Lorenzo Viani
Il figlio del pastore

X.

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X.

 

A sei anni non ancora compiuti mia madre mi parò alle "Scuole Urbane". Come mai mia madre avesse ritenuto a memoria questa parola "Urbane", una delle più difficili del vocabolario, non son riuscito mai a capacitarmi.

Il fatto sta che una mattina d'ottobre mi disse, con certa severità: – Stamani ti paro alle scuole urbane.

Questa misteriosa parola era scritta anche sul carrettone grigio che portava i defunti dalla camera mortuaria al Camposanto; e fuori porta i ragazzi di terza la rileggevano con certo stupore sulla porta del cimitero: e noi tutti si sospettava che tra la scuola e il cimitero urbano ci fossero delle relazioni.

Dunque fui parato a scuola. Il maestro, della gotta da cui era afflitto, incolpava gli alunni.

Guardate come mi avete ridotto. Assassini di macchia.

La prima mattina il maestro fece la "chiama" e volle che tutti si salisse sulla pedana della cattedra.

– Vi voglio vedere nel grugno uno per uno.

Ma dopo averci fissato coi suoi occhi freddi e grigi concluse che nessuno di noi aveva garbo.

– Ma vi finiscodisse risoluto quando ognun di noi fu al suo posto.

Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il nome tuo...

Col Pater nostro terminò la prima lezione.

Fuori c'erano in comunello delle madri che aspettavano l'uscita dei loro figli da scuola. Tutte sgonnellarono intorno al maestro, il quale alzando gli occhi al cielo parve un San Bartolommeo, aggricciò la bocca come se lo scorticassero.

Le madri che avevano a tiro i propri figli dettero loro delle puntate. E, una dopo l'altra, istigarono il maestro:

Signor maestro, me lo mandi a case con le costole troncate.

– Al mio gli tiri sodo alla via del capo che l'ha duro come la pietra della Gonfolina.

– E il mio lo bastoni a dovere: dopo vengo e gli bacio le mani.

– Il mio lo peli come un uccello.

Mia madre si limitò a dire: – Signor maestro, al mio gli attacchi la pelle a un gancio.

Guardate come mi hanno ridotto gli assassini dei vostri figliolidisse lui.

– È una vendetta, è una vendettaurlarono in coro le madri tentando di ghermire i figli.

– Vi finisco – erano le parole con cui il nostro maestro principiava le .

Il maestro tragittava la classe colla lentezza di una lumaca colossale; a ogni fittone del male maligno ci guardava furente. I ragazzi stavano a braccia conserte fermi, come pietrificati dalle Gorgoni.

Ipocritisoffiava egli.

Il secondo giorno di scuola scrisse sulla lavagna una massima breve che mi lesse un ripetente: L'ozio è il padre dei vizi.

Il maestro reprimendo sotto un ghigno beffardo, freddo e spietato un certo suo rancore dissertò parecchio su questa massima. Parlando, un fuoco volatico gli accendeva il viso ingottito che pareva gl'incenerisse il pizzo e i baffi e i capelli. Gli occhi erano di brace accesa.

– Poi c'è questo – e nel dir così fece uscire di sotto il banco un randello abbrividito di nodi che, così a occhio e croce, giudicai essere di ginepro.

Un giorno, il maestro, alzando gli occhi dalla lettura in cui sovente si sprofondava, scorse un ragazzo che schiacciava qualcosa sulla panca.

– È un pidocchiourlò il maestro spiritato. – Braccia conserte. Fissi! – E ci fissò come per incantarci.

Un ippopotamo, a cui un lupo avesse dato un morso in un nodello, avrebbe fatto il lancio che fece lui sulla cattedra. L'infiammazione delle giunture dei piedi e delle mani sembrò essergli passata all'istante. Si grattò il capo convulso, e fece sfrullare il corpo entro la grattugia delle vestimenta. Poi con ebrietà feroce e sarcastica; allungando verso noi il collo come una testuggine, ci urlò: – Pidocchiosi!

Scese dalla cattedra con la circospezione che mette uno quando scende da una pianta di quaranta metri d'altezza. Andò lentissimo verso il reo e lo fissò negli occhi coi suoi punteggiati di fuoco, gli prese con le dita i polpastrelli degli orecchi, accorto come chi alza la benda di su una piaga inciprignita, quindi lo prese per la cuticagna con una mano e con l'altra slargò il bavero della giubba per poter scrutare giù per il fil delle reni, quindi si mise gli occhiali e guardò la radice di ogni capello, poi gli tirò un nocchino così forte che gli staccò di netto un cilucco di capelli. Tutta la scolaresca fu sottoposta a questa inquisizione.

Domani tutti zucconati a macchina rasa. Pidocchiosi che altro non siete.

Fuori, il pidocchio fu l'argomento che acciecò tutte le madri. Il maestro sbracciava in mezzo a loro: – Mi par d'essere pieno di pidocchi.

– Anche noi – dissero le madri, e fu un gratta gratta generale.

Rapateli tutti – disse loro il maestro.

Il reo attanagliato dalle mani materne per la collottola s'ebbe due labbrate che gli fecero schizzare il sangue dal naso, poi a calci fu ruzzolato da un maniscalco che lo rapò a taglio raso.

Il domani si entrò in classe tutti con le zucche monde. Su quelle teste bernoccolute spiccavano bene i fuffigni delle sassate; i matuffi dei tuffi fatti sopra le pietre, i punti a dentro e fuori sulle lacerazioni fatte dalle bastonate dei contadinibastonate settembrine quando l'uva è matura e i fichi hanno la goccia al naso – il sobbollito delle puntate che accagliano il sangue tra cotenna e teschio, tutti i segni manifesti delle risse, delle gracchie, dei bordelli, dei motteggi, delle insembolate, di tutti i castighi inflitti senza misura e senza misericordia, delle punizioni senza pietà, vennero in luce. Ogni scolaro aveva scritto a caratteri di sangue la propria fedina penale sulla controfodera del teschio.

Il maestro quando apparve sul soglio della classe fissò una per una quelle teste, poi quando fu sulla cattedra ci disse: – Galeotti!

Galeotto sarai te!

Ci voltammo tutti atterriti verso il temerario. Egli era il Lucchesi: naso a sparafumo, bocca a strapazza pagnotte, occhi di falco marino.

– Cosa ha detto costui? – chiese il maestro allibito.

– Che tu sei un galeottorifischiò il Lucchesi.

Tenetelo, figlioligridò il maestro.

Ma il Lucchesi come uno scoiattolo saltò la finestra e dopo pochi istanti si sentì sghignazzare di sulla via: – Non mi son fatto niente. Amici, coraggio.

Quando Germanico parlò alle legioni ammutinate sul Reno non ebbe certo il cipiglio che quella mattina ebbe il nostro maestro quando si alzò onde commentare l'accaduto.

Narrerò l'accaduto e sarò breve com'è nel mio costume.

Noi che s'era stati testimoni, si aspettava invece la conclusione. Il maestro concluse:

– Da certi segni manifesti ho potuto ben capire che fra di voi esisteva una tacita intesa. Chi è quel signorino che con un piccolo arco della bocca accenna un tacito sbadiglio?

Uno scolaro aveva sbadigliato. Egli fu il primo di una lunghissima colonna di decimati che andò al muro.

– Ella si alzi e si metta al muro!

La punizione fu lentissima; un righello ferrato in diagonale da un risegolo acuto marcò parecchie zucche; il supplizio era condito da arguzie cinesi.

Perchè il nostro maestro era arguto e sottile; su di una cattedra di sofisti sarebbe stato una colonna. Quando capitava un suo fratello, secco, stoiato, rifinito, col vestito di colui che vendeva a credito – il quale dava delle ripetizioni lunghe quanto una palanca di filo – s'udivano dei nomi strani: Calvino!

– Il Tiberio della Svizzeracommentava enfatico il mio maestro. E poi s'udiva quello di Lutero, Gerinto, Simon Mago. Tra loro due si accapigliavano in discussioni che duravano per tutto il tempo delle lezioni.

Qualche volta capitava a fare il terzetto un prete vecchio e aggufito con una tonaca tutta spolverata di tabacco macubino, un naso scarnito in fuori come un timone. Egli stabaccava di continuo e sentenziava con una voce rauca come le gru.

Ragazzi fermisoltanto allora ci chiamava ragazzi il nostro maestro.

Ragazzi fate le cartelle.

Se quelle mattine le nostre madri gli domandavano: – Ebbene come si sono portati? – egli rispondeva affabile: – Eh, c'è anche del buono tra tanto cattivo.

I più scaltri invece di andare a scuola andavano a far delle belle passeggiate sul mare, verso il pastore che pasceva le pecore sui poggioni di levante.


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