IntraText Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
VIII.
I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
– Vuoi far sempre di tua testa.
Una delle tante massime di mia madre dette col pianto alla gola. Ricordo, con un contorno inconfondibile – la mia memoria ha dei ritorni inesplicabili verso l'oscurità della mia coscienza – quando mia madre faceva barcheggiare la culla che teneva legata ad un polso con una cordicella, sul mattonato della nostra cameretta, affiancata al suo letto matrimoniale e si assopiva stanca dell'opra del giorno. Sopraffatta dalla stanchezza e dal sonno sigillava gli occhi e l'ombra le incassava nell'orbite i suoi occhi spenti. Il suo volto, appena appena stenebrato dal lumicino ad olio acceso sull'impiantito, prendeva un grande rilievo, quella testa gagliarda e misteriosa come la Notte mi distraeva nell'insonnia e nel tedio. Quando il fastidio di quelle lunghe notti mi pungeva più forte, davo una strappata alla fune e la destavo. Allora il suo viso assumeva l'aspetto di un'Aurora tempestosa.
Se io le davo, in quell'istante, un'altra strappata ella si tramutava in una Furia. Così torpida di sonno, con gli occhi opachi, i capelli sciolti, le mani artigliate: – Se ti pianto gli artigli addosso... – dava certe strappate alla corda che io sballonzolavo dentro la culla come un turacciolo di sughero dentro una bottiglia sciaguattata e dovevo tenermi forte alle sponde per non essere schizzato via.
– Ho perso sette denti per te – urlava ella mostrandomi quelli che le erano rimasti in bocca.
Quella esclamazione di orgoglio conturbato mi aggelava. Quei sette denti sono stati la disperazione della mia prima infanzia.
Avevo appena cinque anni quando una sera mia madre intrideva il levame nell'arcile. Ero seduto al focolare dove si estingueva, crepitando, un ciocco di pino. Essendo alto l'arcile, mia madre, per bene impastonare, era salita sopra una panca. Il levame lo intrideva sempre di notte per impastarlo poi lievitato il domani col fior di farina.
Mia madre poneva il lume sul piano dell'arcile; la luce addopata dal poggiolo e avvivata dal fior di farina, schiariva tutta la parete di fondo; su quella luce staccava in nero la sagoma di mia madre che, muovendosi, proiettava sulle altre pareti dei trapezî neri che i suoi movimenti facevano tragittare di qua e di là.
Quella sera la cappa del camino miagolava per il vento, i tizzi sfavillavano. Un Crocifisso di legno era imbullettato sopra il capo di mia madre e, da quello, pendeva una rametta d'olivo secco e benedetta. Sulla strada, indurita dal gelo, s'udivano fischiare le foglie folate dal vento; il bosco aveva il murmure del mare insenato entro un cavo di monti. Nelle darsene gli alberi dei bastimenti scricchiolavano. La grande acacia del mio orto percuoteva i rami stecchiti sopra il letto.
Una Parca, che annaspasse i fili del destino, non avrebbe travagliato attenta come mia madre.
Io pensavo ai miei compagni, che i loro padri avevano portati, così piccoli com'erano, agli sbruffi del mare; un gelo d'acque profonde mi colpiva il cuore, inusitati stupori e spaventi mi ferivano l'anima.
Mia madre, quand'ebbe intriso il levame, si nettò le mani stropicciandosele l'una con l'altra, le stiepidì con l'acqua, poi l'asciugò. Dopo, venne a stirizzirsi al focolare. Vedendomi così conturbato mi chiese cosa avessi.
– Penso alla morte, – risposi, e feci errar la mia bocca calda sulla sua fronte gelida, la baciai e la bagnai di lacrime.
Come mi appariva tetra la morte coronata di castighi: – "Sono tanti e tali, e così atroci ed eterni che se ad un dannato gli si dicesse: – Le tue doglie cesseranno il giorno in cui tu a un granellino per volta avrai scavato un abisso pauroso dove ora è il sabbione che arresta e frange l'impeto del mare, il dannato esulterebbe perchè nel subisso dei secoli quel lavoro avrebbe fine, ma l'Eternità è di là da mai.
Quando in quei tempi passeggiavo sulla bàttima del mare e guardavo la duna stendersi dalla foce del Magra a Bocca di Serchio e pensavo all'Eternità dei castighi, ero preso da terrori e spaventi.
Certi nomi, inzeppati nel capo dai frati, mi facevano fantasticare in modo stravagante: Nerone, mi pareva, che, a toccarlo, dovesse tingere di nero come il sacco delle seppie e il nero lo spurgasse dalla bocca in nuvola e lo risoffiasse dintorno per nascondersi in quel torbato come sogliono fare i polpi. Mi pareva che egli avesse un cappellone nero, a cono, e una barba annodata alla vita come una radica di sorbo.
Mia madre, nella disperazione, mi urlava una delle solite massime: – "Sei peggio di Nerone".
Quando seppi i misfatti di lui e che aveva squartato il ventre di sua madre, raccapricciavo a sentir pronunziare il suo nome.
Quanto re Erode sconturbò la mia infanzia! Tutto quel macello di pargoletti mi faceva aggricciare la pelle e l'anima.
Un giorno, un ubriaco, molestato da una sturma di ragazzi, urlò loro imbestialito: – "Viva Erode". – I ragazzi mancò poco non gli facessero far la fine di Santo Stefano.
Quando andavo sulla duna nei giorni in cui il mare inghiottiva le braccia del molo e i poggioni, e il pèlago al largo bolliva come l'inferno, mi sovveniva di Sant'Agostino. Anche egli incontrò un fanciullo sulla spiaggia occupato a mettere il mare entro un foro che aveva fatto sulla rena:
– Pensate, o maestro, che è più facile che il mare entri in questo foro che voi risolviate il mistero della Santissima Trinità.
Allora il mio cervello diventava il foro e la divinità un mare sterminato e sonante. Credere mi schiacciava e trovavo un sollievo soltanto a mormorare tra di me: – Non credo. – Non credo, fu lo sfondo su cui spiccò la mia piccola coscienza di cinque anni.
– Tristi e guai per quei ragazzi che non sono sotto gli artigli del padre! – si doleva spesso mia madre, e commentava attristata – Come faccio io, povera scenta e meschina, con due démoni alle mani?
– Dite che Dio vi perdoni: paragonare i figli ai démoni d'Averno! – le diceva una vecchiarella del vicinato.
– Ma dove sono ora? – si chiedeva straziata mia madre.
Così conturbata, prendeva una sedia di faggio, l'appoggiava al muro di cinta del bosco, saliva sulla spalliera e, poggiato il capo sull'orlo della muraglia, urlava i nostri nomi con tutta la voce che aveva nel petto. Quella voce sonora di pastora, intonata alle forre della Pieve di Santo Stefano, faceva cantare tutto il bosco con la sua musicata disperazione di Niobe.
Io, infoltato tra le prunaie, la udivo e, quella specie di canto, mi consolava e la facevo sgolare senza mai rispondere.
Mia madre, allora, era oceanica, esuberante, piena di vita. Anche nella disperazione era potente, le sue lacrime erano bollenti, il petto si sollevava come sospinto da un impeto di vento gagliardo: ma, voltati di là, non era altro: una vela gialla che si fosse aperta nelle darsene, una ventata che la mettesse sotto una pioggia di aguglioli di pino, la faceva sorridere come una bimba. Se noi si fosse rincasati in quel momento, ci serrava festevole fra le braccia e le ginocchia e ci copriva con le membra opulente e ben conformate, e sul muro appariva come un frammento del Partenone.
La boscaglia a quei tempi era vergine: gli alberi di fusto, sulla còrtice scabra, erano ricamati di foglie verdi a forma di cuore. Tutti quei cuori che salivano ai cimelli mi davano piacere al cuore, e siccome quei cuoricini verdi erano di sapore dolce, io seduto al calcio degli alberi ne mangiavo tanti e poi tanti. L'ellera più soda s'abbarbicava alle radici serpigne che sbucavano dalle esplosioni della terra che spandeva intorno profumo di ragia dinervante. I lecci con le frappe conteste di puniglioli, macchiavano di nero il verde cupo della boscaglia, i pioppi sbisciavano argenti e il fogliame bianco e smeraldo musicava di tacchettii sottili il fremito impetuoso del vento marino. Le prunaie accestite, spinose, accese di lumicini gialli e perenni, mettevano come un fantastico tempio sotto il bosco, gli acquitrini capovolgevano il cielo sotto le barbe degli alberi e un altro bosco; i corvi crocidavano alti, il mare rompeva lentissimo sulla spiaggia vellutata dalle ventate che la nettavano delle festuche e dei marami.
Gli alberi esili, ondeggianti, pareva tessessero tal fremito e lo sciogliessero alla pianura. Io giravo per il bosco sciolto come un cane, ambulavo dove ero sicuro di non incontrare anima vivente. Il fogliame degli ontani che marciva era spesso il mio giaciglio. Quando tutta la boscaglia cantava, io mi fingevo un coro solenne di anime. Quando s'approssimava il temporale e le rondini volavano basse e il fringuello aveva note tristi e lamentevoli, e le rane tacevano, e i rospi uscendo dalle tane saltellavano, e i fiori delle prunaie avevano un odore forte e penetrante, la mia piccola anima si apparecchiava come a uno spettacolo sacro. Quando la saetta abbrividiva nel cielo turchino e i tuoni facevano come esplodere la terra, e il bosco commosso sbandava la sua folta chioma a ponente e a levante, e il piovasco friggeva sugli stagni, e le prunaie si imperlavano, m'impeciavo al calcio d'una quercia ed ascoltavo, e la mia anima, piccolo uccello bianco entro la gabbia di una fragile ossatura, sentiva freschezza e sentiva piacenza.
Il cielo si vuotò presto di fantasmi per me, misero e meschino. Pensieri più pesanti della mia ossatura mi schiacciarono l'anima giovinetta. Volevo fingermi di nulla ma non potevo abissare, in questa voragine tenebrosa, il tutto. Riuscivo a cancellare la terra, il mare, la boscaglia, riuscivo a mortificare del tutto la mia povera anima, annientavo me stesso e Iddio. Allora mi sentivo come vanire in un sonno pauroso.
Ma il mare spietato dilatava con l'eternità del suo rombo lo spazio, il cielo implacabile mi umiliava sotto la sua sterminata coltre cinerea, gli alberi, a guisa di mostri impazziti, colossi dalle mille braccia, protendevano verso di me, in gesti vendicativi, le loro rame contorte: allora io toccavo la fronte umiliata sul pacciame e sentivo il terrore di essere nato.
La voce di mia madre modulata sul vento, mi ridestava dai tristi sogni di fatalità e di disperazione.
Fu dopo una di queste tristi giornate che io dissi la notte a mia madre: – Penso alla morte.