Lorenzo Viani
Il figlio del pastore

XIII.

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XIII.

 

Una mattina fu trovata morta la Sovrana. Grande costernazione. Ricordo che il "Palazzo" si empì di frati e di monache, e tutti si vestirono subito di nero. I ragazzi furono mandati sul mare.

Subito dopo la morte della Sovrana, il "Palazzo" cominciò ad essere trascurato. Anche se le edere si abbarbicavano ai muri nessuno le ricoglieva più; sui cordonati dei marciapiedi crebbero i muschi, e sul filo d'acqua della vasca, prima tersa come il cielo, crebbe il limo verdissimo su cui i rospi stavano fermi; sulle ninfee le rane sembravano morte.

Le foglie secche folate dal vento davano l'idea che qualche ombra sfogliasse un libro misterioso appiattata dentro la chiesa; e facevano trasalire.

Moltissime finestre stavano sempre chiuse. I padroni passeggiavano silenziosi e fuor d'ora. Anche i padri francescani risentivano di quel tedio.

Dopo qualche tempo dalla morte della Sovrana, capitò al Palazzo il principe Don Jaime, suo figlio, vestito da ufficiale dei cosacchi. Poco dopo, arrivò al "Palazzo" Don Carlos tutto vestito di nero; la barba gli s'era filettata di argenti e la carne pareva di cera. Padre e figlio passeggiavano sempre soli.

Di quei giorni non ricordo il sole. Il mare era sempre torbo come ceneraccio, la spiaggia gialla, scialba su cui si scioglieva la spuma come una trina intignata. Le gambette marine, impigrite da quell'autunno eterno, zampettavano sulla bàttima come gallinelle, stampandola tutta di fioretti.

Ogni tanto il mare straccava un cadavere. Scheletri di bastimenti naufragati altalenavano sull'onde lontane e i delfini mugliando vi facevano arco all'intorno. Poi la barca andava in perdizione, i delfini si tuffavano seppellendo nel mare i muggiti, i cadaveri erano coperti con cinque braccia di rena, e la duna e il mare si adeguavano nel grigio abbagliato dai fanali del Tino e di Livorno.

Quando al "Palazzo" c'era il Sovrano noi si stava sul mare. L'ombrello verde del pastore, che appariva dai cesti delle pagliole, era per me un palpito di speranza. Le pecore sui poggi parevano tante nuvolette scese dal cielo in terra.

Quando le greggi andavano verso la capanna che si alzava come una piramide sacra sui monti celesti, io ascoltavo il campano della mandra e quella squilla pareva mi dicesse: Spera! Ma mi metteva il pianto nel cuore.

Anche i miei erano uguali al pastore Sirizio e io potevo essere il figlio del pastore che dietro le pecore porta sul collo l'agnellino nato d'allora e, se è inverno crudo, sente un caldo per tutta la vita.

Il Sovrano e il figlio, vestito con l'uniforme dei cosacchi, apparivano sul mare all'altezza del "Palazzo"; ma la vastità della spiaggia e la linea spietata dell'orizzonte li impiccoliva tanto che parevano due uccelli pellegrini.

Io volavo sempre col pensiero alla Pieve di Santo Stefano, alla casata dei Fondora, al ritorno delle pecore dalle selve dei Rimortaglio, al tacchettìo dell'ugnoli sul pietrato, alle sorelle di mia madre, le quali, quando il cielo si fioriva delle prime stelle, mungevano le poppe tepide delle pecore. Colmavano di latte le secchiella che serravano tra le lor coscie potenti, e mi pareva che tante lune fiorissero l'impietrato dell'aia.

Rincasando provavo la morte.

Il "Palazzo" era sempre frequentato da grandi personaggi. Ricordo che mio padre diceva a mia madre: – È arrivato il duca di Bardi – e in quei giorni si piastronava il petto con certe camice bianche e lucide come il marmo. – Domani arriva il principe Massimo – e la solita camicia appariva sulla coperta del lettuccio di mio padre. – È arrivato l'arciduca Leopoldo, è arrivato il re Ferdinando, è arrivato il Sovrano, è arrivato il principe.

Tutti questi personaggi, noi ragazzi, li vedevamo da lontano. Quelli in divisa ci colpivano di più. Ferdinando di Bulgaria, con un grande cappotto a due petti, coi bottoni d'argento, e gli stivali di bulgaro giallo-cromo, con gli speroni stellati, il largo viso su cui l'eminenza del naso primeggiava, gli occhi sforbiciati con un taglio secco, i baffi e il pinzo fulvi e mossi, portava un berretto di corta visiera incerata, basso, largo, tagliato a fil di spada. Egli capitava al "Palazzo" dalla villa delle Pianore, ove era fidanzato con una delle numerose figlie del duca Roberto.

L'arciduca Salvatore d'Austria, fidanzato di donna Bianca, era altissimo, con tutti i segni caratteristici della sua Casa, uguale alle stampe dell'imperatore giovane: occhi ricettati entro un'orbita larga, baffi spessi, viso ad ovolo, fronte vastissima ed alta, tanto alta che la parte capillata del capo si scorgeva appena anche quand'egli era in capelli.

Il principe Massimo, fidanzato di Donna Beatrice, dai capelli biondi come un mannello di grano e gli occhi ceruli, sembrava di cera; sul viso trasparente come la porcellana staccavano gli occhi bianchi e, tra la barba color di macuba, la bocca larga e color rosa.

Ma il più notevole era il fidanzato di Donna Alice, un principe del nord, enorme, colossale, biondissimo canario, con gli occhi di cobalto; una testa di putto rubicondo sopra il corpo di un Bacco; vicina a lui, donna Alice diventava una bimba.

I personaggi portavano il seguito e il "Palazzo" si animava di signori tutti bianchi e neri, che parlavano in cento lingue, parlavano fitti fitti e pareva che avessero da dirsi sempre tante cose.

Soltanto il Sovrano era taciturno. Anche in quei trambusti egli, e sempre all'ora medesima, usciva e si avviava a passi spediti nel folto della boscaglia.

Se era al "Palazzo" lo seguiva il principe suo figlio.

La più bella delle principesse, dell'avvincente bellezza delle donne spagnole, slanciata e flessuosa come una figura regale di Goja, donna Elvira, era la più taciturna e la più sola. I grandissimi occhi neri e languidi staccavano sul pallore del viso ovale. La principessa Elvira soleva ravvolgersi il capo entro uno scialle bianco screziato di trine, e gli occhi balenanti parevano due rondini posate sopra una rappa di biancospino.

Donna Elvira ascoltò le parole del suo trepido cuore; amò, riamata, il pittore Folchi, coniugato.

Commise il peccato ed accettò serena la penitenza spietata.

Una notte, raccolti pochi indumenti ed alcune gioie, ravvolto il bel corpo in un mantello nero, traversò l'immenso bosco tenebrato dalle leccete e dai pini.

La guardia del cancello maggiore salutò umilmente la principessa che, a quell'ora insolita, andava verso la stazione, verso il suo sogno.

Nel "Palazzo" la sveglia fu drammatica.

– La principessa Elvira dorme?

– È morta?

Aperta la porta del suo appartamento, questo fu trovato vuoto e come rovistato dai ladri.

Il padre scrisse: Oggi è morta mia figlia Elvira.

Ed ella, progenie di re, andò come un'ombra verso le peripezie della vita nomade ed oscura, e corse, e forse corre ancora, dietro al suo sogno.

Da quel giorno il "Palazzo" fu chiuso, nel parco crebbero le malerbe, coprirono gli stemmi gigliati e le vasche, i vialetti argentati di ghiaina che rilucevano sotto l'ombre fosche degli abeti.

I due colossali platani centenari non più potati, allungarono le braccia nocchiute nel cielo; su quei due paretai naturali si posava l'uccellame che aveva passato l'Oceano. L'arcano silenzio era rotto dal crocidare di volatili strani.

Chiuso il "Palazzo", fu bandito il bosco.

 

Una sera, orribile sera, mentre io e mia madre si stava rincantucciati nel canto del fuoco e fuori un vento impetuoso sbatacchiava le vele e molinava il fogliame, il mio fratello maggiore faceva la lezione sotto la ventola del lume, si udì bussare alla porta. Mia madre chiese trepidante: – Chi è?

– Son io – rispose la voce di mio padre che era diventata come quella di un ragazzo.

Aprimmo. Sembrava che tutto il bosco gli soffiasse addosso il gelo e l'ombra. Egli aveva sotto il braccio un fagotto di panni. In un giorno era incaschito di quindici anni. Dopo un misterioso colloquio con mio padre, mia madre dette un urlo di disperazione: – Hanno licenziato vostro padre! – e pianse come una bimba. I singhiozzi erano conditi di parole amare: – Mi metterò uno scialle sulla testa e andrò per elemosina –. Anche mio fratello pianse.

Mio padre, dopo essersi seduto nel canto del fuoco, si mise a piangere, io solo non piansi ma mi sentivo cascare l'anima a pezzi. Per tutta la notte si vegliò come quando si vegliano i morti.

 

Subito dopo il licenziamento, mio padre, senza arte parte, girottolava per i canti delle darsene, senza veruna speranza. Gli occhi riflettevano la desolazione. Piano piano egli si scarnì, sulle spalle ricurve le scapole sembravano due pietre che lo gravassero verso la terra.

Il pane perse il colore e il profumo, divenne un pastone pesante e del colore della terra argilla. Ingozzato che s'era faceva piastrone sullo stomaco come aver mangiato pastone da mattoni. Mia madre si spolpò e ingiallì.

Tutti ci cominciarono a negare. Il fornaio voleva vedere i soldi sulle mani, il macellaro dava cincigliori di ciccia da cane. Rivedo mio padre vergognoso rasentare il muro della mia strada, con sotto il cappotto un cavolo infradicito, un chilo di farina di granturco e una cartatina di sale. Mia madre non si mise mai lo scialle sulla testa come facevano quasi tutte le altre donne del vicinato andò mendica di uscio in uscio. Si mise invece a lavare i bucati. La vedo ancora nei tristissimi inverni uscire di sulle pietre del fosso e tornare a casa come un'affogata a cui Dio avesse concesso di rivedere i figli per l'ultima volta. Non avendo panni di che mutarsi, si nudava nel canto del fuoco e si faceva asciuttare pelle e vestimenta dalle fiammate. Per tutto il giorno tremava come una bimba. Così intirizzita andava a far legna nel bosco e ritornava tutta sanguinante. La sera non si accendeva più il lume. Si stava nel canto del fuoco come gatti.

 

Mio padre, dopo un anno dal licenziamento, era diventato un'ombra. Il corpo discarnato del tutto. Quando passeggiava sul mare, lo scorgevo anche tra cento per il suo andare appesantito e stanco.

Il nostro vicinato era di casupole a cui mancavano e porte e finestre; ad una mancava anche il tetto e l'avevano fatto con dei pezzami di vela. Le spose erano di continuo gravide; sul rimanente del corpo dilupato il ventre dondolava indolente.

Notti terrificanti. Nel buio mio padre si allungava come una paura, piangeva e il viso si liquefaceva come un acquerello. Ogni tanto si udiva gridare: – Aiuto! Era un inferma che scheletriva sopra una cuccia da cagna.

Vicinato di tristezza. Di fronte alla mia casa ci abitava una donna a cui erano affogati due figli nel mare; era sempre vestita di nero e li chiamava a nottate sane. Qua e abitavano vedove di marinai annegati. Le notti che il mare rompeva nei muri degli orti, pareva che l'ombre dei morti ritornassero alle loro casette gemendo.

 

Un giorno ascoltai con stupore una donna del vicinato, la quale dopo aver fissato mia madre negli occhi le disse: –– Avete a concepire un altro figlio.

Col cuore e con gli occhi innocenti seguivo sempre mia madre che ogni si trasfigurava.

Dormivo insieme al mio fratello maggiore quando una notte udimmo in camera come il belar di un agnellino e subito la voce di mia madre che ci disse : – Vi è nato un fratellino. Eccolo qui guardatelo, ma non gli fate male.

Odorava di latte ed era chiaro più chiaro del camicino che aveva al collo una galappia di seta. Gli posammo le nostre labbra teneramente sul capo perchè ci pareva che anche il bacio più gentile dovesse fargli una fossetta sul capo.

Toccatelo ma piano. E non sulla testina che l'ha dolca. E non l'alzate che ha l'ossa tenere. Quando lo vorrete vedere lo alzerò io.

Lo portarono al fonte del battesimo e lo chiamarono Raffaello.

 

Mio padre, accostumato nel "Palazzo", si era colto di spavento. La vergogna degli abiti strapanati lo riduceva per delle ore nel canto del fuoco a meditare sulla morte. Quel pensiero lo riduceva un cencio come quelli che aveva addosso. Gli occhi fissavano l'impiantito atoni e stanchi. Lungo il canale fissava cagnacci annegati col cordino al collo che il riempifondo dell'acqua portava al mare. Dietro a lui le vele gialle abbrividivano i toni. Croci e Calvario dipinti di pece, spiccavano tetri. Mio padre andava a distruggersi nei canti delle darsene. Non ho di quei tempi memoria di una giornata di sole, l'astro doveva essersi tenebrato. Vento, pioggia, luce funebre e truce.

Senza amici la vita è tedio, ogni operazione fatica, ogni vita tormento, ogni terra peregrinaggio. La vita per mio padre, abbandonato da tutti, era diventata, tedio, fatica, peregrinaggio, tormento.

Mio padre non speculò sulla morte, il termine che Dio ha nascosto agli uomini e alla loro sapienza per tenerli in continuata temenza. Una croce e il sangue e una parola cruda come una pietra consolarono mio padre : – La morte non cura altra gloria e involge il piccolo e il grande.

Egli trovava ristoro nella chiesa. Un giorno mi condusse nel Tempio; ebbi l'impressione che volesse confidarmi qualcosa e lo seguii mortificato. Nel mezzo alla chiesa c'era un catafalco a cui ardevano intorno delle candele erette su candelieri argentati. Mio padre, dopo essere stato prono sull'inginocchiatoio, alzò il capo, fissò il teschio, che era nel mezzo del panno nero, lungamente, poi mi disse: – Un altr'anno anch'io son così.

Senza conoscere precisamente il perchè, sentivo che la nostra rovina era prossima. Un gran tremito mi prendeva, andavo sulla duna e passavo delle giornate sane senza cibarmi, guardando il mare. Le barche che uscivano dal porto, tutte invelate, erano la mia consolazione; seguivo il loro corso fino a che non sparivano verso l'Isola della Gorgona. Perduto nell'infinito, sognavo viaggi lontani lontani.

Oltre il braccio di pietrame bigio del molo, c'era tutto lo scenario delle Alpi Apuane e la foce della Magra. Dalle insenature del golfo della Spezia s'udivano come dei tuoni. I pescatori d'arselle andavano lungo la bàttima come anime metitabonde. Le piccole vele dei "gozzi" da "nicchi" giallo sbiadite, sul turchino del mare, lo aravano come aratri setati. Gli uomini governavano il timone, che filava argento sulla scia. Il tonfo del ferro gettato sobbolliva di spume lo sterminato plumbeo. I vapori lontani lontani parevano dipinti sull'orizzonte; anche il fumo delle ciminiere pareva dipinto.

Al di di quella linea infinita, luminosa, profondissima, travagliavano e penavano altre genti. Col chiarirsi delle arie, al vespero, emergevano le isole tutte celesti, la Meloria e la Gorgona, la Capraia, la Pianosa come grandi vascelli disalberati.

Cominciai a star fuori anche la notte. Stavo delle settimane senza farmi vedere a casa. Quando ero vinto dalla stanchezza e dal sonno, mi buttavo sopra una pianta di quercia abbattuta e dormivo con la illusione di essere in una selva. Il pietrato del molo fu spesse volte il mio letto. Buona parte della notte la passavo in un "Casone", in compagnia di altri trascurati, giuocando per delle lunghissime ore. Tutta la tregenda di quel "Casone" mi aveva impietrato. I pianti continui, i lamenti, le risse, le coltellate, non ci facevano alzare nemmeno il capo dalle carte luridissime. Le ultime ore della notte si passavano in una tettoia lungo il fosso, in compagnia di tutte le trasandate di passaggio. Il padrone della tettoia mercanteggiava anche la moglie. Una sera un nostro amico fece traffico con lui. Il marito andò al caffè notturno, si ubriacò; poi tornò a casa e con la coltella che teneva per chiavaccio all'uscio sgangherato, trapassò l'amico da una parte all'altra, lo prese per i capelli e lo strascicò sul pietrato del fosso.

Il delitto ebbe delle conseguenze tragiche. L'ucciso era figlio di un marinaro a cui dicevano "il Terracinese", di membratura colossale e di cuore ferrato.

Dal pietrato del molo, sullo sfondo dei pennoni afforcati in croce e il telaio a spranghe rosse del faro, ogni giorno faceva apparizione "il Terracinese". Il vecchio gigante, dalla barba sproccosa e i capelli irti, con la bocca armata di denti canini, cieco, con gli occhi incorallati di sangue, lampeggianti come quelli di un lupo, a braccia protese come se volesse prendere qualcuno per la gola, con la voce musicata di ferocia, ruggiva:

Boiaccia, te magno la corata. Dove se' annata, te magno la corata. Aridamme Auro! Aridamme Aurooooo!...

Essendo l'uccisore imprigionato, "il Terracinese" cercava la femmina che, come una ghiandaia, era sfalcata nel folto della boscaglia.

La folla imbestiata incitava il gigante: – Ammazza, ammazza, ti si tutti man forte. Noi la teniamo e tu la scanni.

– Gli succhi il sangue come un foinco!

Datemi la direzione che io la levo al lezzo della sua carne malnata – e il gigante acciecato dava di cozzo nelle colonne.

Qualcuno gli afferrava un braccio, poderoso come la barra del timone e gli dava direzione verso i covili lungo il canale.

– Se è nella tana, s'unge di petrolio come una talpa e gli si fuoco.

– Ma dove siamo? – bramiva il gigante cieco.

– Sulla via buona. Vai deliberato, "Terracina".

Aridamme Aurooooo... Se la scovo nel bosco, le sbacchio il capo nella ceppa di un pino. Farò schizzare le sue cervella impalpe. Dimezzata che l'abbia, la darò in pasto ai cinghiali.

Nei giorni di temporale, quando il mare rompe sul pietrato e gli schizzi spolverano di bianchi il cielo nero e un muglio di tori viene dalla Capraia e dalla Pianosa sommerse, e le vele gialle nelle darsene abbisciano le croci, i rantoli degli arganelli s'affondano nell'acque morte e nere, la voce del "Terracinese" prendeva l'intonazione della tempesta e gli occhi avevano i brividi dei lampi.

Aridamme Aurooooo...

Aurooooo... echeggiava il mare.

Auro!

Discarnato dai lampi " il Terracinese" su quello sfacelo sembrava lo spettro di un guerriero valoroso a cui avessero strappato la corona di lauro.

Aurooooo... Aurooooo...

La gente, anche sotto il piovasco andava ad incitare "il Terracinese" e tutti mézzi andavano a imprecare davanti alla tettoia.

La tettoia era sul canale deserto. Quando vi lampava la luna, dagli sdrucimenti che il vento faceva nel cielo nero, e gli alberi dei bastimenti c'erano riflessi, con la porta verde slabbrata, dava ribrezzo. Vicino alla tettoia, simili a tre celle, c'erano i cessi le cui porte erano state portate via; i canali intasati rigurgitavano sul pietrato. Dall'altra parte c'era un fondaco ripieno d'ossa di bestie, la cui putredine richiamava tutti i cani e i gatti malati che durante il giorno stavano accovacciati nelle fognature del fosso di scolo. L'alba in cui fu trovato l'assassinato marmato sulle pietre, cani e gatti lo annusavano.

Di giorno largo, dalla finestra della tettoia disabitata, si scorgeva una colonna del letto sulla cui nottola nera c'era una fiamma bianca gelata di scolati di candela. Sulle coltri, accagliate di sangue, c'era rimasto sbuzzato un guanciale ripieno di penne di gallina.

Quando la tettoia dava ricetto, appena che uno aveva bussato, l'uscio si apriva e il padrone si metteva sull'attenti e presentava le armi con la coltella che faceva da chiavaccio.

La sera che Auro andò alla tettoia nessuna trasandata vi era capitata.

– Se te ne giovi puoi bere al mio bicchiere.

– Sì.

La donna, due stinchi entro due piedi divaricati, il ventre stralevato sulla cresta del bacino, le poppe ciondoloni sul ventre, il petto scarnito di una pollastra, il viso rosso slabbrato, leccato dalle lingue nere dei capelli unti, due occhi che uno guardava fisso e l'altro di traverso, con i pugni affondati nei lombi, disse al marito: – Passa via.

– E voialtri voltatevi di –. Le sue bimbe dormivano in un canile nel canto del fuoco.

Dopo l'accaduto, le bimbe le portaron via le guardie.

Alla madre, braccata dal "Terracinese", le convenne andar su per le montagne.

L'assassino ebbe tant'anni di galera.

Sulla porta della tettoia ci fu imbullettata una traversa di legno.

Specchiati – erano le parole che diceva misteriosamente mia madre quando affacciandosi sull'uscio di casa nostra fissava la tettoia.

"Terracina" morì di crepacuore.

Pochi giorni dopo si rivide mortificata mortificata, tutta stracciata, coi capelli pepe e sale, mezza cieca, la padrona della tettoia che se ne stava a prendere un di sole sul fosso. I ragazzi non la conoscevano e i grandi la compativano.

Quando lui rivide aria, ricapitò al paese; gli occhi ardenti gli s'erano freddati sul viso slavato, senza baffi a quel modo pareva un cuoco d'ospedale con gli abiti imbucatati di fresco.

S'incontrarono sul fosso e si misero a parlare come due innamorati.

Dopo pochi giorni fu levata la spranga di sull'uscio della tettoia e i due si riaccasarono. Lei stava al sole come i gatti. Lui si ridiede alla bibita e il delitto tragittava nei suoi discorsi.

Tutti lo cominciarono a tenere a bada.

In "Collegio" aveva imparato il latino e sentenziava in quella lingua.

Un giorno, dopo molto tempo, lo incontrai ubriaco fradicio, sulla via del cimitero; nelle mani sudice stringeva un mazzo di crisantemi che nelle cadute ch'egli faceva s'erano tutti infangati. Pioveva come Dio la mandava. Sul soglio del cimitero si fece il segno della croce.

Entrò, si tolse il cappello, sverrinando da una tomba all'altra andò nel quadrato dei poveri. Posò il mazzo sopra una tomba. Raccolse un pugno di terra, la baciò e se la mise in tasca della giubba. Poi errò come un dissensato tra le tombe, sbrucò dei chiocciolini di sull'erbe bagnate, si mise in tasca anche quelli, raccolse una coccola di cipresso e se la mise in bocca come una cicca amara di fiele. Salutò l'ossario, e dopo aver letto a modo suo l'epitaffio in latino: – Et qui l'ossa umiliata esultabuntumimitò la gran cassa: – Tum! – e uscì.

La mattina fu trovato a pezzi sulla via ferrata, le gambe s'erano afforcate sopra una rama di bianco spino, le braccia erano schizzate in un campo rosso e la testa era a dissetarsi entro una fossa.

La tomba su cui aveva posato i crisantemi motosi era quella della sua donna.


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