4.
La morte di Mazzini
Mazzini, assistendo al disgregarsi del
partito, sentendosi vecchio e malato, non scorgendo intorno a sé
discepoli energici capaci di continuare virilmente l'opera sua e in
grado di preparare alla democrazia giorni migliori, si lascia qualche
volta andare a illusioni di conciliazione che dovevano ripugnare a
chi per primo, nobilmente, aveva voluto la scissione, nei termini piú
netti possibili. E per esempio scrive il 27 febbraio 1872 a Rosario
Bagnasco: «Guardando all'Italia, spero non darete piú
grave peso che non meriti al dissidio attuale, lasciate che io lo
paragoni prosaicamente a un dissidio di polli; chiusi in un pollaio,
si beccano, messi all'aperto, sono amici piú di
prima»719.
Illusioni sulla gravità dei
dissensi, illusioni sui motivi profondi e l'estensione della crisi.
«Il nostro partito non è disorganizzato – protesta
Campanella il 7 marzo 1872. – E al dí d'oggi il gridio
di pochi sbandati, erranti in cerca di novità straniera, senza
programmi determinati, e spinti alle avventure piú da irose
passioni che da veri principî, non lo commuovono affatto. Esso
guata con indifferenza alle scarse diserzioni che avvengono nelle sue
fila, perché sa che è e rimane sempre
moltitudine»720. Ma se tali illusioni possono nutrire
sinceramente il Campanella ed altri pezzi grossi del partito
repubblicano, se Mazzini stesso è obbligato a volte, di fronte
a estranei o ad avversari, a mostrarsi ottimista, non davvero esse
riescono a placare l'inquietudine e l'amarezza del suo spirito cui la
lunga esperienza di uomini e di cose non consente di apprezzare la
dolorosa situazione sotto una luce eccessivamente favorevole.
Fu questo il tragico destino di
Mazzini: costretto, negli ultimi mesi della sua vita, quando cioè
agli altri uomini si concede il riposo e il pacato ricordo del
passato, a romperla con la frazione piú giovanile e piú
attiva del suo partito.
Era il fiore del suo esercito che
disertava: chi avrebbe seguitato il suo lungo cammino, chi compiuto
il programma, chi tenuta salda la compagine fra i vari elementi della
sua dottrina e principalmente la indispensabile coesione tra il
progresso materiale e quello morale, tra esigenze dello spirito e
esigenze della vita, al cui raggiungimento si erano volte tutte le
sue energie migliori? Crollava ogni speranza e l'avvenire si
oscurava; non mai l'attuazione del suo programma morale, politico e
sociale gli era apparsa cosí lontana e improbabile come al
chiudersi della sua vita: nuove formidabili incognite si erano quasi
improvvisamente presentate a render ardua la soluzione del problema.
Che sarebbe rimasto di lui, dopo la
sua scomparsa? L'Italia era unita, sí, ma il popolo seguiva la
falsa via; egli tramontava senza avere il conforto di scorgere nei
solchi della vita italiana alcun germoglio promettente del seme
gettato.
La sua eredità morale toccava a
un partito numericamente ancor forte, ma roso da dissensi di principî
e di persone, povero di anime: pochi afferravano l'unità del
suo sistema. E Mazzini sapeva quanto ancora il solo fatto della sua
presenza servisse a mantenere insieme le dissidenti frazioni; ma
quando egli non fosse piú là, alto su tutti, a
vegliare, che cosa sarebbe avvenuto? Si sarebbero scatenate le
ambizioni, le piccole ire, le suscettibilità, le polemichette,
tra la meschina rigidità dei discepoli ortodossi, e l'irruenza
irriflessiva di quelli che intendevano svolgere il programma secondo
il progresso dei tempi. Gli uni e gli altri privi di quella
vibrante passione che era stata la molla di tutta la sua attività
e che aveva ispirato la sua dura vita di sacrificio.
La raggiunta unità nazionale
aveva agito come una improvvisa forza disgregatrice sul suo partito:
molti eran passati nel campo monarchico; molti altri restavano
dubbiosi, esitanti, incapaci d'agire comechessia; altri
s'incaponivano in una intransigenza piccina che toglieva loro ogni
possibilità di fare. Chi avrebbe raccolto la sua eredità?
Saffi? Saffi è debole, incerto, privo di fuoco, povero
d'iniziativa721. Campanella? Campanella è buono,
fedele, diritto, ma senza energia; è un buon esecutore, non
può essere il capo722. Quadrio? È vecchio.
Lemmi? Non è uomo da tanto723. Nessuno è capace
di superare le difficoltà che sovrastano. E queste sono
tremende, fra Garibaldi che tira da un verso, gli internazionalisti
che tirano Garibaldi e fanno pencolare anche i piú
fidi724, gl'intransigenti, che lancian scomuniche a destra e
a sinistra, tagliano tutti i ponti e non esitano a sfidare anche
Garibaldi, i concilianti che non avendo idee in testa predicano pace,
pace, pace.
«Ti giuro che mi cascan le
braccia – scrive Mazzini, scorato, a Campanella, il 26 gennaio
1872. – I buchi nel partito sono troppi perché io possa
rattopparli... È perduto il senso morale e finirò –
se non ci mette ordine l'asma o la bronchite – per lavarmene le
mani!»725.
Tra la fine del 1870 e i primi del
1872 non gli erano state risparmiate le delusioni!
Il carcere di Gaeta aveva seppellito
le sue speranze di rivoluzione repubblicana – la Comune di
Parigi aveva stretto intorno alla monarchia tutti i non socialisti e
iniziato la crisi del suo partito – era scoppiato aperto il suo
dissidio con Garibaldi – lo si era fatto segno e bersaglio di
una vivacissima campagna diffamatoria – aveva dovuto assistere
all'irrefrenabile diffusione dell'Internazionale – aveva veduto
gli operai rispondere senza entusiasmo all'appassionato appello
ch'egli aveva loro lanciato, radunando il Congresso di
Roma726: quelli stessi operai tra i quali sempre piú
si faceva strada la tendenza allo sciopero, a quel mezzo violento e
pericoloso di lotta che, elevato a sistema, egli non poteva non
condannare.
Clamorosi scioperi si erano
verificati, nel '71, a Cesena fra gli operai delle miniere di
zolfo727, a Roma fra i muratori728, a Venezia fra le
operaie addette alla manifattura tabacchi729, a Genova fra
gli operai vermicellai; e in varie altre località730
le agitazioni si susseguivano minacciose e frequenti731. Il
nuovo anno s'iniziava con uno sciopero di vetturini a
Roma732.
Tali fatti e lo sviluppo delle
organizzazioni di resistenza733 facevano capire a Mazzini
come, anziché verso la realizzazione, il suo generoso sogno di
collaborazione delle classi si avviasse verso un naufragio forse
definitivo: all'egoismo borghese cominciavano a contrapporsi il
rancore e la decisa volontà di lotta a oltranza del
proletariato.
Tutto contribuí a riempirlo,
nei suoi ultimi giorni, di un disperato scoramento.
Nell'ottobre '71 pensava alla morte
come all'unico bene ormai desiderabile. «Le delusioni d'ogni
genere – scriveva a un repubblicano in Isvizzera – hanno
ucciso in me l'entusiasmo e ogni capacità di gioia o di solo
conforto fuorché quella che vien dagli affetti; non il senso
del dovere. Tento quel poco che tento per un'Italia ideale e per
uomini ch'oggi non sono. E se questo senso religioso non si fosse per
ventura serbato in me, mi sarei ucciso»734.
Finalmente, atterrato, gridava la
dolorosa invettiva: «Meglio il ritorno degli austriaci che
l'impianto in Italia di quelle false e perverse dottrine che
dividerebbero gli italiani stessi in oppressi e
oppressori»735.
Quarant'anni di battaglie combattute
sempre con la stessa fede per lo stesso ideale finirono l'uomo il 10
marzo 1872.
Appena giunta la nuova della sua
morte, cosí scriveva di lui un organo conservatore, «La
Perseveranza»: «Quella stessa ostinazione con la quale
aveva tenuto ritto il già lacero stendardo della repubblica,
oppose a quelli che in questi ultimi giorni cercarono introdurre fra
noi le bellissime teoriche del cosmopolitismo. Mazzini ritrovò
la energia giovanile e scese nuovamente in campo contro la
Internazionale che nega la famiglia, la patria, la religione, sulle
quali il suo sistema è piú che ogni altro organizzato.
Ma era stanco, e questa lotta con chi gli era stato compagno di fede
fino a ieri forse lo esaurí» (14 marzo 1872)736.
«La Perseveranza» aveva
compreso appieno di quanto i dolorosi eventi del '71 avessero
avvicinato alla tomba il vecchio combattente per la
libertà737.
Delle conseguenze della sua morte,
delle piú gravi e profonde, s'avvedeva, nel campo opposto a
quello dell'organo conservatore, meglio d'ogni altro, l'amico e il
medico di Mazzini: Agostino Bertani. «Era riunito a Genova –
narra G. C. Abba – la sera dei funerali di Mazzini, un cenacolo
di amici, tra cui si trovava il Bertani. Si parlava del maestro,
dell'Italia, delle conseguenze della morte. Il Bertani ascoltava. E
quando gli parve che ognuno avesse ben detto la sua, egli, con
profonda mestizia, come se si fosse collocato a distanza nei tempi
non ancora venuti, in questi che viviamo noi, a guardar indietro con
quegli occhi, con quel suo viso tagliente, disse che la piú
pericolosa delle conseguenze di quella perdita nessuno l'aveva
intravveduta. Mazzini vivo, non era stato possibile
all'Internazionale metter piede in Italia, neppure con
Bakunin738; morto lui, sarebbe entrata a scindere il partito
repubblicano e assai presto se ne sarebbe sentita l'azione... Sarebbe
venuto del sangue, sarebbe cominciata l'età delle ire, che
invece d'affrettare avrebbe ritardato di chi sa quanto l'attuazione
degli ideali sociali emananti dalla dottrina del maestro... Bisognava
far presto, prevenire l'azione dell'Internazionale, discendere in
mezzo al popolo e lavorare per lui nel nome della patria, migliorarne
la vita se si voleva che della patria conservasse vivo ed alto ed
amato il concetto»739.
Quasi a confermare le parole del
Bertani, una settimana dopo la morte del Mazzini si riuniva a
Bologna, presieduto da Nabruzzi, Cerretti, Pescatori e Amadio, un
Congresso regionale dell'Internazionale (17-19 marzo 1872) cui
parteciparono i rappresentanti di quattordici sezioni
emiliane740 e di quattro società aderenti741.
Esaminando il dissidio, che si andava
facendo sempre piú palese e piú grave, tra Marx e
Bakunin, i congressisti deliberarono di seguire il programma
antiautoritario di Bakunin, limitandosi a riconoscere «nel
Consiglio generale di Londra e in quello che aveva eletto la
Federazione del Giura bernese solamente dei semplici uffici di
corrispondenza e di statistica»742: Marx comincia a
capire quale grossolano errore abbia commesso affidando a Bakunin
l'incarico di liberare l'ambiente operaio italiano dall'influenza di
Mazzini.
Il Congresso di Bologna ebbe
importanza anche per la definizione dei rapporti tra mazziniani e
internazionalisti. I congressisti, pur riconoscendo l'importanza del
problema politico e istituzionale, avvertirono infatti che occorreva
subordinarlo alla questione sociale; e, quasi all'unanimità,
votarono una deliberazione che suonava condanna di un'eventuale
insurrezione a fine puramente repubblicano, che non avesse cioè
per scopo l'emancipazione del proletariato. Solo una piccola
minoranza si dichiarò favorevole a stabilire accordi con i
mazziniani, qualora questi si fossero decisi all'azione743.
Approvata l'astensione sistematica
nelle elezioni politiche (poiché non bisognava procurare a un
governo autoritario i mezzi atti a sostenerlo e «qualunque
governo autoritario è opera di privilegiati a danno delle
classi diseredate»), si inviò un indirizzo a Garibaldi e
uno ai superstiti della Comune: «Noi, italiani per nascita,
internazionali per cuore, celebriamo questo giorno come il primo
dell'Era che sorge... l'ultimo di quella che muore... Mandiamo a voi,
martiri e apostoli dell'emancipazione sociale, un saluto, un
abbraccio fraterno e una promessa che non morrà»744.
I congressisti di Bologna affermarono
anche l'immensa importanza della propaganda nelle campagne. Bisogna
qui ravvisare la suggestione di clamorosi recenti avvenimenti.
Cessata ogni eco dei moti del 1869, i contadini avevano cominciato a
dare qua e là i segni di un nuovo orientamento spirituale. Nel
marzo 1871 era scoppiata una agitazione tra i contadini di Oggiono
(Como), i quali avevano costituito una società agraria, allo
scopo di migliorare le condizioni delle classi rurali. Il governo
aveva perseguitato in ogni maniera tale società, la quale –
sembra – s'informava a principî molto avanzati,
sostenendo anche il diritto dei lavoratori della terra a una
compartecipazione nella proprietà del suolo. In seguito a tali
persecuzioni e ad arresti ritenuti arbitrari, i contadini di Oggiono
dichiararono lo sciopero che si prolungò per qualche settimana
senza dar luogo peraltro a incidenti degni di nota; l'autorità
si limitò a mandar truppe sul luogo745. Tra il marzo e
il luglio si verificarono invece gravi tumulti tra i contadini a
Cavarzere e ad Adria (Polesine), in seguito all'applicazione della
legge che reprimeva gli abusi del vagantivo; vennero sedati con la
forza, ed operati moltissimi arresti. Altri disordini si verificarono
a Ostiglia (Mantova), a Geranzano (Milano) dove i braccianti si
presentarono ai proprietari, reclamando un aumento di salario e non
ristettero da violenze, a Frascati746. A Sulmona, nell'agosto
1871, s'ebbe a deplorare una sollevazione di contadini contro gli
esattori della tassa sul macinato747. Disordini preoccupanti
dovuti alla disperata miseria e disoccupazione dei braccianti si
verificarono nel Polesine, nell'aprile 1872748. A Ronco
Canneto (Parma), il 9 aprile, duecentocinquanta risaioli
abbandonarono il lavoro e, recatisi in una vicina risaia dove
lavoravano dei braccianti venuti da Reggio, li costrinsero con
minacce ad allontanarsi. I carabinieri arrestarono i promotori dei
disordini749. Nei mesi successivi i tumulti si fecero piú
frequenti e piú gravi.
Mazzini era morto. Ma non per questo
cessavano le violenti polemiche tra mazziniani e internazionalisti,
anzi s'invelenivano, acuendosi nei mazziniani il risentimento contro
quanti ritenevano responsabili di avere avvelenato gli ultimi giorni
di vita del maestro. Dalle polemiche si passò ben presto,
nelle province dove piú viva era la passione per la lotta
politica, alle risse e alle violenze personali; il 19 marzo, a
Ravenna, nacque un conflitto sanguinoso tra mazziniani e
internazionalisti750; agli ultimi dello stesso mese, a
Bologna, il notissimo mazziniano Antonio Fratti si batté in
duello con un giovane internazionalista751.
Il 5 aprile 1872, felice dello
sviluppo preso dall'internazionalismo in Italia, Bakunin scriveva una
lettera allo spagnolo Francisco Mora, che è un esplicito
riconoscimento del notevole vantaggio venuto all'Internazionale dalla
morte di Mazzini: «Voi sapete senza dubbio che in Italia in
questi ultimi tempi l'Internazionale e la nostra cara Alleanza hanno
preso un grandissimo sviluppo. Il popolo, tanto delle campagne che
delle città si trova in una condizione tutt'affatto
rivoluzionaria, cioè economicamente disperata e le masse
cominciano a organizzarsi in una maniera molto seria, i loro
interessi cominciano a divenire idee. Finora, ciò che era
mancato all'Italia non erano gl'istinti ma precisamente
l'organizzazione e l'idea. L'una e l'altra si costituiscono in modo
che l'Italia, dopo la Spagna, e con la Spagna, è forse il
paese piú rivoluzionario di questo momento752. Vi è
in Italia ciò che manca negli altri paesi: una gioventú
ardente, energica, completamente spostata, senza carriera, senza
uscita e che, malgrado la sua origine borghese, non è punto
moralmente e intellettualmente esaurita come la gioventú
borghese degli altri paesi. Oggigiorno essa si getta a corpo perduto
nel socialismo rivoluzionario con tutto il nostro programma, il
programma dell'Alleanza753. Mazzini, il nostro geniale e
potente antagonista è morto, il partito mazziniano è
completamente disorganizzato, e Garibaldi si lascia sempre piú
trascinare da questa gioventú che porta il suo nome, ma che
va, che corre infinitamente piú lontano di lui»754.
Il 17 aprile si aduna a Roma, per
iniziativa delle società operaie aderenti alla corrente
moderata, un controcongresso operaio, nel quale confluivano tutti i
nemici di destra del radicalismo mazziniano. Magnificato dai giornali
conservatori, i mazziniani cercarono naturalmente di screditarlo,
avvertendo che i delegati eran quasi tutti signori mentre v'erano
pochissimi operai755. Ma il numero stesso delle società
rappresentate (172 oltre a 30 aderenti) toglie valore alle loro
proteste.
Il 2 maggio si ebbe l'episodio piú
grave della lotta tra mazziniani e internazionalisti: a Lugo veniva
assassinato Francesco Piccinini, giovane ardente
internazionalista756. La voce pubblica attribuí il
delitto ai mazziniani né a tutti parvero sincere e credibili
le smentite dei giornali mazziniani, nonostante le sdegnose
deplorazioni di Aurelio Saffi757.
Il 5 maggio, a Torino, si adunava per
iniziativa dei mazziniani un Congresso delle società operaie
del Piemonte (presenti i rappresentanti di una quarantina di
società), nel quale gl'internazionalisti ebbero modo di farsi
una larga propaganda. La società torinese L'emancipazione del
proletario aveva presentato infatti il seguente quesito: «Della
necessità degli operai italiani di unirsi alla Società
internazionale dei lavoratori per procedere alla soluzione
dell'importante questione sociale, coi grandi principî
dell'universale fratellanza, i quali eliminano ogni gara di parte ed
ogni rivalità di sorta»; il quale, proposto alla
votazione come ordine del giorno758, non venne approvato, ciò
che provocò l'uscita dei delegati internazionalisti (G. Eandi,
direttore del periodico «L'Anticristo», Perino ed altri
dei quali s'ignora il nome); tuttavia il Congresso aderí a
un'altra proposta nella quale se si affermava «che il
sentimento italiano debba avere la precedenza su ogni altro nella
trattazione dell'emancipazione politica e sociale dell'operaio»,
si tendeva allo stesso tempo «mano fraterna all'Associazione
internazionale dei lavoratori...»759. E si noti che
questo Congresso di Torino venne considerato come uno scacco per gli
internazionalisti!
Ma erano – già l'ho detto
– tutti successi di parte bakunista. Uno dei fiduciari di
Engels, il Regis, scriveva a Londra da Ginevra il 13 maggio: «Le
notizie d'Italia mi giungono scarse e tristi. Voi conoscete in quale
deplorabile situazione si trovino le regioni Romagnole, e quale
influenza abbia acquistato il Fascio Operaio di Bologna, guadagnato
completamente alla causa dei jurassiens... È incredibile
l'energia e l'attività spiegata dai dissidenti, e l'opera loro
non è rimasta senza frutto...» Due mesi piú tardi
(10 luglio), urtato e deluso, Engels si sfogava con Cuno: «Gli
italiani devono fare ancora un po' di scuola di esperienza, per
imparare che un popolo tanto arretrato di contadini, come loro, non
fa che rendersi ridicolo, quando vuol prescrivere agli operai dei
popoli dalla grande industria, come devono contenersi per giungere
all'emancipazione...»760.
Nell'estate del 1872 Bakunin poté
raccogliere i frutti del suo lungo apostolato, ché il 4 agosto
si riuní a Rimini il primo vero e proprio Congresso
internazionalista italiano, presenti i delegati di ventun
sezioni761. Tullio Martello volle sostenere esser la maggior
parte di quelle sezioni puramente nominali: bastava che in un luogo
fossero un paio d'internazionalisti perché in quel luogo si
proclamasse tosto l'esistenza d'una sezione in piena
regola762. Ma il tempo, col crescente sviluppo
dell'Internazionale, gli dette torto. Egli ignorava altresí
che non tutte le sezioni allora costituite parteciparono al
congresso: dalle ricerche eseguite mi risulta che, a mezzo il '72,
funzionavano, oltre quelle menzionate nei resoconti del congresso,
almeno altre ventisette sezioni dell'Internazionale763; né
presumo di avere esaurito tutto il materiale utilmente consultabile.
Si può dunque ritenere non troppo lontana dal vero la notizia,
generalmente ripetuta, che nel 1872 esistessero in Italia un
centinaio di sezioni internazionaliste764.
Carlo Cafiero, di fresco convertito al
bakunismo765 venne acclamato presidente dell'importante
congresso, il giovanissimo Andrea Costa ne fu il
segretario766. I congressisti dichiararono costituita la
Federazione italiana dell'Internazionale; avvertendo che
coll'aggettivo italiana non volevano intenderla limitata nei
confini della nazione (ciò che avrebbe avuto un significato
contrario al loro ingenuo e radicale internazionalismo), ma porre una
semplice distinzione categorica. Si schierarono compatti per
Bakunin e la causa dell'Internazionale autonomista contro il
Consiglio generale di Londra, che aveva tentato imporre «a
tutta l'Associazione internazionale dei lavoratori una dottrina
speciale, autoritaria che è precisamente quella del partito
comunista tedesco»; dottrina che era «la negazione del
sentimento rivoluzionario del proletariato italiano». E, nel
mentre che rompevano ogni solidarietà col Consiglio generale
di Londra, «affermavano tanto piú la solidarietà
economica con tutti gli operai». Si rifiutarono altresí
d'intervenire al Congresso generale dell'Internazionale, indetto pel
settembre 1872 all'Aja, convocandone invece uno antiautoritario a
Neuchâtel.
Il congresso s'intrattenne anche sulla
questione dello sciopero, dichiarandolo poco utile dal punto di vista
economico, ma fecondissimo per svolgere il sentimento di solidarietà
fra i lavoratori; e si chiuse, inviando un indirizzo di plauso e di
saluto a Bakunin, «all'infaticabile campione della rivoluzione
sociale»767.
Col Congresso di Rimini la crisi del
mazzinianismo si aggravava: non piú si aveva a che fare con
pochi giovani dalla testa calda, ubriacati dalla Comune; ma con un
organismo battagliero e bene ordinato.
Se il nucleo dirigente delle sezioni
era costituito da elementi intellettuali, la loro forza – e la
minaccia che rappresentavano per l'ordine sociale – era
costituito dagli operai e dagli artigiani, che vi si iscrivevano
sempre piú numerosi e che nella lotta di classe riponevano
ormai ogni loro speranza768.
In poco piú di un decennio, le
condizioni dell'ambiente sociale in Italia si erano profondamente
mutate.
Il tentativo fatto da Mazzini per
interessare i ceti medi alla questione operaia e risolverla con la
collaborazione della borghesia era fallito per deficiente attività
sua o per insufficienza intrinseca. Il materialismo si era largamente
infiltrato nella gioventú colta. Lo sviluppo industriale, con
le inevitabili crisi iniziali, trasformava l'artigianato in
proletariato e determinava la formazione sempre piú evidente
di un sentimento classista. Sulla scena delle lotte economiche
andavano affacciandosi le masse agricole, rigenerate
dall'emigrazione, dalla leva, dalla sempre piú diffusa
istruzione. Un modesto giornale, «La Plebe», andava
coltivando il primo e quasi unico germoglio del socialismo
evoluzionista769. «Bignami – scriveva Engels il 2
novembre 1872 – è il solo individuo che abbia preso il
nostro partito in Italia... Abbiamo il suo giornale in mano nostra.
Ma si trova nel bel mezzo degli "autonomisti" e deve
prendere ancora qualche precauzione»; e il 16 novembre:
«Guardate se non sarebbe possibile di mandarmi pieni poteri per
l'Italia. Colla lotta che ferve in quel paese, dove i nostri non
formano che una piccolissima minoranza, sarebbe assai desiderabile
che si potesse intervenire prontamente». Infine, il 4 gennaio
1873, comunicando l'arresto avvenuto nel dicembre dei principali
redattori della «Plebe»: «È della piú
alta importanza che Lodi sia sostenuta dal di fuori; è il
nostro posto piú solido in Italia, e ora che Torino non dà
piú segno di vita è il solo su cui si possa contare...
Se perdiamo Lodi e "La Plebe" non avremo piú neppure
un pied-à-terre in Italia»770.
A Lodi si murava allora, sotto
l'influenza piú che di Marx e di Engels del profugo Malon, la
prima pietra di un grandioso edificio, che sarebbe sorto vent'anni
piú, tardi: il partito socialista italiano.
Intanto l'Associazione internazionale,
spezzata in due opposte tendenze dal dissidio Marx-Bakunin, dopo il
Congresso dell'Aja (settembre 1872), spostava il suo centro direttivo
dall'Europa in America e quindi decadeva rapidamente.
Con la sua fine si chiude la prima
fase del movimento socialista in Europa.
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