Lorenzo Viani
Il figlio del pastore

VII.

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VII.

 

Il giorno in cui mio padre tolse in isposa mia madre, nella casata dei Fondora ci fu festa grande. Mio nonno, era seduto come un Dio Lare sul pancone in fondo alla sala, la lunga barba anellata gli calava sulle mani aperte in un gesto offerente. Mia madre l'abbellivano le sorelle in una camera vicina. Tutta vestita di bianco, col torso rassodato dall'oprare, chiuso in un corsetto aderente, e le anche tornite come anfore, entro un'invelatura di pieghe che si aprivano in un cerchio grandissimo, coi capelli inghirlandati di fiori sembrava tolta dall'altare. Le sorelle minori pareva l'adorassero. Il suo candore, in quel memorabile mattino, era acceso d'aurora. Negli oliveti sciamavano gli uccelli.

Mio padre vestito di neroabito che io ho veduto dopo tanti anni del colore della scorza d'olivosembrava uno di quei pastori che son nei presepi scalpellati nel pero.

Il corteggio nuziale s'avviò sul sentierolo che conduceva alla chiesa passando di sotto un oliveto d'argento.

Il piazzale della chiesa era popolato di valligiani attoniti che, incuriositi, aspettavano la sposa. La chiesa, pentagono di pietra serena sul cielo turchino, pagina contrassegnata dai simboli della morte e dell'amore, aspettava con le tre porte spalancate.

Il rito fu compiuto sul maggiore altare. L'organo modulava una canzone lene.

 

Levate su pastori,

Ite a trovar Gesù

E non tardate più ch'Egli è già nato.

 

Il corteggio passò al ritorno dalla via lunga, tutta lineata di alti cipressi.

Per tutto il giorno in casa dei Fondora ci fu festa grande.

 

Vola colomba quanto puoi volare

Sali nell'alto quanto puoi salire

'Na freccia d'oro ti voglio tirare

In mezzo al petto ti voglio ferire,

 

cantavano le sorelle.

 

Di qui parto e vado via

Restate in pace e in buona armonia,

 

rispondeva la sposa.

Sul far della sera gli sposi novelli partirono dalla Pieve. Per tutto il tempo che furono in vista, fino a che non ebbero scollettato l'erta di San Martino, le sorelle di mia madre sventolarono i fazzoletti, e mia madre, di , vide sulla sua casa, che abbandonava per sempre, una levata di bianchi colombi.

 

Mio padre entrò nel "Palazzo" all'epoca in cui era stata sbaragliata e trucidata, verso i Pirenei, l'armata insurrezionale Carlista. Nel gran parco silenzioso si ritirò la famiglia di don Carlos. Il re esule nel Brasile vi capitò più tardi.

Ero piccolo piccolo e la sua presenza m'incuteva timore. Lo ricordo seduto sopra certe panchine di ferro battuto a cui si abbarbicavano le edere nel fitto del parco, sotto la consolante ombra dei lecci neri, ascoltare senza battito di ciglio la romba del mare. A volte con la canna di ciliegio faceva sul ghiaino dei triangoli e delle sfere. Quante volte l'ho visto fissare estatico le armate dei pesci rossi che sguisciavano entro una vasca, o fermo davanti a certe statue di marmo che decoravano il parco.

I drammi della sua casa dovevano percuotergli il cuore e dallo stupore dell'ombre dovevano balzargli incontro gli spettri di Filippo V e di Isabella usurpatrice.

Il re si era battuto in nome di Dio in difesa del clero perseguitato e spogliato. Costì riandava alla capitolazione di Vergara e vedeva il suo antenato Carlo V in testa alla formidabile armata insurrezionale.

La tragica eredità lasciatagli da suo padre che, disperato dal destino "Carlista" abdicava in suo favore, gravava sul cuore del re mortificato.

Quando il re meditava sotto le grandi quercie, era trascorso appena un lustro da quando egli, alla testa di un armata ringiovanita di ardimentosi soldati, combatteva gli usurpatori sotto la fiera divisa: Dio, Patria, Religione.

Centomila baionette sfilavano, centomila anime balzavano incontro al loro re.

La romba del mare portava sul Gombo deserto la linea del fuoco dove egli aveva arditamente posto il comando. E sulla duna approdavano gli spettri invendicati dei suoi generali Castell, Savalls, Ollo, Elio, Dorregaraj.

La sfociatura della Magra, doveva apparirgli in quei giorni tragica come quella del Gavo, dalle cui sponde irruppe a tradimento l'armata Alfonsista, sgominando i ferrati battaglioni Carlisti.

Unica reliquia del naufragio di un regno, il suo grande aiutante di campo Don Isidoro De Iparraguirre che, ai margini estremi della follìa, barcollava in un vialetto di mortelle, profumato di cimitero, e, col bastone accennando il bosco tenebroso, era colto da terrori e spaventi: – È passata una lepre nera, malo signo, malo signo, Maestà!

Assai più tardi, dal mio padrone barbitonsore, garibaldino a Bezzecca e carcerato mentre nel '70 stava per andare nei Vosci, udivo i nomi del Duca di Montpensier, dei Braganza, del generale Prin, e della regina Isabella e di suo figlio il principe delle Asturie.

Il mio padrone faceva delle lunghissime digressioni sui motivi della guerra Franco-Prussiana, nomi su nomi si accalcavano nelle sue mirabolanti narrazioni: Leopoldo, Stefano, Carlo, Augusto, Maria Antonietta, Murat, il re del Portogallo. E concludeva sempre le sue narrazioni con una frase che faceva rimanere a bocca aperta gli astanti: – Atavismo morboso d'una stirpe regia! – Questa frase la diceva sempre battendo il tacco di una scarpa e rimanendovi sopra in equilibrio. Il mio padrone, evidentemente, faceva un insieme di tutti i Carlo della storia; il Temerario, quello di Borgogna, l'altro delle Asturie, il VII; tutti diventavano Carlo di Borbone. Essendo egli barbiere di Corte asseriva che sarebbe stata una marcia vergogna non conoscere la storia dei padronati.

– Ne sa quanto un baccelliere di Salamancadicevano i clienti stupefatti.

Ma Fortunato Primo Puccini, parrucchiere teatrale e pedicure, nepote di Giovan Battista Morganti, e figlio di un uomo che, a ottantanni, sposò di bel nuovo, nato a coppia con Felice Secondo, e coniugato con Caterina Dini, una quarantina d'anni più anziana di lui, filava più fine del diavolo.

 

Essendo egli parrucchiere teatrale faceva l'incetta di tutti i baruffi dei capelli delle donne che avevano avuto il tifo; li scardazzava poi ad un telaretto onde farne crespo per i baffi finti dei coristi. Essendo pedicure mendicava le lancette in disuso, i cerotti usati e le bende. Tutti questi ingredienti, per degli anni innumerevoli, li ho veduti disinfettare dentro un recipiente d'acqua fenicata che, coll'andar del tempo, era diventata come bava di gatto.

Fortunato Primo riteneva che il più grande disinfettante del mondo fosse la saliva, onde, quando incicciava un dito su cui era un callo rincallito, ci sputava sopra, e se il paziente si sveniva gli ciucciava addirittura il dito.

Fortunato Primo riteneva che la miglior salda per fare increspare i capelli tifoidi fosse la saliva e così dava delle leccate ai capelli accordellati e si faceva passare di bocca tutta la treccia.

Fortunato riteneva che il più risolutivo emolliente per contropelare la barba fosse la saliva, e, perciò, quando doveva andare, col rasoio, contropelo si sputava sulle dita ed umidiva la parte.

Altri prodigi faceva, secondo Fortunato Primo, la saliva: cicatrizzava i vespai, portava a maturazione i tumori maligni, estirpava le ragadi; una bella leccata a tempo poteva liberare uno dalla morte.

Non so cosa sussurasse negli orecchi dei contadini che venivano a sbarbificarsi da lui la domenica mattina, dopo aver ascoltato la prima messa. Mentre Fortunato parlava loro, aveva il ghigno di satanasso e la frenesia di un satiro. Certo dava loro dei consigli circostanziati e minuziosi. I pazienti allontanavano il capo, ma egli, frenetico, avvicinavasi all'orecchio e parlava. Qualcuno l'ho veduto alzarsi, asciugarsi la saponata, e scappar via senza radersi. Il mio padrone allora si recava sull'uscio e urlavaScappi? Vuoi dire glie lo farà un altro.

Dopo questi accaduti, Fortunato diventava frenetico e sibillino, e, sedendosi sopra un divanaccio sbuzzato che strabuzzava il capecchio di cui era imbottito, diceva con tono fatato – Ah! se questo divano potesse parlare!

Direbbe che sei un vituperio! – gli urlava la moglie tutte le volte che era presente.

Somiglio il mio nonno Giovan Battista Morgantidiceva egli con orgoglio.

Giovan Battista Morganti, poeta idiotico, alla veneranda età di anni ottantatrè fu processato per adulterio consumato sotto il tetto familiare.

Correva l'anno 1866 quando il vedovo padre di Fortunato passò in seconde nozze con una vedovetta traccagnotta e sellata su cui si fissarono invidi gli occhi di Fortunato. Un giorno egli allungò le mani incestuose verso di lei, onde ella, che era pacata, commentò benevolmente: – Vorresti diventar cognato di tuo padre? Vergognati costì...

Il padre che, nell'attigua camera, era intento a sbarbificarsi, mangiata la foglia, tolto su un nerbo di bue, corse in sala e flagellò il figlio incestuoso; il quale non trovò altra via di scampo, avendo il padre preventivamente stangato le porte, che quello di gettarsi dalla finestra del secondo piano.

Il granifero Giugno fu la sua salvezza; i sottostanti campi, rigogliosi di mèssi, gli fecero da cuscinetto e, Fortunato Primo, dato prima uno sguardo alla finestra, come soglion fare i gatti, e visto gli occhi paterni folgoranti qual igneo lampo in paventosa sera, staccò il trotto e corse da Pisa fino a Bari dove c'era un arruolamento di garibaldini per tentare uno sbarco in Dalmazia.

Di questo e d'altro parleremo altrove. Al momento, di Fortunato Primo, dirò soltanto quello che è inerente al "Palazzo".

Quando egli doveva recarsi al "Palazzo" – il che avveniva regolarmente due volte per settimana – faceva una minuziosa toletta e si profumava tutto di benzuino e si dava sui capelli dell'olio essenziale di bergamotta; dopo, specchiandosi, si pavoneggiava e sorrideva facendo delle lunghe digressioni ai clienti sui furori delle donne austriache.

Quando preparava la cassetta dei ferri e degli utensili non dimenticava mai una ceretta di cosmetico bionda cui egli attribuiva tante virtù miracolose. Sulla toletta c'era anche una ceretta di cosmetico nero per la tintura dei baffi bianchi, ma quella non la portava mai perchè, asseriva, una volta gli fece passare dei guai seri facendone uso nel "Palazzo" a guisa di pomata di semifreddi.

Ricordo che Fortunato poneva una certa crudeltà quando, a punta di forbice, sfumava la barba del generale Isidoro e, maliziosamente, lo pizzicava. Io lo guardavo suppliziare il cliente ed egli, per giustificarsi, mi diceva: – Un giorno, il generale, ha detto che Garibaldi era un diavolo rosso: il mio Generale! – e Fortunato si metteva sull'attenti.

Fortunato diventava meticoloso quando sbarbava il conte De Lessuenne; nettava il rasoio al barbino di tela, l'affilava sulla stecca smerigliata, sdiacciava la lama passandola sul palmo della mano, poi insaponava tanto fino a che il viso del conte non sembrava di panna montata. Io officiavo pieno di peritanza come il chierichetto all'altare; Fortunato comandava ritualmente: – Il pennello; la stecca; il barbino. Quando la funzione era finita si andava a sbarbare la "Canaglia".

, come soleva fare la domenica mattina ai contadini, Fortunato dava certo i medesimi consigli perchè anche qualcuno della "Canaglia" si alzava e diceva a Fortunato: –– Ma sei ammattito? – Fortunato rispondeva invariabilmente: – Allora glie lo farà un altro.

Una mattina, il mio padrone mentre sbarbava il sottocuoco, vicino ad un barattolone di caffè tostato, se ne empì le tasche, perchè, tra gli altri, Fortunato aveva anche il viziaccio di desiderare la roba degli altri.

Quella mattina Fortunato ebbe la sfortuna di avere la controfodera di una tasca bucata e, chicco per chicco, seminò il caffè. Il sottocuoco, furente, seguendo la seminata, rintracciò Fortunato in un salone appartato ove stava diluviando un rocchio di ciccia che aveva pescato al volo dentro un caldaione bollente.

Con sua maggior vergogna dovette rovesciarsi le tasche e depositare la refurtiva. Il capocuoco, intanto, flagellava di legnate un gatto che, diceva lui, gli aveva mangiato un pezzo di lesso.

Una mattina Fortunato Primo fu chiamato, in fretta e furia, al "Palazzo": Sua Altezza Reale il Principe Don Jaime di Borbone necessitava dei suoi servigi.

Fortunato Primo si mise in testa una bombetta, bomba addirittura si poteva dire, perchè era grande come un mezzo cilindro. Quando il mio padrone si metteva quel copricapo grandi avvenimenti stavano per succedere: funerali o danze. Quella mattina il mio padrone si era messo anche le decorazioni della campagna dell'alto Tirolo, e, andando con passo ardito verso il "Palazzo" suscitava intorno a come una marziale tempesta di argenti battuti.

Con ogni cautela, Fortunato Primo, fu introdotto negli appartamenti del Principe. Panini imburrati e spalmati di deliziose marmellate erano sopra un vassoio cesellato d'oro, ammanniti vicini ad una tazza fumante: la sontuosa colazione aspettava d'essere consumata da Sua Altezza Reale.

Fortunato Primo se la sbafò in un battibaleno e si forbì anche le lerfie alla salvietta cifrata. Poi, così satollo, attese imperterrito gli eventi.

– Ma non c'eri altro che te – gli diceva disperato e piangente il cameriere.

– Se sono stato io, beva veleno e, Fortunato, tolta la tazza di sul vassoio se la scolò in bocca.

La colazione fu riportata e piantonata fino a che non sopravvenne il Principe.

Ma, dopo il servizio, essendosi Fortunato Primo mantenuto sulla negativa, gli fu data una puntata sulla bocca dello stomaco, così forte, che gli fece rendere la principesca colazione.

 

Quella mattina in cui mia madre, disperata del mio destino, mi "parò" – verbo pastorale che ella adoperò sempre invece di condurre – nella bottega di Fortunato Primo, egli sbarbificava il messo del Cursore, il quale, scorgendomi riflesso nello specchio, disse: – Vedi a far di propria testa dove ci si riduce!


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