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– Insomma vado a Lucca – dissi un giorno risoluto a mia madre. Lei sapeva per esperienza che quando avevo detto una cosa era quella. Mia madre sbracciò, urlò, si tapinò, disse che ero la sua dannazione.
– Io ho detto che vado a Lucca.
Mia madre disse che avevo un viso che ci si sarebbe pestato sopra il lardo e che pensassi bene a quello che facevo: – Fai quella vicina all'ultima.
Ma in quel tempo accadde il fatto seguente.
A vigilare il bosco abbandonato avevano lasciato dei guardiani accasati sui crociali degli stradoni. Il capo di questi guardiani era ammogliato con una sorella di mia madre di capelli rossi come una fiamma, con gli occhi celesti. Mio zio disimpegnava il suo ufficio fino alla crudeltà: quando gli capitava di poter sorprendere delle donnette che facevano due stecchi di legna, redigeva dei verbali fiscali lunghissimi che poi spediva alla Pretura. Egli aveva più del censore che del guardaboschi, vestiva con grande dignità e parlava di varie cose con dottrina. Mio zio, altissimo, barbuto, impalato, teneva moltissimo a somigliare a Don Carlos. I suoi occhi, ottusi da una estrema miopia, gl'impedivano di leggere, e questa era la sua croce perchè egli amava i libri. Ogni tanto capitava in casa un suo fratello prete, che pareva tutto lo zio sbarbato; con il fratello sceglievano i libri lieti ed onesti.
Le figlie di mio zio, giovinette, la sera non facevano che leggere: letture lunghissime, monotone, attedianti. Lui ascoltava senza perdere una sillaba.
La mia zia intristì innanzi tempo, impallidì tristamente, colori autunnali le piovvero sul capo, l'azzurro dei suoi occhi si piombò e si spense. Un giorno si allettò e dopo pochi giorni morì.
Ricordo la grande croce di legno spuntare dal bosco, gli incappati, le candele, i frati, i tocchi delle campane a morto, una corona di fiori, i pianti angosciosi delle mie cugine. Mio zio, afflitto, tutto vestito di nero, si asciugava le lacrime con un fazzoletto bianco.
– Forse è stato meglio così. – Sono le uniche parole che ricordo di quel giorno triste.
Finito il duolo e il lutto, mio zio sposò in seconde nozze una donnetta attempata che accanto a lui sembrava una nana. La donnetta lasciò le cose come le trovò. Le letture, che non erano smesse nemmeno le sere del duolo, continuarono. Le mie cugine pareva burattassero le parole, leggevano senza tono e senza discernimento.
Delle sere capitavo anch'io e le aiutavo, ma anch'io leggevo e leggevo senza veggenza.
Fu una di queste sere che accadde il fatto più notevole di tutta la mia vita.
Avevo letto tanto che gli occhi mi s'erano spenti. Quando li alzai dal libro vidi un'adolescente tutta vestita di nero, con un bel capo di capelli d'ebano voluminosi come un casco e sotto un medaglione greco con due occhi vellutati e neri. L'adolescente era rimasta orfana da pochi giorni e, insieme a una sorella si ritirò con la zia che era la seconda moglie di mio zio.
L'adolescente leggeva sempre un libro di preghiere: "Meditazioni, preparativo alla festa della Madonna dei sette dolori".
Un giorno che l'adolescente aveva lasciato il libro sulla scrivania, io lo apersi e vi trovai dentro dei fiori secchi e dell'erba cedrina che profumava ancora; ma più inebriante per me fu il profumo che vi avevano lasciato le sue mani. Quando ella leggeva sotto le liane che eran davanti casa, io passandole vicino alleggerivo il peso dei passi e tremavo.
Sul vialone dei tigli, i vecchi sedili di pietra s'erano inteneriti di muschi verdissimi, due lame d'argento erano le fosse che lineavano il viale, le prunaie, sempre fiorite, mettevano un aprile infinito nel folto della boscaglia.
Il battito eterno del mare faceva cantare alla selva un suo canto lene e solenne.
L'adolescente soleva sempre passeggiare nei posti più deserti, smarrita come in un sogno lentissimo, tra le reliquie del fogliame che spengevano i suoi passi.
Io la seguivo da lontano come una chimera d'amore e di morte.
Quando dai pini tralucevano i righi gialli del sole che si tuffava nel mare e i brividi bianchi delle foglie dei pioppi, rovesciate dagli aliti freddi della sera, musicavano il silenzio, l'adolescente tornava verso casa ed io m'infoltavo nel bosco, saltavo dei grandi fossati, dei bugnoni di spine e andavo al mare che mi pareva cantasse per me.
L'adolescente non sospettò mai il mio amore. Volevo cacciare dal mio cuore questa passione che mi metteva tra la vita e la morte, ma ogni giorno di più mi penetrava nell'ossa. Annodato sul pancone di una bettola, aizzavo il cervello contro il cuore, ma al vespero andavo delirante nel folto della boscaglia dove ero certo di veder lei. Lì ero ripreso dalla disperazione e mi tapinavo, non visto, sul fogliame marcito.
Un giorno l'adolescente si apprestava a partire per l'Educandato. Ricordo una cassa di legno, lunga come una cassa da morto, entro la quale riponevano il suo corredo simile a quello di una sposa. Ebbi la sensazione ch'ella partisse per il mondo di là, e occultato nel bosco piansi lungamente.
Ella partiva invece per uno di quei luoghi che hanno per fine di provvedere all'istruzione e all'educazione delle giovinette appartenenti a famiglie onorate e civili, luoghi salubri e ridenti, lontani dal consorzio civile e dalla vicinanza delle abitazioni private; luoghi dove si coltivano la morale religiosa, il sentimento del dovere, i costumi cortesi, e si preparano per la società di domani buone madri, affettuose sorelle, figliuole timorate e donne gentili.
Nell'Educandato gli studi si compievano in nove anni: ella ne sarebbe uscita a diciannove anni, io l'avrei rivista a ventisei.
La zia piagnucolante controllava il corredo dell'adolescente. L'adolescente con una nota in mano leggeva
– Otto – rispondeva la zia dopo aver contato.
– Quattro – echeggiava la zia.
– Quattro
– Quattro.
Quando ebbero finito la lunga litania, s'abbracciarono e piansero lungamente.
Il dimani lo zio, tutto vestito di nero, condusse l'adolescente verso l'Educandato. Ella gli andava a fianco vestita di nero con delle margheritine ricamate sul petto.
Io studiavo altro regolamento ed altro corredo: "L'amministrazione dello Stabilimento è affidata, sotto ogni rapporto, ad un intendente nominato da S. M.
Gli arrestati per ordine del tribunale dovranno spogliarsi del loro vestiario e questo verrà consegnato in conformità dell'articolo 17 al magazziniere e guardarobiere e saranno vestiti con gli abiti dello Stabilimento che rilasceranno alla loro scarcerazione.
Il custode sarà tenuto, tre volte al giorno, ad ore impreviste, ad assicurarsi che i carcerati non abbiano ferri o strumenti atti a procurarsi la fuga.
Corredo: camicia, giacchetta, pantaloni, berretto, e zoccoli.
Ai carcerati la camicia verrà mutata una volta il mese.
Vitto: zuppa economica, una libbra di pane. La bevanda consisterà in una pinta d'acqua.
Nelle tre solennità dell'anno: Pasqua del santo Natale, di Resurrezione, e dell'Annunziazione di M. V. sarà somministrato un boccale di vino e otto once di carne.
Nei giorni festivi tutti i carcerati dovranno assistere ai divini Uffizii".
Il Bagno e l'Educandato erano ai lati opposti della medesima città.
Quando trapelavo che lo zio si recava all'Educandato per rilevare un giorno l'adolescente, onde farla divagare un po', io partivo la sera avanti a piedi e al primo treno in arrivo dal mio paese ero nei pressi della stazione a pedinare il mio zio, cosa che potevo fare agevolmente essendo egli miope all'eccesso.
Egli tirava il cordone del portone dell'Educandato, ossequiente e contrito.
Dopo una mezz'ora, lui e l'adolescente vestita di nero con due fiocchi altomare alla pamela, uscivano sorridenti. Prima si recavano in Duomo ad ascoltare la messa, poi andavano a prendere il vermutte e le paste, poi, dopo aver passeggiato un po' sul viale buono, andavano alla trattoria che aveva le tendine ricamate. Io li guardavo di fuori come un accattone.
– Giovanotto, le carte! – mi sentii chiedere un giorno.
– E chi le ha? – risposi.
– Allora favorisca con noi.
Favorire con quei signori voleva dire starsene per due o tre giorni a pane e acqua e ritornarsene a casa con la vigilanza speciale.
Dopo qualche tempo, l'adolescente s'era fatta una donna. Mano mano che lei sviluppava, la mia disperazione aumentava.
Avevo davanti a me otto anni.