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XVIII.
I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
Tra gente di mare e terrazzani ricordo che in quei tempi si vedeva una vecchietta inglese vestita come nel '30, con panni che si sfilacciavano alle costure, di colori malva e tabacco, con baveri di filo crudo, toni tanto cari al suo paesano Whistler. La vecchietta estatica camminava sulla soffice rena ascoltando quel famoso ed eterno canto del mare in cui ognuno ode un suo canto. La vecchietta era sempre circondata da una mandria di cani, i più piccoli come porcellini d'India, cani randagi e bastardi che la signora Ouida trattava come ragazzi di strada abbandonati.
Io ho saputo molto più tardi chi fosse la vecchietta che spezzettava i biscottini ai cani, allora noi si chiamava la Mamma dei cani!
A noi ragazzi, abituati a prendere i cani randagi, legarli con una fune e legnarli là verso il Gallinaro, faceva gran meraviglia veder trattare da principini certi cani nanerottoli e scivertati. Però la Mamma dei cani era così dolce che nessuno mai le levò il rispetto, salvo qualche pedata a qualcuno della sua corte.
Le andava dietro una ragazza zittella del nostro paese, grossa e polputa, con una vociaccia che pareva quella di un sensale.
Essa si era tanto affezionala alla Mamma dei cani perchè diceva: – Ragazzi è di molto buona!... non le levate mai di rispetto, levatelo piuttosto a me! – La ragazza aveva delle anche dure come rami di cerro, delle braccia che sembravano di castagno; la Mamma dei cani le aveva messo un vestito di trina nero, un grembiule bianco e una ciuccia sulla chioma sagginata. A noi faceva l'effetto di un uomo mascherato a donna.
Sull'imbrunire si vedeva la Mamma dei cani ritornare verso il paese assorta in meditazione, i cani, come soglion fare al calar del sole, le si acciocchivano alle gonne e quattro o cinque li teneva in braccio la ragazza. Essa andava in bestia quando noi le si diceva se aveva figliato al Gallinaro: inferocita gettava via la bracciata dei cani e ci rincorreva come un uomo arrabbiato.
La Mamma dei cani viveva in casa di questa ragazza; nel vicinato le portavano rispetto perchè dicevano che la vecchietta fosse istruita, ma di molto.
– In casa ci si appesta dal sito del bestino.
– Come fa così istruita!
– I cani, io, li butterei nella fogna.
– Non lo sai che gl'inglesi voglion più bene ad un cane che ad un cristiano?
– Dice che i cani sono anime vaganti che cercano di scappare dalle tentazioni del demonio.
– Allora sarà una strega??!
La ragazza per persuadere che la Mamma dei cani era una signora di molto rispetto e molto molto istruita, portava all'erbivendola, al macellaro, al calzolaro, certi libri antichi, segnati da stole che ricordavano i messali, nelle cui pagine erano intramezzate violette secche e foglie di menta.
I bottegai osservavano attoniti le pagine ingiallite e, bagnandosi le dita in bocca, sfogliavano a bocca spalancata.
– E lei li sa a memoria come il Vangelo! Quanti libri, gente mia! ce ne sono alcuni con certi tritumi di parole che fanno spavento!
L'indomani la ragazza portava quei famosi libri e l'ortolano, il ciabattino, lo spazzino li sfogliavano sul canto insieme a lei.
– Dite ai vostri figlioli che non le noino i cani, oramai tiene più a quella sturma di cani che a tutti i suoi libri: li volete? ve li regalo
– E che ne facciamo noi che non sappiamo nemmeno l'abbiccì e la Santa Croce!
– Prendeteli: tanto lei non se ne accorge.
Così molti di quei preziosi libri finivano dal tabacchino, infilati in un ferro da calza, e la poesia di Byron e di Shelley s'imparentava col pizzichino e la macuba!
Ero già giovanotto fatto quando seppi chi era la Mamma dei cani: rimasi a bocca aperta e mi si ruppero le braccia. Avevo, allora, sei o sette libri e li tenevo nella comodina come reliquie. Ricorsi col pensiero a tutte quelle cose belle che correvano nelle mani degli ortolani, dei ciabattini ubriachi e rividi la ragazzona che ciancionava tutte le mattine su per i canti come una sonnambula, quasi leggesse nei libri del destino le parole turchine della predizione.
Una mattina si sparse la notizia che la Mamma dei cani era morta.
– È rimasta come un uccellino! – commentava la ragazzona – ha lasciato tutto a me; ma che ne so io dei libri?!!
Insieme ad una sua sorella, che pareva gemella, scucirono sacconi e materasse per vedere se qualche tesoro fosse stato cucito tra le foglie del granturco. Ma la Mamma dei cani aveva lasciato soltanto tutta la sturma dei cani che, quella mattina, uggiolavano per la camera dove sul letto era stecchita la loro Mamma!
Il trasporto fu desolato: un carro coperto di un panno nero ammencito, la ragazzona, che sopraffaceva tutti con la statura, avvoltolato il testone in un crespo nero, tritava delle preghiere, una diecina di persone seguivano il feretro, qualche figura stregata di vecchio inglese, inamidato anche nelle ossa, dritto come se avesse ingollato un bastone; poi tre o quattro strilloni del "Grido di guerra".
Più tardi andando su verso il Ponte del Diavolo, sotto lo scheggione piombato su cui si erge il paesetto di Lugliano tra la Lima risonante e una selva di castagni, che romba sempre come un altro fiume, vidi la tomba ove dorme il sonno eterno Ouida.
La pietà di alcuni ammiratori ha fatto scolpire sopra un sarcofago greggio la sua figura scarnita dai patimenti e dalle allucinazioni. Le mani accoppiate sul seno inaridito stringono sovente fioretti di selva.
Il sarcofago nel verde che sale dalle tombe e scende dall'alto, con l'aria che si finge nei boschi, a sera, sembra di basalto e le forme stemprate dalle ombre aggraziano la crudezza dei tagli.
La Lima scende tra chiostre azzurre d'ombra al gran padre Serchio che porta al palpito del mare tutti i fiumicelli in un canto steso e solenne.