Lorenzo Viani
Il figlio del pastore

XIX.

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XIX.

 

Finalmente sbramai l'ansietà di andare a Lucca, ed albergai nel quartiere del "Bastardo", allora il più losco della città. La casa, la stamberga desolata, in cui mi accucciai, rendeva il tanfo dei cavoli imputriditi e il lezzo del sudiciume rincotto. A un altro, che dormiva in un cuccio poco lontano dal mio, gli dicevano "Macella". Macella, sempre sborniato, ronfava come un porco. La casa nera come una carbonaia sapeva del bruciaticcio dei cenci e dell'ossa. La figlia della padrona di casa, era sordomuta e già grigia, congestionata, bavosa, e con i baffi e la barba sì che pareva un uomo immascherato a donna. Destandosi abbaiava a urli di lupo, poi si piantava su due gambe resipolari sulle quali dondolava un pancione indolente come un enorme tumore. La madre dilupata dall'etisia fredda, gialla come la candela di sego che teneva infilata in un collo di bottiglia, con gli occhi incamiciati di materia, diceva sempre – Ohi me. – Le rispondevano un latrato della figlia, e una maledizione di "Macella". Molte mattine la muta, che non aveva palato, seduta sul mattonato mangiava la candela, e il lucignolo sgrassato le pendeva dalla bocca come uno spaghetto. Il mio letto rendeva il gelo delle lenzuola in cui si ravvolgono i morti di colera, il capezzale era quello della cassa dissepolta. Sopra il mio capo c'era una croce. Sotto il capezzale "L'Inferno".

Studiavo alle Bell'Arti.

Il mio recapito era in via dell'Anguillara, una via che sbiscia tra il Pozzo di Santa Zita e piazza S. Frediano. ci stava un magnano detto "Bronzino", patrigno di due giovanotti di cui uno morì a Adua e l'altro in un fondo di letto. Seduto sull'incudine parlavo con Bronzino dell'Internazionale. Un ciuffo di grimaldelli pendeva dal trave come un mazzo d'uccelli spolpati. Un manticeenorme ventre di bue morto di carbonchio – tutto rattoppato, era nel fondo, strippato. "Bronzino" tutto quello che guadagnava invece di metterselo addosso se lo metteva in corpo.

Vicino al Pozzo di Santa Zita c'era una rimescita di vino da cui egli faceva la spola: bottega rimescita, rimescita bottega. La sera lo tenevano in due. La mattina beveva l'amaro dei frati.

Sopra il fondaco di Bronzino v'era un tavolone su cui era scritto a caratteri rugginosi Sartoria. Dal veroncello si affacciava sovente il sartore, bianco di carnagione, nero di pelo, con gli occhi liquefatti sotto gli occhiali, il quale guardava accorto e sospettoso in giù. Bronzino guardava astuto in su e poi pareva volesse farmi delle confidenze, ma finivano sempre in sospiri.

Il sartore, implicato in un tragico processo dell'Internazionale bakunista, in cui egli aveva fatto delle rivelazioni, era riuscito a farsi credere morto. E quando si affacciava aveva veramente del dissepolto.

Qualcuno per lui era da anni ergastolano.

Ricordo il dramma del riconoscimento avvenuto sul tavolo della sartoria. Il sartore disse:

– Sì – come quando in sogno rispondono morti.

Mi cibavo in una bettola situata in via degli Streghi. I commensali: "Pinella" rivenditore di giornali a cui avevano tolto un occhio con una ditata, la cui orbita vuota gemeva sempre sul viso strutto, scemito dalla bibita. Egli parlava come singhiozzasse ripetutamente:

Po ...po...po...po...vvero ...Er...rrrrrcoli.

Si doleva così per la morte di un compagno.

– Ma gli volevi bene?

– I...i...iiiiii... un giorno gli ho fatto due nottate.

Povero Ercoli gli ho fatto due nottate in un giorno.

L'Ercoli fu un credente fermissimo, d'aspetto allucinato; divorato nelle carni dalla tubercolosi, nell'anima dalla passione.

Lo rivedo, sul fondo alabastrino del San Frediano, giallo come un cero, con gli occhi affossati e ardenti, tra la tenebra di un vestito nero, con sul bianco della camicia, palpitante come una fiamma, il fiocco volante. Ragionatore e metafisico, determinato e freddissimo.

Egli era ottico e la sua professione lo aveva condotto alla visione chiarissima anche del pensiero. Quando col monocolo scrutava la gente o con gli occhi la pagina di un libro vedeva nettamente.

Le sue idee erano corrosive. Da lui ho appreso Stepniak e Bakunine.

Rigettava come roba acre e dissolvente la filosofia di Nietzsche. Il calcolo marxista lo esasperava. Un giorno egli partì per Londra e vi abitò lungamente. Il caligo del Tamigi gli mozzò il fiato e la vita. Andò a Londra bandito. Il sole d'Italia, il lume d'Italia lo chiamavano.

Era carnevale, le maschere strepitavano per le vie, le finestre esplodevano carta colorita, pochi i domino. Uno solo, andava solo per le vie deserte come uno spettro. Quando lo incontrai in una via squallida del Bastardo, ebbi terrore come di un monatto, l'impressione crebbe quando il domino mi indicò un antro orrido; v'entrai compreso di paura. Il domino s'alzò la maschera: era l'Ercoli di cera.

 

Alla mia destra sedeva "Spara orsi", un lustra scarpe, vecchio scarnito e tutto pepe che quando era molestato dai ragazzi diceva loro: – Ehi giovanottino, non hai mai visto strozzare i lupi? "Spara orsi" in una sera cascò due volte nel medesimo pozzo. Uscito da una rimescita all'aria della corte, si sedette sull'orlo del pozzo per affibbiarsi le scarpe, perse l'equilibrio, dette balta e giù a capo fitto. Al tonfo corse gente e Spara orsi fu preso per i piedi e assommato sull'orlo.

– Ma come è andata?

– È andata così, o fratelli: io ero seduto sul pozzo come ora, ho tentato di allacciarmi una scarpa e...

Misericordia di dio!

Spara orsi era caduto di bel nuovo nel pozzo e sgambettava come un dannato dantesco.

Capo tavola era il "Cavalier Grotta", dicevano così a uno che faceva i giochi di prestigio, il quale, figura di alto lignaggio in quel consesso, parlava scelto e forbito. Una volta mentre in un caffè egli asseriva che da una bottiglia fatata dovevano uscire delle fiamme, questa per una formula sbagliata esplose e ferì una quindicina di persone e il "Cavaliere" dovette tirarsi nel fiume e guadagnare a nuoto l'opposta riva.

Quando il Cavaliere era sopraffatto dal vino e si addormentava, i commensali prendevano una copertella di cucina e per mezzo di una stringa glie la mettevano sul petto attaccata. Poi vi capitava uno a cui dicevano "Livorno" perchè parlava con la lisca in bocca. "Livorno" geloso della moglie come un gatto rosso, una volta le aveva fatto prendere un giuramento sopra una pentola in cui egli aveva messo a bollire una croce:

Giuralo su questo sacro bollore: crudelaccia!

E un acquaiolo, il quale a giornate sane si slombava a portare ai piani alti delle case le barile dell'acqua e la sera dopo aver scialacquato col vino per coerenza alle sue idee – la proprietà è un furtobuttava via tutti i denari che gli erano avanzati. Poi la mattina mezzo smattugito, chiedeva a qualcuno: – Senza compromissioni politiche paga un grappino? – e ricominciava a salire carico a soma.

Anche "Macella" era della comitiva. E c'era una donna leta, la quale asseriva che i pidocchi succhiano il sangue cattivo.

La notte, su per le vie strette, sbiancate verso gli ultimi piani dalla luna, dove stecchivano i rami neri degli alberi dell'orti, si parlava di Federigo Nietzsche e delle cose che sono al di del bene e del male. La filosofia del pessimista, acetata dalle tanfate di vino, ingarbugliava quelle povere teste.

– Se non ti senti più astro degli alti non hai il guardo veggente.

Io andavo alle Bell'Arti dove un custode alto e nocchiuto sbadigliava a giornate sane. Ricordo un cappotto tirato sopra uno scheletro e un berretto messo di traverso su di un teschio, e le conche della mota fuori alla sala di plastica. Uno scaffale di statue, un asciuttamano cifrato di rosso, e dei cavalletti neri su cui erano spiaccicate delle studentesse miopi, la tomba in gesso di Ilaria, l'orologio, la campana, le rezzole della Biblioteca, una lapide, i saggi degli studenti, l'edera del cortile, il lagno della vasca e un pesce rosso sotto la spera dell'acqua che stava incantato a ore.

imparai la Storia, l'Anatomia, l'Architettura, la Teoria dell'ombre, la Prospettiva, l'Ornato, la Figura e il Calcolo.

La Poesia che non s'insegnava, l'andavo a studiare per i campi.

Il mio compagno più affezionato era un bastardo.

Quando sua madre ignota lo mise nella "Ruota'', così tenero com'era, gli suppliziò una gamba e un braccio: quello ciondolava come un pendolo, e quella pareva che attruciolasse la lordura della terra.

Nel "Bastardo", sulla finestra che dette ricetto alla Ruota, c'era stata messa una croce di ferro tinta di nero.

La "Ruota", macchina passiva nei suoi movimenti, tosto che v'era deposto l'innocente, con un colpo di mano la si faceva girare sul pernio; un campanello suonava in corte, e la conversa di servizio raccoglieva un figlio della vergogna o del peccato.

E vi fu chi paragonò il mostro, dal capo rotondo e dalle mandibole di legno, alla lupa dantesca.

Un giorno con l'amico s'andava sperzendendo nella campagna quando ci capitò di assistere a una scena.

Sopra un'aia impietrata v'era come uno spettacolo a cui la gente accorreva dalle aie finitime.

Protagonisti: una bastarda di anni diciassette, un vecchio e una vecchia: marito e moglie senza prole, i quali, dodici anni prima, avevano rilevato, d'amore e d'accordo, la fanciulla dalla Ruota; e una donna fatta, di dilombamento marziale, che palcheggiando sul pietrato, come una folle, asseriva d'essere la madre della bastardella e che era venuta per portarla seco.

La ragazza guardava malfidata la donna. I due vecchi l'avrebbero sbranata con gli occhi. La folla prese la parte dei vecchi.

– Se avevi cuore non la portavi alla "Ruota".

La donna, – la madreasseriva di aver messo al collo dell'innocente un abitino, quei due pezzetti di pannolano con la imagine della Madonna, per renderla riconoscitiva. E l'abitino fu trovato al collo dell'innocente.

– Sta a lei a decidersi, – dicevano i vecchi.

La ragazza guardava malfidata la donna che asseriva essere sua madre.

– Io non vi riconosco.

– E io ti dico che tu sei mia figlia e verrai con me.

– Io?

– Sì!

– No!

E la madre e la figlia altercavano sull'aia al cospetto della folla che guardava attonita come a uno spettacolo.

– Son dieci anni che ti cerco!

– Non è vero!

– Tu verrai meco!

– Innanzi la morte!

Via

Lasciatemi. M'avete fatto bastarda.

– Niuna madre partorisce bastardi. Via al momento.

Pareva che sul pietrato si rappresentasse il "maggio" della "Bastarda ritrovata", e la folla ascoltava ammutolita.

La donna che sull'aia reclamava, col gesto e la voce, la sua figliola era stata una donna di servizio.

Scese dal piano di Solaio con le calze fatte di stame di pecora e un paio di scarpe a doppia suola e tutte chiodi sotto; il petto tondo lo costringeva al costato un busto con le stecche alte fino alle clavicole. L'anche erano strette da una gonnella di ghineone, sul capo aveva una pezzuola di mezzalana nera a fiori gialli.

Dopo una quindicina di giorni che s'era allogata, girottolò la città con le calze della padrona cicatrizzate dai rammendi. Trampolò su delle scarpe a punta col tacco a pera e si mise un abito di percalle celeste a palline rosse e si specchiava in tutte le vetrine. La domenica si frescheggiava nei giardinetti e faceva dei mazzetti di fiori insieme a un giovanotto ben portante. Chi era? Lei non lo seppe mai, né prima né dopo. È il solito ignoto che vanisce come un'ombra.

– Se torni a casa a quel modo ti sfascio – gli disse il padre prima ch'ella partisse per il servizio.

Ed ella, dopo aver messo l'abitino al collo dell'innocente, ritornò verso il suo paese al tempo della raccolta delle castagne e ridiscese al piano a primavera. E poi si sperse per le città assaettate.

La "Ruota" girava ancora nel capo del popolo, era l'ordigno che prendeva dalle mani della madre l'innocente e lo riduceva ignoto, sotto il crocione di ferro che graticola la sinistra apertura ed è fermo sull'asse arrugginito.

Su questa pianura giravano tante ruote, quelle sul cui vertice è ritto un contadino, e le spinge e le muove coi piedi; le ruote, a guisa di quelle dei molini, ingollavano con le votazzole alternate l'acqua dei canali, su cui erano imperniate, e la rendevano ai campi assetati.

L'uomo, ritto sulla ruota, visto sul fondo del cielo vi cammina e sta fermo.

Questi ordigni riportavano il pensiero alla "Ruota", ai figli della "Ruota".

 

L'amico che studiava con me e aveva una gamba e un braccio rattrappati, un occhio strabuzzato, i denti felini e un pel gattino biondo su tutto il viso terragno, vestiva di un regatino fatto al telaretto, di color piombo, e portava un berretto d'incerato su cui erano, in rosso, due lettere: P. V., mi confessò quel giorno il suo stato.

– È tanto tempo che mi scervello sulle iniziali che hai stampate sul berretto. Spiegamene il significato.

L'amico mi guardò umiliato. – Sono ricoverato nell'Istituto dei Poveri Vecchirispose.

Rimasi perplesso.

– Sono un figlio della "Ruota" – disse. – Nel girare, mi suppliziò il braccio e la gamba; per una quindicina d'anni mi tennero all'Ospizio, poi, non avendomi reclamato nessuno, mi hanno passato nei Poveri Vecchi, e studio a spese del "Ritiro". Ho già fatto un paliotto d'altare per la cappella ed ora sto facendo l'ingrandimento a sfumino del presidente del "Ritiro".

Dal taschino della giubba gli spuntava fuori lo sfumino di cartone rattorto e acuminato.

Vedi, quando vedo quelle ruote mi viene in mente la mia "Ruota" del supplizio.

Tenebrato nel viso, tolse dal taschino lo sfumino: così celeste com'era sembrò una lama. Fece il gesto d'incicciare qualcuno. Quando si fermò aveva gli occhi torbati di sangue, e guardando la ruota disse: – Vigliacca.


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