Lorenzo Viani
Il figlio del pastore

XIV.

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XIV.

 

La definizione giusta del mio padrone, parrucchiere teatrale e pedicure, era quella che aveva dato la sua legittima consorte Caterina: – Vituperio. Dunque con un vituperio trascorse buona parte della mia adolescenza. Ma la mia adolescenza come la mia infanzia non fu vaga indefinita. Poche idee, ma determinate.

Ero sicuro che non avrei per tutta la mia vita sbarbato volti e tosato zucche. Toccare quei visi setolosi, mantrugiare le guance impolpe di saponata, – allora s'insaponava a mano, ponendo un bacile sotto la gola del cliente – mi dava ribrezzo.

Le poltrone della bottega erano patibolari, perniate su di un maschio d'acciaio giravano come ruote di stovigliai, l'appoggia teste, imbottito di capecchio, era dentato e graduato: alzandolo sgranava una raffica di mitragliatrice: quando i clienti v'erano sopra parevano sul patibolo.

Il mio padrone era l'unico in tutto il paese che pigliasse l'impegno di sbarbare i morti.

Barbe, o servizi come diceva il mio padrone, drammatici. Al nostro apparire erano pianti dirotti e lamenti supplichevoli: – Non lo potevamo mandare davanti al tribunal di Dio così. Guardatelo!

Il cortinaggio o il paravento s'apriva e il cliente era steso, col vestito delle feste e il colletto armato del cravattino nero che ingollava il collo fine al mento. Le barbe, cresciute nell'infermità, sono meno ispide di quelle cresciute nella virilità a cagione che il bulbo si rilassa e il pelame vegeta all'ombra; ma il raffreddamento gela la radice e il taglio raso presenta qualche difficoltà. Insaponare il viso di un morto è straordinariamente difficoltoso, sempre a cagione del raffreddamento, perchè il sapone, essendo amalgamato d'olio e di materie grasse, se il cliente è inattivo e non rende calorie dissolventi la schiuma non monta.

Poi c'è il fil del rosoio. Il mio padrone sosteneva che i rasoi hanno l'anima.

Su questo argomento parlava moltissimo: – Vedete or ora questo rasoio andava che era un bigiù, ora si è incantato: vi ho detto che i rasoi hanno l'anima.

Sbarbando un morto i rasoi s'incantavano spesso, ma Fortunato sussurrava: – Tanto è ciccia fredda.

Il mio padrone aveva anche delle clienti vecchiette che sembravano fatte di calze vecchie, mantelline tirate su con l'aghetto, sottanine a e in capo certi sportini neri con su delle ciliegie di legno o dei fiori dorati e fritti.

Queste vecchiette, quasi tutte uguali, dai nasi cicciosi e la bocca molle come quei pesci che sguisciano nel fango, con gli occhi lessi o affrittellati, portavano a conciare i loro parrucchini, le code finte, o i baciami subito, quel ricciolone che le ragazze portano pendente sul centro della fronte.

Queste bellugíe essendo guaste, esse le tenevano ravvoltolate in certe cartine fra della farina di granturco per liberarle dalle tignole.

Le magagne delle lor teste erano allo scoperto, spelazzature che mostravano la pelle gialla che fodera il teschietto, parietali freddi e bianchi come la buccia del cocomero dove poggia in terra, fronti mondate come uova e qua e ciuffetti di capelli tinti e ritinti, strinati dal nitrato d'argento.

Le vecchiette vergognose capitavano nell'ore bruciate, fra il tocco e le due, quando comincia a passeggiare il demonio pomeridiano.

Il mio padrone era seduto al telaretto, intento a intrecciare dei capelli su tre capi di filo.

– Se permette chiudo. C'è tanti scandalosi nel mondo – e quelle martiri entravano sgonnellando.

– Avrei bisogno d'un lavorettino – e traevano da certe borsette l'involtino di capelli tutto infarinato.

Allora il mio padrone, con grande enfasi, scoteva queste reliquie e la farina piovigginava e qualche ciuffo intignato volava via come un passero.

– Per carità sono rovinataurlava la vecchietta.

– Per lei ci avrei un bel lavoretto d'occasione – e il mio padrone traeva da una cassetta teatrale certe parrucche bionde itteriche che avevano servito per degli anni alla "Saffo" e alla "Traviata".

– Le pare! E poi io porto questi aggeggi per liberarmi dal freddo al capo.

– Ma con questo è lo stesso che lei abbia in capo una berretta di lana.

– Lo vuol sapere? Non posso spendere.

– Ma per quello ci si arrangiacommentava il mio padrone. – Tanto lo sa cosa mormorano nel paese?

Le povere martiri rimanevano a bocca aperta come un fico.

Dicono che io...

– Cosa ? – ed esse ridevano col sorriso delle bimbe, che ritorna sopra un mare di guai sulla bocca delle vecchie.

Dicono che io me la intendo con lei

E mentre le vecchiette fuggivano inorridite, il padrone le schizzava con una boccetta di benzuino allungato nell'acqua.

Capitavano anche le clienti giovani e ardite come pollastre, sui cui visi ci si potrebbe spaccare la ghiaia; ma quelle spadroneggiavano profumandosi e dandosi le cerette più costose ai capelli anellati.

 

Nei tedi invernali io disegnavo. Disegnavo a memoria di tutto un po'. Si cominciò a vociferare che io avevo talento per la pittura. Le mormorazioni giunsero anche agli orecchi di mio padre, il quale una sera vedendomi disegnare disse con tono doloroso: – E un'arte da ricchi.

Per la bottega c'era sempre un gobbo benestante che faceva il paino, si lisciava, s'intorchiava i baffi e si arricciolava un neo al quale teneva più che ai suoi occhi.

Un giorno egli mi disse: – M'hai a fare il ritratto!

Benonerisposi.

– Ma intendiamoci – e il gobbo schiacciò un occhio.

Io, capita l'antifona, lo disegnai dritto come un cero. Lui, delirante, l'inquadrò e sparse la nuova in tutto il paese, asserendo che se io avessi studiato sarei diventato un secondo Raffaello Sanzio da Urbino.

Allora mi capitò di fare l'ingrandimento a una bimba morta; nel mio disegno sembrò viva a suo padre. La mia reputazione cresceva a vista d'occhio.

Mio padre volle che facessi a penna l'ingrandimento dell'arciduca Salvatore. E io lo feci.

Poi feci il ritratto del maestro Giovanni Pacini e ci scrissi sotto a stampatello: "L'immortale autore della Saffo". Il ritratto del maestro fu esposto nella vetrina di un pannarolo e fu lodato dal popolo e dal Comune da cui ebbi un sussidio di ottanta lire annue.

Fu la prima volta che lessi il mio nome stampato su per i giornali: "Cittadini che si fanno onore".

– Ah peccato, ah peccato!...

Perchè?

– Come, non lo sapete?

– No.

– Ha sposato l'idea della "Spartana". Quello finirà in un fondo di galera: altro che Raffaello!

Io, che avevo ritagliato il pezzetto del giornale in cui era scritto il mio nome, quando ero lontano da tutti, sul mare, lo toglievo da un portafoglietto che avevo e lo leggevo per delle ore intere. E concludevo: E pure di ha da venire!

Un giorno, mentre ritornavo da Bocc'a Serchio, vidi un comunello di gente sotto l'ombrello di un pino e tutti guardavano in .

– Cosa speculate? – chiesi.

– Sei rimbarbogito ? – mi risposeromira !

Un uomo, come un mostruoso pendolo d'orologio, pendeva appiccato per una corda a un ramo: s'infunava piano piano a destra, poi piano piano si sfunava a sinistra. Le sue scarpe piallate dalla strada mostravano le piante dei piedi incuoiate.

I più discutevano sul come aveva fatto a congegnare la fune al ramo.

Da una specie di zaino, affardellato dalla miseria, pendeva una cassetta da pittore a cui era legata una specie di bacchetta del comando, e un mannello di pennelli.

Mentre uno che faceva le pine lo calava giù, tenendolo per il cappio, la gente disse: – Si sa, i pittori son tutti matti.

Un altro matto stava a dipingere dentro una baracca che da se stesso s'era fatta sul mare con il fasciame di una barca che era naufragata.

Un altro spiritato, dimesso da poco dalla galera, dipingeva in un covile sterrato in compagnia di gatti, pipistrelli e cani. Un ombrellaccio aperto come un pipistrellone era attaccato al tetto rovinato.

Questo essere ottuso, che tutti tenevano a bada, fu il mio primo maestro. Mi parlava del Pollastrini, del Vannutelli, del Ciseri e di Francesco Domenico Guerrazzi. Egli era come il minerale che non è pietra e non è metallo; seguiva il filo delle sue allucinazioni pittoriche che risentivano il tetro del luogo da cui era uscito.

Ma allora, per parlare di pittura, sarei salito sul tetto.


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