hai mai voluto bene!»
Ma siccome ella taceva ripresa dalla paura di quella scena, nella quale la Veronica o l'avvocato potevano sopravvenire da un momento all'altro:
«Sì, tu hai sempre mentito» ripeté.
«Mario...»
«Tu ami lui invece, lo so: io non ti ho servito che come un giovane.»
«Sei dunque pazzo davvero?» ella ribatté al colmo dell'esasperazione.
«Sei tu che mi fai diventar matto! tu colle bugie, mentre non ami che lui per la posizione, che ti ha fatto. Tu mi hai sempre ingannato, quando mi assicuravi di tenerlo a distanza ... No, non ti credo più... sono sicuro!»
«In tal caso di che cosa ti lamenti?»
Ma egli aveva ripetuto un'altra volta: "ne sono sicuro!" e senza badarle più era fuggito dal salotto verso la sua camera da letto. Ella lo seguì spaventata, come se una rovina stesse per crollare sul capo; quando giunse all'uscio, Mario aveva già rigettate le coperte del letto, piegandosi col volto sulle lenzuola sino a sfiorarle.
«Ah!» gridò rialzandosi terribile.
Ella s’inoltrò guardando nella direzione del suo dito teso, ma d’improvviso vacillò dinanzi alla sua figura stravolta, sotto la sua mano alzata, sentendo lo schiaffo per aria; poi riaperse gli occhi. Egli pareva rattenuto da una forza misteriosa, ma sempre così alto sopra di lei, col furore di un’imprecazione sul viso e la bocca contratta da un sogghigno spasmodico. Involontariamente ella tornò a guardare in quel mezzo del letto, e allora, come se quella tacita confessione gli sciogliesse l’ultimo indefinibile ritegno, Mario la percosse sulla guancia così violentemente, che ella ne traballò:
«Bugiarda!» urlò dandole un secondo schiaffo: «Almeno ne porterai il segno, macchia per macchia!»