Lorenzo Viani
Il figlio del pastore

XVI.

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XVI.

 

Dopo le domande fatte di notte tempo a bruciapelo, in tono minatorio:

Giovanotto, le carte! – avvenne il mio primo arresto clamoroso.

Nel tumulto di un corteo c'era, in testa a un gruppo di giovanotti esagitati, una corona di lauro con un fiocco e un nastro scarlatti, su cui erano scritte parole inesplicabili per i più: "Delenda Chartago".

Il comandante degli agenti, giallo di naturale, a tal vista impallidì tanto d'ira che fece lume. Un toro, alla vista del telo rosso che gli ventilasse davanti il torero, non avrebbe eguagliato in furore il capo degli agenti allorché vide il lauro, il nastro, le parole.

– Chi è di loro che risponde di quest'affronto? – disse, e di più non disse chè fu colto da tremito.

– Io! – risposi.

– Tu!... – ed ebbi un tal sergozzone che se le mie mandibole non erano ben cernierate sarei stato scilinguato per tutta la vita. Poi fui legato ed avviato verso le carceri.

La folla prese le mie parti con l'intenzione di liberarmi dalle mani dei carabinieri. Fu un molla e tira, tra agenti e folla, in cui venivo sbalzato e rimbalzato come un fantoccio; di poi gli agenti, per difendersi, sfoderarono la sciabola e chiesero man forte alla caserma dei soldati di mare. Ne giunse un plotone armato di fucili.

In quella tempesta, il capo degli agenti cinse la sciarpa del colore dell'arco baleno. Ma l'arco non fu foriero di bel tempo chè una gragnola fitta fitta di pugni si scaricò sulla mia testa e sulle mie spalle.

Nel trambusto, la sciarpa fu stracciata come il baleno nunzio del sereno da una raffica di vento gagliardo.

I miei panni furono stracciati, il mio corpo si coprì di lividi. Mi riebbi quando fui messo in cella, il cui buiore calmò i miei nervi eccitati. I vetri della caserma andarono in tritumaglia. Un agente dal finestrino della cella mi mostrò il nastro rosso accalappiato come un capestro. Vedendomi egli biascicare mi disse: – Mangi? Tra poco ti accorgerai a che ora fa giorno.

Mangiavo invece un foglio di carta protocollo su cui erano scritti tutti i nomi degli affiliati al "Gruppo".

Dopo del tempo mi legarono e mi tolsero da quella specie di muda e mi nel parlatorio. Costì c'erano tutte le autorità, compreso l'oratore ufficiale della commemorazione. L'oratore strozzava nelle sue mani ufficiali un ciuffo di cartelle commemorative.

Tra il numeroso stuolo, mi colpì un signore vestito di color cenere, con un cilindro color cenere, con la cravatta color cenere, con i baffi e certe lunghe basette color cenere, e di color cenere aveva gli occhi, i capelli, le ghette e le scarpe. Il signore di bianco aveva soltanto il pomo del bastone di malacca, i polsini, la camicia e il colletto e una perla sulla cravatta. Quel signore era il prefetto conte Guglielmo Capitelli, amico della legge e delle muse, il quale nel 1873 in Bologna aveva dato la caccia a Michele Bakunine. Egli dette l'ordine di sciogliermi, poi si avvicinò a me e mi chiese affabile:

– Siete anarchico voi?

– Sì signorerisposi sorridendo. Il prefetto sorrise e dette l'ordine di liberarmi. – Ma come vi è saltato in mente quel Delenda Chartago? – soggiunse.

– Questa però la paghi cara – mi soffiò piano piano in un orecchio il maresciallo dei carabinieri dandomi la via.

 

Quando entrai in casa di mio zio, dove avevano portata mia madre svenuta, tutto il parentato sembrava stregato. Ricordo mio padre con un rotolò nero e mio zio, entrambi disfatti dalla vergogna. Le mie cugine agucchiavano e piangevano. Sembrava una scena de "I figli di nessuno": un focolare su cui sfavillava un ciocco, cinque sedie, un tavolo, un Crocifisso attaccato al muro, il ritratto di Pio IX e di Maria Cristina, mia madre svenuta sopra un canapè, e detti.

Il mio zio si staccò dal fondo del muro come un prim'omo e mi disse: – Canaglia! – Poi commentò: – Il luogo da cui sei stato tratto or ora, che io per rispetto ai tuoi antenati non nomino chè furon tutti di reputazione, era il tuo. Faccia di galeotto, che altro non sei! Se non fosse stato per la derelitta di tua madre (tutti guardarono mia madre stesa sul canapè con delle pezze acetate sulla fronte) io avrei detto alle autorità, di cui posso vantare a fronte alta l'amicizia: conducetelo a Porto Longone tra i suoi pari.

A questo punto mio padre mi dette un pugno sul capo. Il mio zio seguitò:

– Se non fosse per la derelitta di tua madre, – tutti riguardarono mia madre che dava segni di rinvenimento – ti cingerei come un cane con questo – e si tolse dalla vita un cintolone di cuoio – e ti finirei, perdessi gli occhi.

Ma non ostante il rispetto alla derelitta di mia madre, il mio zio mi tirò una cintolinata che se non facevo civetta mi spaccava il cranio. Dopo che, prese a gridare:

– E pensare! E pensare! E pensare!...

– Cosa ? – gli chiese sua moglie.

Lo zio parlò in un orecchio alla moglie e quella si svenne come mia madre. Mio zio gli aveva detto piano: – Vuole sposare tua nepote.


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