Lorenzo Viani
Il figlio del pastore

XX.

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XX.

 

Dopo Lucca mi volli sbramare di Venezia e ci andai. Il mare di grano tenero della pianura padana palpitava come il mio cuore. Mestre. Poi il ponte su cui il treno raddoppia lo strepito, poi tanti lumi febbricitanti e un lago in cui abissava il cielo già scuro.

Discesi, lo sciabordìo del canale espandeva un sapore dolcigno come acqua in cui abbian bollito delle rape e del finocchio dolce. Un baratro liquido inghiottiva i palazzi, le finestre illuminate mettevano dei serpenti nei fondali che puntando la coda nell'imo leccavano le fondamenta. Le gondole tacite vellutavano l'acque nere. Il vaporetto su cui ero a prua, come una polena, nei bruschi viraggi e nell'attraccature ai pontili faceva il rumore del vitello marino quando mastica. Rialto. Alzai il capo e vidi il Ponte.

I giardini pensili trinavano il cielo di foglie e parevano fioriti di stelle. Molte stelle vagavano liquefatte sotto le gondole. Il profilo maestoso della chiesa della Salute occupò tutto il cielo e non vidi che nero. Poi abbagliò San Marco.

Il campanile, come un gigantesco lapis temperato, pareva forasse le stelle. La quinta del Palazzo Ducale mi parve una immensa pagina di carta scederina tutta ricamata. Pensai al Fornaretto di Venezia, al Moro di Venezia, ai Piombi di Venezia, al Consiglio dei Dieci, a Silvio Pellico e alle "Mie Prigioni".

Sapevo che al di del canale stavano, all'ancoraggio sicuro delle Zattere, le tartane del mio paese, le cabarre, le menaite, le golette, sulle quali c'è sempre per i paesani un piatto di brodetto.

Mi sdigiunai sul carabotto di prua di una tartana e dormii su delle vele abbisciate da basso. Tutta la notte pensai ai quadri di Corot e alla banda nera del trenta.

Finchè dal taglio quadrato del carabotto vedevo il cielo stellato stetti sulle vele, appena sul quadrato sparirono le stelle mi alzai. Un albore di nuvole lattate s'alzava sui giardini, tutta la laguna, le chiese, i barconi, le vele davano il senso di un grande acquerello di Turner messo a liquefarsi alla brina mattutina.

Le sirene muggivano come mucche gigantesche.

Feci il ponte di ferro e la riva Degli Schiavoni a piedi, via Garibaldi, i Giardini e mi ridussi davanti ai . Ero tanto commosso che le ghiaiottole dei giardini mi parevano d'argento e gli alberi e i fiori di seta. Il profumo delle resine, delle vernici, dell'acqua ragia, filtrato dal fogliame, s'aggraziava d'incenso.

Passeggiavo sconvolgendo il ghiaino sino al terriccio; un giovanotto che dal vestito e dai capelli capii subito essere un pittore, faceva altrettanto in senso inverso. S'attaccò subito discorso e si parlò naturalmente di pittura, di Segantini, di Corot e di Millet.

Il giovanotto veniva dalla Russia ma era italiano, e asserì che, pur avendo girato il mondo, si era convinto che il miglior paese del mondo fosse l'Italia.

– Ma come ti chiami ? – gli chiesi.

– Io mi chiamo Boccioni.

– E tu?

– Io mi chiamo Viani.

– E dove sei d'albergo?

Dormo sopra una barca del mio paese.

– Ecco il mio sogno, vedi; navigare, ma sopra una barca a vela... navigare... navigare... navigare... – e Boccioni navigava col cuore e con gli occhi.

Quando fui davanti ai Corot, di fronte agli alberi inclinati sull'acque d'argento cenerino coi pallori di figure solitarie, provai la più grande emozione della mia vita.

Sul tramontar del sole, mi sedetti sopra un sedile di pietra davanti alla laguna, all'ombra di un grande albero fiorito di nidi; pensavo all'adolescente, al pericolo di perderla per sempre e di non ritrovarla mai più. Di ritrovarla forse un giorno lontano lontano e di non riconoscerla più. Pensavo a cose sepolte da tempo nella memoria, quando, dirimpetto a me, con le spalle al mare, si sedette un signore tutto vestito di grigio, con sul cappello cenere un nastro bianco. Il signore aveva grigia anche la barba e posava le mani d'avorio sopra il pomo della mazza. I suoi occhi pensosi eran fissi e distratti. Un grande cane danese gli stava accucciato vicino sonnolento; un moretto sudanese col tarbusce rosso in capo, tutto vestito di bianco teneva il cane a guinzaglio.

Rimasi di pietra: quel signore era Don Carlos di Borbone, il Sovrano che ai tempi del "Palazzo" m'incuteva tanto timore. Mi avvicinai per vederlo bene: le palpebre rilassate dimezzavano gli occhi velati, la carnagione cerea pareva, al tepore del sangue, cedesse. Anche la bocca, un sigillata e bollente, s'era aperta lievemente e dal filo dei denti si scorgeva il rosa della lingua un po' ingrossata; le linee imperiali della fronte aperta s'erano dilatate: l'armatura della volontà era crollata.

Ebbi di lui la compassione che mi faceva mio padre quando, dopo il licenziamento dal "Palazzo", lo scorgevo seduto sulle panchine lungo il fosso del mio paese sulle quali aspettava la morte: medicina d'ogni pena.

Quando il sole fu tramontato e tutti gli argenti serali calarono su Venezia, il Sovrano, diventato come una colossale statua d'argento, si levò. Il cane dinoccolato gli andava dietro, e dietro il cane andava il moro che i brividi della sera avevano illividito. Io gli tagliai la strada e gli diedi la buona sera.

Lo pedinai per tutta la riva fino a che non salì sulla gondola stemmata col giglio rosso dei Borboni.

Egli entrò dentro la cuffia mortuaria e i cortinaggi neri lo ravvolsero tutto; il cane a prua sembrava uno di quei cani di terra cotta che son sui pilastri dei cancelli padronali, il moro a poppa pareva uno di quei mori di legno che il Giovedì Santo mettono sotto al sepolcro di Gesù morto.

Fuori al Palazzo del Sovrano i paloni a cui davano volta alla gondola, dipinti dei colori borbonici gialli e rossi, sembravano due grandi fiamme di cimitero.

Dopo Venezia mi diressi verso il genovesato, i porti mi tenevano legato al mio paese, il palpito delle vele nostrali scalpellato dai venti di tutta la Liguria faceva palpitare il mio cuore rovente. Stazionai per molto tempo in Genova, in una taverna del porto, sotto uno scheggione di case diroccate; dormivo in un solaio in compagnia di altra gente malandata, sotto un soffitto putente di pece, tanto basso che pareva d'essere in un forno. Al mattino bisognava sfornarci camminando come i granchi all'indietro. Facevo dei servigi su verso Apparizione a un medico, il quale aveva una casa di cura. I gridi della follìa uditi al di di una muraglia ergastolana conturbavano il mio cuore. Lustrai della mobilia in una villa padronale situata tra gli uliveti che incoronano il manicomio di Quarto. I terribili urli che venivano di giù molinati dal vento parevan quelli dei dannati danteschi. Di su vedevo anche la bolgia recintata di muraglie in cui i folli saltavano come capre. Feci dei disegni pei quali rasentai la galera. A Genova ero rimasto inchiodato; a casa non potevo tornare, avrei trovato la morte dell'anima e del corpo, avanti non potevo andare a cagione della ossessionante domanda: – Giovanotto, le carte. – Allora giravo come una ruota che avesse fatto pernio il campanile mortuario di San Lorenzo. Per del tempo archiviai dei libri vecchi sopra un carretto di un libraio del pontremolese che era quasi acciecato, il quale, pioggia o bel tempo, stava sempre sotto un ombrellaccio.

L'uomo era dotto quanto il suo scaffale. Fu lui che mi consigliò di leggere il "Cuore" dicendomi : – Se non ti fa del bene, del male non te ne fa certamente.

A pezzi e a bocconi divorai il "Cuore", gli ultimi capitoli li lessi in una cameretta stretta come una cella dove ci sapeva di bastimento; affacciandomi alla finestrella la scogliera sottostante pareva dire: Se mai, io sono sempre pronta.

Lessi il "Cuore" quando non avevo né arteparte, sovente infastidito da una domanda tediosa: Giovanotto, le carte! Lo lessi quando mi frullava per il capo l'idea di fare il "sacco" vale a dire di farmi caricare nella stiva di un bastimento clandestinamente come un sacco ripieno di contrabbando. Lo meditai tra una folla esagitata che guardava i letti e il selciato convulsa, con le teste mobili come bollenti entro un calderone; nei giorni in cui par di gravitare, con il peso di tutto il corpo, verso quelli specchi di acqua madreperlati dalla lordura unta dove galleggiano polpe le carogne dei cani e dei gatti affogati con la corda al collo; quando siamo costretti a rasentare il muro per trovare ivi il controgenio all'attrazione dei fondali paurosi. La bontà di quel libro sguisciava sul mio cuore come una goccia di stagno fuso sopra il bronzo rovente.

Chi sarà mai, pensavo, questo uomo che fa con tanta fede la controparte del male? In una taverna, da un vecchio amico, il quale era andato per addottorarsi, fui ragguagliato che questo autore aveva scritto anche dei libri per i grandi; ma l'amico, che si definiva egli stesso Fiele, sentenziò che quei volumi erano perniciosi e che l'autore era un illuso. La cosa che più mi fece sorpresa fu l'asserzione: Io lo conosco bene.

Fiele, colto da miopia, pareva trapuntare con gli occhi tutta la sapienza nel corpo discarnato: – So tutto, non mi sfugge nulla. – Fiele aveva conosciuto anche Federico Nietzsche quando il profeta abitò in Genova verso il Muraglione di Villetta di Negro, dominato da un convento di monache sulla salita delle Battistine.

– Il Visionario aveva gli occhi affebbrati, i baffi folti come una roccata, la fronte in alto rilievo sullo sfacelo del viso emunto. Quando la follìa vagabonda afferrava il Titano, egli passava come un'ombra tra i peschi della riviera, quasi che volesse tuffarsi nel mare.

Nietzsche, nome tagliente come una zolla insidrita dal gelo, difficile a pronunziarsi, noto alla mia giovinezza per averlo sentito pronunziare da Spara orsi.

L'indomani Fiele buttò sul tavolo della taverna l'"Al di del bene e del male": il cervello contro il "Cuore''. L'inesplicabile della filosofia nietzschiana, per noi, si schiariva al lampo abbagliante: Al di del bene e del male: giallo teschio e nero.

Il cuore, quello che batte centomila volte al giorno sulla parete di carne armata d'ossa, per molto tempo non fu turbato nel suo lavoro; il cervello faceva le faville come la ruota dell'arrotino quando egli l'accocca col tagliolo. – Noi siamo al di del bene e del male! Qualche torbato cominciò a sorgere sulle macerie del mio animo distrutto dai colpi a bruciapelo della filosofia di Nietzsche. Il "Cuore" veduto traverso le torcie a vento parve un libro condannato al rogo. Rileggendolo provavo il ribrezzo che lo sciroppo di zucchero spalmato sul baccalà col pesto d'aglio e peperone.

Uscivo sovente con Fiele, il quale mi ragguagliava sui tempi passati e mi mostrava amorosamente i luoghi dove abitarono uomini di grande talento: Frate Oliviero, Guglielmo Boccanegra, il Duca De Ferrari, Byron, Mazzini, Nietzsche. Un giorno, sprofondati nei nostri ragionamenti, sfociammo sui quattro canti di Portoria, dirimpetto a quello sgricciolo di monumento a Balilla; la via XX Settembre non era stata ancora artefatta. Un andare e venire di folla a dritta e a manca congestionava l'arteria e le ramificazioni. Fiele teneva per ciondolo alla catena un fischiettino di quelli di latta con la linguetta piatta e la coda arroncigliata, soffiando nel quale una pallina d'osso gli dava il zufolìo del rospo. Fiele asseriva che se egli avesse dato fiato al fischietto tutta la gente si sarebbe arrestata all'istante come stregata. Il fischiettino rimase ciondoloni alla catena, ma la gente si fermò ugualmente sui quattro canti di Portoria e guardava tutta in un punto. Un signore alto, ben proporzionato, coi capelli candidi e ricciuti, con gli occhi pieni di languore guardava le strade che salivano, la gente che scendeva: così fermo come una statua sembrava molto più alto degli altri. I padri lo accennavano ai figli come il Santissimo. Fiele, che era uno stronco d'uomo e si teneva su con un bastone, s'avvicinò all'uomo, lo guardò di sotto in su e cantò a gallo: Edmondo! De Amicis gli stese la mano affabile. Fiele tenendo nella sua scarnata la mano grassoccia di De Amicis si voltò a me con l'aria di un padre infelice che mostri un suo figlio vegeto e florido: – Vedi questo? – mi disse. – È De Amicis: quello del "Cuore".


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