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XXI.
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Dal giorno che mio padre era stato licenziato su due piedi nessuno di noi s'era più fatto un cencio. In quel tempo sulla calata del molo incontrai un pittore norvegese il quale acquistò il disegno di una barca che io facevo un po' più su di lui.
– Questi te li devi mettere addosso – disse mia madre quando vide i primi denari che avevo guadagnati in vita mia. E mi staccò dalla manifattura un vestito nero a palline gialle color dei limoni. Un sarto me lo mise addosso.
– Di questo ne hai a tener di conto come una reliquia – disse mia madre quando lo ripose nel banco.
Mio padre un giorno che, carico di un corbello di legna, veniva dal bosco fu colto da un temporale, gli alberi scrollati dal libeccio lo misero sotto un crivello di goccioloni gelati. Sapendolo così trito, tutti se ne corse in cerca, noi con un cencio in testa, mia madre con un ombrello verde incerato. Lo trovammo verso il "Palazzo", fradicio da strizzare, sotto un leccio.
La notte fu preso da tremito, il dimani era in agonia, la sera rese l'anima a Dio.
Mia madre osservando mio padre morto che era vestito dei panni coi quali lo trovammo sotto il leccio si doleva come un'anima persa: –È vergogna, è vergogna!
Togliemmo allora dal banco il mio vestito nuovo, nero a palline gialle come i limoni, e gli mettemmo quello.
La chiesa vecchia suonò un doppio di campane a morto. L'ascoltammo dalla tettoia vicina alla nostra: strappo d'argento su tutto il nero che s'apriva davanti a noi.
– L'hanno sepolto nel quadrato dopo l'ossario, la tomba è riconoscitiva, ché è l'unica fresca nel mezzo al verde del campo – disse una donna che lo aveva accompagnato.
Ci assentammo da casa per una quindicina di giorni; la mattina che vi rientrammo la casa era soleggiata. Attaccati in fondo all'orto a un chiodo del muro c'erano i suoi panni: la giacchetta slabbrata con lo stampo dei piastroni delle sue scapole e i pantaloni dove c'era l'impronta della sua armatura. Il cappello era sopra e, sotto i pantaloni, v'erano le scarpe rotte: uno spauracchio condannato alla pena del muro. Il primo che risalì le scale fui io: le materasse erano avvoltolate sul saccone ripieno di granturcali, i guanciali impallinati di nero con la cavità del capo erano sopra una sedia. La camera dipinta di piombaggine; pareti umide e scure come quelle di un carcere.
Dai campi veniva l'incenso dei polloni; un vigneto, a perdita d'occhio, abbagliava di tenero verde, qua e là zirlando esplodevano branchi di passere, dei canneti segnavano il corso di un fiumicello, il fogliame sotto il vento metteva del celeste in quell'ebbrezza d'oro. Il cielo aveva del plenilunio, i monti erano un tono solo caldo come cenere; i toni rossi delle carra e il bianco dei buoi, sotto le cupole roventi dei pagliai, rinfrescavano le aie calcinate dal sole; le case dei contadini, pentagoni d'ombre da cui si levavano tubando i piccioni, e la boscaglia davano un senso di elevazione e di eternità.
Il "Palazzo" laggiù lontano, oltre quell'incantesimo, coi tetti rossi dove si spense la vita di mio padre pareva che incendiasse. Là egli uomo terragno aveva avuto sulla pelle e sull'anima il marchio della "Canaglia" ed aveva perduto, in quella fornace, l'acredine della stalla, il lezzo delle pecore, il profumo inebriante dei letamai fumanti come incensieri.
La natura, lui spento e composto in una cassa di tavole, già coperta dalla terra pesante del cimitero da cui non filtra aria, con sopra il capo una croce rozza come un pugnale vendicativo, con tutto il suo splendore, chiamava noi a rinnovare il destino della nostra razza, adatta a introgolarsi nei ribollimenti del pattume, a giacere nei letti delle bestie, tra gli escrementi bollenti dei porci.
Ritornai alla casata dei Fondora.
Il palazzo era vuoto di "padronati". I miei erano saliti al "Palazzo" abbandonato dai padroni. L'ossature colossali dei miei zii, con l'ordito arido della muscolazione, trampolavano sui ceppi d'ontano degli zoccoli, impastati di fango e di sterco. Le loro teste pesanti dicevano eternamente no.
Le vanghe armate di stilo, il marrone, l'asciatella, il timone e l'aratro erano nel cortile tra mezzo a due alti cipressi come sopra un altare.
Il mio nonno centenario, seduto sull'aia, pareva benedicesse i nipoti. Annodata nei pugni la lunga barba, sermonava: – Se eravamo stati tutti uniti il nostro parentado avrebbe fatto invidia ad uno Stato: e, voialtri, cosa fate ora nel mondo?!!
Dopo dieci anni mia madre mi fece scrivere: – Oggi scavano tuo padre.
Un giorno lontano lontano ritornavo da Genova, la via lattata rasentava il poggio della strada ferrata, l'altro ciglio era insanguinato dai rami dei salici. Il Camposanto col muro bianco tutto cipressato era come un'isola tra i campi violacei. I bovi parevano nuvole bianche rasente ai fieni disseccati. Novembre estate dei morti. Qua e là toni lunari di crisantemi, sangue rappreso dell'ultime foglie avviticchiate agli olmi, rape verdi e rosa accestite nei solchi scassati. Donne nere spolpate barcollanti sul muro del Camposanto. Ossario cretaceo con su branchi di corvi. Fanale spento. Cancello spalancato.
Nel posto dove per dieci anni riposò mio padre v'era sepolta una giovinetta sotto una buttata di fiori.
Alle grate dell'ossario c'erano affacciati dei teschi dissepolti che parevan volersi inebriare di luce dopo essere stati tanti anni sotto terra.
Via.
Sul medesimo stradone abitava l'adolescente diventata un frutto maturo. Feci sosta alla sua casa stremato di forze. Bevvi al pozzo.
– Cosa fa ora lei? – mi domandò col pianto alla gola.
Una raffica di ghiaiottole mitragliò i campi. Il treno lampo Roma Parigi mandò in isfacelo l'estate dei morti, la cantoniera sventolò una bandiera verde. Colore di speranza. Dissi:
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