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A quelli di mia madre dicevano "i Fondora" dal nome del padronato: Fondora dei rami di Buonaccorso di Lazzaro Fondora, Coscio o Cosciorino, la cui moglie si adatterebbe ad essere Gentucca. Dal luogo dei Fondora si vedeva, spolverata nella piana, tutta la Lucchesia.
torreggiar Lucca a guisa di boschetto
e donnearsi col prato e col Serchio".
Anche di lì, tra lo sfondo degli alti cipressi, appariva, a man dritta, come la luce d'un tramonto d'opale, il chiarore del palazzo di Maria Teresa. Ma quei dei Fondora amavano il luogo.
Il palazzo dei Fondora, solenne come un altare, con due alti cipressi ai lati, bozzato di pietrame bigio, con la facciata bianco avorio che staccava sul grigiore degli olivi e il ferrigno della selva, aveva una scala a due rampe, balaustrate di marmo canario che portavano nel salone buono. Nature morte e le quattro Stagioni oleografate decoravano le pareti spaziose. Un orologio solare oltramontano, dalla nascita al tramontar del sole, segnava l'ore all'opre che travagliavano nei campi; quando mancava la luce, scandivano l'ore battute dal campanile della Pieve o da quello di San Martino in Vignale. Sotto una scarpata di pietrame, ardua come un baluardo, c'era acchiocciata la casa dei miei; il pozzo fondo, costrutto con ghiaioni politi dall'acqua corrente del Serchio, era situato al centro della muraglia. Il "Celliere", cella vinaia, (lo tuo celliere dee esser contro a settentrione, freddo e scuro, e lungi da bagno e da stalla e da forno e da cisterna e da acqua e da cose che hanno fiero odore) era situato lontano dalla casa come un piccolo santuario. Il vino del posto solatìo, maestoso, imperioso, che passeggia dentro il cuore e ne scaccia senza strepito gli affanni, era l'unico prodotto che il luogo desse doviziosamente e che poteva essere convertito convenientemente in denaro.
Lontana la stalla dove mugghiavano i giovenchi, lontano e ben sigillato dalla chiudenda di ferro il forno, lontano l'ovile che rende nella caldura il lezzo dei manti, lontano il pollame, lontani gli stallini dei porci.
Nel celliere c'era allogato anche il telare: quattro colonne di castagno rastremate da un telaio di noce, un tamburo di sorbo massiccio tralicciato di sottilissimi fili, due pedane e un grande sedile corale, la spola sempre accoccata al telo.
A volta a volta mia madre e le sorelle, tutte statuarie, si assidevano al telare e, come ispirate, lanciavano la spola dalla mano dritta a quella mancina sulle onde tenui dei fili. Anche il telare era sacro nella gran casata di "quei dei Fondora".
Quando il capoccia chiamava per un'opra: Onesta, Virginia, Carlotta, Faustina, Emilia e la madre rispondeva: – È al telare – quel nome non veniva più proferito per tutto il giorno.
Anche la casa degli opranti aveva il salone mattonato di pavonazzo come il soffitto travicellato di castagno rude e le pareti di pietra viva. Una gran tavola da Cenacolo e quattro panconi erano gli unici mobili del salone. Dal centro del soffitto pendeva un lume ad olio simile a quello delle Parche. Una Croce e una rama di olivo benedetto erano inchiodate sulla parete di fondo. Sotto alla croce si assideva mio nonno che pareva la statua del Tempo. Dirimpetto a lui si assideva la moglie, carnosa, salcigna, quartata, con la fronte decisa, il naso ad uncino, la bocca recisa, gli occhi d'aquila reale, i capelli bianchi tirenti, scriminati che si acchiocciolavano sugli orecchi. Al lato destro del padre erano sedute le figlie: Onesta, Carlotta, Emilia, Virginia, Luisa, Faustina; alla sinistra erano seduti i figli: Francesco, Raffaello, Gabriele e tutti gli opranti chiamati a travagliare per quel giorno sul "posto".
Nessuno schiavava i denti prima d'aver risposto alla orazione che guidava mio nonno. Lo rivedo col capo curvo, la gran barba annodata tra le mani incallite, insieme alla corona di dodici poste, solenne come un anacoreta dipinto da Ribera. La sera, quando Onesta, la figlia più alta, accendeva il lume e vi poneva contro una mano al riparo del vento, questa s'incendiava di lacche e il salone schiariva nel fondo un dipinto di Gherardo Delle Notti.
Il mio nonno sembrava un Patriarca: barba bianca, dell'aureo tono di chi l'ebbe bionda, occhi verdi, marmorizzati di celeste, alto e membruto colle mani scabre e insidrite come la scorza dell'olivo nel verno crudo; egli si esprimeva con la esperienza dei proverbi. Essendo il capoccia non era mai contraddetto da nessuno: "Chi vite innesterà, dormendo vino avrà" – "Per raccogliere bene bisogna ben seminare". "Il concime senza essere santo fa miracoli". "Chi raddoppia il concime raddoppia il luogo". La terra che sanguina sotto i colpi della zappa, che sotto i gelidi inverni diventa acciaio freddo e nel gran seno tiepido prepara lo scoppio delle gemme verdi, le selve dagli annosi tronchi videro la possente figura di mio nonno errare sul "luogo" col pennato attaccato all'uncino, zappare, ricogliere e proverbiare. Nei mattini lucenti di sole, quando le erbe sono lattate di brina e ogni festuca s'imporpora, egli, col tridente cavato dal ramo di un noce, capovolgeva la mucchia del concio fumante e pareva il sacerdote di un rito misterioso.
La Milla, – per le corti chiamavano così la mia nonna – sfaccendava per la casa intonando canzoni incomprensibili: o che rimuginasse le patate che bollivano per i porci in una gran caldaia, o che filasse alla rocca come una Parca stralevata, o che rovesciasse i bolliti sopra la conca del bucato, essa cantava ridendo e piangendo.
A volte, questo donnone spettacoloso, teneva nel grembo una montagna di mele e le faceva in quattro per i trogoli. I nepoti, dispersi per le città impietrate ed aride, cogli alberi di ferro battuto, la guardavano tagliuzzare quella verde grazia di Dio, invidiosi dei porci.
– Voi – essi dicevano – la date ai porci questa bella frutta e noi dobbiamo stare senza ad annate.
Allora la Milla piangeva come una vite tagliata e, quando i nepoti partivano, empiva loro le tasche di mele. Gliene dava un sacco e li accompagnava ai limiti estremi del "luogo" dolendosi: – Miserere di noi che si dà la grazia di Dio ai porci.
Era la Milla che trafficava sul coppo dell'olio per riempire la libbretta al colmo, tanto che doveva pulire la boccaiola riboccante ai capelli che lustravano come verniciati; era lei che condiva nei tondini la zuppa, uguale e all'uno e all'altro.
Ella non era la madre, ma la matrigna, quando Onesta, Virginia, Carlotta ed Emilia si rivolgevano a lei la chiamavano Milla, essa rispondeva affabile; gli altri la chiamavano mamma e, a volte, rispondeva arcigna.
Una mattina di aprile, mia madre, quand'ebbe parato le pecore su per le aspre fratte del Rimorteglio, si assise come un'antica divinità agreste sotto l'ombra di un gran leccio nero. Col pennato aveva prima tagliato una vetta di castagno in amore, la incise in fondo e cavò la scorza polita come una canna d'organo, vi fe' il foro, l'inzeppò in un tassello del medesimo legno e ne trasse dei suoni come di flauto.
Dai greppi del Rimortaglio si dominava tutta la Pieve e la vallata che rendeva la eco delle carra rotolanti sulle vie maestre e il mormorio del fiume, il quale si vedeva spolverare argento sui greti celesti.
In una insenatura fredda tra mortelle, quercioli e cipressi, su un verde agro c'era il Cimitero piccolo come un orto. Un nastro di seta rosa sottile e sinuoso, che pareva steso ad asciuttare sulla selva, lo congiungeva alla Chiesa. Degli incappati bianchi parevano uccelli posati sulle mortelle.
D'improvviso mia madre intonò un canto lene:
E quando la mia mamma mi cullava
O bimba sventurata mi diceva.
Povera donna, se l'immaginava,
Al mio stupore, ella disse impacciata: – mia madre è là. – Ed accennò il Cimitero.
Ritornati a casa quella sera guardai la povera matrigna con altro occhio e altro cuore. Ma lei non s'accorse di nulla e fece al solito delle grasse risate che finivano in lacrime di tenerezza.
Le sorelle di mia madre stornellavano sempre
Il fiato della tua bocca è gentile
garofanate son le tue parole
Mio nonno, a quello stornellare, crollava il capo: – Chi canta non conclude.
Egli amoreggiava col "posto": in un volgere d'occhio lo dominava. A levante lo limitava un canneto che lineava il corso di un canale, a ponente un ordine impetuoso di monti. Le prata brevi rendevano la pastura per le bestie, i campi tanto da campare la famiglia; il vigneto consolava la mensa di vino legittimo, pere e mele profumavano il solaio e la biancheria negli armadi. I giovenchi rifrangevano alla mangiatoia, la vacca riempiva di latte soave le poppe rosate, i maiali grugolavano al trogolo, le galline razzolavano sull'aia, il gallo zampava imperiale, i piccioni tubavano sotto le gronde. Mio nonno, nei giorni in cui il temporale lo chiudeva in casa, ritto sul soglio dell'uscio, amoreggiava col "posto" provvido.
Il "luogo" era il medesimo che ebbero i suoi in enfiteusi. L'ebbero anche prima, quando la terra aveva carattere di deposito che poteva godersi, ma non disperdersi o alienarsi.
Mio nonno lo teneva a mezzadria. Fanciullo, sotto la sapiente guida del nonno "capoccia", aveva visto più florido il "luogo". Le ragazze accudivano al gregge, lo pasturavano sui clivi, la sera mungevano accorte, zappettavano l'orto, aiutavano gli opranti quando questi salavano il porco. La madre tesseva in casa la lana per il verno e la cotonina per la state. Il fiasco del vino rallegrava sempre la mensa, il coscio d'agnello steccato d'aglio e rosmarino, la gallina, o l'uccellame, preso ai lacciuoli, sfriggolavano in teglia o bollivano in pentola.
Da vecchio affissando il posto, qua e là incolto, pensava al destino del gran parentado disperso su altri "luoghi", alle figlie maritate: Faustina coi sette figli allogata alla Pieve, Onesta coi dieci figli in Corsena, Virginia in Macendora, Luisa in Vignola, Emilia – mia madre – là, verso il mare.
Mio nonno rimase sulle prode dove avevano arato i suoi antenati e quando, ritto sull'erpice guidava i bovi sul solco diritto, gli pareva che la terra rotta dicesse: Rimani!
Egli è stato un poeta: quando nel marzo ricoglieva sulle calocchie i sarmenti e li legava coi salci, li potava e li allineava, pareva che costruisse un esametro; la pagina rossa del campo quadrato segnata dai geroglifici delle viti ritorte, abbarbicate, costrette alle spesse aste di pino mondato, gli narrava storie arcane e il suo cuore palpitava come una goccia di sangue.
Quando la primavera sciamava, con farfalle verdi, nell'intrico dei campi, egli, esultante, passeggiava risoluto in mezzo al campo con l'aria marziale di un conquistatore. Il muggito dei bovi, l'urlo roco della vacca, il grugnire dei porci, il crocidar della gallina e il tubare dei piccioni lo consolavano, e quando col falcetto recideva l'erba, pareva che armonizzasse un canto.
Mio nonno non conobbe la città. La messa, tutte le feste comandate, egli l'ascoltava nella cappellina del Cimitero, presso le tombe dei suoi. Intorno al Camposanto vi erano altri "luoghi" seminati a grano, a segale, a scandella. Mio nonno ascoltava contrito la messa e il perenne canto che scioglievano i campi; si conturbava se i rondoni e le rondini sfioravano la terra e il secco della pietra, o se il picchio verde gemeva, o se la rana taceva inebriata dal forte odore dinervante dei fiori: questi erano i segni manifesti per i quali la natura avvertiva che l'uragano era imminente. Ma se il pettirosso cantava sulla vetta dei pioppi, e la rondine mandava fischi argentati alle nuvole, e le allodole esplodevano dai solchi cantando, e il profumo dei fiori era più dolce, il suo cuore esultava perchè fuori v'era la certezza di un sole radiante.
La Milla stava come una statua ai fornelli, oliava la teglia, rosolava la carne salata, tritava rape, intrideva polenta. Nell'arcile mestava il pane, al forno lo vigilava partendolo con la pala, capovolgendolo, stivandolo; essa ascoltava i lagni dei figli tacendo. La Milla proveniva da una famiglia di agricoltori ai quali per essere contenti bastava la grazia di Dio, la salute, il bicchiere di vino e la certezza di aver sicuri il pane e il tetto.