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Il "Palazzo" era in mezzo a una selva millenaria, la lucus Feroniae dei romani; dirimpetto all'edificio di stile granducale, c'era una quinta di lecci, tagliata da un viale erbato che sfociava al mare immimente. La selva, essendo sotto il tiro dei cannoni, era selvaggia; di frequente, dalle prunaie, uscivano i cinghiali dagli occhi di brace. Una desolazione maremmana con acque morte in stagni profondi, con fossatelli magri d'acqua nocente, desolava la marina. Quando le gru a stuoli si levavano verso il padule, il bosco cantava arrochito. Ricordo, in quei giorni grigi, di essermi qualche volta imbattuto con Don Carlos il quale cavalcava sulle dune affissando il mare sterminato, palpitante. Il monte Corvo, con tutta l'insenatura del Magra, con i castelli di Aghinolfo e d'Ignoso, dovevano ricordargli la Spagna: le isole della Pianosa, della Capraia e della Gorgona e il Capo Corso emergente lontano lontano, gli riaccendevano certo in cuore un epico clamore insurrezionale. A volte, egli rimaneva immobile come una statua di basalto e guardava il mare da poeta. Allora ai miei occhi egli appariva gigantesco e smisurato. Rigoglioso e potente, audace e triste, il suo volto balenava d'orgoglio e d'ineffabile languore.
Amavo il mio padrone. Don Carlos, maschia figura di gentiluomo, di guerriero e di re, era alto due metri ed incuteva subito rispetto e timore: ben proporzionato di membra, chiuso nella divisa nera, aderente sul corpo come la scorza su di un tronco, coi gambali e gli speroni, egli si sarebbe attagliato entro una sagoma del Bronzino: la testa, eretta sul collo gagliardo, era intrepida con gli occhi velati di languore, occhi vivi, umani, penetranti, pieni di fatalità. La barba aveva nerissima, lucida come l'ebano, ravviata ma intonsa; la boina carlista portata lievemente inclinata, gli velava di celeste la carnagione d'avorio. Sotto il cappotto l'ampio petto s'arcuava vigorosamente, le mani solide e femminili serravano una i guanti e l'altra l'elsa della spada rilucente. Quando caracollava nel viale dei lecci, in arcione a un cavallo arabo, sembrava un dipinto di Van Dick.
Al suo apparire, la gente timorata s'infoltava nella selva, ma se qualcuno più ardito si poneva sul saluto, egli rispondeva con un inchino anche ai più umili accattoni. Egli era taciturno e pensoso. Quando era fra i famigliari sollevava lo sguardo sempre a cose lontane.
Di qua e di là, il "Palazzo" era fiancheggiato da due platani colossali, sicchè parevano due giganteschi candelabri di bronzo inverdito su cui si posavano gli uccelli che venivano di là dal mare. Delle liane abbarbicate al tronco dei lecci, mettevano nel parco delle fantastiche serpi che brucavano il fogliame; ciuffaie d'oleandri, magnolie e fiori di profumo snervante si addossavano a un muro tutto coperto di edere; in terra c'era la borraccina alta che pareva di camminare sopra un tappeto. Ogni tanto stupiva il biancore di una statua su cui si rampicavano delle lucertole e dei ramarri; ricordo che quella di un vescovo col pastorale e la mitria m'incuteva paura. Le scolature dell'acqua sul viso mi davano l'idea ch'egli piangesse sempre. La chiesa era addossata al "Palazzo", tutta di marmo bianco a strisce celesti e rosa, con una lunetta a mosaico sotto l'architrave; di fuori si vedeva tralucere dai vetri sempre una luce laccata.
Nel parco, dietro al "Palazzo", gli alberi ramificavano fitti, nell'intrigo i vettoni rimettevano verso la terra, dentro le ciuffaie c'era un canto perenne di uccelli. I falchi marini e le arsavole vi passavano ad armate. Gli opranti eran tutti contadini dei posti vicini, gente trita e contrita, servizievole e devota. La sera, smesso che avevano di lavorare, ascoltavano la novena inginocchiati sul pietrato davanti alla chiesa.
La chiesa era anche il Mausoleo dei Borboni e dei Duchi di Parma e di Lucca: le tombe una sull'altra, spaziate dai bei lastroni di marmo nel breve ambito di una cella, occultate da una tenda di broccato rosso erano rischiarate dai bagliori diacci di una vetrata di lastre smerigliate che filtrava su loro una luce argentata.
Dalle pinete veniva l'odore della ragia di pino, acre come il fumo di una torcia a vento.
Lì riposavano Enrico di Borbone Conte di Bardi, S. A. R. Maria Pia di Borbone Duchessa di Parma, S. A. R. Roberto di Borbone Duca di Parma, Piacenza e Guastalla, e Anastasia, Augusto, Ferdinando Principi di Parma, S. A. R. Luisa di Borbone. Il sarcofago in cui riposava Carlo III di Parma, Principe di Spagna, ucciso a Parma nel 1854, era addossato alla fiancata della chiesa ed aveva dirimpetto quello di suo padre Carlo Lodovico di Borbone Duca di Vienna e di Lucca.
Se qualche visitatore penetrava nella Cappella, sentiva sotto i suoi piedi risuonare il boato d'antiche tombe come campane d'argento e gli rispondevano quelle d'oro occultate dalla volta stellata. I nomi scolpiti sui lastroni e le parole colmate d'oro di zecchino, lucevano come illuminati dall'inferno delle tombe. La figura di Carlo III, reclinata sull'omero, coperta dell'ermellino, partito in pieghe di grande dignità, pareva sollevata da un vasto respiro.
Andavo sovente ad alzare la tenda di broccato; i nomi delle città scolpiti sulle tombe: Cannes, Madrid, Bolzano, Warteggel, Biarritz, Vienna, Gaeta, Bilbao mi facevano sognare viaggi in terre lontane, nel torpore dell'incenso mortuario. Il profumo dinervante dei fiori avvizziti nel chiuso, l'aria densa di incensi, riducevano come di marmo e l'alito diacciava.
Mio padre nella camera numero 18, tra il sito della canfora perdeva il profumo della terra.