Lorenzo Viani
Il figlio del pastore

XVII.

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XVII.

 

Il mio mondo era quello degli infelici; verso di loro mi sentivo portato da un sentimento di fraternità e di ribellione.

Narro un episodio. Era un giorno di ottobre. Quando sul mare c'è il trapasso delle stagioni, la vita e le cose si trasfigurano dal giorno alla notte e al cielo limpido di settembre si sovrappone un cielo più vasto di un celeste torbo; le isole, che erano ieri pietre di cobalto, incupiscono, le loro sfaccettature che nel sole variavano in tenui luci policrome, si annientano nell'uniformità di un tono uguale; il mare incurva l'arco sterminato dell'orizzonte, non più palpitante di ondate di smeraldo e si aduggia, invece, nella pigrizia lene di un lago. Le fiumare, che scorrevano occultate dalle pagliole gialle, fiatano un alito bianco che sulla duna disegna il sinuoso anelito al mare; le groppe dei monti si incurvano verso il piano, i paesi inerpicati sullo schienale della grande Pania sbiancano; da ponente comincia il passaggio delle arzavole e delle germanelle che danno alle cose e agli uomini, con il loro zampognare, un vago presentimento di morte. Sono i giorni in cui il cuore del viandante raccoglie le vele all'antenna, abbandona la barra del timone e gli par di essere già nel grande mare ove si va senza governo.

Fu proprio in uno di questi tristi giorni che io vidi quello che vi racconto.

La malinconia mi spingeva verso le lame del padule. Sulla groppa del ponte che traversa la Farabola ristetti un po' incerto, chè dai monti di Pisa saliva una gran tempesta: la presentivano i canneti del lago piegandosi verso l'acqua color del piombo, i pescatori che tiravano su lesti i bertovelli dalle fosse, i contadini che riponevano, in fretta, le bestie nella stalla. Scesi il ponte e giù di corsa verso la palude; le foglie dei pioppi parevano forate dai primi goccioloni d'acqua.

Dove va quello a perdere la vita? – pareva dicessero i contadini spauriti sui sogli delle case. Sulle strade la gente correva in fretta, gli uomini si incappucciavano la testa sotto la giubba, le donne si coprivano con il grembiule: pareva piovesse fuoco!

Saltando pozzanghere, cespugli e fossatelli mi trovai in mezzo alla palude. La pioggia sempre, crivellava la fanga, faceva bollire l'acqua di piombo. Poco distante c'era una ceppa d'ontano; di corsa andai a ripararmi chè l'acqua cominciava dai capelli a scolarmi in bocca e a grondarmi giù per le spalle. Ero ormai a due passi dal lago che, sotto il vento, era diventato torbo e lontano, rombava come il mare; al di sopra dei vetrici che svettavano come anime perse s'intravedeva il tetto di una casetta di pescatori: il camino fumava, il barchetto nero era varato in terra. Feci un'altra corsa e andai a bussare alla casa: la gronda mi scolava addosso. Dopo poco una donna aprì, entrai, mi scossi l'acqua da dosso, ammollai l'impiantito. La donna accennò un sorriso: vidi una fila di denti bianchi orlati di giallo, due occhi morelli che mi fissavano stupiti; un viso martellato, spolpato s'intravedeva sotto una pezzuola nera.

– Mi attacca la polentadisse, e voltando la schiena si avviò zoppicando verso il focolare dove c'era il paiolo col mestone infilato dentro; l'afferrò con le mani scarne e ricominciò a mestare. Curva in quel modo puntava i nodi delle vertebre nel casacchino e i piedi, screpolati di setole, s'avvincavano sull'impiantito. Quando la polenta fu cotta, la raccattò col mescolino, le fece spiccare un'altro bollore e poi, di corsa, andò a capovolgere il paiolo sopra la tavola apparecchiata; sul tombolo, tanto era grande, sarebbe stata ritta una vanga.

– I vostri uomini sono al renaio? – le chiesi.

– No! – rispose la donna – sono sola al mondo, sola con la mia croce.

– E come mai avete fatto tutta quella polenta?

– Per non accendere il fuoco tutte le sere gli altri giorni la mangio ghiaccia: con le cipolle. Quando è così calda la mangio sola, che con le cipolle sarebbe veleno!

Con un fil di refe, che teneva stretto fra i denti e attorcigliato ad un dito, affettò la polenta.

Le donne di campagna sono restie a confidare a gente estranea di essere sole in casa; quando lo sono realmente inventano qualche bugia: – Il mi' omo è al lago, l'aspetto a cena!

La donna non aspettava certo nessuno: aveva sul viso il marchio della gente che da tanto tempo è sola al mondo. Le sue palpebre calavano sugli occhi spenti, assuefatti a guardare la terra, la fronte spianata palesava il vuoto interno, le labbra riarse, i denti chiusi preannunziavano il teschio, la voce della donna era spenta.

Mangiava a bocconi grossi la polenta e quando la spingeva giù, il gargherozzo le gonfiava.

– Starete sempre qui? – le chiesi.

Finchè non mi portano via in quattro – rispose con naturalezza la donna.

– Ne mangi una fetta anche lei, Signore; – soggiunse – è di granturco nuovo!

– Mi piace tanto – le risposi – ma ora non ho fame.

Si alzò di sulla panca, prese tre fette, le stese sopra il palmo di una mano, e, dopo aver detto: – Mi perdonisparì dietro un copertone nero.

Allungai il collo verso la stanza dove era sparita la donna, ma il buio era così intenso da non farmi vedere niente. Sentivo, però, una specie di grugnito di porco, di guaito di cane, di fischio di topo.

La donna indugiò nella stanza circa un quarto d'ora.

Il vento ruzzolava i canaletti sul tetto, sbatacchiava gl'impostoni delle finestre, le grondaie dall'orlo traboccavano l'acqua, tutto il padule pareva un cielo livido.

Nel tedio di quella specie di prigionia, pensavo alle parole dette, col pianto alla gola, dalla donna:

– Sono qui sola con la mia croce. Quando la donna rialzò con un braccio il copertone e riapparve, mi sembrò la morte. Pareva che un aspide l'avesse punta e risucchiato fin le ultime gocce del sangue che aveva addosso. Si sedette sulla panca e con gli occhi supplichevoli guardava il soffitto.

– Chi avete governato di : le bestie ? – le domandai.

Ella non rispose; mi guardò fisso negli occhi e con voce supplichevole mi domandò:

– Ne ha lei dei figliuoli?

Non risposi: capii di trovarmi di fronte ad una grande sciagura.

– Di , avete forse un infermo?

Sissignorerispose – se fosse stato bel tempo, un sole largo, glielo avrei fatto anche vedere, ma con questo tempo, col lago così rabbuffato, nemmeno io, che me lo son levato di qui, ho il coraggio di vederlo! – e la donna accoppiò le mani sul ventre.

– Quella allora è la vostra croce? – le chiesi, mentre di dietro al tendone si sentiva come il miagolio di un gatto intignato, lo scricchiolio di ossa e di legni.

Io tesi gli orecchi verso la tenda e soggiunsi:

– Ma io sento il rumore come di ossa che si divincolano; il vostro figlio è grande dunque?

La donna alzò le mani aperte e mi piantò due volte le dieci dita davanti agli occhi.

Vent'anni?! – dissi io sorpreso.

Vent'anni!! – ripetè la donna, e cascò col tronco sul tavolo; la testa fece un colpo secco, le mani lunghe aperte ventavano per l'aria, e, tra i singhiozzi, la povera scenta urlava:

Vent'anni, vent'anni, vent'anni!!

 

Vent'anni fa io ero gravida; sulla piaggetta del lago guardavo il mio povero marito che rammendava il presacchio; quando ebbe attrezzato gli arnesi per la pesca li caricò sul barchetto insieme alla fiocina e all'arsaglino, saltò sopra la barca e col remo stava per spingersi al largo, quando, vedendomi un po' triste, mi disse: – Vuoi imbarcare anche te? oggi vado di dal lago, ti divaghi un po'.

– Sì – gli risposi.

Accostò il barchino bene al secco, mi porse una mano, mi mise seduta, pari sopra il prugaccino, si spinse al largo, si mise ritto di poppa e cominciò a remare; si andava tanto forte che il remo pareva poggiasse sempre sul fondo.

Era una giornata piovigginosa, ma non tirava un alito di vento. Le pinete nel fondo erano scurite, ma l'aria del mare era ferma; i biodoli, che si muovono anche se vola un passerotto, parevano stecchiti, i lucci saltavano fuori dell'acqua come balestre e le arzagole volavano basse sull'acqua.

– Se avessi lo schioppo! – diceva ogni tanto mio marito.

Arrivammo di dal lago dopo mezzogiorno. Il mi' omo varò il barchetto sul falasco.

– Tu stai pari – mi disse. Prese il presacchio, si rimboccò i calzoni e cominciò a raspare nelle fosse: andava in cerca di gamberi di padule, poichè nei giorni di pioggia questi si aggallano.

Verso le cinque cominciò ad alzare dal lago una nebbietta fitta: la parte verso il mare sparì subito, dopo poco anche le montagne furono ingollate dal caligo, il cielo scuro pareva filtrasse nel profondo del lago e solo si udiva lo zampognare delle folaghe.

Io ero tranquilla perchè il mi' omo conosceva il lago come fosse un luccio; avrebbe trovato la casa anche a chius'occhi.

Il vento cominciò a sciabordare l'acqua che si rompeva tra le ceppaie del falasco. Anche i biodoli ondeggiavano sotto le raffiche, qualche uccello rotava intorno al barchino sulle cui murate si frangeva la bava.

Prima che scurisse del tutto ritornò mio marito: aveva preso un mezzo presacchio di gamberi, e, felice e contento, li aveva messi sotto al ripostiglio del prugaccino. Mi baciò sulla fronte e spinse in fuori il barchetto.

– Stai tranquilla, sei più sicura qui che nel tuo letto – mi disse.

Il vento a prua faceva ingavonare la barchetta, le acque, frante dal tagliamare, si rovesciavano dalle parti come la terra spezzata dall'erpio, nel mezzo, al largo, si sentivano i mulinelli del vento tirare a risucchio l'acqua che sparpagliata per aria, pare ringrandinare sul lago, degli schizzi gelati mi bagnavano il viso, avevo i capelli molli. Lui a poppa remava, ma con gli occhi morelli pareva volesse divorare la nebbia, ingollava saliva, ma teneva la barca a governo.

La prua si affondava sempre più giù, degli strosci d'acqua mi avevano ammollato le gonnelle che me le sentivo appiccicate sulle cosce. Il povero omo non mi guardava più, ma sentivo che gli ero tutta nel cuore con la mia creatura.

– Vieni pari a poppa – mi disse con una voce da ragazzo – il barchetto s'ingavona troppo.

Io mi bilanciai reggendomi alle murate e camminando sulla chiglia mi avvicinai alle sue gambe che gli tremavano come giunchi.

Il barchetto affondò di poppa, alzò la prua e volava sull'acqua come una folaga.

Le ondate sotto la chiglia chiatta lo spingevano verso il cielo, ma il mio omo l'equilibrava protendendo in avanti il corpo tarchiato.

Il vento turbinò sempre più forte, il lago diventò di pece, i canneti erano ancora lontani, il barchino preso da una raffica, fece un mulinello. Io mi sentii come scivertare il collo, il mio marito mise di traverso il remo, l'acqua mi saliva alla vita, alle poppe, al collo, la voce mi si spengeva nella gola, nel ventre sentivo la creatura. Ancora, come in un sogno, vedo una donna abbracciata alla prua del barchino capovolto, coi denti piantati nel fasciame impeciato, con le dita ad artiglio piantate nella chiglia ed un uomo, a braccia alzate, con la testa sgrondante acqua sgolarsi a chiamare il mio nome, tuffarsi come smemorato, riapparire lontano, morello, svergazzato con gli occhi schizzati fuori dall'orbita. Nella spaventosa vertigine mi sembrò che si moltiplicasse: parecchie teste di allucinati gorgogliavano a fior di acqua il mio nome che si spengeva negli urli del vento.

La mattina fui trovata sulla spiaggia tramortita con il barchetto capovolto sopra. Dopo pochi giorni detti alla luce la creatura. Non ho udito mai la sua voce: quando sono giornate larghe di sole sta acciocchito come una serpe al sole, quando sono giornate come queste si divincola e un gorgoglio d'acqua gli rigurgita nella gola. Lo credereste, galantuomoproseguiva con voce disperata la donna – quando era bimbo no, ma ora che ha vent'anni, che benchè sformato, si è fatto un uomo e gli è spuntato il pelame sul viso, non me lo posso vedere davanti quando fa questi tempi, perchè mi pare ancora di rivedere Lui: straluna gli occhi, si divincola, doventa morello, allunga la lingua e, benchè muto, gorgoglia il mio nome!

È di legato con delle corde ad un seggiolone, con dei salci ritorti ai nodelli e ai polsi; è una giornata intiera che sbatacchia la testa sui legni e tenta, poverino, di chiamare il mio nome! Io, stasera, dormo qui sui mattoni! – e la donna precipitò in terra come morta. Quel corpo nero pareva straccato dal mare in una giornata di libeccio.

Alzai il tendone nero: uno spettro impazzito, dalle ossa spezzate, dondolava sul collo scardinato, un teschione mostruoso con la bocca avida tirava il fiato, la lingua asciutta dibisciava fuori come una serpe, giù nella gola c'era un gorgoglìo d'acqua come in un tubo intasato.


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