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Mio padre si chiamò Rinaldo e mia madre si chiama Emilia, nati alla Pieve di S. Stefano, paesetto situato tra i monti della Lucchesia.
I miei antenati e mio padre e mia madre, fino a che non discesero al mare, per motivi di cui parlerò lungamente, furono contadini e pastori ed ebbero sacri la stalla e l'ovile.
Io sono nato nella Darsena vecchia in Viareggio, la sera di Tutti i Santi del 1882. Sono stato battezzato il giorno seguente, che è quello dei Morti, al fonte battesimale della chiesa di San Francesco. Furono miei compari i coniugi Chevalot, i quali erano servi di Don Carlos di Borbone al cui soldo era pure mio padre. Mi chiamo Lorenzo perchè così si chiamava il mio compare, mi chiamo Romolo perchè Romola si chiamava la mia comare, e mi chiamo Santi perchè mia madre volle mettermi anche questo nome augurale.
La mia comare, alta, flessuosa, dai capelli del colore delle foglie d'ontano nell'ottobre, con gli occhi vellutati, diverbiava sovente col marito, testa impomatata, viso glabro, profumato di canfora, a cagione ch'ella, sterile, voleva ch'io fossi chiamato Romolo.
– Mais non, mais non, voyons – diceva seccato il marito. Allora la leggiadra Romola s'impermaliva e piangeva anche.
Ero già allevato, e camminavo spedito, e il cervello riteneva già le impressioni. Ricordo bene che quando mia madre mi portava al "Palazzo" i diverbi tra i miei compari si riaccendevano: lei lacrimosa mi chiamava, quasi angosciosamente, Romolo, e lui, stizzato, mi chiamava Lorenzo. Mia madre, per equilibrare, mi chiamava Santi.
Mia madre allora, non ancora flagellata dalle amaritudini, nè raccorciata dal tempo, era alta, rassodata dai trent'anni che aveva trascorsi tra la selva e la semina, la forca e la lettiera delle pecore, il lezzo dei manti e il profumo dinervante dell'erba peporina, coi pomi del petto di marmo, gli occhi balenanti e un sorriso granito che, arrossendo, nascondeva dopo il dosso delle mani onde nascondere le sette finestrelle che si erano aperte nella sua dentatura nel tempo ch'ella m'ebbe a concepire. Dopo ch'io venni al mondo ella sorrideva in penombra: sette denti: la prima intaccatura di quella statua, la prima scalfittura su quel dipinto facile e carnoso di Guido Reni.
Mio padre, allora, non scalpellato dai patimenti nè mortificato dalle umiliazioni era florido e tarchiato. Le sue mani erano ancora scabre e terragne, e avevano ancora il cavo della giomella di quando egli si abbeverava, a mani accoppiate, su per le selve con l'acqua che pollava limpida dai canali. Il sorriso del servo stonava su quel volto bronzato e duro.
La camera contrassegnata col numero 18, nell'andrione della servitù o – come bonariamente dicevano nel "Palazzo" – della "Canaglia", era la sua: quel lettuccio da educandato, protetto dal velo della zanzariera, lievitato di lana soffice, appestata dalla carbolina, col guanciale spiumacciato, di quelli che, quando ci si posa sopra, il capo sembra che diventi di pietra, era il suo giaciglio. I servi, tra femmine e maschi, erano trentasei: Italiani, Spagnuoli, Austriaci. L'appellativo globale di "Canaglia" non doveva essere dispregiativo, perchè ricordo bene che la "Padrona", la Duchessa di Parma Margherita di Borbone, quando incontrava il cuoco gli chiedeva premurosa : – Cosa hai fatto oggi per la "Canaglia"?
Tra la "Canaglia" non erano compresi tre tipi strani che vivevano come straniati ed esiliati nel "Palazzo". Il "signor Francesco", uno spagnuolo basso, apoplettico, fulvo di pelo, congestionato, misantropo, il quale grugolava sempre come un pentolo di castagne quando stanno per spiccare il bollore. Se noi ragazzi lo si fissava in viso, egli bofonchiava iroso – Caraco! Poi v'era il "signor Squarza", obeso, biondo-canario che vaniva nel bianco, asmatico: egli si recava sempre ansimando a fumare delle sigarette medicate sotto un grande viale di platani secolari. Egli vestiva sempre di nero, con la camicia e il cravattino tanto bianchi che sembravano di marmo statuario. Il "signor Squarza", camminando, boccheggiava come un luccio. Il terzo, era il "signor Orticosa": dritto come un cero, barba sagginata, viso maculato come da una raffica di cruschello, magro, rigido, inflessibile, assorto. Egli si distraeva suonando, nelle ore di quiete, una vecchia spinetta che era nella Cappella; le sue dita scarne affondavano lente i tasti, gli occhi, al disopra delle lenti, francavano le note sulla partitura.
Una figura d'alto rilievo era, nel "Palazzo", il Generale Don Isidoro De Iparraguirre y Portillo, vecchio adusto e scarno, bianco di carne e di pelo, che aveva folto su tutto il viso, anche sugli zigomi, anche sulla fronte arida come il cuoio sugatto. Le ciglia l'aveva così folte e spinose che gli occultavano del tutto i suoi occhi nero-minerale. Il colletto, alto, inamidato, era frangiato dai peli del petto che quelli erano nerissimi e criniti. Anche dai polsini, che sembravano di pietra, spuntavano dei lunghi peli neri, le mani mortuarie, gialle, scheletrite, eran tutte pelose e secche. Dei catarri stizzosi fischiavano alla gola del generale, scorciandogli il fiato. Egli, da vecchissimo, cominciò a gemere bava allumachita dalla bocca, accenciato sopra una poltrona imbottita; delle strane allucinazioni gli facevano sgusciare gli occhi fuori dalle spine e questi sembravano di piombo e biacca. Un servo rullava la poltrona sul pietrato del giardino; le braccia scarnite del generale, poggiate sui braccioli, ciondolavano le mani; egli, strutto dentro un vestito di salda, dondolava il capo sul petto, sbavando la camicia. Il vecchio, generale dell'insurrezione carlista, nei conati estremi si riversava sulla sponda della poltrona e brandita, a guisa di spada, la sua canna di bambù, la roteava come per un'ultima difesa in una battaglia disperata, sciangottando: todos, todos, todos. Poi, si rovesciava col capo ciondoloni come uno che sta per essere suppliziato, vaneggiando: El prisionero el sta para ser ajusti....ciado. Il generale Isidoro De Iparraguirre morì in un giorno di sinibbio del febbraio del 1895. Dopo l'esposizione della salma e la benedizione impartita nella cappellina, un carro funebre lo trasportò nel Cimitero di Viareggio. Durante il tragitto, lungo il viale tenebrato dalla boscaglia, dei frati di San Francesco recitavano l'uffizio dei Morti. La "boina" carlista – specie di berretto basco – come una luna celeste, spiccava sulla chiudenda del carro. I confratelli della Misericordia, con le torcie a vento, mettevano, tutti neri com'erano, una stampa di Goja sul bianco della via maestra; nella cassa di castagno, come la nocciola entro la polpa vizzita di un frutto, dondolava il capo lo spettro del "Generale".
Tredici mesi dopo la sua morte, sulla tomba del generale, situata nella navata più remota del Cimitero, fu murata una lapide su cui a bassorilievo, furono scolpite, la spada, la sciarpa, la "boina", con questa epigrafe:
A LA MEMORIA
DE MI INOBLIABILE
DON ISIDORO DE IPARRAGUIRRE Y PORTILLO
SU AGRADECIDO
La superstiziosa "Canaglia" asseriva che di notte tempo il generale appariva nel parco tentando di passare a fil di spada chiunque si fosse avvicinato a lui.
Tra i personaggi, v'era anche il Conte De Lassuenne, il quale vestiva sempre di nero con la camicia bianca e il cravattino bianco – questi personaggi ricordavano stranamente delle statue a bianco e nero. Non posso ripensare a loro senza dissociarli dal marmo e dalla pece. Il Conte pareva di pietra, rigido e specchiante com'era. Il Conte doveva essere sulla sessantacinquina d'anni perchè il suo cranio era lucido e mondo come una palla d'avorio; dai parietali, passando sotto il dente della nuca, lo incoronava una chioma di colore tabacco – è d'uopo si sappia che io fui garzoncello del barbitonsore che serviva i personaggi del "Palazzo" –. Quanta cura poneva il mio padrone a servire il Conte! La sua carne accapponita sgranava sotto il rasoio per nulla; guai ad essere andati contro pelo, i porri sanguinavano subito. Ma la cura maggiore il mio padrone, di cui parleremo a suo tempo, la metteva a salvare, quando con le cesoie li scortava, un centinaio di capelli lunghi una spanna, che il Conte faceva crescere sul crinale del parietale destro per farli poi rovesciare, impomatati, su quello sinistro. Dopo il servizio, la voltata del cranio del conte era striata di filetti neri. Per contrasto, egli aveva dei baffi foltissimi, che il mio padrone sapientemente sfoltiva a punta di forbice, con molta maestrìa e li arricciolava in punta col ferro caldo.
Mi colpì il matrimonio di questo signore, celebrato nel "Palazzo". Una signorina bionda, occhi ceruli, labbra color rosa, snella, ben partita, un palmo più alta di lui, gli andò sposa. Ella, quella mattina primaverile, tra canti, zirli e il vorticoso sciamare delle rondini, passò nel parco come una fata tutta bianca e oro; lui tutto nero, lampante, col bianco della camicia e della carne marmata incatenato al braccio esile di lei, dava il senso di un calabrone che salisse sopra il ramo di un biancospino fiorito.
Il corteo era uno spettacolo; le quattro principesse giovinette, tutte vestite di bianco spuma di mare, screziato dai capricci del maestrale, principesse borboniche dal taglio maestoso, aggraziate dalle risvolte di grandi crespi bianchi: "la Sovrana" Margherita di Parma, moglie di Don Carlos di Borbone, madre di loro, incedeva maestosa: il profilo intrepido non risentiva della soavità del rito. Ella indossava un abito di trine di sete crude, che era come un ricamo di travertino sopra un corpo bene architettato. A una certa distanza, venivano i signori descritti: Francesco, Squarza, Orticosa e un frate francescano col saio color macubino: un tronco disseccato in un subisso di fiori. Dai cancelli del parco, osservavano stupefatti la scena tutti i figli della "Canaglia".