Lorenzo Viani
Il figlio del pastore

XII.

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XII.

 

Un giorno nel "Palazzo" si sparse la notizia che i padroni partivano per la Terra Santa. I sovrani, il principe e le principesse andavano pellegrini sulle vette del Carmelo.

La "Canaglia" e il contadiname stupirono. Per quei sempliciotti la Terra Santa esisteva soltanto nelle immaginette che i francescani distribuivano dopo le funzioni: un palmizio ingentilito, l'asinello, il bue, il bambino Gesù, Giuseppe e Maria.

La sera nel canto del fuoco mia madre cantava:

 

Ave Maria! Du' vai, du' vai?

– A–ccercare il mi' figliolo.

Che è tre-g-giorni ch'un lo trovo.

Ni rispose Madalena:

Ave Maria gratia piena!

 

L'ho veduto su per li monti

Con le man legate ai giunchi:

 

Una croce a spalla avea,

La portava e 'un la potea:

 

Sangue rosso lui versava

Il suo manto l'asciugava.

 

– I padroni vanno in Terra Santa! Mi sento accapponire la pelle: guardate! – E mia madre, alzandosi il casacchino, ci mostrava le braccia granite e gialle.

In quei giorni non si parlò altro che della Passione di Cristo e della Vergin Maria che va in cerca di Suo Figlio.

Mia madre conosceva confusamente tutta la Passione del nostro Signore. Anche certi paesi dai nomi sonori ritornavano nei suoi discorsi. Ricordo che nella disperazione urlava: – Mi par d'essere nella valle di Giosafat! O altrimenti, raccontando di una donna che era stata flagellata dal marito diceva: – L'ha ridotta un Ecce Homo! E se l'amarezza l'assaliva alla Pieve, usciva negli oliveti gridando: – Mi par d'essere nell'Orto degli Ulivi! Se poi la sua disperazione era all'eccesso allora urlava: – Gerusalemme! Gerusalemme! Gerusalemme!

Quante volte mi son sentito dire da lei – Sei peggio di Longino! – Certo mia madre mi attribuiva soltanto le nefandezze dell'orbo, il cui occhio fu risanato dal sangue del Nostro Signore che per l'asta della lancia sacrilega gli scolò nell'orbita cava e con la luce dell'occhio ebbe anche il lume della fede: certo perchè quando urlava: – Sei peggio di Longino! – se mi avesse avuto tra l'unghie mi avrebbe spellato.

– La Terra Santa è ! – disse ella uno di quei giorni accennandomi la forcella di un platano secolare aperta sul cielo come due dita gigantesche. Io guardai la forca in mezzo alla quale passavano in quel momento dei branchi d'uccelli.

– Quelli son uccelli che vanno in Terra Santa! – asserì mia madre.

Di' che Dio ti perdoni! – soggiunse distratta.

La sera nella cappellina del "Palazzo" c'erano i sermoni dei frati: – La Palestina era prima il paese dei Filistei, la regione tra il Libano e il Sinai, poi si chiamò la Giudea.

Dodici sono le tribù che abitarono le sponde del Giordano: Azer, Zebulon, Isacar, Giuda, Simeone, Menasse....

Tutti questi nomi cascavano come pietre sulle teste dei fedeli da cui pareva selciata la chiesa tanto stavano giù umiliati.

Mia madre che per salvarmi l'anima mi avrebbe attaccato il corpo a un gancio, mi squadrava con gli occhi intrepidi ed io leggevo nel loro fondo verdissimo: – Sei peggio di Longino!

Un nome che poi me lo son sentito rifischiare da lei tante volte la colpì in modo straordinario: Erode Tetrarca. Di Erode ella sapeva le nefandezze ma non sapeva capacitarsi del Tetrarca; onde nella furia mi urlava: – O Tetrarca! O Tetrarca! O Tetrarca!

A quel nome pronunziato tre volte con voce sonante, mi pareva che tre arcate di pietra si frantumassero sul mio capo.

Dopo la flagellazione il Redentore fu denudato delle vesti che aveva riprese e gli venne posta una clamide purpurea, non più nuova e splendente, ma vecchia e cenciosa, onde ingiuriarlo e deriderlo.

Gesù col capo coronato di spine, ferito nelle mani e nelle carni, sanguinoso, coi capelli gromati aveva l'aspetto di sofferenza e di maestà!

La corona di giunchi marini spinosi aveva la foggia di diadema e gli fu posta sul capo a cagione di derisione.

La canna nelle mani, appiccata a una corda, gli fu posta a finzione di scettro onde spregiarlo.

Così fu condotto al Pretorio e mostrato al popolo: Ecce Homo! –

Mia madre ascoltava i sermoni quasi impietrata. Ogni tanto i suoi occhi avevano dei bagliori come di lampi in una sera di pioggia chè grondavano lacrime, e scrutava attenta se io mi intenerivo a quelle narrazioni.

A me faceva tenerezza invece la canzone che tra un sermone e l'altro cantavano i contadini, accordati dal signor Orticosa sulla spinetta

 

O Maria dal gran pianto

che faceste il Giovedì-s-santo.

Gran pianto e gran lamento!

ve ne andaste al monumento.

Al monumento ni parlaste

dolcemente l'abbracciaste

O figlio che uscisti di questo corpo

oggi è quel giorno che ti vedo morto.

 

La tenerezza per la passione del Nostro Signore per mia madre si manifestava in istravaganti gesti di dolore, piangeva amaramente, poi maestosa d'ira si rivolgeva verso di me come se io fossi stato un giudeo.

– O Tetrarca! O Tetrarca! O Tetrarca!

Dopo si metteva a cantare come spiritata:

 

Una croce a spalla aveva

La portava e 'un la poteva.

 

I sermoni continuarono per tutte le sere che i padroni stettero in Terra Santa: – Rivestito dei suoi propri indumenti il Redentore pochi giorni prima entrava trionfante in Gerusalemme tra l'acclamazione della turba e ne riusciva negletto, sotto il gravame della Croce, con la corona di spine ancor sul capo.

In altri tempi e luoghi si videro i rei dover portare a forza il palo con cui dovevano essere trafitti.

Portò adunque Gesù la sua croce per mezzo la città di Gerusalemme, lasso per i tormenti sofferti, e indebolito cadde tre volte per via; l'insolente plebaglia, alzando il capo, aprendo la bocca feroce e tumultuaria lo battè perchè risorgesse. Seguìto da gran turba di popolo, egli andò verso il Calvario. Alcune donne lacrimavano il suo stato; non fra esse, ma accanto al suo Divin Figlio, camminava la Vergine Maria, non già con stravaganti gesti di dolore, ma piangendo amaramente, bensì con tacito e compenetrato dolore conveniente alla di Lei Maestà. Veronica, poco lungi dalla Divina Madre, col pannolino rasciugò il volto del Signore che vi lasciò impressa la Effigie a sudor di sangue.

Giunto Gesù alla porta della città, gli venne tolta la croce dalle spalle e fatta portare a viva forza da Simeone di Cirene, non per compassione, ma per timore ch'ei spirasse sotto gli strazi prima di giungere al luogo del suo supplizio –.

La "Canaglia" a cotale rievocazione, devota e contrita, arcava la schiena e tutto il lastricato della chiesa sembrava un mare gelato di piombo su cui s'incurvassero delle motte di delfini.

Giunto al Calvario, Gesù fu abbeverato con vino commisto a mirra e fiele; la bevanda che davasi ai rei che col suo narcotico alleggeriva le pene del supplizio. Di poi, fu spogliato e gli fu rinnovato lo spasimo della flagellazione che le vestimenta attaccate sulle lacerazioni, strappandole, gemevano sangue vivo.

Gesù aperte le braccia e guardando il suo Divin Padre, si coricò supino sulla croce; inchiodate le mani, trafitti i piedi, i manigoldi alzarono il legno conficcandolo nel terreno, taccandolo di cugni fatti nella ceppa dell'olivo, duri come i loro cuori scellerati.

Gli sgherri volevano a colpi frangergli le gambe per la superstizione del venerdì, ma Cristo la sera lo trovarono morto –.

La risurrezione e l'ascensione al cielo passarono sulla "Canaglia" con fasci di immensa luce e di raggi splendidissimi, sicchè la chiesa parve incendiata dai lampi.

Finito il sermone, la figura fredda ed ascetica del signor Orticosa, il quale aveva ascoltato col capo reclinato sulla spinetta, si levava e cominciava con le dita a battere lentamente sui tasti e a scandire col capo quella preghiera lenta e patetica.

Tutta la "Canaglia" gli andava dietro in minore, le voci delle donne, argentate dalle lacrime, salivano di tono. Tutte le teste erano contrite e i capi pendevano come slacciati sopra una spada. La statua di Carlo III sul sarcofago, avvivata dalle luci delle candele, incuteva il terrore misterioso dell'al di , la corona e lo scettro d'oro, sembravano bruciare.

La notte era intanto calata e il parco, pietrificato da un sereno di stelle, teneva intatte e ferme sul cielo tutte le fronde. Le statue mettevano un albore stemperato di luna tra l'intrigo dei rami.

Ricordo che quella notte mio padre, prima di coricarsi, disse tante devozioni contando parecchie volte i ginepri di una lunghissima corona. Anche nelle camere vicine si udivano mormorare preghiere sommesse.

Quando i padroni fecero ritorno dalla Terra Santa, fu impartita la Cresima ai figli dei servi le bimbe tutte vestite di bianco, i ragazzi tutti vestiti di una stoffa color del tiglio secco. Due file di panconi color ombra lineavano il tempio; al lato destro erano sedute le bimbe, al lato sinistro i fanciulli. Molti piangevano. Il vescovo mitrato lesse su un grande tomo di carta pecora poggiato sull'altar maggiore e poi, seguito da uno stuolo di frati e di chierici, si appressò ai ragazzi e pronunziando preghiere gli unse la fronte.

Il pranzo fu imbandito nel mezzo al parco e le principesse servivano a tavola: Bianca, Beatrice, Elvira, Alice.

Prima di metter cibo alla bocca, fra i tronchi abbarbicati dalle liane e le ciuffaie degli oleandri, apparve il vescovo mitrato agitante il pastorale argenteo, con il piviale rutilante: egli, benedicendo, allargò le braccia: il piviale, foderato di verde setato, sugli orli era incendiato d'oro; sullo sfondo del cielo, nuvolato di bianco, apparve come un grande dipinto del Tiepolo. Le principesse volavano intorno alla tavola come uccelli di paradiso. Le bottiglie di vino bianco esplodevano oro sulle tovaglie.

Il vescovo, deposti i paramenti, ritornò alla tavola, ma come trasfigurato: piccolo piccolo, tutto vestito di nero, un collarino rosso sangue e uno zucchetto in cima alla testa; invece del pastorale, aveva in mano una rametta di giunco e parlava come gli altri.

Egli parlò affabile con le principesse; noi si stava tutti zitti e in ascolto:

– L'olio misto col balsamo ci confermò il segno del cristiano e la grazia ricevuta nel battesimo... L'olio nasce dall'umor della terra e per la parola di Dio doventa cresima.

L'olio freddo sulla fronte mi sembrò che fosse l'estrema unzione.

Il pranzo fu condito di Item. Una bimba seduta dirimpetto a me piangeva di tenerezza. Le sue carni verginali, sotto gli sbruffi trasparenti e bianchissimi dei ricami, sembravano rametti di rose sotto la brina primaverile. Gli uccelli, volando sul verde delle edere, portavano nella boscaglia tutto il nero.


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