Paola Drigo
Fine d'anno

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In berretto e mantello, con una valigetta in mano, Alberta si affacciò all'uscio della mia stanza da letto e disse: - Vuoi che resti? Se non ti senti bene non parto.

Notai il suo seno aggressivo che l'ampio scialle di pelliccia non riusciva ad attenuare, il seno della donna matura che esiste senza un perché, senza una giustificazione; e nel viso grasso e olivastro gli occhi vivacissimi rimasti miracolosamente giovani, ridenti e un po' ironici, occhi di diciott'anni, dei tempi del Sacro Cuore.

- No assolutamente, - risposi - ti sei sacrificata anche troppo. La mia indisposizione è cosa da nulla. Parti, parti senza pensiero.

Ci abbracciammo. Sulla soglia ella si voltò, si soffermò ancora un attimo a guardarmi agitando la mano piccola guantata di grigio.

- Del resto, - disse, - il tuo aspetto mi rassicura. E... coraggio!

Udii i tacchi alti scandire il ritmo del suo passo attraverso la sala, il rumore secco del richiudersi della porta sul giardino, il pulsare della macchina, lo scorrere tacito delle ruote sulla ghiaia; ai cancelli, il clacksong ripetere tre volte il suo rauco grido.

Poi la mia stanza fu sommersa nuovamente nel silenzio.

 

Eravamo alla fine di dicembre, un dicembre freddo, ventoso; i campi intorno lividi; in montagna, la neve fino a mezza costa.

Per semplificare riscaldamento e servizio, avevo chiuso quell'anno completamente il piano nobile della villa e trasportato i miei appartamenti notturni al pianterreno, in una stanzetta di pochi metri quadrati dove un tempo si mettevano al riparo le seggiole da giardino, una stanzetta tutta porte e finestre che pareva un'uccelliera.

Aveva essa un grazioso soffitto a stucchi, ed era davvero un alloggio originale.

Un semplice cancelletto in ferro e vetro la separava dalla serra, attraverso il quale, dal mio letto, potevo quasi toccare le larghe foglie puntute dei camerops, e i gigli rossi che protendevano verso il sole le teste fiammeggianti; l'altra parete era quasi tutta presa da una finestra di forma bizzarra, più larga che alta, di dove vedevo le due grandi magnolie solitarie sul prato; nella terza parete, un'altra finestra, differente dalla prima, scavata a imbuto nello spessore del muro come quelle dei castelli, si apriva verso le montagne: azzurre, verdi, nere, nere e bianche, secondo la luce e la stagione.

E tutto questo era molto bello, fuor del comune, ed anche grandioso, e mi dava talvolta la curiosa impressione di dormire all'aperto.

Ma naturalmente, sia per i tanti fori nelle pareti, sia perché il calore non veniva alla mia stanzetta che dalla stufa del salotto accanto, non si poteva dire che vi facesse un tepore proprio primaverile, e di mobili, oltre al letto e ad una poltroncina, ci stava poco di più.

Io avevo tappezzato quel che c'era di parete con una bella vecchia stoffa di colore smorto, e sopra il mio letto avevo messo quel disegno di Dürer che raffigura una testa di donna con un'espressione così triste, così triste, che, guardandola, mi pareva di toccare il mio cuore.

- Che grazioso nido! - dicevano le amiche se nell'attraversare il salotto gettavan l'occhio verso l'improvvisato accampamento.

E qualcuno che non era stato mai qui, si era felicitato della mia decisione di passar l'inverno in campagna: - «Come l'invidio di poter godersi tutto il sole, in una bella villa antica, fra grandi alberi e vecchie statue» ecc. ecc.

Altri, di tendenze pedagogiche e moraleggianti, aveva esaltato la gioia di vivere «accanto» alla natura; «lungi» dagli arrivismi e dalle «competizioni» che ammorbano l'atmosfera cittadina ecc. ecc., e mi aveva raccomandato di profittare del «divino silenzio» per dedicarmi «all'arte».

I parenti poi, dopo avermi detto in mille occasioni che, loro, in questa solitudine, non ci sarebbero stati «neppure dipinti», a fatto compiuto, senza approfondirne i motivi, si erano trovati d'accordo nel sentenziare che la pace campestre e l'aria montanina... avrebbero indubbiamente giovato alla mia salute.

In realtà, la pace era relativa, e all'arte e alla salute c'era ben poco tempo e voglia di pensare: io sapevo bene di che si trattava, e sola io, avrei potuto parlare con cognizione di causa di ciò che mi aspettava quell'inverno in campagna.

Sì, stavo nella bella villa antica cogli stucchi alle pareti e alla torre l'orologio del Terracina, e, quando c'era, mi godevo tutto il sole, e potevo passeggiare sotto i grandi alberi come Giuseppina alla Malmaison: questa era una delle facce del quadro; l'altra, spoglia di abbellimenti retorici, era che dovevo stare in campagna quell'inverno, e forse altri inverni ancora, tutt'altro che per un elegante capriccio o per dedicarmi alla vita contemplativa, bensì per prendere in mano personalmente ed energicamente l'amministrazione dissestata.

Avevamo avuto per lunghi anni piena fiducia in un fattore che pareva l'onestà in persona: quest'uomo era morto all'improvviso, stramazzato per sincope in mezzo alla strada, ed ecco alla sua morte erano saltati fuori infiniti malanni, imbrogli, disordini, guai, che mettevano in pericolo il modesto patrimonio che provvedeva alla nostra esistenza.

Bisognava correre ai ripari al più presto: innanzi tutto capire, poi, scernere il guasto dal sano, sistemare, semplificare, salvare.

Ed a ciò mi accingevo io, sola, colla mia poca esperienza, colla mia poca salute; questo era il panorama da contemplare: mucchi di conti, registri coll'incomprensibile Dare e Avere, Derrate, Mezzadrie, Stalle, Concimi, Cantine; questo, era il divino silenzio: colloqui interminabili con gente di campagna organicamente reticente e insincera; ore di chiacchiere vacue per cavar fuori una verità piccina piccina e approssimativa; e per di più la sensazione disgustosa della vigliaccheria umana, ché, adesso che il fattore era morto e non ne avevano più paura, i coloni si scagliavano a denunciarlo, ad accusarlo, anche degli imbrogli di cui erano personalmente responsabili.

- Ordine del poro Sior Checo. El poro Sior Checo ga volesto cussì. Ga fato lu.

Ah, la bonaria, la pura, idilliaca gente dei campi!... Da lontano, quando passavo otto mesi dell'anno in città, quando insomma i contadini li vedevo, si può dire, a volo d'uccello, a questa retorica avevo creduto anch'io; adesso, avrei potuto giurare che interessanti dal punto di vista umano ed anche artistico lo erano certo, ma bonari e idilliaci assolutamente no, e a starci insieme, e ad aver bisogno di loro per chiarire rapidamente e onestamente una situazione, c'era da rimetterci la vita.

 

La villa, quasi un castellotto, sorgeva in una delle più solinghe valli del Canal di Brenta, colle spalle addossate alla montagna. Larghe praterie, limitate da una fonda e ondosa cintura di bosco, la isolavano dal mondo.

La cittadina più prossima distava da noi parecchi chilometri: paesi o villaggi vicini non ce n'era; c'erano delle povere case sparse, disseminate in mezzo ai campi o lungo il torrente, al complesso delle quali era stato dato un nome. Vi abitavano in antico, favoriti dalla prossimità del confine, i più arditi contrabbandieri, tramutati, nell'epoca di cui parlo, in tranquilli lavoratori, pur conservando nell'indole e nei lineamenti qualchecosa di risentito, che si notava.

La villa era circondata da una tenuta piuttosto vasta denominata La Marzòla, appartenente alla nostra famiglia da tempo immemorabile, dove vivevano, tra grosse e piccole, dieci famiglie di coloni: una specie di piccolo feudo costituito da terreni che dalla collina digradavano al piano, e dove era in atto la cultura più varia.

C'erano vigneti, frutteti, boschi di castagni e di larici, prati irrigui, campi di grano e di frumento; e infine, come un po' dappertutto lungo le rive del Brenta, vaste piantagioni di tabacco.

Le fattorie erano quasi tutte nuove o di recente restaurate; le stalle, le cantine, le concimaie, spaziose e razionali; pozzi artesiani dappertutto: mio marito, poveretto, negli ultimi anni di sua vita aveva profuso molto denaro nella sistemazione della Marzòla.

I nostri cinque fittavoli più importanti rispondevano ai nomi di Battagin, Parolin, Lazzarin, Merlo, Capuzzo. Si chiamavano i minori Titotto, Padovan, Gatto, Pigozzo. E, come dai nomi si comprende, eran tutti del sito, e da lustri e lustri e forse da centinaia d'anni, alle dipendenze della nostra famiglia; taluni erano anche fra loro parenti.

Ma, ciò malgrado, mi ero presto avvista che non vivevano affatto in buon accordo, anzi si invidiavano, si spiavano, e sordamente si odiavano.

 

I Battagini, che tenevano in affitto la parte migliore della tenuta e possedevano inoltre, in proprio, una malga in montagna, erano detestati da tutti i coloni in blocco, non soltanto per la ricchezza, ma per la superbia indiavolata. Uno dei Battagini, foss'anche un bocia di cinque anni, non salutava mai per primo, né si faceva da parte per lasciar passare nessuno se il sentiero era stretto.

E tuttavia i coloni anziani amavano ricordare sprezzantemente il giorno abbastanza recente quando il vecchio Battagin era sceso dai Sette Comuni con poche pecore magre e un paio di scarpe legate fra le cocche d'un fazzoletto per tutto patrimonio. Questione di trenta o quarant'anni. Si era contentato, allora, di prendere in affitto i Pradazzi, ch'eran due larghe piane dove veniva su un'erba gialla, stenta, di cui le nostre mandre non si degnavano.

aveva piantato radici, fruttificato e prosperato, e poco a poco, colla tenacia del lavoro essendosi saputa guadagnare la fiducia dei padroni, dagli spregiati Pradazzi aveva allungato gli occhi e le mani sulle terre più fertili della Marzòla, e malgrado l'ostilità da cui era circondato, le aveva ottenute.

Oggi era Battagin che teneva i vigneti delle uve fine che davano un vino trasparente e biondo come l'ambra, e i frutteti delle frutta scelte che venivano spedite in città incartate nella carta velina in piccole casse quadrate, e le piantagioni di tabacco che esigevano attento e paziente lavoro, ma lo compensavano col maggior reddito.

I suoi maschi, il vecchio li aveva mandati a pigliar donna sull'altopiano di Asiago; non aveva voluto incroci; e tra figli nuore nipoti e pronipoti, oggi capitanava egli una famiglia di quaranta persone.

Erano, questi Battagini, gente di pelo rosso, quadrati, di poche parole, colla faccia sparsa di lentiggini. Al tempo dei raccolti sguinzagliavano per le terre certi loro cani di guardia feroci, rossigni anch'essi, che li somigliavano. A me piaceva il vecchio, che parlava ancora il dialetto cimbro, quasi novantenne e ancora diritto, con tutti i suoi denti, e qualche cosa di massiccio e direi di tedesco nella figura. Aveva nel tratto una certa elementare nobiltà, e per occhi due strette fessurine azzurre in mezzo alle rughe.

Confinavano a ovest con lui i mezzadri Merlo e Capuzzo, a cui erano affidati i cosiddetti larghi, vaste praterie irrigue, intersecate dalle roste, dove l'erba cresceva alta e profumata. Grandi meli sorgevano qua e lungo le roste a distanze regolari, e d'autunno dovevano essere puntellati perché piegavano sotto il peso delle frutta. Nei larghi, a ottobre, uscivano le belle vacche bianche e nere coi loro vitellini a pascolare, e Merlo e Capuzzo arcignamente le sorvegliavano.

Erano due ometti di apparenza meschina e tutt'altro che battagliera, ma sospettosi, puntigliosi, e di lingua lunga quanto mai: si vigilavano e si malignavano per i turni d'acqua. Ma tuttavia il loro dissidio non era uscito mai dal terreno dei dispetti e delle vociferazioni, e altrettanto quello di Titotto e Padovan dove il crimine era costituito dal fatto che le vacche di Titotto saltavano il fosso per andar a mangiar l'erba nel prato di Padovan, e le galline di Padovan si divertivano a beccare il frumento nel campo di Titotto. Cose da poco.

Di ben altra drammaticità era la lotta senza quartiere che si combatteva fra Parolin e Lazzarin, i cognati, che avevano le case e i poderi contigui nella Marzòla alta, su, al margine del bosco. Qui si trattava dei confini: pochi centimetri di terra contestati... E per quei pochi centimetri di terra, da lustri, di padre in figlio, l'un di qua l'altro di di un fosso, Parolin e Lazzarin quotidianamente si insolentivano. Erano corse querele. Parolin era stato condannato per ingiuria. Allora aveva messo nome Lazzarina a una sua cagnetta per poterla svillaneggiare a piacere senza rischiare la gattabuia. Un bel giorno la cagnetta era sparita. Cerca e cerca, un ragazzo che andava per funghi l'aveva trovata, ma fuori della Marzòla, al di del torrente, penzolante da un albero con un nodo scorsoio, colla lingua e gli occhi di fuori, stecchita.

Buona gente erano i Gatto, e benestanti e numerosi quanto i Battagini, ma in passato pare si fossero sposati troppo spesso fra parenti, e i figli nascevan loro l'un dietro l'altro come i conigli nella conigliera, e venivan su male, gialli, colla testa grossa, le gambe arcuate. Fra i tanti, ne avevano anche uno sordo-muto, deficiente, il quale non potendo accudire a nessun lavoro regolare, vagabondava dall'alba alla sera per la Marzòla, e al tempo della frutta era continuamente accusato or dall'uno or dall'altro colono di piccoli furti.

Poi c'erano i Pigozzi, detti «le Pigozze». Strana famiglia: composta di cinque femmine, tutte, tranne una vedova, pulzelle, e di tre uomini scapoli, il più giovane dei quali si vedeva raramente, ed era un ragazzo lungo, scialbo, col viso sparso di grossi foruncoli, che teneva sempre gli occhi a terra, e, dicevano, voleva «andar missionario». Gli altri, assai più anziani, quasi vecchi, spazzavano, cucinavano, facevano il bucato e lavavano i piatti, mentre alla vanga, alla falce, all'aratro, stavano le cinque femmine che li comandavano a bacchetta.

Una specie di matriarcato, che raggiungeva però un risultato imprevisto: il podere delle Pigozze era bello, lucido, ordinato come un giardino, anzi come un ricamo. Ma malgrado la leggiadria del loro lavoro le Pigozze erano viragini che vegliavano sulla loro roba con ferocia, e guai se il muto avesse messo piede nel loro fondo: capaci di rompergli la testa con un sasso, come infatti gli minacciavano.

Questo, l'idiota lo capiva benissimo, e quando vedeva le Pigozze al lavoro per i campi, girava al largo, fuori di tiro, ma le sbeffeggiava a distanza, dicevasi, con gesti osceni.

 

Tale il piccolo mondo caduto improvvisamente in mia giurisdizione.

Era probabilmente il mondo della gente dei campi di tutti i tempi e di tutti i paesi, non peggioremigliore, ma io venivo a conoscerlo a un tratto, e ne ero turbata.

Attraverso alla pittoresca cordialità della forma, a una certa patriarcale dignità, alla sua ostentata ignoranza, mi pareva di indovinarlo freddo a un tempo e violento; più astuto che intelligente, ma nell'astuzia acutissimo; diffidente, avido, simulatore; capace, se era in giuoco il suo interesse, di crudeltà insospettate, ma anche di ragionamento assai superiore alla forza degli istinti; ed avevo l'oscura sensazione di trovarmi debole e disarmata di fronte ad esso.

Capitando in mezzo a tutte quelle guerre, guerriglie, invidie, rivalità, avevo intanto incominciato immediatamente coll'ingannarmi: mi ero creduta tra fazioni inconciliabili.

L'esperienza di poche settimane era bastata a rivelarmi che quando si trattava di dire una falsità a me, o di nascondere un abuso, o anche semplicemente di difendersi dal più lieve pericolo, i rancori, le invidie sparivano, e, come in certe combinazioni chimiche sensazionali, gli elementi disgregati e in contrasto istantaneamente si fondevano, si coalizzavano. Allora mi trovavo di fronte una massa compatta, una specie di muraglia della China a scopo offensivo e difensivo: la classe contro la classe.

Cessato il pericolo, riprincipiavano a spiarsi, a invidiarsi, ad odiarsi.

 

Verso me i dipendenti mostravano grande deferenza: mi conoscevano poco, credo che segretamente mi studiassero.

Quando s'era sparsa la voce, come non so, che quell'inverno mi sarei trattenuta alla Marzòla, quale pattuglia avanzata d'ispezione, erano venute le donne.

E veramente la prima visita che avevo ricevuto era stata molto carina: era venuta la nuova sposa del più giovane dei Parolini, una biondina ch'io non conoscevo ancora, sposa da venti giorni appena, timida, vestita da festa, di nero, in lungo, senza grembiale, un po' alla foggia cittadina.

Mi aveva teso la mano, lei per prima, tutta rossa, e mi aveva detto:

- La azeto par parona.

Era la formula di rito del cerimoniale contadino in uso da secoli e immutabile; ed era stata una cosa a sé, come un saluto, come un «bene arrivata», che m'aveva fatto piacere.

Subito dopo, erano incominciate le vere e proprie visite diplomatiche.

Alla spicciolata, con un paniere infilato nel braccio quasi passassero di a caso, ma seguendo la gerarchia, erano capitate prima la Battagina, la Lazzarina, la Capuzza, la Merla, ch'eran le mogli dei fittavoli più importanti; poi le altre minori in blocco, - già informate ma ancora dubitose, - per manifestarmi la loro gioia «se era proprio vero» che mi fermavo lassù.

Sì, era vero, era proprio vero.

- Beata Santa! La fa proprio ben. La fa proprio ben. Pecà che la vedarà dei ani brutti.

- Pezo de cussì...

- La vedarà dela gran miseria...

- Ela, che no xe usa...

Ch'io restassi davvero, avevano stentato a crederlo per un bel pezzo. Poi avevano pensato, - io lo capivo benissimo, - che mi sarei presto stancata, che avrei abbandonato l'impresa.

Figurarsi: la Signora!...

Ma il tempo passava, e non il più piccolo segno di ritirata all'orizzonte...

Allora sentii convergere su di me, e aumentare di giorno in giorno, e avvilupparmi, e quasi soffocarmi, un interesse intenso, in allarme; mi sentii osservata da vicino e da lontano, mi sentii spiata in tutte le mie mosse con quella vigilanza accanita, concentrata e quasi cupa, di chi dipende totalmente dalla volontà di un altro, e vorrebbe trivellargli l'anima per veder che c'è dentro, e se gliene verrà bene o male.

I miei «sconfinamenti», soprattutto, erano fonte di timore e di perplessità. Che cosa faceva la Signora così spesso in giro per la campagna, come un fattore, come un gastaldo, anzi peggio di un gastaldo? Che cosa guardava? Che cosa studiava? Che cosa vedeva?... Che avesse in mente di fare delle «novità»?... Ora andava da una parte, ora dall'altra... Una volta, dal parco non usciva mai...

Credo che in quel periodo perfino gli alberi, i sassi, avessero occhi e orecchi, ma credo anche che il muto fosse tacitamente incaricato di sorvegliarmi.

Se i coloni avessero saputo indovinare il mio pensiero, si sarebbero rassicurati. In quei primi tempi io passeggiavo senza meta e senza scopo, come chi è triste e cammina per ingannare la sua malinconia... Non volevo con me neanche i miei cani... A me la campagna piace anche d'inverno, anzi forse più che nelle altre stagioni: sento in essa qualche cosa di chiuso, di addormentato, non però di sofferente, che mi riposa. Bello il bosco anche quando è spoglio, tutto dello stesso colore marrone chiaro; si cammina sulle foglie secche, un uccello si alza di tanto in tanto dal suolo... Dalla collina si vede così lontano, la terra denudata rivela castamente la grazia del suo disegno, la fantasia delle sue ondulazioni... Il torrente corre rapido fra le rive brulle e ha una voce diversa dalla voce estiva...

Io guardavo tutto e nulla, mi soffermavo dinnanzi a un albero, a un fosso, costeggiavo i campi arati... E se era vero che negli ultimi anni raramente ero uscita dal parco a passeggiare, quante volte, - in un tempo che mi pareva insieme presente e lontanissimo, - tenendo per mano colui che era allora un bambino, mi ero spinta laggiù, dove tornavo oggi guidata da un segreto sentimento!

Con lui, allora, mi ero soffermata a osservare il via vai di certe formiche rosse lungo la scabra scorza di quel gelso; con lui avevo saltato quel fosso; dietro a lui, fingendo di rincorrerlo e di non riuscire a raggiungerlo, avevo costeggiato i bruni campi arati...

Anche oggi... Passavo... Ma oggi... chi sa?... l'albero, le formiche, il fosso, i campi arati, forse li guardavo, ma non li vedevo neppure... Mi abbandonavo ai miei pensieri, mi credevo sola nella solitudine...

Ad un tratto sentivo come un urto, un disagio: di tra i filari di viti, o dal fitto di una siepe, due occhi ardenti mi fissavano.

Era lui, il muto. Me ne accorgevo soltanto quando m'era a due passi, tanto stava immoto, come fosse morto; si confondeva coi solchi, era del colore dei tronchi d'albero, pareva un'ondulazione del terreno... - Toto! - chiamavo; ed egli sorgeva all'improvviso, e fuggiva come il vento attraverso i campi.

Quegli incontri mi spiacevano, mi amareggiavano la passeggiata; poi, avevo finito per abituarmici.

Invece di mostrare a Toto la mia disapprovazione, gli tendevo in silenzio la mano chiusa con dentro qualche cosa, - un soldo, una caramella, - come si fa coi cani perché si avvicinino senza sospetto; un giorno gli avevo portato a regalare una vecchia bagolina dal pomo d'avorio.

Mai avevo visto su volto umano espressione di felicità così grande. Da allora eravamo diventati amici; egli non si rimpiattava più qua e per spiare il mio passaggio; lo incontravo, sì, quasi ogni giorno sul mio cammino, ma mi correva incontro apertamente, saltellando tutto storto, agitando la bagolina, ed emettendo dei suoni rauchi che volevano essere parole di gioia.

 

Quegli incontri, che sul principio mi avevano turbato e spiaciuto, erano diventati quasi il momento meno penoso della giornata.

S'iniziava per me un periodo durissimo: avevo tracciato un programma, e incominciavo a svolgerlo.

Era inutile ormai che i coloni mi facessero spiare: le peregrinazioni senza meta erano finite; il mio pensiero ora si era fatto ben chiaro: avrei iniziato delle vere ispezioni, podere per podere, fattoria per fattoria.

Nei registri era segnata una notevole quantità di derrate che avrebbero dovuto esser già depositate all'Agenzia Centrale, ma l'Agenzia Centrale era invece una deserta spelonca. Interrogati i coloni, i più anziani, i più autorevoli, mi ero urtata nelle consuete formule.

- Noaltri no savemo. Quel che Sior Checo ga ordinà, xe sta fato.

Le derrate erano dunque ancora sparse nelle varie fattorie?

Prima che l'inverno rendesse più difficili le comunicazioni, era urgente visitare granai, cantine, stalle, porcili, alveari, bigattiere, silos, per fare un rigoroso controllo dell'attivo su cui si poteva veramente contare. E purtroppo non avevo un'anima di cui fidarmi, non potevo farmi sostituire da nessuno: dovevo rendermi conto d'ogni cosa coi miei occhi.

 

Ogni giorno alle otto precise ero pronta ed uscivo, - pellicciotto, frustino e stivaloni, - fiancheggiata questa volta dai miei cani, Lu e la Fina, ch'eran felici delle mie scorribande; attraversavo la campagna gelida, immobile, brillantata sotto la brina come sotto un finissimo pulviscolo d'argento, - che silenzio intorno!, - e dove non arrivavo a piedi arrivavo a cavallo, montando Sise, un cavallino roano dalle gambe pelose, che correva a rompicollo giù per le cavedagne.

Quando le nottate eran fredde, i solchi profondi scavati dal passaggio dei carri pesanti doventavan duri e taglienti come muriccioli di ghiaccio; se faceva scirocco, si tramutavano in un mollume dove si affondava e si scivolava maledettamente.

Per fortuna Sise era giovane e animoso, e con due salti, inarcando il collo, presto si cavava fuori dal ghiaccio o dal fango, e fumante sudore, entrava come una freccia nei cortili delle case coloniche.

Qui i bambini piccoli sbucavano dalle stalle con grande rumore di zoccoletti e mi correvano incontro festosamente; certi cani villani che si chiamavano Reno o Tell, accorrevano pure saltellando e scodinzolando con goffe mosse intorno a noi; l'altra gente rimaneva fredda, in disparte, col muso lungo, non parlando se non era interrogata.

Anche quelli che avevano la coscienza pulita, o quasi, collegando il fatto degli imbrogli del fattore colla mia insolita presenza, mi vedevano con sospetto e con contrarietà quasi esercitassi un sopruso, e in fondo, - malsicuri di non aver nulla da rimproverarsi, - avevano paura di me, e mi avrebbero volentieri sfuggita, come chi, pur non avendo rubato, all'apparir dei gendarmi scappa sotto il letto.

Io ne soffrivo: avrei voluto dire alla mia gente: - Perché invece non mi aiutate? Perché non mi volete bene?

Ma sentivo oscuramente che questo era un linguaggio ch'essi non avrebbero capito. Più, forse, si sarebbero accostati alla comprensione se avessi loro chiesto: - Di che temete, e perché?

Ma non mi sarei incontrata in una muraglia di diffidenza che avrebbe approfondito la distanza fra noi, anziché diminuirla?

 

Un'unica ispezione spesso non bastando a rendermi edotta di tutto quello che volevo sapere, avveniva che nella stessa fattoria dovessi tornare per due o tre giorni di seguito.

Il primo giorno, capitando all'improvviso, trovavo la famiglia quasi al completo; il secondo, il terzo, trovavo un deserto. Usciva fuori sotto il portico la massaia con un sorriso ingenuo.

- Dove sono gli uomini?

- Tutti per i campi.

- A far che?

- A far legna; a «tirar su» le siepi...

- Anche tuo marito?

- È andato al paese a cavarsi un dente.

E le chiavi della cantina, del granaio, lei non le aveva, naturalmente.

Questo ingenuo e poco riguardoso ostruzionismo era riuscito per una volta o due alla perfezione, ed io avevo fatto le viste di non accorgermene; poi, avevo dato semplicemente ordine di essere aspettata, ed ero stata obbedita.

 

Grave debolezza, ed elemento di insuccesso, nelle cose d'ordine pratico, (e forse anche non pratico), possedere un'acuta sensibilità; ed io inciampavo in quest'ostacolo ad ogni passo...

Tracciare un programma e svolgerlo, - direi quasi virilmente, - con metodo, con energia, con severità, mi era stato possibile, ma la mia natura femminile si vendicava del sopruso e reagiva soffrendo, soffrendo assurdamente, in modo ridicolo, dei risultati stessi che dal mio programma scaturivano.

Sì, avevo l'aspetto risoluto e marziale, ed ero munita di frustino e stivaloni, ma delle magagne dei miei dipendenti, quando mi avveniva di scoprirne, arrossivo e mi sentivo umiliata assai più dei veri colpevoli. Essi non soffrivano, avevano soltanto paura...

E se è sempre cosa ben triste assistere allo spettacolo della slealtà, della bassezza umana, doppiamente triste era dover cercare, dover quasi provocare questo spettacolo, e trovarmelo, ahimè, con grande facilità dinnanzi agli occhi.

Poi... - che cosa strana e stolta! - colle mie ispezioni avevo piena coscienza di compiere un dovere e di esercitare un diritto, ma in pari tempo di alienarmi con questo, e precisamente per questo, l'animo della mia gente, e di scendere di un gradino nella sua considerazione. E se ciò mi dava pena, non mi sembrava tuttavia completamente ingiusto.

Contraddizione in termini: io stessa mi detestavo, ed avevo il torto di vedermi e di giudicarmi con spietato spirito critico. Il mattino, prima di uscire, guardandomi di sfuggita nello specchio, mi pareva che perfino il mio fisico riflettesse la grettezza, l'antipatia, del compito che andavo svolgendo, e di somigliare all'Agente delle tasse, intravisto una volta di lontano, che aveva la bocca senza labbra, fenduta fino agli orecchi, la bocca prensile del pesce grosso che divora i pesci piccini...

...Il vento del Canal di Brenta aveva disseccato e quasi bruciato la mia faccia; in testa avevo un berretto di pelo; alle mani, grossi guanti da uomo. Mi fossero spuntati all'improvviso due lunghi baffi, non ne sarei rimasta sorpresa. Ormai non ero più «la Signora»: ero «la siora», anzi, «la siorata», che misura col passo le sue pertiche di terreno, e stando colle mani in fianco sul limitare del campo novera i covoni di frumento...

Ah, ora mi rendevo conto dell'utilità di un fattore!... Un fattore è utile per questo, ché difende dai contatti diretti, fa da cuscinetto, le parti ingrate, noiose, le fa lui: il padrone conserva, colla lontananza, un po' di prestigio, direi di... poesia.

Prendere un altro fattore?... No, no, malgrado tutto, a questa soluzione non sarei venuta mai più.

I mezzi stessi per farlo, del resto, chi sa se ora ci sarebbero stati? E mio marito non mi aveva detto più volte che le rubagioni dei fattori erano tradizionali in famiglia, e, a guisa di ricorsi storici, si erano frequentemente avverate?

Insistere nel sistema, sarebbe stata ingenuità grave; ed inoltre i tempi nuovi, ed una nuova concezione del proprio dovere, suggerivano ai proprietari terrieri di accostare direttamente la gente dei campi, di cercar di conoscerla, di farsi conoscere; in una parola, di tentare di colmar le distanze con calda simpatia umana.

- Andando verso i miei coloni, io non posso portar loro che del bene, - mi dicevo. - Secoli di lontananza sono fra loro e noi... Non siamo assolutamente dello stesso tempo: oggi essi assistono, sì, alle conferenze d'agricoltura, ma sulle ferite mettono ancora la ragnatela... E poi l'utilità dell'esempio, della sincerità, della lealtà, ecc. ecc...

Ahimè queste erano romantiche considerazioni colle quali tentavo invano di mascherare a me stessa lo scopo prettamente materiale delle mie visite: in realtà io vi ero determinata, non dall'ideale del missionario, ma dalla necessità di metter ordine in una situazione, e benché animata dal proposito di non nuocere a nessuno, ero accolta dai coloni coll'animo con cui avrebbero accolto un birro capitato in mezzo a loro per ammanettarli.

Che stanchezza!... Nelle mie ispezioni portavo meco un calepino, e prendevo degli appunti...

Indicibile era il disordine dei registri, e quegli appunti dovevano aiutarmi a capire, a confrontare il capitale veramente esistente col capitale, - non osavo ancora pensare: inesistente, ma pensavo già: ipotetico, - segnato sulle pagine dalla rozza mano del defunto Sior Checo.

Che non fosse un letterato, quel pover'uomo, non era una novità; ma aveva messo giù parole e cifre che addirittura non si leggevano...

E finché prendevo qualche nota, in piedi, appoggiata al fondo d'una botte, o sulla sponda d'un carro, voltandomi a un tratto, scoprivo su me gli sguardi dei coloni, apparentemente intenti alle consuete faccende, che mi trafiggevano come spade.

Mi colpivano soprattutto gli occhi dei vecchi: occhi pallidi, opachi, che abitualmente apparivano quasi spenti, senza espressione; e all'improvviso si rivelavano carichi ancora di tanta vita, di tanta elettricità: occhi che si attaccavano su me come succhielli, e, all'incontrare il mio sguardo, istantaneamente mi sfuggivano.

 

Era giunto intanto il giorno di San Martino, il gran giorno nel quale il contadino veneto che si rispetta tiene «a comparire», come egli dice, col suo padrone; e càpita, col suo tabarro a ruota, con due capponi grassi in mano, o con un cestino di mele del Canadà, da aggiungere come «onoranza» al denaro del fitto.

Non mi facevo illusioni. Eravamo nel cuore della crisi agraria, delle annate del gelo, della grandine, della siccità: tutti i coloni erano in debito di tutto, o parte, del canone di fitto delle ultime annate.

Tuttavia, questa non era stata un'annata proprio pessima, il frumento e l'uva anzi erano andati proprio benino: i coloni sarebbero venuti almeno con gli acconti.

Per la prima volta in vita mia stavo per compiere l'ingrato ufficio di riscuotere direttamente del denaro da gente più povera di me, e questo mi dava un senso di disagio, misto, lo confesso, all'impazienza e alla speranza di diminuire il passivo con qualche riscossione un po' notevole.

Era una giornata chiara, asciutta, con un cielo limpidissimo; una vera giornata da estate di San Martino. Nello studio il caminetto era acceso, ma io avevo spalancato le finestre, e un'aria pura e quasi tiepida entrava, come di primavera. Sul prato, intorno alle magnolie, la Fina correva in tondo con uno stecco in bocca rincorsa dai suoi cuccioli: uno di essi, il più piccolo e goffo, andava a finire di tanto in tanto pancia all'aria: quanto era buffo!... Il vecchio Lu dormiva pigramente al sole sulla gradinata. Peccato dover star sepolta in casa in una giornata così bella!...

Io attendevo seduta al grande scrittoio ch'era stato di mio suocero, di mia suocera, di mio marito; avevo dinanzi a me i contratti, e li scorrevo per rinfrescarmi la memoria.

... Battagin, Parolin, Lazzarin, Merlo, Capuzzo, Padovan...

Già... Era scritto: «Sarà in facoltà del proprietario di scindere immediatamente il presente contratto ove il Locatore manchi a una sola delle clausole sopra elencate, e particolarmente a quella del puntuale pagamento...».

Nello studio non c'era nulla di donnesco, tranne un mazzo dei primi calicantus, smorti e profumati, di quella pianta addossata alla serra che dava i fiori un mese innanzi alle altre, e un registrino lungo e stretto, rilegato in carta di Varese a fiorellini gialli, col quale avevo sostituito i lugubri e massicci registri maschili.

Inaugurato in un giorno di buon umore, vi avevo scritto sulla prima pagina a grossi caratteri:

 

Povertate, via sicura,

non ha literancura,

de' latron non ha paura

né di nulla tempestate.

.................................

Povertate è nulla avere

e nulla cosa poi volere;

ed omne cosa possedere

en spirito de libertade.

 

Anche una cassettina c'era, di femminile, bassa, rettangolare, laccata in verde; dove avevo riunito le carte, i contratti, le chiavi più importanti, e che mi seguiva dappertutto, ed era denominata «la scatola verde».

Tutto il resto era severo, direi quasi freddo: alti scaffali di quercia dove si allineavano, ben rilegati, innumerevoli trattati di agricoltura; due massicci tavoli ingombri di mappe, registri, compassi, squadre; un grosso mappamondo in un angolo, su di un asse girevole; poche poltrone di cuoio: uno studio da uomo, anzi da signore di campagna.

...Battagin, Parolin, Merlo, Capuzzo, Padovan... Affittanze... Mezzadrie...

Le ore passavano. Nessun colono si presentava. Nessuno si presentava neppur a scusarsi di non poter «comparire».

In anticamera l'orologio a cucù, cimelio di tempi meno nervosi, aveva battuto e ribattuto le due; le tre; le quattro; e batteva anche i quarti, le mezze, i tre quarti.

Nessuno.

...«Sarà in facoltà del proprietario scindere immediatamente il presente contratto...».

Bella consolazione.

Balzai in piedi con un brivido di freddo. Il sole se n'era andato da lungo tempo, e non me n'ero accorta... Chiusi la finestra, gettai un pezzo di legna nel caminetto, mi raggomitolai nella poltrona più vicina al fuoco.

Era quasi sera quando mi fu annunciata la Martina, una donna che non era neppure considerata fra i coloni, ché aveva un casolare senza terra fuori della Marzòla, a due o tre chilometri da noi, al di del torrente: una catapecchia che si doveva demolire da anni, e non si demoliva mai per pietà dell'inquilina.

Questa Martina io non l'avevo mai vista; bensì rammentavo di averne udito fuggevolmente parlare sorridendo da mio suocero come dell'unica cocotte del villaggio.

Pareva che in quel suo casolare romito, in tempo di guerra, e anche adesso...

Sior Checo anzi me ne aveva accennato di recente, esprimendo la necessità di sfrattare la donna per i cattivi costumi. L'attendevo perciò con una certa curiosità.

Mi vidi venire innanzi esitando una vecchia magra e nera, con un fazzoletto legato sotto il mento, le gonne fino ai piedi, e una bocca tutta rientrata, certo mancante di parecchi denti. Aveva gli occhi chiari, e un ventre a punta che non si capiva come e perché fosse spuntato e prosperasse in quella nera secchezza.

- Son la Martina...

Aveva frugato nella lunga tasca sotto la gonna, e con una mano che sembrava un rastrello mi aveva teso un cartoccetto bisunto: diciassette lire, quasi tutte in monetine di nichel.

- No go podesto de più...

Gliele avevo restituite arrossendo: - No no, Martina, non importa.

Ma quella voleva lasciarmele a tutti i costi, e me le cacciava in mano a forza, e pareva desse al mio rifiuto un significato di cattivo augurio che la rendeva ansiosa. Infine si mise a piangere dirottamente. E fra le lagrime udivo che diceva:

- Par l'amor de Dio... Xe quarantani che ghe stago... No la farà miga dele novità... I me vol mal... Mi go sempre pagà... Mi lavoro, mi fazo la lavandèra...

Capii allora che temeva io la cacciassi dal casolare.

La rassicurai, le promisi che «novità» non ne avrei certamente fatte, la convinsi a rimettersi in tasca le sue diciassette lire.

Se n'era andata baciandomi la mano, ridendo e piangendo, benedicendomi.

- Che Dio ghe daga del ben, benedeta, benedeta!

Ma non avevamo dato ordine, fin dai tempi dei tempi, che a Martina non fosse fatto pagar nulla?... Possibile che il fattore si fosse profittato anche delle poche lire di quella disgraziata?...

Il cuore mi doleva; quanto, quanto ero stanca!...

Da oltre una settimana non vedevo anima viva, voglio dire dei nostri, delle mie conoscenze; i pochi amici, i villeggianti delle ville relativamente vicine erano esulati in città prima del consueto per l'apertura delle scuole. Uno soltanto rimaneva, e dalla terrazza potevo scorgere i tetti della sua casa, chiamata romanticamente L'Eremo... E in un romanzo l'abitatore dell'Eremo sarebbe divenuto senza dubbio un essere misterioso, affascinante, innamorato della solinga castellana, a cui avrebbe fatto da lungi delle segnalazioni poetiche e incomprensibili ch'ella avrebbe accolto palpitando. Nella realtà, era semplicemente un bravo signore grasso, con due pappagorgie, e l'occhio sinistro che spesso lacrimava: mi faceva una cerimoniosa visita una volta all'anno, e in tale occasione mi portava a regalare un panierino d'uva moscata.

Nessuna distrazione adunque: ero sola, e, quel che più conta, mi sentivo sola, infinitamente sola e lontana da tutti.

Nel corso di parecchi giorni avevo scambiato sì e no cento parole, coi domestici per il servizio, e coi coloni per vacche porcelli botti di vino, e quasi mi rammaricavo di non aver trattenuta la Martina, di non averla fatta parlare, - ah, non della sua vita amorosa che doveva essere, o un'invenzione, o cosa d'infinita tristezza!, - ma di qualsiasi scemenza che servisse a distrarmi, ad alleggerire il peso che mi gravava sul cuore. Perché non l'avevo trattenuta?... Forse il suo alito grave d'acquavite...

Ma la Martina almeno non mi avrebbe aggredito col narrarmi che la fillossera aveva incenerito i vigneti, che il contagio decimava il bestiame, che i vermi distruggevano gli orti, che i ladri avevano svaligiato i pollai: Martina per fortuna non aveva terra, non aveva bestiame, non possedeva nulla: lei beata!

Appoggiai la testa sullo scrittoio, sul braccio ripiegato, e rimasi non so quanto...

L'orologio a cucù batté le cinque ore, le ribatté.

Allora, la temperatura sembrandomi ancora possibile, perduta la speranza di veder capitare qualcuno, mi gettai sulle spalle un mantello, ed uscii a passeggiare sotto «i grandi alberi»; mi avventurai anche sulla strada.

Nessuno: come se un ciclone avesse disperso tutti gli esseri umani; come se una pestilenza li avesse distrutti.

E non un uccello per l'aria; non lo stridere d'un insetto; non alito di vento: l'immobilità e il silenzio assoluti davano alla campagna un senso, non di quiete, ma di sconsolata assenza di vita, quale mi era avvenuto raramente di sentire in mezzo alla natura.

Un'altra giornata che finiva!...

 

L'indomani mi avvenne di passare per il cortile dei Titotto sul mezzodì.

I coloni sapevano che a quell'ora io non entravo mai nelle loro case, per delicatezza forse eccessiva, per non dar loro l'impressione di essere controllati nel loro tenore di vita.

Ma quel giorno mi si staccò la fibbia dalla cintura, e senza pensarci due volte, saltai nell'andito della casa e chiamai: - Giuditta! - E nel far questo, gettando involontariamente lo sguardo attraverso ai vetri della cucina, alla luce d'un bel fuoco alto di fascine, intravidi sulla spianatoia una distesa di tagliatelle già pronte, larghe, gialle, che facevano allegria.

- Giuditta!

L'uscio della cucina era chiuso, e non entrai. La mia voce rimase un attimo senza risposta, poi udii come un tramestio, un rumore precipitoso e insieme cauto di sportelli sbattuti, di cassetti aperti e richiusi, e infine la porta si spalancò di colpo, e la massaia si affacciò, tutta sorridente e complimentosa:

- La vegna dentro, la vegna dentro, Signora! La se senta co noaltri almanco un momentin! La ga sempre pressa...

Le tagliatelle erano scomparse. Qualcuna era caduta per terra. Un po' di farina incipriava le mattonelle, e il gatto era saltato giù da una sedia per annusarla.

Un'ondata di rossore mi imporporò la faccia; sulle labbra mi tremavano le parole:

- Perché le hai nascoste?

E invece dissi, con calma assoluta:

- Hai ago e filo, Giuditta?

 

Quel giorno stesso, da Ginevra, Alberta mi annunciava il suo prossimo arrivo. E nella lettera aveva accluso un foglietto dove stava scritto:

«Ella si cinge i lombi di forza e fortifica le sue braccia. Ella considera un campo, e l'acquista; ella pianta una vigna del frutto delle sue mani».

Alberta sapeva vagamente ch'io ero in campagna per sistemare «qualche cosa». E da lontano sorrideva, coi suoi occhi allegri e un po' ironici, e mi mandava le parole di Salomone...

Nei giorni seguenti avevo fatto uno sforzo e chiamato a me i capi famiglia.

Il vecchio Battagin e le Pigozze mi avevano fatto sapere ch'erano indisposti, gli altri, temendo il peggio, si erano presentati in massa, ed erano stati ricevuti uno alla volta.

Non avevo accennato al mancato pagamento: avevo cercato di dare alle mie parole un'intonazione di benevolo interessamento.

- Quanti ettolitri di vino, quest'anno?

- Cinquanta. Prima, se ne facevano cento, centoventi. Il gelo ha fatto morire metà dei vigneti.

- Non ti pare che potresti tenere qualche oncia di più di bachi da seta? La foglia del tuo podere dovrebbe bastare.

- Per bastare basterebbe. Ma le gallette, (i bozzoli), non valgono più niente. Non c'è tornaconto.

- E il bestiame? I maiali?

- Costano...

E via di questo passo.

- Come stanno i tuoi figlioli?

- Come vuole che stiano, Signora? Si mangia male, adesso; sono sei mesi che carne non ne vedono.

Rispondevano col muso lungo, senza intonazione di sincerità anche se dicevano il vero, sospettando il tranello nelle mie più semplici domande, portando indosso, per presentarsi a me, la giacca più vecchia, più rattoppata, come un'etichetta di povertà; col pensiero fisso al denaro del fitto che dovevano darmi e non m'avevano dato.

Ma se in tutto questo c'era, sì, la tradizionale attitudine del contadino all'esagerazione, alla lamentazione, quasiché provi egli una voluttà ad apparir misero e nudo agli occhi del padrone, c'era altresì, benché attenuata nei nostri dipendenti da un passato di recente benessere, qualche cosa con cui mi trovavo faccia a faccia per la prima volta, e che non era tutta finzione: una preoccupazione, uno scontento, direi quasi uno scoramento, che mi colpivano.

Oltre al sentire intorno a me un'ostilità e un timore che profondamente mi ferivano, avevo anche l'impressione, che non era semplicemente impressione, di trovarmi in un'atmosfera di reale tristezza e di disagio.

Il contadino ha fede nella terra, aspetta tutto da lei: sa che essa gli , in cambio del suo lavoro, tutto quanto gli occorre per sé e per i suoi. E invece la terra lo aveva tradito; il lavoro non bastava più a farlo vivere. Questa, era una verità.

Alle porte della villa, pur così isolata e fuori mano, venivano spesso a bussare uomini giovani, dall'aspetto fra il sofferente e il prepotente: un tempo, i mendicanti di quel genere si guardavano con poca simpatia e, nove volte su dieci, si scacciavano; ora, completamente giustificati dalla disoccupazione, facevano più pietà dei vecchi e, come si dice qui, dei despossenti.

E ancora: un tempo, i mendicanti di quel genere il pane non lo volevano, esigevano denaro; ora, chiedevano apertamente pane.

Di fronte a queste miserie e ad altre che avevo avuto campo di constatare, più tristi e più crudeli ancora, perché colpivano i bambini, il nostro dissesto appariva quasi un'ironia.

Ed impresa disperata appariva, date le condizioni generali, il porvi riparo.

Sì, dapprincipio m'ero illusa, mercé un programma di saggie economie, di poter sanare, colle rendite, almeno le falle più urgenti, ma dov'erano le rendite?... C'erano dei crediti, è vero, ma era umano e possibile reclamarli?... Ed era umano e possibile rimanere sordi e ciechi dinnanzi alla fame, al freddo, alla malattia? Bisognava, dare non chiedere.

 

In questi frangenti l'unica risoluzione da prendere, e che avevo preso immediatamente, era stata di abolire tutto il superfluo dalle mie abitudini, di modificare il tono di vita; in una parola, di adattarmi a vivere poveramente in una casa ricca.

Chiusa la villa per tre quarti e ritiratami in poche stanze, la macchina non l'adoperavo quasi più, avevo indosso i vecchi tabarri, in testa le vecchie casseruole degli scorsi anni; avevo rinunciato anche alle ordinazioni di libri, di musica, alle belle riviste italiane e straniere: nella casa grande e simpatica, ma lontana dalle comunicazioni e bisognosa di servitù bene organizzata e numerosa, Bettina e Marco, due ragazzi nati e cresciuti sotto di noi alla Marzòla, disimpegnavano tutto il servizio.

Bettina aveva vent'anni e due neri tondi occhi da uccelletto in un viso come antico, senza ombre, stretto fra due bande di capelli fini fini, raccolti sulla nuca in una piccola crocchia. Era con me già da un anno, ed essendo venuta anche in città, aveva cominciato a sgrezzarsi alquanto; si muoveva gentilmente; io l'avevo fatta vestire, non già di nero, ma a quadretti bianchi e rosa.

Marco invece era ancora un selvaggio che entrava nei salotti come un puledro nella stalla e si soffiava il naso col rumore d'una tromba. Un giorno Bettina, evoluta, gli aveva fatto mettere i guanti per servire a tavola, ma egli teneva le mani colle dita larghe e dure, come i bambini, e si lasciava sfuggire piatti e posate, ed aveva l'aria così desolata, che per pietà glieli avevo fatti subito togliere. Lo facevo istruire come «autista»; e poiché in questo riusciva benino, al volante si dava importanza, parlava italiano, e, quando doveva far marcia indietro, diceva:

- Signora, gnàmo indrio culo?

 

Ahimè, le misure economiche che avevo adottato, quelle mie rinuncie, alcune delle quali molto pesanti, a tutto ciò che è il sale della vita, erano ben poca cosa, atte soltanto a permettermi di fare un po' di carità e ad impedire che il nostro dissesto aumentasse, non già a sanarlo...

Di fronte ad impegni piuttosto forti, che cosa rappresentava quel mio povero risparmio nelle spese di casa, quell'economia di qualche vestito, di un po' di benzina, quel mio invariabile menu per cui ogni giorno sapevo già, prima di dare gli ordini, che cosa avrei ordinato? E Bettina anche lo sapeva, glielo leggevo negli occhi...

- Oggi un pollo, Bettina, o delle uova, che mi piacciono tanto.

Mi piacevano tanto perché non bisognava comperarle; e c'era in prospettiva che mi piacessero sempre di più.

Il bilancio dell'attivo e del passivo non era ancora ultimato, ma ormai ero riuscita a formarmi un'idea del complesso della situazione, ed anche del come era venuta maturando. Due anni soli erano bastati: i due ultimi; prima tutta la contabilità appariva in perfetto ordine.

All'inizio di quei due anni, sull'amministrazione era passato come un vento di follia... Pagamenti registrati e non effettuati, attivo che non risultava; riserve che si erano sciolte come neve al sole; passività che si erano aggravate di giorno in giorno, come una lebbra, come un mostruoso tumore...

Per puro miracolo da quel disordine non eravamo stati travolti in pieno, ché il fattore, fin dai tempi di mio marito, aveva la procura generale: la morte lo aveva fermato in tempo.

Ma era lui il responsabile, e il solo responsabile? La gente che mi stava intorno, era migliore o peggiore?...

Per infinita bontà di Dio, il dissesto risultava per noi ancora sanabile: tuttavia abbastanza grave, perché in me a poco a poco si fosse insinuato il dubbio che non soltanto oggi, ma neanche domani, neanche fra cinque o dieci anni, seppure le condizioni generali fossero mutate, le rendite sarebbero bastate a sanarlo, e bisognava preparare l'animo a un sacrificio. Quale?...

 

Dalla città era venuto il notaio, e si era seduto nello studio, nella solita poltrona accanto alla finestra, e fra noi due stava il tavolinetto col vassoio del caffè.

Era un uomo anziano, piuttosto grasso, coi capelli bianchi. L'avevo veduto a quel posto, e forse a quell'ora, ogni volta che in casa era entrata la morte.

Aveva ascoltato attentamente quanto gli avevo esposto, dato un'occhiata al riassunto scritto che gli avevo presentato, felicitandomi dell'ordine e della chiarezza con cui era redatto. Poi aveva disteso le braccia sui braccioli della poltrona, chiuso completamente gli occhi, e aveva detto:

- Cara signora, lei stessa riconosce che le rendite in questo momento non si possono esigere. È un male generale. Passerà. C'è chi sta peggio di noi. Ma lei deve frattanto pagare degli interessi gravosi sulle passività, e deve nel contempo vivere. Riserve non ve ne sono. Lasciando gli interessi accumularsi al capitale, cioè non pagandoli, si arrischia, - e in breve tempo, - di perdere tutto, letteralmente tutto. Ha capito, cara signora?

E come io tacevo, riaperse gli occhietti grigi, pungenti, e mi fissò:

- Amputare, - disse, - non c'è altro: amputare quello che non si può salvare.

E richiuse gli occhi.

- Amputare, - ripeté dopo un attimo, e nel pronunciare questa parola quasi con voluttà, spalancava la bocca tutta grande e poi la serrava in modo strano stringendo le labbra ed aspirando l'aria con leggero sibilo.

- Amputare... Uhsssss! Uhsssss!

Ed io, indifferente, stolta, invece di pensare a quel che mi diceva, all'orribile senso di quello che mi diceva, mi misi a contare i bottoni del paltò lungo e stretto che non si era tolto, e a osservare la forma dei suoi orecchi, e sulla cima del destro c'era un gelone.

Divagavo:

- Chi sa perché i notai hanno quei paltò lunghi e stretti e abbottonati?

Mi giungevano frattanto all'orecchio, pronunciate da una voce monotona, parole e brani di frase:

- ...Due residenze, città e campagna, ai tempi che corrono... Sproporzionate al patrimonio... La villa, il parco... notevolmente passivi... Compatibili come residenza unica, fissa... ma la Signora non ci sta e, si capisce!, non ci può stare, che pochi mesi dell'anno, e il suo signor figlio non ci sta mai... Giudizioso..., a parer mio, conservare parte delle terre... le migliori, le veramente redditizie... Alienare il peggio, i boschi, per esempio e la villa col parco... Difficile... uhss!... ma data la particolare ubicazione... uhss! uhss!... isolatissima ed elevata... forse come Convalescenziario, Colonia alpina, o Sanatorio... cedendo a qualche ente... So che c'erano delle ricerche... uhss! Un discreto prezzo, forse... Benché i tempi sian tristi, molto tristi... uhss!

Quando finalmente, verso sera, egli se ne andò, rimasi a lungo come trasognata, senza pensar nulla. Poi mi misi a piangere pian piano nel buio, e non mi scossi finché Bettina non venne ad avvertirmi che la cena era pronta.

 

...«Amputare»...

Ah, la Marzòla no, non era possibile neppure pensarci!... La cara, dolce Marzòla, dove avevo passato la giovinezza, dove era nato mio figlio, dove ogni pietra, ogni zolla, rappresentavano un ricordo, parlavano al mio cuore...

Nell'oratorio accanto alla villa, stavano sepolti molti dei nostri: l'ultimo, mio marito, vi era disceso da pochi anni... E la mia bimbetta, che aveva appena aperto gli occhi alla luce, quella che avevo tanto desiderato e tanto pianto, era anch'essa... Piccola mia!... Ah, non si poteva, non si poteva, cedere ad estranei l'essenza stessa della nostra vita!

«Amputare»... Che cosa? Oltre alla Marzòla, noi non possedevamo che alcuni, insufficienti, valori industriali, e la casa di città.

La casa di città... Essa rappresentava la mia dote: tutto quel poco che possedevo di esclusivamente mio, ed a ciò non pensavo; pensavo piuttosto che privarmene avrebbe significato sconvolgere, rompere repentinamente consuetudini di vita, amicizie; rinunciare a un ambiente caro, ciò che non è mai senza importanza, ma che può divenire secondario per la donna che viva in mezzo alla sua famiglia; non per me, che abbandonando la residenza di città per ritirarmi stabilmente alla Marzòla, ne sarei divenuta la prigioniera, vi sarei rimasta desolatamente sola!

Fossimo stati una famiglia numerosa e felice, avessi avuto il mio compagno, dei bimbi piccini, una famiglia «in divenire», la soluzione della campagna avrebbe offerto anche un lato buono e simpatico, e l'avrei accolta senza un sospiro, ma così...

Io amavo la Marzòla, l'amavo forse troppo, colla tenerezza e l'attaccamento che avrei potuto avere per qualche cosa di vivo, direi di umano, riconoscendole un'anima e un sentimento che le sue vecchie pietre e la natura intorno non sarebbero bastate a significare ove il mio amore non le avesse tutte impregnate di sé, ma la conoscevo, conoscevo il suo isolamento, i suoi lunghi inverni, quando nella valle sperduta la neve incominciava a cadere, e restava, coprendo tutto, pareggiando tutto col suo mortale candore.

Potevano passare allora delle settimane senza che nessuno, neppure un mendicante, venisse a bussare alla nostra porta. Perfino i coloni, gli incorreggibili seccatori, pareva avessero dimenticato la nostra esistenza. Intorno alla villa, per un raggio di qualche chilometro, non un'orma di piede umano; solo, sulla neve intatta, la lieve impronta del passaggio delle lepri che la notte attraversavano le praterie correndo al bosco in cerca di cibo.

Quando la neve raggiungeva un'altezza rispettabile, capitavano finalmente i Battagini col traino ad aprire un varco intorno alla villa. Questo costituiva un avvenimento importante.

Era il traino un arnese molto primitivo: una specie di enorme triangolo formato da grosse assi, abbastanza efficace per lo sgombero della neve. Un bel mattino, che faceva ancora quasi scuro, si sentiva di lontano, come venisse da un altro mondo, un tintinnar di sonagliere, poi in fondo al viale, tra le due file di bianchi alberi, si vedeva avanzare lentamente la scura sagoma del traino tirato dalle due cavalle dei Battagini, attaccate l'una dietro l'altra. Quella di punta era tenuta alla briglia da un ragazzotto armato di frusta, un altro ragazzotto sedeva a gambe larghe sul dietro del traino per renderlo più pesante. L'uno e l'altro avevano la faccia paffuta e lentigginosa, e in capo un berretto di pelo.

Due o tre grossi cani rossicci correvano qua e a destra e a manca per i prati, ora fiancheggiando il traino, ora seguendolo, ora superandolo, e parevano in grande allegria. La neve asciutta, fine come polvere, al loro passare schizzava alta in piccoli turbini. Di tratto in tratto, dove il terreno era più greve, le cavalle si arrestavano di botto sbuffando, piantate nella neve fino ai garetti, e i ragazzi allora le eccitavano con degli: - Op ! Op ! - accompagnati da forti schiocchi di frusta.

Sì, lo sapevo, sarebbe stato così. Sarei balzata dal letto, sarei corsa alla finestra, e passando rapidamente il fazzoletto sui vetri appannati, mi sarei tesa avidamente a guardare. Avrei voluto che i ragazzi, i cani, le cavalle, non se ne andassero, che quel vivace tramestio non mi abbandonasse tanto presto. Ma era invece affare d'una mezz'ora poco più, e sparivano.

Io rimanevo lungamente attaccata ai vetri benché non ci fosse più nulla da vedere... Qualche passero sperduto, intirizzito, si posava sul davanzale e, senza alcuna paura di me, saltellando beccava le briciole di biscotto che vi avevo sparso... Certi alberi avevano le rame piegate fino a terra sotto il peso della neve... Che aspetto strambo prendevano le statue!... Apollo e Diana con una mitria altissima; il Satiro, laggiù, con un cappuccio da frate...

All'orologio della torre suonavano le ore, e cadendo una ad una nell'immenso silenzio ovattato di bianco, avevano un suono sordo e velato, pareva non esprimessero un limite, una misura, una differenza qualsiasi fra le loro sorelle passate e le venienti, ma piuttosto la continuazione infinita e indifferente di un tedio mortale senza mutamento.

...Ten-ten-ten-ten...

Ricominciava a nevicare...

Ah, no!... Appena quando si è molto giovani si possono compiere, transitoriamente, simili sacrifici, e quasi non sentirli; allora quando l'animo e la fantasia sono così vivi ed accesi da colmare di sé qualsiasi deserto; quando perfino il silenzio diviene animatore di solitudini, fratello del sogno e della speranza; quando tutto si attende ancora dalla vita, e non si ha fretta, ché il tempo pare senza fine innanzi a noi, e si è certi che il fulgido domani verrà... Allora, financo la morte, modellata impetuosamente a sua immagine dalla giovinezza, ci appare come qualchecosa di ardente, di baldanzoso, di eroico o di romantico, qualchecosa infine che è ancora prepotente vita... Ma più tardi avviene il contrario: più tardi è invece la vita che porta già in sé il segno della morte... Oh, un lieve segno, un'ombra appena, di freddezza, di tedio, che incrina subdola e improvvisa le nostre ore più ricche; appena un trasalire dell'anima, qualche volta, se siamo soli, se siamo tristi; una nota falsa nella nostra risata; un brivido, se nello specchio indugiamo a fissare la nostra pallida faccia... Si increspa leggermente la superficie delle acque, e trema; tremano le alghe del fondo... poi tutto ritorna immobile.

No, non dovevo restar prigioniera della Marzòla. La Marzòla senza via di scampo, la Marzòla senza lo sbocco della casa di città, avrebbe rappresentato l'esilio, la tomba.

Certo dapprincipio gli amici si sarebbero ricordati di me, sarebbero venuti di tanto in tanto a trovarmi, o io li avrei vivacemente chiamati; ma, cogli anni, la mia voce si sarebbe fatta sempre più timida e fioca, e la loro simpatia sempre più distratta e lontana... Il silenzio e la solitudine assoluta avevano un volto che mi sgomentava. Non potevo, non dovevo privarmi della casa di città. Dove avrei passato l'inverno? Viaggiando?... E chi poteva dire che me ne sarebbero rimasti i mezzi?

E in ogni modo l'ora di preferire la mobile tenda a un rifugio fermo e sicuro, non era anch'essa trascorsa?

Bisognava riflettere, cercare, trovare meglio... La preoccupazione continua, e l'ansia di far presto, mi davano l'ambascia.

 

E frattanto continue cure materiali mi assillavano: i lavori per i nuovi vigneti, l'ingrandimento di certe stalle, la necessità di certi restauri... Triste cosa non avere una persona di fiducia che si occupi dei vostri affari, tragica aver avuto fiducia in qualcuno che vi ha tradito.

Le nostre abitazioni rurali erano state la cura e l'orgoglio di mio suocero, di mio marito, e avevano meritato nientemeno che la medaglia d'oro del Ministero dell'Agricoltura; ora mostravano già segni evidenti di disordine, di decadenza. Piccoli guasti non riparati; la fondamentale, inguaribile incuria del villano, che in poche settimane, se l'abitasse insorvegliato, d'una reggia farebbe un porcile; l'inconcepibile trascuratezza del fattore; ed ecco che io mi trovavo alle prese anche con questo lavoro di riassetto, faticoso, dispendioso, pieno d'incognite. Eccomi a parlamentare col capomastro, col falegname, a ordinare il materiale, a controllare il lavoro...

Chi mi consigliava? Chi mi aiutava a discernere il veramente indispensabile, dal superfluo, dall'inutile?


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