Lorenzo Viani
Il figlio del pastore

XI.

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XI.

 

L'ovile e la casa del pastore erano dirimpetto al "Palazzo'', occultate dagli alberi; per giungere , dovevamo fare tre chilometri di spiaggia. Su quel tragitto una volta fui terrificato da un orrido spettacolo: sulla coltre della rena pomiciata dal vento, scorsi una mostruosa carogna spurgata dal mare; il ventre aveva la grossezza di quello di un bue, i piedi, benchè impolpati d'acqua salsa, erano di umano, le mani invece sembravano guantoni di gomma imbottiti di grassume con l'unghie incarnite; la testa sembrava sbollentata.

Io rimasi come un cane quando leva un uccello, e cominciai a girare intorno alla carogna, da lontano. La carogna aveva i denti bianchi e intatti. Roteandole intorno e scrutandola fui colto da raccapriccio quando mi accorsi che la carogna straccata dal mare era una donna.

Scappai inorridito. Fuggendo, affondavo piedi fino al nodello e il sabbione mi sembrò un enorme ventre purulento che volesse inghiottirmi. Arrivai al "Palazzo" senza sangue e con la bocca grumata di bava.

Il cadavere fu benedetto dal frate e sepolto a venti braccia dal mare placidoperchè a quei tempi tutti i cadaveri straccati dal mare li bandivano dai Camposanti.

Per del tempo nessun vivente passava di perchè dicevano che si udiva come un gemito straziante.

 

Alla poveraglia del paese era interdetto l'ingresso nel parco e nella selva; però tutti i giorni le era proferto qualcosa al cancello: questo ufficio spettava a mio padre.

Tutta la poveraglia del paese si dava convegno al "Palazzo", passando lungo la bàttima del mare. Sullo sfondo del cielo or chiaro or bigio staccavano bocche spaventate, occhi strabuzzati, granfie di rapina.

Quando la poveraglia giungeva alle spranghe del cancello, certi pani stralevati erano contesi e venivano sbuzzati dalle granfiate. I ragazzi scarniti venivano gettati sotto le spranghe per compassionare gli offerenti. Quelli che nel pigia pigia rimanevano a mani vuote, supplicavano dai ferri del cancello gemendo o maledicendo. Il cancello si tramutava in una gabbia armata di crucce e bastoni.

C'erano tutti gli sciagurati del paese: la Rosona, moglie di un magnano, tutta nera nel viso come una spazzacamina, idropica e nel rimanente del corpo sfrutta dal mal del logro; c'era Pinanni, divorato dall'etisia, con certe zanne che avrebbero un pino. E una donna a cui dicevano la "Giallona" che le era andato il sangue in acqua per uno spavento che ebbe, la quale scardazzava la lana, e sitava come una pecora rognosa. E c'era una "Rossa" che aveva una gamba fatta con un bastone, e Maggino, un cieco vecchio con la carnagione gialla come la polenta e degli occhi strutti nell'orbite, condotto costì dalla "Maggina" sua moglie, vecchia dilupata dalla fame. E Filo e Barsella, due cavapozzi che parevano lessati a freddo, tanto avevano la ciccia polpa, diaccia e dolce. I due, sempre bagnati e stremati, si davano man forte per augnar dei pani. Poi, v'era la progenie dei viandanti, dei vagabondi, degli accattarotti, tutti quelli che scendevano dai paesi vicini per partirsi, brontolando e imprecando e mormorando, un tozzo di pane.

La mia infanzia passò tra due opposte tempeste: nel "Palazzo" si aggiravano l'ombre inquiete di una dinastia bandita dal trono ed i resti di uno stato maggiore disfatto dopo una serie di grandi eroismi. Il re appariva e spariva come un'ombra. La sua presenza al "Palazzo" era palese da un mutismo che colpiva tutti; a noi ragazzi, facevano delle ammonizioni terrificanti.

La parola: – È arrivato il padrone –, da sola, bastava per incatenare la lingua.

Il re, invece, aveva un aspetto sereno, bonario e cordiale. Se la squilla del credo percuoteva il cielo turchino e, un lamento lene di spinetta filtrato dal parco arrivava sino a lui, egli a quel richiamo si avvicinava alla chiesa passando umilmente tra tutta la "Canaglia" inginocchiata sul pietrato celeste e non alzava il capo umiliato. Il re entrava nel tempio ed ivi s'alzava un canto solenne.

Anch'io mi umiliavo sulle pietre e quel freddo della sera che ai marmi la freddezza della tomba, si diffondeva nella mia anima e la marmava.

Il "Palazzo" mi uggiva. Il terrore della divinità che vi era diffuso stancava la mia povera anima. Dio non vi si poteva nominare invano. Una volta, perchè dissi: – Dio buonosembrò che avessi detto: – Dio spietato.

Tre o quattro "Canaglie" spagnuole mi saltarono addosso per finirmi. I famuli dell'Inquisizione dovevano avere quelle grinte. Quella "Canaglia" famula di Dio, era spietata quando serviva Iddio.

Se qualcuno avesse nominato il padron del mondo invano, quando costoro erano in preda a un delirio alcoolico, lo avrebbero fatto a pezzi.

Il loro alito acetato, commisto alla canfora, faceva pensare ai roghi. Il loro sguardo cupo, sordo, malfidato, mi metteva addosso la temenza della tortura truce. In essi io vedevo riflessa l'imagine del boia.

In questo stato d'animo, balenò l'anarchia.

 

Lo spettro vendicativo saliva dai Pirenei. Di soppiatto portavo nel "Palazzo" certe stampe in cui c'era effigiato Paolino Pallas, l'autore dell'attentato al Generale Martinez Campos, il repressore dell'Andalusia. La scena della sua fucilazione, contornata di ramette d'alloro, l'avevo sempre in tasca.

Se qualcuno della "Canaglia" spagnuola l'avesse vista, mi avrebbe certamente squartato. Una volta preso da questa temenza, essendo la camera di mio padre l'ultima di un interminabile corridoio, e io dovendolo traversare tutto con uno di quei fogli in tasca, fui preso da tal paura che mi chiusi a chiave in camera e mangiai tutto il giornale.

Anche mia madre, anche mio padre da certi discorsi cominciarono a diffidare di me. Ricordo certi consulti misteriosi che mia madre faceva con mio padre, i quali si concludevano in questa frase: – Quel figlio bisogna tenerlo d'occhio e vedere con chi bazzica quando esce dal "Palazzo".

Quando io uscivo dal "Palazzo" bazzicavo gli anarchici che a quei tempi si contavano sulle dita; a tutti faceva grande vergogna e meraviglia che io, col berretto basco e il sigillo borbonico, frequentassi degli avanzi di galera.

Un giorno la spia corse e mio padre rinvenne tutto. Seppe che il mio più grande amico era un gobbo di pel sagginato, anarchico sfegatato, il quale diceva delle eresie anche davanti al Santissimo. Che un altro era un calzolaio tubercoloso il quale voleva far tutto mio, come le civette. Un altro era un tappezziere cieco da un occhio che leggeva sui libri proibiti dalla Chiesa e dallo Stato. E che un altro era uno sgalerato che ne aveva fatte d'ogni erba un fascio e, per ultimo, un maniscalco che ferrava i ciuchi e ribadiva ogni bulletta con una bestemmia. Di più seppe che, così piccolo, mi ero dato alla bibita.

– Ma quella lasciamola perderecommentava mio padre. Nella disperazione egli concludeva che io presto o tardi sarei finito in un fondo di galera e che le chiavi l'avrebbero poi tirate in un pozzo.

Fin qui mio padre. Ma mia madre, più risolutiva e manesca, mi dava dei subbissi di schiaffi urlando come spiritata: – Ti ce la levo io l'anarchia dal capo!

Ma le botte di mia madre anzichè svelgermi l'anarchia dalla testa, la spingevano sempre più giù. Nella mia assenza, ella rufolava da per tutto per trovare roba criminale. Quando rinveniva qualche pezzetto di carta stampata, essendo lei analfabeta, la portava ad un mio zio alletterato per farsela leggere.

– Ma dove l'hai trovata? – egli chiedeva sorpreso.

– Nelle carte del mio più piccolo.

– Del tuo più piccolo? Ma qui c'è tramescolata dell'anarchia.

– Stai zitto, stai zittodiceva piangendo mia madre – il mio più piccolo si è buttato con quelli della "Spartana".

Castigatelo a doverediceva egli.

Guarda, segno e santo di croce che stasera lo finisco, – diceva mia madre e ritornava a casa a testa alta e ritta come un gallo.

Appena io entravo in casa, circospetto come un fuggiasco, mia madre mi soffiava negli orecchi furibonda : – Vieni qua, o anarchico, che stasera è l'ultima delle tue!


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