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Perchè mio padre scese al mare?
Dirimpetto al "luogo" ov'egli e i suoi travagliavano da secoli, da stella a stella, in vetta al colle di San Martino in Vignale, c'era il palazzo di Maria Teresa Fernanda Felicità di Savoia, l'inconsolabile madre di Carlo III, Duca di Parma, trucidato da Antonio Carrà. Maria Teresa, nata nella Reggia, non potè vivere conforme alle ragioni del suo cuore. Adolescente la portarono in Sardegna e le fu poi doloroso il distacco, tanto che, durante il viaggio fatto su di una nave inglese, pianse ininterrottamente fino a che non approdò a Genova. Fu lieta soltanto quando nella Reggia di Torino le fu assegnato un piccolo appartamento remoto dov'ella poteva vivere lontana dai rumori del mondo, con il cuore rivolto a Dio. La storia assolve il padre suo dall'accusa di aver contrastato la sua volontà. Le sue nozze, che le dettero frutti di amaritudini continuate, furono combinate dalla madre quando Maria Teresa Felicità era ancora pargoleggiante nella solitudine di Cagliari. Quivi comparve, un bel giorno, un principe giovinetto ch'essa non conosceva. La sua visita fu breve, e, partito che fu, la Regina Madre disse a Maria, benevolmente, ma fermamente: – Quel principe che era con noi, sarà il vostro sposo.
Il principe era Carlo Lodovico, volubile, morbosamente invasato di mobilità e, per temperamento, in contrasto stridente con la mite tranquilla bontà di Maria. Ella, pur rifuggendo tutte le effimere gioie del mondo, sacrificandosi assecondò i desideri del marito invasato dal moto perpetuo. Quando il 13 Marzo del 1826 morì in Roma l'ex Regina d'Etruria, egli si abbandonò ad una vita pazzesca, dimenticando doveri di principe e di marito: cacce, giuochi, orge e carnevalate e visite furono le distrazioni di questo spiritato. Egli andò a Vienna, a Dresda, da Wurtemberg a Brunswich, dall'Ungheria a Praga compiendo pazzie da scapestrato, mentre a Vienna Maria Felicità sempre calma, sempre buona, attendeva, pregando e umiliandosi, i ritorni dell'invasato, i quali erano forieri di altre fughe. Maria Felicità nel parco solitario del suo castello, curava come un fiore esile e con amore disperato il figlioletto Ferdinando che doveva poi essere ucciso.
Dentro le vuote stanze di San Martino in Vignale, ignara che il suo diletto figlio era stato assassinato, vestita dell'abito domenicano, Maria Teresa trascorreva la sua desolata vecchiezza. Ella, come per misterioso avvertimento del cielo, sentiva l'ultima speranza languirle nel cuore, i suoi grandi occhi cercavano l'unico essere adorato, il quale era già di pietra sopra un'urna quadrata. I singhiozzi di lei si univano al perenne lagno del canale della Croce, ingranditi dal silenzio della Valle del Rimortaglio; una quinta di funebri cipressi difendeva il palazzo dagli aquiloni marini: illusione di cimitero che adombrava le stanze. La pianta della morte, tra i frutici rossi e gli albatri, sembrava una nuvola nera che piovesse sangue. Le grandi querce centenarie, tra le prunache silvestri e i giovani arbusti, intrecciavano gigantesche corone di morte. La notte, quando il palazzo era tutto illuminato, pareva un grande catafalco in mezzo a dei candeli neri. Le civette facevano udire il loro lugubre canto. I verni grigi e piovorni, quando le fratte del Rimortaglio stupivano di intensi verdi e di nero, e le cime delle Pizzorne sembravano quelle del Calvario, e i tordi grigi sfalcavano dagli uliveti cinerei di Mutigliano, e le selve rintronavano delle schioppettate dei cacciatori di frodo, i contadini che poltigliavano nella terra grassa guardavano incantati il palazzo: tutti sognavano di allogarvisi come servi. Anche mio padre.
La umile Pieve di San Martino era là, nel fondo, piccola piccola, con gli archetti color d'ombra e i cipressetti sul piazzaletto della chiesa, il campanile di mattoni fioriti; confinava con una viottola color rosa che portava al Cimiterino simile a un orticello fiorito di ruta. Quando il campanilino suonava l'Ave Maria, la fiancatella bianca della chiesetta era corsa da un'ombra nera. Dopo venivano i servi.
Il palazzo giallo, con le cento finestre aperte, aspettava la preda. Qualcuno che vi passò vicino una notte asserì di avere udito urlare là dentro: – O morte! O morte! O morte, prendimi e portami teco.
Mio padre riuscì ad allogarsi come servitore nel Palazzo e lasciò la terra.