Lorenzo Viani
Il figlio del pastore

V.

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V.

 

Quando il 16 Luglio del 1879 si spense santamente Maria Teresa Felicità, il suo corpo vestito dell'abito domenicano fu per sua volontà trasportato a Roma e sepolto nella cappella dell'Ordine al Verano. Il servitorame passò al soldo dei Borboni nel "Palazzo" di Viareggio.

Mio padre non vide altra salvezza nella sua vita che nel servitorame; digrumarsi della melma impastata di lordura feconda e mettere sulla bocca il sorriso imbelle del mascherotto, lordarsi con gli abiti a strisce, galeottismo profumato di canfora e di radica saponaria.

La terra, la ferace terra della Pieve di Santo Stefano che sanguina dove la intacca il marrello, che sotto i geli del verno diventa d'acciaio maturando la sementa nel suo seno caldo; le selve, nelle cui ceppaie si arrovellano i picchi pertugiandole, quella del Rimortaglio che aveva dato le travature alla casa, il timone ai giovenchi, lo stilo alla vanga, l'arca alle spose, la cassa alla morte, videro le spalle di mio padre fuggiasco verso l'abbiezione del pane assicurato.

Pane di segale, pane di scandella, pane di granturco, pesante come il minerale, era stato sfornato per tanti secoli dalla bocca del forno sotto la nostra casa, confinante con lo stallino dei porci e l'ovile; quel pane che tiene l'acqua anche dopo la cottura, che abbraccia e riempie lo stomaco, che quando si mette in catana pesa e spiomba le spalle.

Quanta tela era uscita dal telare: tela di canapa di tiglia soda che rode la pelle come i pidocchi, che lima l'anche e le succide e le infiamma, tela ergastolana, tela da Tebaide, tela che eleva, tela con cui tutti i nostri antenati ci si fecero la cappa della Compagnia che sotterra i defunti.

Quanto vino era sprillato razzente dallo zipolo delle botti allineate giù nel celliere, botti capaci, acetate, incrostate di tartaro, dentro le quali, per il manfano largo come una finestra, mettendovi il capo quando son vuote, si respira vino.

Quanta lana avevano dato i manti delle pecore per lo stamo che le donne torcevano sulla rocca leccandolo con la lingua bollente e misurandolo coi palmi, quanti panciotti di maglia che ritenevano il lezzo delle pecore, quanti calzerotti a sette capi che ammorbidivano gli zoccoli rinceppati d'ontano.

Quante olive aveva tritolato la ruota del frantoio, cavata da un piastrone ruzzolato dalle piene della Freddana: olio verde che dava i raschiori, pizzichente; olio per tanto condime, spremuto dopo aver sverginato l'olive per quello Santo che aveva umettato le fronti e i polsi di tutti i nostri morti; olio che metteva una costellazione sulla zuppa di cavolo nero.

E quanta sansa aveva schiacciata la ruota di bardiglio, sansa che non brucia mai e che condisce l'aria col fumo.

I granturcai avevano gonfiato di lor foglie i sacconi e il pacciame della selva aveva imbottito i guanciali.

Scotta e ricotta aveva dato il latte munto al tramonto.

La bigoncia colma di salamoia, entro cui si saporivano i rocchi di ciccia del maiale, dava il condimento per tutto l'anno.

Sul "Luogo" di mio padre c'era la grazia di Dio.

Il padronato era caritatevole.

Le mele le davano ai porci.

I romiti si sdigiunavano sull'aia.

I miei porgevano a tutti.

 

La casa di mio padre era al di del Canale della Croce, precipitante tra piastroni piombati e botri. Alla casata di mio padre dicevano "quelli di Marco" perchè Marco si chiamava il padrone del "luogo". La corte, piastronata di pietroni bigi, sapeva dell'aceto che esalava dalle botti allineate in cantina. La bozzima con cui le donne ammollavano la tela sul tamburo del telare, spandeva la muffa del pane stantio. Il silenzio che vi incombeva quando tutti erano ad opra, era rotto dal grugolar dei maiali, l'aria era salata dal tanfo dello stabbio. Un vecchio contadino acciecato a cui dicevano Bastiano, stava seduto in corte, vestito di stoffa bigia, ruvida, sicchè pareva una statua fatta con la pietra che piastronava la corte, con le mani e il viso di marmo. Quando egli udiva la mia voce, mi chiamava a per sentire se ero cresciuto e mi carezzava con le mani fredde come quelle dei morti. La moglie del cieco, anemica e frolla, coi capelli sagginati, non potendo sopportare la luce, stava per la casa al buio e camminava tastoni sicchè pareva cieca, e così accudiva alle faccende. Quell'inferma per tutte le altre donne che si slombavano nelle scassate, terre selvose capovolte a colpi di marrone, era una signora.

Le pecore brucavano sul colletto sopra il "posto" e le manze si cibavano sulle redole verdi d'erbe tenerelle, le galline razzolavano sulle porche della segale e della scandella.

La casata di mio padre era senza aspirazioni. Tutta la progenie di lui si è estirpata. Quelli che presero la via delle Americhe son rimasti , sepolti e ignorati. Oggi, anche tutti quelli della corte sono ossa e terriccio. La casa di "quelli di Marco" è disabitata.

La tristezza di quella casa deve aver disamorato mio padre dalla terra. Quelli "di Marco" si cibavano a sudor di fronte. Il necessario non mancava loro; gli indumenti dovevano guadagnarseli portando di notte tempo dei fasci di legna dalla selva del Rimortaglio alla corte del padronato.

Tutti quelli della corte andavano al lavoro vestiti come galeotti, in capo tenevano un chiucco di cappello senza gronda, la camicia di ghineone tutta ripezzata e i pantaloni di mota e i piedi scalzi. Le loro mani erano pesanti come il macigno, ammaccate e callose; il viso schiappato di tagli, gli occhi vinti.

La sera, quando ritornavano dal lavoro, sembravano statue di schiavi plasmate in creta, che recitassero il rosario.

Le vegliate erano orride; vegliavano a lume spento: il cieco Bastiano stava come una paura sotto la cappa del camino, la sua moglie poggiava il capo spolpato sulle mani scheletrite. Era agghiacciante udire il cieco raccontare tutte le sere la sua sciagura. Ad un certo momento tutti s'inginocchiavano e, poggiando il capo sul pancone, dicevano il Bene. Si battevano il petto e urlavano; Mia colpa, mia massima colpa. Avanti di salire le scale, si sciaguattavano i piedi dentro una pila, poi si tiravano sul saccone di granturcali. Il dimani, scassando la terra, dovevano aver l'idea d'esser condannati all'infamia, che si scavassero la tomba.

In quello stato di abbiezione, mio padre sentì i primi palpiti di amore per mia madre che, con l'aurora dei capelli, armata del vincastro, cantando davanti alla greggia, tragittava il "luogo" di mio padre per infoltarsi nelle selve del Rimortaglio.


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