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CECCARDO E LA MORTE DEL CARDUCCI
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Val di Castello, formata dagli speroni di monte Prano e dei monti di Farnocchia e di Sant'Anna, anticamente fu detta Valle buona. Nell'antica Valle buona i frati Agostiniani ebbero un eremo chiamato di Santa Maria di Val di Castello; una tradizione, forse più singolare che veritiera, narra come in questo Cenobio si rifugiasse, dopo aver vestito l'abito agostiniano, per sottrarsi agli Angioini, il celebre Matteo di Termes, ministro del Re Manfredi, che aveva combattuto alla battaglia di Benevento e che fu creduto ucciso nel furore della pugna.
Per una via tortuosa, che ventotto anni fa, pei rovesci continui d'acqua piovana, mostrava i dorsali petrosi, la quale, proprio dirimpetto al cimitero di Pietrasanta, si stacca dalla via rotabile comunale per ingolfarsi nelle chiostre Apuane, si sale al paesetto nativo di Giosuè Carducci, «il mio Val di Castello».
Ventotto anni fa, – era appena morto il Carducci, – in una giornata velata di tedio, tra le rotte fiatate del piano acquitrinoso che si addossavano al grande schienale del Gabberi, sfaldandolo, in filaticci di garza, e un'acquerugiola che scioglieva il grigiore degli olivi e fondeva l'argento dei tremuli pioppi, gli «Apuani dalle ali di falco», con in testa il poeta e «Generale» Ceccardo, a capo scoperto, col pallido viso mezzo di pioggia e di lacrime, nelle cui mani verdeggiava un groviglio di ginestre e di pino, salivano alla casa dove a dì 25 luglio del 1835, alle ore undici di sera, nacque Giosuè Carducci.
Sulle ceppaie di castagni secolari, e i cantonali delle rare casette, c'erano impastati di fresco, ancora allumachiti dal pennellone dell'attacchino, i manifesti che annunziavano la morte di Giosuè agli increduli valligiani.
Uno di questi manifesti, assai lungo e fitto, richiamò la particolare attenzione di Ceccardo, che, ordinata la sosta al manipoletto dei fedelissimi, lesse ad alta voce: «Alla terra benedetta che ebbe la grande ventura di dare i natali a Giosuè Carducci, che rinnovò nell'Italia nuova ed eterna, giovinezza e fiorente rigoglio delle sue meravigliose energie intellettuali, vada oggi, nella tragica ora del dolore, il saluto reverente e commosso della Camera dei deputati. La memoria del Grande Estinto che accomuna l'Italia e Pietrasanta nella stessa irreparabile angoscia avrà culto perenne e sarà fulgido esempio per le generazioni future. Presidente Marcora».
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Tra il ciuffo delle metalliche ginestre e dell'odorifero pino c'era il modulo di un telegramma che Ceccardo, poche ore prima, aveva spedito al ministro della Pubblica Istruzione d'allora, Luigi Rava: «Propongo, in nome giovani poeti, spoglia immortale Maestro sia trasportata Roma – Nel Foro vegliata una notte – tumulata all'Aurora al sommo dell'arco di Tito. Ave. Ceccardo Roccatagliata Ceccardi».
Ogni poco il poeta (com'era suo costume) si fermava, traeva dalla corona il modulo e leggeva e declamava l'eroico telegramma, ora a un innocente pastore che parava la greggia su per i pendii di Montereggio, ora a un contadino legnoso e strano che di sotto una gronda aspettava che la pioggia cessasse, ora a un carrettiere che transitava sulla via.... Il periodo e l'idea riquadravano al poeta, di solito incontentabile, che anche quando rimaneva con noi soltanto martellava sonoro: «Tumulata all'Aurora, al sommo dell'arco di Tito!». E roteava il vivido occhio cerulo orlato di rosso sul manipoletto per soggiogarlo e dominarlo.
Il manipoletto degli «Apuani dalle ali di falco» s'era congregato sulla via di Val di Castello per andare a prendere possesso della eredità degli affetti lasciati da Giosuè Carducci sollecitata da una «correntale» di comando (un pezzo di carta marginale del conto di una trattoria) affidata a un messo di piè veloce dal Ceccardo medesimo.
Le vie di Val di Castello erano deserte; gli uomini alla cava, le donne alla selva, i ragazzi alla scuola, qualche vecchio cavatore mezzo cieco ascoltava stupito il passo, marziale di questo manipolo che faceva il viottolone impietrato che dall'umile casa va alla chiesa.
Dalla siepe di mortellino che circonda la casa del poeta fu tagliato, un ramo che, legato tra il ramo di pino e la ginestra, fu inchiodato sotto la lapide che ricordava che, proprio lì, era nato Giosuè Carducci.
Il Gabberi ci apparve, visto così da vicino, come un grande leone di pietra apuana che, poggiato al bastione alpestre del Matanna, stendesse la coda su Lombrici rocca di Roma e che allungasse, nel fiero atto del suo riposo, le zampe unghiate sul greppo su cui nereggiava la casetta di Giosuè.
– Amici, io mi sento venire. L'Ombra è accigliata. Ombra.... nobil ombra....
Ceccardo delirava a delle chimere. Egli era un carducciano di concetto, di dottrina, di sentimento. Per Ceccardo, Giosuè Carducci non era il Nume fantastico creato dall'ardente, commossa e imaginativa anima di un primitivo, ma era il Nume vivente che riassumeva nel gran cuore la fede magnanima ed eroica, l'energia di una stirpe, e quando il Nume leonino, nel grande e attonito silenzio di tutte le cose, atteggiava la mano a un gesto di consenso o diceva una parola moderatrice o incitatrice, il gesto e i detti erano per Ceccardo come di un oracolo infallibile.
Nella deserta Val di Castello, di fronte a un manipoletto di trascurati, Ceccardo (degno discepolo del Maestro apuano) rinnovava, al cospetto di una moltitudine immaginaria, un realistico rito ellenico.
Ceccardo quando era preso dai puri spiriti della poesia parlava da solo con l'impeto e l'impegno e l'anima, come avesse avuto davanti a sè l'Italia tutta. Quanti brani di altissima prosa che oggi arderebbero inconfondibili nel sole sono stati sparpagliati dal vento per queste chiostre apuane! – «No, giovani poeti, la sua spoglia non deve giacer a piè del colle ove i celti rossastri lavaron lor strage nel fiume che chiamarono Reno, nella pace della bianca Certosa. No, giovani: trasportiamo noi la sua spoglia a braccia, ravvolta nel tricolore, tra una selva di bandiere e di rame di alloro e di quercia, trasportiamola a Roma: e a Roma, nel Foro deponiamola sotto l'arco di Tito tra i bassorilievi infranti alla prima nuova dell'editto di Costantino, sul limite ultimo di quella via Sacra per cui la vittoria dei Cesari passò con le grandi aquile sulle aste dei legionari reduci dai confini del mondo, e coi trofei dei re barbari prigioni; deponiamola laggiù nel Sacro silenzio del Foro e vegliamola una notte. Con noi tutta l'Urbe veglierà, fremente amor di Patria e fantasmi di gloria: e tutta Italia quindi intorno al nostro desiderio mandando quant'Ombre di eroi le sue zolle racchiudono.
«E quando l'Aurora vesta di roseo lume i cipressi del Palatino, risolleviamo a braccia, noi giovani poeti, la sua fredda spoglia e muriamola lassù entro il sommo dell'arco di Tito.
«Egli è di Roma: e Roma deve concedergli tal gioia di quiete suprema.
«Lassù a mezzo il Foro sull'altezza di un arco glorioso. Ei può attendere lunghi anni vegliando i destini d'Italia, indigete Nume.
«Talor consolato le notti di luna da una timida vestale che sotto l'arco salirà pensosa dalla prossima Casa rilevando il bel volto marmoreo, che s'ebbe al lato dell'occhio infranto dallo scalpello vendicatore, il ricciolo sacro al rito, attenderà che passino travolte dal fiume del tempo le generazioni dei Nani e dei Coboldi».
I poeti, che tal volta son vati, hanno il presentimento del mutamento dei tempi e dei costumi dei popoli. Ventotto anni fa, nella squallida e deserta Val di Castello, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, – Giosuè Carducci era stato appena assunto tra i Numi della Patria, – presentì i tempi in cui dal Foro sarebbe stata rilevata anche la scure per alzarla sulle aste dei nuovi legionari che, dalla via Sacra, muoveranno verso i confini del mondo.
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Dopo il rito, il manipoletto apuano iniziò la discesa verso il piano; qualche tricolore abbrunato aliava sugli oliveti prossimi alle: case. Sulla rossa torre di Donati Benti, che s'estolle al cielo dal cerchio delle mura di Pietrasanta, sventolava il gonfalone comunale, e il campano scandiva tocchi rari, mortuari; s'udivano anche delle fanfare intuonare marce funebri. Quando giungemmo alla sfociatura del cimitero (isola di neri cipressi sul piano rosso di feraci terre) scorgemmo il mare e la battima; le lunghe stive dei marmi allineate intorno ai pontili di carico davano l'idea di cimiteri d'eroi sepolti vicino al sonante mare.
– Che un dì possa raccogliere la mia fretta raminga entro il silenzio.... – Ma subito riscossosi fiammeggiò su di noi un'occhiata leonina: – Domani parlerò degnamente di Lui.