Lorenzo Viani
Il figlio del pastore

IX.

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IX.

 

In quei tempi fui "parato" a scuola da una conversa che vestiva come le monache. La "monaca", tutti le dicevano così, era una donna attempata, anemica e fredda come la cera; essa prendeva il macubino e benchè fosse linda profumava di pizzichino; i denti bianchissimi le schiarivano le labbra tumide e spente. La "monaca" era polputa ed aveva il ventre un po' grosso e se lo doveva mortificare con delle cintole di cuoio. Molte volte ho udito ch'ella diceva a mia madre palpandosi il ventre: "È la mia disperazione". Io sentivo ribrezzo di quella povera ombra; una volta che mi baciò, sentii un freddo per tutta la vita. Un giorno, forse perchè parlavo quand'ella diceva le devozioni, si avvicinò a me leggera come una paura e mi dette uno schiaffo ed a me parve che mi avessero lordato il viso con della pasta da manifesti diacciata. Gli feci un gesto che non le deve essere piaciuto punto, perchè ella si ritrasse inorridita e mandò a castigarmi una contadina salcigna che le faceva da serva.

Dopo il castigo, fui messo in un canto, ma siccome guardavo con occhio truce la monaca, lei sermonava: – Emendati temerario. Ti leggo negli occhi. Di' che Dio ti perdoni – e con voce angosciosa diceva una brevissima litania:

Beati i poveri di spirito.

Beati i mansueti.

Beati quelli che si umiliano.

Una sera Gesù si ritirava stanco dalla fatica sostenuta nel predicare ed ecco alcune buone madri accostarsi a lui...

Emendati, emendati.

A quei sermoni io feci un altro gesto per cui la monaca inorridì e tra lei e la serva m'ebbero a finire.

Mia madre, cognita dell'accaduto, m'ebbe a rifinire. Quando mia madre mi gastigava a dovere, dava alla punizione carattere di spettacolo di gala: prima s'affacciava sull'uscio e urlava al vicinato: – Stasera lo finisco. Gli attacco la pelle a un gancio. Ne faccio tonnina. Signore, ci siete? – erano le frasi del prologo, poi veniva giù un diluvio di sergozzoni, spintoni, schiaffi, manate, labbrate, manrovesci.

Di poi, mia madre pentita scappava in fondo l'orto, alzava le braccia al cielo imbevendosi di luce; la sua alta statura spedita s'irrigidiva, poggiata lievemente sul piede destro, col sinistro lievemente alzato, il di scorcio come in un affresco dove il sole profondeva colori di rosa e d'avorio. I suoi capelli, color di rame, si garofanavano di toni rossi, gli occhi parevano bagnati di rugiada: ella piangeva. Ma al solito, un nonnulla la distraeva; dimentica di tutto, avvicinava il ramo di un olivo che era nel mezzo all'orto, lo guardava fissa, poi mi diceva allegra: – Lorenzo, l'olivo ha fatto i fiori, quest'anno ci saranno l'olive grime.


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