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PARTE PRIMA
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Erano due donne un carretto ed un cane. Andavano lungo l'argine del fiume, dopo il tramonto, verso una grossa borgata di cui si vedeva appena brillar qualche lume sull'altra sponda.
Il carretto a due ruote, carico di mèstoli, scodelle, càndole e candolini, e di altri oggetti in legno, era trascinato da una delle donne che, attaccata alle stanghe per mezzo d'una cinghia che le passava sotto le ascelle, tirava innanzi animosamente tra le buche e il fango della strada.
Veramente, benchè alta e complessa con larghe spalle di montanara, era ella piuttosto una bambina che una donna, di tredici o quattordici anni appena, con un visotto tondo ed ingenuo, e due begli occhi azzurri dall'espressione infantile.
Pur seguitando a fare bravamente il suo ufficio di cavallo, si voltava di tratto in tratto con visibile ansia a guardare la madre che, fiancheggiando il carretto e posando la mano sulla sponda di esso, faceva l'atto di sospingerlo, ma in realtà vi si appoggiava sopra stancamente, trascinando a fatica i grossi piedi calzati delle scarputis1.
Osservando meglio, si vedeva che un terzo personaggio faceva parte della comitiva: una bimba di cinque o sei anni, profondamente addormentata fra i mèstoli e i candolini, ed avvolta in uno scialle sdruscito da cui non sbucavano fuori che un ciuffetto di capelli rossi e la sommità d'una guancia paffuta.
Il cane, un barboncino color del fango, trotterellando chiudeva il piccolo convoglio.
Camminavano dall'alba, e avevano camminato anche il giorno innanzi e quell'altro e quell'altro ancòra, da due settimane, attraversando gran parte della regione che dal Friuli digrada al mare.
Si soffermavano nei paesotti, nelle fiere, nei cortili delle case coloniche, a vendere la loro mercanzia. Mangiavano, si può dire, camminando, e dormivano dove capitava: nei portici delle fattorie, nei fienili, nelle stalle.
Approssimandosi all'abitato la fanciulla si faceva precedere da un piccolo grido:
— Càndole, candolini, sculièri, menèstri, donne!.
Allora le contadine del piano, floride e grasse, uscivano dalle case coi bimbi piccoli attaccati alle gonne, si assiepavano curiose intorno al carretto, finivano per comperare per pochi soldi chi un oggetto chi un altro, dopo lunghe discussioni.
La madre e le figliole erano conosciute ormai in tutti i paesi lungo le rive del Livenza e del Piave, chè, scendendo ogni anno dalla Carnia al principiar dell'autunno, passavano sempre press'a poco per gli stessi luoghi, e non tornavano in montagna se non dopo aver vuotato il carretto, e raggranellato un piccolo peculio.
Al loro passare, la buona gente del contado le chiamava per nome, e le salutava allegramente:
I fanciulli le rincorrevano ridendo e gridando:
— Uh, Mariùte! Uh, Rosùte! Uh, Catine!.
A dire vero, Catine, la madre, non avrebbe ispirato nè simpatia nè allegria, chè era una donna dall'aspetto squallido, taciturna, sempre piena di freddo, con un fazzoletto scuro legato sotto il mento come una vecchia.
Vecchia forse non era, ma così logora e malandata da sembrare decrepita. Tossiva continuamente, e camminava trascinando i piedi, ma pareva facesse fatica anche a rispondere a chi la salutava, e usciva dal suo torpore soltanto per discutere accanitamente sul prezzo della mercanzia. Allora, due macchie rosse accendevano alle tempie il suo terreo pallore, la voce le tremava, e le tremava la bocca sulle gengive sdentate. Mariutine, la figlia maggiore, la guardava con ansiosa timidezza. Le contadine borbottavano:
— Che grinta!
Col suo modo di fare, Catine avrebbe indubbiamente disgustato e allontanato la clientela, se non avesse avuto al suo fianco Mariutine. Ma Mariutine, nei momenti difficili sapeva intervenire con una parola conciliante o scherzosa che neutralizzava, per così dire, la durezza eccitata della madre; eppoi aveva un'arte, quella bambina, per attirare a comprare anche chi non ne aveva voglia!
Prendeva in mano gli oggetti con delicatezza, maneggiandoli colla punta delle dita, come fossero d'oro; li voltava e li girava da tutte le parti, mettendone in mostra i pregi e nascondendone i difetti; guardava in faccia gli offerenti, con quei suoi occhi azzurri che, ridendo, supplicavano.
— Ah, le bambine non sembrano neppur figlie di quel sacranon! — dicevano le donne — Mariutine l'è 'na tosèta d'oro, la fa fin da caval; Rosùte, la par de butiro.
Infatti, le bambine erano belle, robuste, colorite; le bambine piacevano a tutti: Mariutine furba svelta ed allegra, impavida contro il freddo, la fame, il sonno e la fatica; Rosùte, così buffa, col suo ciuffetto ritto di capelli rossi, insaccata in una vecchia giacca da uomo, grassa e pacifica come si nutrisse di tordi e beccafichi, anzichè di pan duro. Che fosse zoppina, non ci si accorgeva neppure, e neppure veramente lo era: si era ferita a un piede andando scalza, e quando scendeva dal carretto teneva la sua zampetta per aria, come le cicogne.
— Càndole, candolini, sculièri, menèstri, donne!
Talvolta, negli anni buoni, capitando esse nei pressi delle fattorie ricche al tempo della vendemmia, quando la tavola era preparata non soltanto per i padroni, ma per le «opere», e sul fuoco fumava un'immensa pentola di zuppa, la massaia di buon cuore aggiungeva una ciotola ed un pane anche per loro, insieme a quelle dei vendemmiatori.
Per Mariutine, erano giorni di gran festa. Il desco era imbandito sotto il portico, colla tovaglia grezza e le ciotole fiorate, e lungh'esso non erano sedie, ma strette panche di legno. In fondo al portico si spalancava la cantina, lunga e misteriosa come un antro, colle sue travi nere, coi suoi tini immensi, da cui emergevano uomini scamiciati. Una fiola ad olio appesa a un gancio, da cui l'aria faceva ondeggiare la fiamma, l'illuminava di una luce rossastra, interrotta da larghe zone d'ombra.
Quando il cielo cominciava ad impallidire, rapide e scarmigliate rientravano le vendemmiatrici cogli ultimi cesti d'uva; come grandi diavoli balzavan fuori dai tini i pigiatori correndo alla fontana a lavarsi le gambe pelose e rosse di mosto; la massaia scodellava con aria d'importanza la zuppa nelle ciotole. Allora il gatto sbucava guardingo di sotto all'aratro; il cane si accovacciava scodinzolando accanto al posto del padrone di casa. Dopo un attimo di tramestio, di urti, di risate, si faceva all'improvviso un gran silenzio: tutti mangiavano avidi, curvi sul piatto, con occhi sfuggenti. Ma dopo mangiato, qualcuno diceva:
— Cantaci dunque qualche cosa, Mariutine!
E Mariutine, arrossendo un poco, ma senza farsi pregare, scavalcata svelta la panca, correva fuori in mezzo all'aia:
Sol che dî: lalìn-lalà.
— Lalìn-Lalà! Lalìn-Lalà! — ripetevano in coro i vendemmiatori, battendo i piedi e le mani. Ed ella:
A chei pûers impassionaz.
La figura della fanciulla, sola in mezzo alla grande aia, nella grossa sottanella, colle spalle avvolte da un logoro scialletto incrociato sul petto, si delineava goffa e imprecisa, ma la testina, fasciata dalle trecce strette di un biondo acceso, risaltava piccola e luminosa sotto il cielo pallido dove incominciavano ad apparire le prime stelle.
— Un'altra, Mariutine, un'altra: e più longa! — applaudivano gli ascoltatori.
Ed ella pronta, ridendo cogli occhi furbi, e sollevando colla punta delle dita le cocche del grembiale con un piccolo inchino:
Chansonetis plui no sai,
A quelle sortite, i bambini e i ragazzi, scavezzotti sui quindici anni, accorrevano intorno a Mariutine facendo un chiasso del diavolo.
— Usgnòt, Usgnòt! Che cosa vuol dire usgnòt?
Fra i vendemmiatori, accoccolati sui talloni intorno all'aia, qualche voce rispondeva:
— L'è un osel cantarin! L'è el rossignòl!
— E allora canta, canta ancora, usgnòt!... Usgnòt!...
«Usgnòt» non significava affatto usignolo, che in friulano si dice semplicemente «russignùl», ma Mariùte, assordata dalle grida allegre, circondata, rincorsa per l'aia, non aveva tempo di dar spiegazioni.
Oh, a lei sarebbe piaciuto immensamente trattenersi ancora a cantare, a ridere, fra la marmaglia dei ragazzi della sua età, ma incontrava gli occhi di sua madre, tristi, e quel suo viso stanco, vecchio, dalle labbra bianche: Catine non diceva nulla, ma Mariùte non aveva coraggio di riprendere il canto.
La luna si levava già, grande e tonda nel cielo, e sotto il suo raggio i campi, le siepi, luccicavano come bagnati; incombeva sulla campagna quella specie di stupore, di trasognamento, che precede la notte. L'aria si faceva fredda. La madre aveva bisogno di distendersi finalmente, sia pure su due bracciate di strame accanto alle bestie della stalla, per avere la forza di camminare nuovamente l'indomani. Nè avrebbe consentito ad andare a dormire senza Mariutine e Rosùte, chè, dura e indifferente con tutti, per le sue creature aveva una passione e una vigilanza sospettosa e gelosa, non si allontanava da loro neppure di un passo. Pareva che non le facesse piacere neppure che Mariutine cantasse; ma come impedirglielo?
Mariutine, se avesse potuto, avrebbe cantato dall'alba alla sera, come un uccellino. Sapeva una quantità di villotte, che aveva imparato da sola, introducendovi infinite variazioni, e botte e risposte, come è d'uso nelle valli del suo paese. Era per lei la più grande felicità che le chiedessero una villotta. Le pareva che se avesse potuto cantare tirando il carretto, non avrebbe sentito più nè stanchezza nè sonno; forse non avrebbe neppur sentito quell'atroce male che le faceva la correggia passandole sotto le ascelle. Quanto male le faceva quell'orribile striscia di cuoio!... Tra le braccia e il piccolo seno, le aveva scavato un solco livido, che talvolta s'irritava e sanguinava. Ma nessuno lo sapeva: no, non bisogna dirlo a nessuno. Che la madre soprattutto non se ne accorgesse... Avrebbe voluto tirar lei il carretto, come prima, come una volta, quando Mariutine era troppo piccola per averne la forza, povera, povera madre!
Ma cantare tirando, non era proprio possibile. Le strade erano cattive: buche, ghiaia, fango; il carretto pesava; per trascinarlo era necessario spingere innanzi la testa, inarcare le spalle. No, impossibile!... Bisognava che Mariutine si accontentasse di cantare quando glielo chiedevano come compenso di un po' di companatico, o nelle soste, finchè Catine lavava i loro quattro stracci lungo i fossi delle strade.
Allora la sorellina e il barbone erano l'unico pubblico di Mariutine, ma ella se ne contentava.
Sempre troppo presto, la madre diceva:
E riprendevano il cammino.
Del resto, malgrado la fatica, a Mariutine piaceva molto quel viaggio, quella specie d'impresa avventurosa, che ogni anno le stanava dal loro tugurio per spingerle lungo le larghe strade del mondo.
Quella bella campagna aperta, grassa, come era ricca ed allegra in confronto alla nuda aridità della montagna dov'era nata, alla stretta valle dove s'annidava il suo casolare!... Certo, le marcie erano dure, si stentava assai a raggranellar qualche soldo, ma alla fine ogni anno ci si riusciva, ed ogni giorno era diverso dall'altro, e si andava, si andava, lungo il largo fiume, fra grandi campi, tra vigneti e pometi, prati e ruscelli, ed ella guardava e salutava tutto coi suoi occhi curiosi e ridenti, ed ogni casa aveva un'aia per i suoi successi di cantatrice, e sulle aie la sera talvolta si danzava al lume della luna.
Nel loro viaggio incontravano quasi ogni anno un cieco, che girava di paese in paese come loro, colla fisarmonica a tracolla, guidato solamente dal suo cane. I due facevano di gran cammino, e al tempo della vendemmia, si soffermavano quasi in tutte le fattorie a far ballare la gioventù. Colla testa arrovesciata all'indietro e un'espressione estatica nelle pupille spente, il cieco suonava; il cane, col piattino in bocca, ritto sulle zampe posteriori, girava a raccogliere le offerte.
Veramente, nessuno invitava a ballare Mariutine, troppo bambina e forse troppo povera e mal vestita per lusingare l'amor proprio dei ragazzotti del villaggio, ma ella non si offendeva affatto per questo; si divertiva lo stesso a guardar ballare gli altri; era una creatura ilare e fresca, incapace d'invidia e di cattivi pensieri.
Ma, quell'anno, era stato un anno ben triste. La siccità aveva incenerito i raccolti, ed alla siccità era seguito un periodo di piogge torrenziali che avevano trasformato la campagna in una vasta palude.
Di giorno, le case, gli alberi, emergevano grigi e spettrali dal fango, ma verso sera la nebbia li avvolgeva, prima lieve e ondeggiante come un velo, poi sempre più greve e floscia, pareggiando tutto nella sua opaca infinita malinconia.
Torbido e minaccioso, il fiume scorreva fra le rive desolate; paurosa era per il viandante la strada dopo il tramonto, chè fiume e pianura non avevano più distacco, si confondevano nella malfida immensità della nebbia.
La gente di campagna, quell'anno, non aveva denaro da spendere neppur per il pane; uva e vino non ne avevano fatto; figurarsi se compravano càndole e candolini; mèstoli e scodelle poi, tanto meno, chè, per comprar scodelle, bisogna aver qualche cosa da metterci dentro, dicevano le donne.
Catine e le bimbe non osavano più chieder rifugio nelle fattorie, dove persino i cani rispondevano dispettosi e con vociaccie sgarbate; attendevano piuttosto, sotto qualche tettoia, sotto qualche barco abbandonato, una sosta fra uno scroscio d'acqua e l'altro, per proseguire. L'itinerario era quasi compiuto, e il carretto ancora pieno di roba.
— Quest'anno, le furlane avrebbero potuto risparmiarsi il viaggio — brontolavano le massaie con malumore, guardandole passare e schivando di salutarle.
Inutilmente Mariutine lanciava il suo grido:
— Càndole, candolini, sculièri, menèstri, donne!
Nessuna voce rispondeva; le case apparivano deserte; gran parte degli uomini eran passati all'estero in cerca di lavoro; la campagna sembrava un cimitero, c'era solo miseria in giro; miseria e acqua; inutile ostinarsi a portare a spasso mercanzia che nessuno voleva comprare.
Un giorno, fuor dell'abitato, Catine e Mariùte, come per tacita intesa, spinsero il carretto da una parte della strada, e sedettero su un mucchio di ghiaia.
Catine trasse dal seno un sacchetto di cuoio che portava assicurato al collo con uno spago, fra la camicia e la pelle, e ne rovesciò il contenuto in grembo alla figlia:
E Mariutine contò. Erano grossi soldi di rame, quasi neri, frammisti a qualche nichelino e a poche monete d'argento.
— Ventisette e quaranta. Devo aver sbagliato, mâri! — sclamò la fanciulla. E con intensa attenzione, diviso il rame dal nichel, il nichel dall'argento, in tre minuscoli mucchietti, ricontò.
La madre ne seguiva le mosse, protendendo il collo magro, con occhi febbrili.
— Ventisette e quaranta... — ripetè Mariutine, con voce bassa e tremante.
Ella fissò la madre, e non incontrò il suo sguardo. Nè l'una nè l'altra pronunciarono parola. Catine ripose lentamente le monete nel sacchetto, se lo ricacciò in seno. Poi, vista Rosùte che s'era messa a diguazzare in una pozzanghera, le diede un violento strattone, e la ricollocò di peso sul carretto.
Percorsero ancòra un chilometro o due, raggiunsero il Piave, lo passarono, senza incontrar case nè cristiani. Si faceva notte; entrarono in una cascina, in una specie di magazzino abbandonato. Oltre a un mucchio di strame, a due vecchie casse sfasciate, e dei cerchioni arrugginiti, c'erano per terra degli escrementi freschi di cavallo, e gli avanzi di un fuocherello che denotava la recente sosta di qualche carrettiere.
Rosùte raccolse con grande gioia una scatola di fiammiferi vuota, adorna d'una figurina colorata, Mariutine, dopo aver ammucchiato ben lontano lo strame, racimolò alcuni stecchi, accese con fatica il fuoco, chiamò la madre a riscaldarsi.
Ma Catine si era già rannicchiata in un cantuccio, non aveva voluto mangiare nè riscaldarsi; si era tirata lo scialle fin sugli occhi e pareva dormisse. Conoscendo i silenzi di sua madre, la fanciulla non aveva osato insistere; solo la guardava di tratto in tratto, inquieta.
Dallo strame umido, dalle fradicie assi che formavano la baracca, dalle loro vesti stesse, al divampare del fuoco si era levato un vapore lieve, come un fiato, che stava sospeso a mezz'aria. Accoccolate vicino alla fiamma, Mariutine e Rosùte addentarono avidamente il loro pane, ne diedero un pezzettino al barbone che le fissava con occhi umani; poi Rosùte trasse dalla tasca una mela acerba, e un morso per una, ridendo, insieme in pochi istanti la divorarono.
Allora si distesero l'una accanto all'altra, col cagnuolo ai piedi, per dormire.
Dopo un poco, Rosùte chiamò sommessamente:
— Mariutine...
Mariutine era sveglia, ma finse di non udire.
— Mariutine...
— Che hai?
— Non ci sono. Dormi — ingiunse Mariutine con fermezza, ma tesa la mano a cercar quella della sorella, l'accarezzò, la strinse, la tenne nella sua autorevolmente.
— Fatti più vicina a me: così... — pregò Rosùte, e, tratto un sospiro di sollievo, non tardò ad addormentarsi.
Ma anche Mariutine, in fondo, aveva paura. Aveva visto anche lei, il giorno innanzi, uno di quei topi di cui temeva Rosùte, grosso quasi quanto un gatto, immondo, uscire da una chiavica.
Dal suo giaciglio, al guizzar del fuocherello moribondo, le pareva di discernerne l'incerta forma, di sentirlo avvicinarsi cauto lungo le pareti, e raccoglieva strette strette le vesti intorno al corpo, e non osava chiudere gli occhi, lottava col sonno e colla stanchezza, irrigidita dal ribrezzo, immobile, tendendo l'orecchio ai rumori.
No, nulla. Solo la pioggia, che scrosciava violenta, ininterrotta, sul tetto di zinco della baracca. Sommerse, tacevano tutte le altre voci della campagna.
— Ma che verrebbero mai a far qui i topi — pensava Mariutine per rassicurarsi, — qui dove non c'è assolutamente nulla da mangiare? Se mai, essi, preferiscono vagare per la campagna, dove possono trovar qualche cosa... Eppoi, c'è Petòti a fare la guardia.
Petòti era il cane, ma era una bestiola così timida e affettuosa e così aliena dalle violenze, che, all'apparire del topo, gli sarebbe andato incontro scodinzolando anzichè impegnare battaglia, e il topo ne avrebbe fatto un boccone. No, su Petòti non si poteva contare.
In quella notte, fra la veglia e il sonno — o forse in sogno?... — a Mariutine parve a un tratto di udire come dei sospiri soffocati, un lamento. Si sollevò vivamente sul giaciglio per ascoltare, ma non udì più nulla.
La pioggia era cessata. Dagli stagni vicini e dai lontani, incominciava l'immenso concerto delle rane. Si chiamavano, si rispondevano; una voce si elevava, sola; seguiva un coro d'infinite voci. E negli intervalli improvvisi di silenzio, la campagna pareva immensa, senza confini; sospesa in altissima quiete.
L'indomani all'alba, Mariutine era in piedi. Aveva riposato male, e si sentiva stanca, colle ossa rotte; ma affacciatasi alla porta del magazzino uno spettacolo inaspettato la colpì, le fece battere il cuore di gioia.
C'era il sole: un sole timido, lontano, che tentava di bucare il coltrone spesso e denso delle nuvole; i prati fumavano; una brezzolina calda moveva i rami degli alberi. Qualche uccelletto saltellava sulle siepi scuotendo le penne; in mezzo al Piave gonfio, le grave luccicavano come immense zattere striate di argento. Tornava, tornava il sereno!
Ella vide una secchia a metà piena d'acqua piovana; si lavò, si ravviò le trecce; rimise in ordine il carretto, esaminò la cinghia di cuoio, e accortasi ch'era secca, rigida, per la gran pioggia ricevuta, cercò e trovò sotto i candolini il cartoccetto del grasso, e l'unse con scrupolosa attenzione canterellando:
In pochi istanti anche la madre e Rosùte furono pronte.
Chiusa fra le stanghe del carretto, trottando animosamente all'avanguardia, Mariutine sbirciava il cielo, si voltava a guardar la sorella, e ammiccava a lei cogli occhi azzurri, trattenendosi a fatica dal nitrire come un cavallino.
Avrebbe voluto almeno gridare:
— C'è il sole! c'è il sole! — Ma non osava, per timor della madre.
Ed ecco all'improvviso, fatti pochi passi all'aperto, Catine si era accasciata in mezzo alla strada; e si era messa disperatamente a singhiozzare.
Da qualche giorno stava peggio che mai; il dolore alla punta della scapola che la torturava da tempo si era fatto atroce, insostenibile, come un pugnale che le lacerasse la schiena. Lunghi brividi la scuotevano dalla testa ai piedi, aveva tanta sete, tanto sonno...
Al prorompere di quel pianto, Mariutine, che la precedeva a qualche distanza, si arrestò di botto, pallida, sfilò impetuosamente la cinghia dalle spalle, accorse a lei, le si inginocchiò accanto per terra.
— Mâri!... Mâri!... Mâri!... — ripeteva supplichevolmente, circondandola colle braccia, accarezzandole i capelli, il viso, le mani. — C'è il sole, mâri!... Perchè piangere? Perchè piangere, mâri?...
Rosùte, seduta in mezzo ai candolini, con un dito in bocca, guardava perplessa l'una e l'altra, in silenzio. Infine si mise a piagnucolare sommessamente anch'ella, senza saper bene perchè.
Certo, neppure in quel momento Mariutine si rendeva esattamente conto della gravità del male di sua madre. Da lungo tempo solo il guardarla, sì, le faceva dolere il cuore, le troncava a mezzo il canto, ma ella credeva che soprattutto la logorasse il pensiero del ritorno, del ritorno senza denaro.
— Vedrete, vedrete, madre. Venderemo anche il resto; venderemo tutto, prima di tornare a casa... — le sussurrava all'orecchio, baciandola e accarezzandola. — C'è la fiera di Sacile, vi ricordate, madre?... Quella fiera grande, con tante baracche, con tanta gente... Sapete come io sono brava: riusciremo anche questa volta a «far su» quello che occorre. Come ogni anno: vedrete, madre. Fatevi animo, non piangete più: vedrete, vedrete, madre!
E a un tratto, mentre parlava, mentre sfiorava col suo fresco volto il volto di lei, e quelle mani fredde, e quel corpo scosso da un invincibile tremito, lo spavento l'aveva afferrata, le aveva tolto il respiro; lo spavento, il terrore, l'orrore, di qualche cosa che non riusciva ancora completamente a capire, ma era: con loro, tra loro; contro cui non si poteva far nulla.
— Mâri, mâri! — chiamò allora, afferrandola alle spalle, scostandosi alquanto da lei per vederla in faccia. — Mâri! — chiamò quasi gridando. — Mamma, rispondetemi, ditemi che cosa avete!... Avete sete?... Volete che vi dia un sorso d'acqua? Volete che vi copra col mio scialle? Volete che vi adagi sul carretto?... Sì, mamma, sì. Non piangete più; coraggio; ora vi porto. Vi porto. Avete le mani tanto fredde. Non camminerete più. Siete stanca. Avete bisogno di riposarvi. Vi riposerete. Coraggio, mamma. Ma ditemi, ditemi quello che volete che io faccia, mamma mia!
Intorno non c'era un'anima; il cielo grigio, la campagna grigia, su cui passava qualche raro uccello con volo basso e pesante.
E Catine non piangeva più, non rispondeva; forse non ascoltava; posava sulle sue creature lo sguardo dei suoi occhi dilatati, fissi, colmi d'infinita disperazione.
Passava un biroccio. Il birocciaio andava a piedi a fianco del suo cavallo, zufolando, con un sacco sulle spalle. Era un buon uomo; aveva fermato di colpo il biroccio per vedere che cosa mai avessero quelle due ragazzette inzuppate d'acqua, che si affannavano tanto intorno alla donna distesa per terra.
La maggiore tentava, senza riuscirvi, di sorreggerla, di aiutarla ad alzarsi; la piccola piangeva dirottamente. Il cane guaiva e si contorceva anch'esso da disperato.
— Si era fatta male, quella donna?... No? Soltanto sofferente, malata?... L'aveva colta un poco d'affanno?... Eh, diamine, non bisognava disperarsi così.
Egli l'avrebbe caricata sul suo biroccio, sopra i sacchi di cemento, e portata al paese vicino. Là c'era un medico, la farmacia, l'ospedale. E il carretto colla roba?... Oh, il suo cavallo, carico com'era, non c'era pericolo che corresse. Mariutine, senza affrettarsi troppo, avrebbe potuto stargli dietro benissimo col suo carrettino, seguendo la madre.
Il buon uomo aveva sollevato Catine come un mucchio di cenci — uh, che piuma! — l'aveva deposta sul biroccio, aveva disteso su lei un pezzo di tela cerata, chè ricominciava quella maledetta pioggia. Mariutine le aveva messo sotto il capo il suo scialletto di lana; quanto alla piccola, il birocciaio se l'era presa allegramente in collo; colla mano libera aveva dato uno schiocco di frusta, e via!
Catine era stata ricoverata all'ospitale la sera stessa. A dir vero, era stata quella un'irregolarità bell'e buona, l'ospitale essendo riservato ai poveri del Comune, non alla gente di fuori, non ai passanti; ma la gravità dello stato della poveretta, rivelatosi tosto all'occhio esperto del medico, e la lontananza dal suo paese di provenienza, avevano consigliato, dopo qualche esitazione, di transigere sull'applicazione del regolamento.
L'avevano accolta. Ma ormai non c'era più nulla da fare.
«Pleurite bilaterale, aggravata da condizioni di generale esaurimento».
Come, con quelle lesioni ai polmoni, così estese, così profonde, in quello stato di debolezza e di denutrizione, la disgraziata avesse potuto fino a poche ore innanzi reggersi in piedi, parlare, camminare, non si capiva davvero.
E, — ironia della sorte, — ora che aveva finalmente un letto, un ricovero, una bottiglia d'acqua calda sulle gelide ginocchia, ella era andata precipitosamente aggravandosi, aveva fatto appena in tempo di ricevere i Sacramenti, e all'alba era spirata.
Dalle carte trovatele in tasca, era risultato nome, cognome, luogo di provenienza. Fu telegrafato alle autorità del suo Comune per prender d'urgenza gli accordi, sia per la sepoltura della donna, che per il rimpatrio delle orfanelle.
In attesa di notizie e d'istruzioni, si fece un gran parlare, in paese, del «caso pietoso».
Era quello, più che un paese, una grossa borgata di pianura che godeva d'un certo benessere e non s'era troppo risentita nè della siccità nè dell'inondazione, per merito d'una fabbrica di filati che assorbiva quasi tutta la mano d'opera dei dintorni.
Era, anche, un paese fortunato, perchè non vi accadeva mai nulla: non scandali, non fallimenti, non pestilenze, non suicidi. Un paese dove per giunta da dieci anni non moriva nessuno: anzi, per questo fatto, era stato citato sul «Corriere della Sera».
La commovente storia di Catine e delle due orfanelle aveva, in tanta penuria d'avvenimenti, suscitato grande scalpore, e toccato particolarmente la fantasia e il cuore gentile delle signore. Vollero esse andare a vedere Catine morta, lavata pettinata e composta come non era mai stata da viva; vollero conoscere le orfanelle, e dopo molti baci e carezze regalarono loro due vestitini di lanetta nera, un bel paio di scarpe nuove, e due inesplicabili cappelli.
Gli uomini frattanto, al caffè, in farmacia, discutevano animatamente, e, a dispetto delle tradizioni, quasi quasi si accapigliavano.
— Non si è proceduto all'autopsia? Si tratta di morte improvvisa.
— Quasi improvvisa.
— Macchè, improvvisa. Una pleurite diagnosticata chiarissimamente. L'aveva indosso da sei mesi.
— Ed anche qualche cos'altro, pare... — insinuava il bene informato abbassando la voce. — Non so se mi spiego... Queste donne vagabonde, i cui uomini vanno a lavorare all'estero... Anche questa... — e si chinò all'orecchio del vicino per completare la frase.
— In ogni modo, si attendono istruzioni dal Comune di provenienza. Ci vuol prudenza, perdio, in questi casi delicati.
Ma poichè le istruzioni tardavano, o erano confuse e contraddittorie — pareva che la defunta non avesse parenti o che nessuno di essi s'interessasse della sua sorte — e soprattutto poichè dopo le piogge era capitato uno scirocco che faceva puzzar gli acquitrini come letamai, per misure igieniche fu deciso di darle intanto sepoltura provvisoria, salvo a procedere più tardi, eventualmente, all'esumazione e all'autopsia.
Tosto le buone signore organizzarono una colletta, e tutti, più o meno generosamente, si quotarono.
Catine ebbe la sua ghirlanda di fiori freschi, due preti, e un «accompagno» di sei bimbe vestite di bianco, uno sfarzo, che la poveretta non avrebbe mai previsto l'uguale.
Le Suore dell'Ospizio intanto avevano provvisoriamente accolto Mariutine e Rosùte.
Mariutine, tanto per farle far qualche cosa, l'avevano messa alla scuola di lavoro; Rosùte, avrebbero voluto metterla coi piccini dell'Asilo, ma non c'era stato verso di staccarla dalla sorella.
— Tanto, è per pochi giorni — aveva pensato la Superiora; e aveva rinunciato ad insistere.
Ma, alla scuola di lavoro, la Suora Maestra si era accorta subito, con un misto di sorpresa e di biasimo, che, a quell'età, Mariutine non sapeva ancora tener l'ago in mano, non sapeva adoperare il ditale, tagliava gugliate di filo lunghe un metro, dava dei puntacci storti e disordinati da ciabattino.
A onor del vero, la ragazzetta si applicava del suo meglio per imparare, e, svelta e intelligente com'era, in poco tempo forse si sarebbe messa a paro colle coetanee. Sì, il cucito l'avrebbe imparato, ma, per pochi giorni che doveva rimanere, valeva la pena di insegnarglielo?
Poi, c'era a suo carico un altro fatto ben più grave, di cui l'Ospizio intero era profondamente scandalizzato: interrogata, aveva candidamente confessato di non aver ancora fatto la prima Comunione, e, quanto a pratiche religiose, bazzicava in chiesa sì e no una volta all'anno.
— Ma la domenica non assisteva alla Santa Messa?
— Si camminava. Si andava da un paese all'altro.
— E in chiesa non entravate mai?
— Oh sì, quand'eravamo stanche.
— Ma quand'eravate a casa, al vostro paese?
— La chiesa è lontana. Tre ore di montagna.
Tutto questo, detto in un dialetto aspro, tronco, quasi incomprensibile.
— E che cosa facevi, carina, quand'eri a casa? — continuava la Superiora, paziente e tenace.
— E tua madre?
Che cosa fosse precisamente questo resto, non era apparso ben chiaro, ma nell'estimazione delle suore, la povera Catine era ormai giudicata e condannata alle fiamme dell'inferno per l'eternità. Doveva indubbiamente esser stata una madre senza coscienza e senza scrupoli, sciatta, noncurante delle sue creature, e dei loro più sacri doveri.
— Povere figlie, pensare che torneranno in un ambiente simile — sospirava preoccupata la Superiora.
La storia di Catine e delle due orfanelle era giunta frattanto agli orecchi di una signora dei dintorni. Era questa una ricca vedova senza figli, perennemente in lite coi parenti, un po' strana, ma molto caritatevole. Abitava una villa circondata da un vecchio parco, sola coi domestici, due scimmie, un pappagallo, e innumerevoli gatti e cani. La si vedeva raramente in paese, ma quando ci capitava, andava sempre all'Ospizio; vi discendeva, grassa, vestita con sfarzo antiquato che ispirava grande rispetto, e vi lasciava immancabilmente un'offerta generosa.
A questa buona signora era balenata l'idea di prendersi una delle orfanelle come figlia d'anima. Perchè no? Sia per far dispetto ai parenti, sia per distrarre la sua solitudine, l'idea le pareva bellissima.
Era arrivata all'improvviso in paese di buon mattino, in carrozza; aveva fatto arrestare i cavalli un po' fuori dell'abitato per non dare nell'occhio, e si era incamminata rapidamente a piedi verso l'Ospizio, seguita da un servo contegnoso che portava un gran paniere di mele cotogne, per le monache. Cinque minuti dopo, al caffè, non si parlava d'altro che di questa visita.
— Sarebbe una fortuna fenomenale per quella a cui toccherà — diceva l'uno.
— Meglio si fosse pensato a una ragazza del paese: non ci son forse delle orfane qui? — obbiettava un altro.
— Non facciamo del campanilismo — redarguiva un terzo, senza levar gli occhi dalle carte che teneva in mano.
— Tocca a voi. Giù. Asso di bastoni. Per conto mio, meglio non scegliere nessuna. Si creano delle spostate.
Nel parlatolo intanto, fra la Superiora ossequiosa e Donna Emmelina impaziente, si svolgeva un colloquio misterioso.
— Purtroppo non si può decider nulla senza il consenso della famiglia o di chi ora ne fa le veci — diceva la Superiora. — Padre, pare non l'abbiano più. La ragazzetta più grande dice che è morto in America. Pare abitassero, lassù, con un fratello del padre defunto, che sarebbe l'unico parente, ed il più prossimo. Si aspetta d'ora in ora l'arrivo di quest'uomo, che dovrà pur farsi vivo. L'avvertirò subito, signora. Ma, in caso, lei, Donna Emmelina, quale preferirebbe? La grande o la piccola?
— La piccola — rispose senza esitazione Donna Emmelina. — La piccola mi piace di più. Ho l'impressione che abbia più sentimento. Per me, metto il cuore sopra a tutto.
«L'impressione» di Donna Emmelina derivava dal fatto che Rosùte al vederla era scoppiata immantinente in un dirotto pianto come vedesse il diavolo; ma la Superiora aveva detto che piangeva sempre così, povera piccola, per il dolore della morte della madre. Mariute invece si era limitata a salutare, a sorridere, a rispondere come poteva all'interrogatorio, a lasciarsi docilmente osservare da quella signora grassa che l'esaminava dalla testa ai piedi. E la fanciulla aveva inconsapevolmente un'espressione così viva, così chiara, un viso così fresco e luminoso, che, se non fosse stata a lutto, col suo vestitino di lanetta nera, dal suo aspetto non si sarebbe potuto certamente capire che fosse stata colpita da una sventura tanto recente e tanto grave.
In verità, Rosùte era apparsa la più toccata e desolata per la morte di Catine. Che cosa fosse e che cosa significasse morte, certamente la piccina non capiva, ma aveva provato tanto spavento a veder stramazzare sua madre in mezzo alla strada, e del non averla veduta più dopo quel momento, era rimasta così turbata, che aveva pianto e singhiozzato perdutamente per parecchi giorni, senza che si riuscisse a chetarla.
Ed ora, aveva preso l'abitudine delle lagrime anche se non pensava alla madre; ora piangeva, così, come il cagnolino guaisce: forse anche perchè si trovava sperduta in mezzo a gente nuova, a nuove abitudini; disorientata dal benessere stesso, dall'ordine, che la circondava; dal bagno a cui la sottoponevano ogni mattina, dalle disinfezioni al piede malato, presa soprattutto dal terrore che la separassero dalla sorella.
Alla sorella stava aggrappata, appiccicata, cucita, dalla mattina alla sera; la seguiva dovunque, la cercava con occhi inquieti ed ansiosi, se le si allontanava d'un passo.
Mariutine con infinita pazienza tentava di calmarla, di rassicurarla; la circondava di tenerezza, la teneva fra le sue braccia, la sera, cullandola, finchè a poco a poco si addormentava.
Rosùte in pochi giorni era deperita; aveva ancora le sue grosse guance paffute ma pallide di un pallore linfatico, e su di esse, e sulle sue manine, le lentiggini erano più visibili, fitte fitte, come uno spruzzo di polvere gialla.
— Dove sarà il povero Petòti? — chiedeva ella talvolta.
— Petòti è stato raccolto dalla figlia del re — rispondeva con sicurezza Mariutine. — Gli hanno messo al collo un campanellino di brillanti, mangia pan d'oro e salsicce d'argento. Petòti sta benissimo.
Per la madre, nessuno l'aveva veduta piangere. La morte di sua madre, per lei, era stato un colpo tale, una pugnalata a tradimento così profonda, che aveva inaridito e agghiacciato persino la sorgente delle lagrime. Non capiva neppure ella stessa che cosa provava: un freddo, un gelo, qualche cosa che, per la sua vivace ed esuberante natura, rassomigliava, uguagliava il senso della morte.
Passava le notti senza dormire, cogli occhi secchi, la testa nascosta sotto il cuscino del letticciolo straniero. Il rimorso le rodeva il cuore, il rimorso di non aver capito, di non aver saputo in tempo prevedere, di aver lasciato passare quegli ultimi giorni così, senza rompere a forza il terribile silenzio materno.
Ma nessuno avrebbe potuto indovinare che la fanciulla soffrisse tanto, che cosa significasse, per una creatura elementare, semplice e limpida come lei, quell'incapacità di esprimere in qualsiasi modo il dolore, quel ripiegarsi in sè stessa, quell'isolarsi, che dava la misura appunto della profondità del suo turbamento.
Le Suore e le compagne la giudicavano fredda e indifferente.
Ora avvenne che per la festa di Maria, che cadeva l'8 settembre, all'Ospizio si facessero le prove di un coro che doveva esser cantato in quel giorno nella Cappella dalle educande. Era un inno alla Madonna, tre strofe; un motivo semplice, facile, che si ripeteva, uguale e monotono, per tre o quattro volte.
— Vuoi cantare anche tu? — chiese la Superiora a Mariutine. — Tua sorella ha detto che canti molto bene.
— Non è vero, madre — rispose Mariutine avvampando di rossore. — Io non so cantare.
Al contrario di Rosùte, ella si era subito orientata nella nuova vita; il suo buon senso le aveva fatto comprendere immediatamente che all'Ospizio avrebbe dovuto cercare di rendersi utile. Davano da mangiare a lei e alla sorella: bisognava in qualche modo pagare, ricambiare il beneficio.
L'abitudine di non indietreggiare dinnanzi alla fatica, di prendere su di sè i pesi e i disagi più gravi, e forse un inconscio bisogno di attività e di movimento, l'avevano indotta ad accorrere spontaneamente dove era il lavoro più duro, ed ora la mandavano ad aiutar le converse a lavare i panni delle malate, a portare i grossi sacchi di carbone dalla cantina al bucataio, a zappar l'orto, a far pulizia delle latrine.
— Sarebbe un'ottima serva — pensavano le Suore. — Se si potesse tenere.
Ma benchè la fanciulla non lo dimostrasse in alcun modo, l'impressione era, nelle suore, che non stesse volentieri con loro.
Donna Emmelina intanto, dopo lungo conciliabolo, aveva ottenuto una cosa semplicissima: di portar per quel giorno Rosùte con sè alla villa, a titolo di esperimento, per osservarla meglio lontana dalla sorella, prima d'impegnarsi, eventualmente, a cose più serie.
Per convincere Rosùte a partire con Donna Emmelina, la Superiora aveva dovuto ricorrere a un innocente inganno. Aveva detto alla piccola che Mariute l'aveva preceduta alla villa della Signora, e che colà si sarebbero ritrovate. Poi Donna Emmelina le aveva messo una caramella in bocca e un grosso cartoccio di altre caramelle nelle mani, e così, confusa, intimidita, Rosùte s'era lasciata caricare in carrozza a fianco della Signora, col suo vestitino nero e il nero cappelletto in testa, che la faceva rassomigliare ad un fungo.
Ma giunta alla villa e scoperto che Mariutine non c'era, si era scatenata una tragedia di tali urli, calci e graffi, che due donne a fatica riuscivano a tenerla.
Donna Emmelina aveva dovuto far inchiavistellare tutte le porte, mettere la gastalda ed un servo a farle la guardia; la piccola aveva la bava alla bocca, minacciava di dar la testa nei muri, di gettarsi dalle finestre.
Perfino il pappagallo, le scimmie e i cani, ai suoi strilli, s'erano eccitati, facevano un baccano del diavolo; la villa pareva un manicomio.
La mattina dopo, la carrozza stessa che l'aveva portata via, riconduceva in gran fretta Rosùte all'Ospizio. Aveva gli occhi e il viso gonfi; il naso graffiato, il vestitino nuovo strappato in due punti, a furia di dimenarsi. Ogni tanto sussultava sul sedile con un resto di singhiozzo convulso; Donna Emmelina, che l'aveva voluta riconsegnare personalmente, stava seduta al suo fianco senza degnarla d'uno sguardo, e con una faccia che non prometteva nulla di buono.
La carrozza aveva appena svoltato l'angolo della piazza e si era internata nella stretta via dell'Ospizio, quando poco mancò che i cavalli non mettessero sotto un uomo, che si aggirava per quella viuzza stranito, con una carta in mano e col naso all'aria, cercando i numeri delle case di porta in porta.
Pareva un povero, o piuttosto un operaio, ma non del paese: di fuori.
— Ohe, buon uomo! — gridò il cocchiere. — Siete cieco e sordo?
E in quel che l'uomo si scansava, ecco sbucare come un bolide da un vicoletto un cagnuolo color del fango, arruffato, spiritato, magro da far spavento, e precipitarglisi incontro con acuti guaiti di gioia, girando in tondo in giri frenetici, come impazzito.
Era Petòti, l'infelice Petòti, abbandonato dalla sera in cui Catine si era sentita male per la strada, e che aveva vagato per tutti quei giorni nei pressi dell'Ospizio cercando le padrone, annusando, gemendo, e sfuggendo per miracolo alle insidie dell'accalappiacani.
Rosùte riconobbe ad un tempo l'uomo ed il cane; cacciò un grido, e fece l'atto di slanciarsi dalla carrozza. Ma Donna Emmelina l'agguantò rapida per un braccio, la rimise di peso sul sedile, non la lasciò più.
— Svelto, Gioachino — comandò al cocchiere.
Un minuto dopo, senza mollar la sua presa, la signora entrava un po' ansante e furibonda in parlatorio. Rosùte si era improvvisamente calmata.
Cosa insolita, la Superiora si fece attendere un pezzetto.
Infine entrò, premurosa, e disse:
— È arrivato in questo momento quell'uomo che doveva arrivare: il parente. Scusi, Donna Emmelina, se mi son fatta aspettare. Se crede di parlargli subito, di accordarsi con lui...
— Per l'amor del cielo! — scattò Donna Emmelina. — Mi basta e ne ho d'avanzo. Ho voluto riconsegnarle personalmente, Madre, questa piccola selvaggia, e da questo momento cessa ogni mia responsabilità. Ci ha fatto impazzire e tribolare tutta la notte; rinuncio all'idea di farle del bene.
E con ciò, senz'altre spiegazioni, si congedò in fretta ed uscì, senza lasciare nessuna offerta all'Ospizio.
L'uomo che era venuto a ritirare le bambine munito di una lettera del suo Sindaco, aveva tutte le sue carte, tutti i suoi documenti in regola, che attestavano esser egli fratello del padre defunto delle ragazze, il parente più prossimo, avente dovere e diritto di tutela sulle minorenni.
Non c'è nulla da dire, e, in fondo, sia le Suore che il Consiglio Direttivo dell'Ospizio, accolsero la sua venuta con un senso di sollievo. Quanto alle spese, il pareggio sarebbe avvenuto facilmente con chi di ragione.
Le bambine intanto potevano essergli consegnate; e gli fu consegnato anche un gruzzoletto residuo della colletta organizzata per i funerali di Catine, e un altro gruzzoletto ricavato dalla vendita del carretto e degli oggetti in legno che le buone Signore del paese avevano acquistato per fare un po' di carità, a prezzo d'affetto.
In tutto, quasi trecento lire. L'uomo ne era sembrato assai soddisfatto.
Della malattia e della morte di Catine si era interessato molto relativamente, e del resto, nelle poche ore che s'era intrattenuto all'Ospizio, aveva detto sì e no cinquanta parole.
Si esprimeva però più intelligibilmente delle bambine, in un dialetto meno aspro; aveva girato il mondo; col fratello defunto era stato in America, in Svizzera, in Francia, come bracciante.
Era un uomo di pel rosso, dalla faccia coperta di lentiggini, dall'aspetto un po' ottuso. Una cicatrice gli tagliava il sopracciglio e la palpebra d'un occhio costringendolo a strizzarlo in modo che pareva sempre che ridesse: un ricordo dell'America, — aveva detto, — d'una sera in cui era un po' bevuto, dove però non le aveva date, ma prese: la sua fedina criminale era pulita.
Pareva un buon uomo, e, quel che è più, per nulla sorpreso di dover tornarsene a casa con due creature non sue, da mantenere.
Ora faceva il carbonaio, su in montagna, sotto il Passo della Mauria. Le bambine lo chiamavano Barbe Zef2.
Benchè impacciate dai vestiti nuovi, dalle scarpe, dal cappello soprattutto, che avevan dovuto mettere per non urtare la suscettibilità delle donatrici, Mariutine e Rosùte apparivano impazienti di partire, come liberate da un incubo, sciolte dalla catena.
Un po' offese da tanta indifferenza e ingratitudine, le Suore fecero tuttavia il loro dovere fino all'ultimo; ripeterono calde raccomandazioni a Mariutine, particolarmente intorno alle pratiche religiose; regalarono a ciascuna un libretto di preghiere e una bella immagine sacra che riproduceva la Madonnina della Cappella.
A Mariutine fu consegnato anche un fagotto contenente gli indumenti della povera Catine, e, col primo treno possibile, subito dopo mezzogiorno, la carovana fu frettolosamente imbarcata, e partì.
Era un trenino che saliva ansimando tentennando e sbuffando. Tranne nel periodo della villeggiatura, non caricava quasi mai nè merci nè viaggiatori, ma si soffermava egualmente in tutte le stazioni gettando fischi strazianti e dense nuvole di fumo.
Dopo un poco, Rosùte s'era assopita nelle braccia della sorella, e s'era addormentato anche l'uomo, col cappello sugli occhi e la bocca semiaperta, russando intermittentemente. Petòti, che aveva incrociato la comitiva al suo uscire dall'Ospizio, aveva ripreso con tutta naturalezza il suo posto in famiglia, e s'era accucciato sotto la panca, fuori della portata dei piedi, accanto al fagottino nero dei panni di Catine.
Mariutine guardava fuori dal finestrino senza pensare a nulla, stanca e snervata.
Solo di tanto in tanto posava la mano sul piede malato di Rosùte che le pareva scottasse.
Parecchie stazioni passarono senza che nello scompartimento salisse nessuno. Fra Perarolo e Pieve, l'uomo interruppe il suo sonno per tirar fuori dalle tasche un po' di pane e salame, che divise con le ragazze, poi, riprese a dormire.
A Pieve, il treno si era già messo in moto, quando un ragazzotto sui vent'anni, biondo, che arrivava di gran corsa, aperse vivamente lo sportello e saltò su.
Era a testa nuda, trafelato; con un largo fazzoletto a colori si asciugò il sudore dalla faccia e dai capelli corti e ricciuti, e sedette con un respiro di sollievo.
Ma aveva appena preso posto da un attimo, che si alzò di nuovo, inquieto, cercando di qua e di là, su di sè e intorno a sè, qualche cosa che non riusciva a trovare. Allora rovesciò il contenuto delle sue tasche nel fazzoletto, passò in rassegna con grande attenzione una britola, un portamonetino di cuoio giallo, un fischietto, un pezzo di corda, un arancio, senza riuscire a trovare quel che cercava. Infine, quasi sotto i piedi dell'uomo addormentato, scoperse per terra un piccolo rettangolo rosso e polveroso, e chinatosi vivamente, lo raccolse.
— Credevo d'aver perduto il biglietto di ritorno — esclamò, preso dal bisogno di manifestar la sua gioia, e, nel dir questo, posò su Mariutine lo sguardo dei suoi occhi allegri e infantili, e la riconobbe.
— Mandi,3 Mariùte! — esclamò gaiamente. — Non mi conosci? Sono Pieri di Forni, non ti ricordi? Quello che è venuto tante volte dalle vostre parti per il carbone.
Mariutine l'aveva riconosciuto da un pezzo, ma presa da un subitaneo disagio, aveva cercato di evitarne il saluto. Ora egli avrebbe chiesto della madre, e com'era avvenuta la disgrazia, e dove, e quando, ed ella avrebbe dovuto raccontare...
Ma il ragazzo invece non domandò nè questo nè quello. O non sapeva, o aveva dimenticato; e tutto preso dall'eccitazione della corsa e dalla gioia d'aver raggiunto il treno e ritrovato il biglietto, soddisfatto di aver incontrato dei conoscenti, cominciò a narrare giocondamente le vicende del suo viaggio.
Aveva dovuto scendere a Perarolo, quel giorno, per sollecitare certe carte necessarie per la sua partenza per l'America, Perarolo essendo il suo paese di nascita. Era partito di casa e s'era messo in cammino prima dell'alba, e a Calalzo aveva preso il primo treno. A Perarolo, per le carte, aveva dovuto aspettare e tribolare un bel pezzo, poi girare e correre come una lepre per salutare tutti i parenti, chè sua madre gli aveva tanto raccomandato di non dimenticarne nessuno: quattro zie colle relative famiglie, e tutti avevano voluto che mangiasse e bevesse.
— È un miracolo che sia ancora vivo — disse, e rideva.
Invece solo i piedi gli facevano male, con quelle scarpe dure e nuove. E, nella corsa per acchiappare il treno, gli era volato via il cappello. Un bel cappello che gli era costato quattordici lire. Peccato. Non vedeva il momento d'essere a casa.
— Ma è ben lunga ancora — diss'egli. — e voi l'avete più lunga di me. Da Calalzo al Passo... E poi il resto.
— In America hai il posto sicuro? — intervenne l'uomo, riaprendo improvvisamente per un attimo l'occhio sano, e richiudendolo subito. — O posto sicuro, o miseria sicura.
— Sicurissimo — rispose il ragazzo. — Mi chiama un fratello-cugino che è in Argentina da dieci anni e tiene bottega. Ha con sè la famiglia e stanno bene. Proprio bene — ripetè guardandosi intorno. Da tutte le sue parole, dall'espressione stessa del suo volto ingenuo ed aperto, spirava la fiducia, la contentezza.
— E voi — disse egli a Mariutine con cortesia — avete fatto buoni affari?.
— Così... — mormorò la fanciulla, e voltò gli occhi da un'altra parte. Intanto il ragazzo aveva disteso sulle ginocchia il fazzoletto colorato per non insudiciare il bel vestito delle feste, e s'era messo con grande attenzione a sbucciare l'arancio.
— Se ti degni... — diss'egli, e ne offerse metà a Mariutine.
— Troppo — si schermì la fanciulla, — mi basta uno spicchio.
Solo allora egli parve accorgersi della freddezza di lei, e della sua aria strana, e del suo vestito nero, e di quant'era cambiata dalla Mariutine allegra e canterina ch'egli rammentava, e tornatogli in mente all'improvviso di aver sentito parlare di qualche cosa, — sì, di una disgrazia — fu preso da un senso d'impaccio.
Per un po' cercò il mezzo di avviare il discorso in modo da rimediare alla sua imprudenza e smemorataggine, ma non trovò nulla. Mariutine aveva appoggiato la testa alla parete e dormiva o fingeva di dormire, ed egli rimase silenzioso a guardarla con un'espressione mortificata negli occhi sinceri.
Il treno, approssimandosi a Calalzo, aveva preso a fischiare disperatamente. Quella era l'ultima stazione; dovevano scendere tutti per prendere la strada della montagna.
Mariutine destò pian piano Rosùte, la depose sulla panchina, e incominciò a raccogliere i fagotti.
Ne avevano parecchi e dalle forme più strane: lunghi e stretti, avvolti in vecchi giornali e tenuti insieme da una fettuccia; un paio di scarputis tra le cocche annodate d'un fazzoletto, un sacco gobbo e bitorzoluto colla bocca legata da una cordicella, una pentola e qualche altro arnese di cucina, in mezzo a una coperta di mezzalana.
L'uomo si caricò in ispalla il sacco e i fagotti più grossi, infilandoli a un bastone.
— Ho male al piede... — piagnucolava Rosùte, soffregandosi gli occhi. Mariutine s'inginocchiò dinnanzi a lei e le slacciò una scarpa.
— Dove hai male? Qui?... qui?... Adesso ti passa.
E preso tra le mani il piedino, lo baciò.
— Calalzo! — gridò una voce correndo lungo il treno dietro l'ondeggiar d'un fanale. — Calalzo! Calalzo!
Con gran rumore di ferraglia il treno si arrestò.
— Questa frute4 non cammina — disse il ragazzo, accennando alla piccola. — Dalla da portare a me. Tu ne hai abbastanza del resto.
Egli prese in collo la bimba, e stava per scendere, quando si accorse che in un angolo dello scompartimento erano rimasti i due cappelli neri, di cui Mariutine e Rosùte s'erano sbarazzate appena fuori della vista delle donatrici.
— E di quei là, che ne facciamo? Si lasciano? — chiese Pieri. — Io, veramente, avrei bisogno d'una casseruola! — esclamò.
E malgrado il suo proposito di star serio e contegnoso per intonarsi alle circostanze, afferratone uno colla mano libera e cacciatoselo in testa fino agli orecchi, scoppiò a ridere, mentre per la prima volta, guardandolo, ridevano anche Mariutine e Rosùte.
— Lasciali dove sono — disse Mariutine — tanto, a noi non servono più.
La strada che da Calalzo piega in direzione del Passo della Mauria attraversa una regione ricca di paesi e di borgate, varia, mossa, bellissima, tra montagne nere di boschi.
Appena fuori della stazione la piccola comitiva s'avviò rapida per la carrozzabile che in mezzo a larghe praterie si snoda in leggera salita verso est.
Non era nè giorno nè sera: quel momento, quando la luce, ferma e come sospesa sulle cose, dà al paesaggio un senso d'attesa, un aspetto vago e quasi irreale.
Un vapore leggero si levava dai prati addolcendo e sfumando i contorni delle case, dei boschi, delle montagne; la punta di qualche campanile qua e là, vicino, lontano, luccicava come fosse d'argento.
Ma i viandanti avevano appena lasciato la strada carrozzabile per prendere la scorciatoia che s'interna tra le montagne, che scese di colpo, rapida e improvvisa, la notte.
Era una notte senza luna, e non ci si vedeva a dieci passi di distanza; tuttavia l'uomo col suo sacco gobbo sulle spalle, Mariutine carica di fagotti, e il ragazzo allegro colla bimba in collo, s'incamminarono senza esitazione.
Procedevano in fila indiana, col passo misurato e il sicuro istinto che consente ai montanari d'individuare il sentiero giusto anche ad occhi bendati, riconoscendolo all'odore dell'erbe, alla friabilità del terreno, alla forma del sasso, sapendo bensì che colla montagna non bisogna scherzare.
Petòti eccitato e felice faceva la strada tre o quattro volte, or precedendo i padroni e tornando indietro di gran corsa a cercarli quando non li vedeva più, ora indugiando ad annusare qua e là, a far pipì contro le roccie, sparendo a un tratto per ricomparire all'improvviso più in alto, fermo ad attendere, colla lingua fuori, sbucato non si sa di dove.
E a poco a poco l'occhio dei viandanti, abituatosi all'oscurità, discerneva qua e là su per l'erta le casère addormentate, le segherie, le baite, i pagliai, i segni del passaggio delle mandre. Qualche can da pastore, di guardia a una malga, si slanciava fuori abbaiando furiosamente, e Pieri allora faceva l'atto di raccogliere un sasso e scagliarglielo, mentre Petòti si affrettava a ritirarsi quatto quatto contro le gonne di Mariutine.
Sopra le ampie radure dei pascoli la linea del bosco appariva e seguiva come un'ombra, interminabile striscia scura sotto il cielo senza colore. Il sentiero correva dall'una all'altra altura in una successione di salite e discese che parevano non dover finir mai, ora sospeso su fonde gole strette come corridoi, ora traversando umidi praticelli dove un filo d'acqua scorreva quasi a fior di terra inzuppando l'erba gonfia e soffice come una spugna.
E man mano che la salita si faceva più dura, la montagna si spogliava, si faceva più violenta e più nuda, coi suoi ciuffi d'erbe magre, colle sue crode difformi scaraventate giù per l'erta, colle sue fredde cime, nette, taglienti, contro il cielo.
Ed ecco che in fondo alla valle si accesero a un tratto tutti insieme i lumi di Calalzo, di Pieve, di Domegge: vividi, lievemente oscillanti come occhi che ridessero.
— Vedi? — disse il ragazzo a Rosùte che gli aveva immediatamente accordata la sua fiducia. — Vedi quella fila lunga lunga di fiammelle... È Calalzo, dove noi siamo discesi. E quella specie di ghirlanda colorata? È l'albergo grande di Pieve.
A un tratto non videro più nulla; a un gomito della mulattiera, come inghiottiti dalla montagna, diedero le spalle ai luoghi abitati, e furono immersi completamente nell'ombra.
Per lungo tratto non incontrarono più nè casère nè baite. L'uomo innanzi a tutti, col suo sacco gobbo in ispalla, visto da tergo prendeva i contorni strani e grotteschi di un mostro notturno; Mariutine camminava dietro a lui senza aprir bocca, ed ora anche Pieri taceva, preso da un sonno improvviso per cui durava fatica a tener gli occhi aperti.
Le scarpe gli facevano male; Rosùte gli si abbandonava addosso come un peso morto, ed egli avrebbe voluto posarla a terra almeno un momento e sedere su di un sasso per riposarsi — diamine, ne aveva diritto, era in piedi dall'alba! — ma un senso di amor proprio e di fanciullesca spavalderia, lo tratteneva dal tradurre in atto il suo desiderio.
Fosse stato solo, si sarebbe senz'altro seduto per una buona mezz'ora, ma si vergognava di Mariutine, e per nulla al mondo avrebbe confessato di non poterne più, finchè lei, una miserabile fantate5, continuava a camminare imperterrita senza dar segno di stanchezza.
Mariutine, lungo la strada non gli aveva mai rivolto la parola, neppur per ringraziarlo — e questo gli pareva ingiusto — d'averla sollevata dal portar la sorella. Neppure una parola. Eppure non era mica un'impresa da nulla salire la montagna con quel peso sulle braccia. Come portare due pecore grosse. Non tutti avrebbero avuto la sua forza.
— Certo si è offesa perchè non le ho chiesto della mâri... — pensava dubitoso il ragazzo. E affrettava il passo per mettersi a paro colla fanciulla e tentare d'attaccar discorso, ma ella coi suoi grossi fagotti occupava tutto il sentiero, e camminava senza voltarsi; Pieri non riusciva a vederne neppure il profilo: solo le trecce bionde, che lo precedevano nell'oscurità.
— Abbiamo forse già fatto due terzi di strada — pensò egli allora per consolarsi.
E poi pensava che a casa avrebbe certamente trovato sua madre ancora alzata ad aspettarlo, che gli avrebbe preparato qualche buona cosa da mangiare.
Questo pensiero lo rallegrava, gli faceva quasi dimenticar la stanchezza, ma non osava parlare neppure delle cose buone che gli avrebbe preparato sua madre, per via di quell'altra ch'era morta; aveva paura di commettere nuove imprudenze: il silenzio di Mariutine gli dava grande soggezione.
— Strano — disse a un tratto senza accorgersi di pensare ad alta voce — mi pareva d'aver mangiato tanto a Perarolo, ed ora mi sento lo stomaco vuoto, sì, assolutamente vuoto.
— Anch'io — dichiarò Rosùte, svegliandosi appositamente per questa constatazione.
Ed ecco che Petòti si ferma di botto sulle quattro zampe e si mette ad abbaiare. Dall'alto, qualche sasso si stacca rotolando giù per il canalone; la piccola comitiva si arresta in ascolto. L'uomo aguzza gli occhi, ma non riesce a veder nulla. Dà un fischio:
— Uhiiih!
E su in alto, nel silenzio notturno, un fischio risponde:
— Uhiiih!
Ora si discerne il viandante; una piccola macchia grigia del color delle roccie: dev'essere un bocia, un ragazzo, di quelli che i pastori delle malghe assoldano per la stagione del pascolo come guardiani delle mandre; e scende saltando come un camoscio di roccia in roccia i fianchi del canalone. Se gira a quell'ora per la montagna, non può essere che per una disgrazia.
Infatti, appena a tiro di voce, quello si ferma, e, facendosi schermo colle mani alla bocca, grida ansimando:
— Il padrone è sceso al piano colla mandra e ci ha lasciati, me e mio fratello, a custodia della malga con una vacca che non poteva camminare. Ora la vacca sta male, sta male, ho paura che mi muoia prima che il padrone ritorni.
Era un ragazzetto di tredici o quattordici anni, spaurito, e si mise a piangere.
— Chi è il tuo padrone?
Le «Case Rotte» formavano gruppo su di un largo pianoro. Erano tre o quattro casère di sasso e legno, basse, smantellate, in mezzo ai grandi chiusi. Nella stagione del pascolo la malga accoglieva una popolazione varia e turbolenta: un centinaio di bestie tra vacche, pecore e cani, coi relativi pastori. Ma ora che le mandre avevano lasciato l'alta montagna per scendere giù in basso, le Case Rotte apparivano completamente deserte, tranne una di esse, la più bassa, dove brillava una finestretta illuminata.
Da lontano quella luce sembrava chiara e viva come una stella, ma in realtà non veniva che da una fiala ad olio vacillante e fumosa appesa con un gancio ad un trave della stalla. La stalla serviva come infermeria, ed era piccola e bassa, col pavimento tutto a buche, coi muri ruvidi che parevano impastati col fango, le travi nere da cui pendevano grosse ragnatele. E nella stalla c'era una vacca sola, magra con una gran pancia e cogli orecchi penzoloni, e un ragazzetto piccolo, pieno di sonno, con un berrettone di lana verde in testa. In una gabbiuzza appesa alla parete, un uccelletto dormiva, colla testa sotto l'ala, raggomitolato su sè stesso come una pallottola.
— Che uccelletto è?... — chiese sottovoce Rosùte, tirando Pieri per la giacca.
— Pare un «franzèl», un fringuello — rispose Pieri. — Cieco? — chiese a sua volta al bocia, rivolgendogli per la prima volta la parola, col tono di persona anziana e autorevole.
Quegli assentì appena con un cenno del capo, cogli occhi neri e vivi fissi ansiosamente su Barbe Zef che era entrato nella posta della vacca.
Barbe Zef si grattava la testa, ma aveva capito con un'occhiata di che si trattava. Il parto si presentava prematuro, la bestia stava un po' male, ma non era un caso disperato; il ragazzo s'era spaventato troppo presto. Egli era pratico di quelle faccende. Questa volta era arrivato appena in tempo; ma forse si poteva salvare anche il vitello.
Egli gettò il sacco e i fagotti dentro una mangiatoia, e si rimboccò le maniche. Pieri e i due bocia, pronti ai suoi ordini, seguivano le mosse con intensa attenzione.
Per un poco armeggiò solo intorno alla vacca, ma senza risultato. Allora prese rapidamente la sua decisione.
— Forza — comandò agguantando i piedi del vitellino. — Forza, ragazzi!
Pieri e il pastore, afferrati alla cinghia delle sue brache come i marinai alla fune, tiravano anch'essi con quant'anima avevano in corpo.
Mariutine era passata nella cucina e, aiutata dal ragazzo più piccolo, aveva acceso in gran fretta il fuoco per approntare il beveraggio. Quando rientrò nella stalla portava una grossa secchia che fumava, e depostala in un angolo, sedette un po' in disparte con Rosùte, aspettando paziente e indifferente che la faccenda fosse finita.
Dopo pochi minuti una bestiola di pelo grigio, viscida, col muso nero e le lunghe gambe malferme, si accovacciava accanto alla vacca, che si metteva a leccarla mugolando.
— Una bella vitellina, una bella vitellina... — borbottava l'uomo soddisfatto. — Bocia, prepara la posta, perchè adesso bisogna portargliela via.
— Lo so — disse il bocia con aria d'importanza, e presa la forca, si affrettò a distendere pari pari le foglie secche nella posta piccola e bassa riservata ai vitelli.
Lavorando, gettava di tanto in tanto un'occhiata di sbieco a Pieri, che a sua volta l'osservava, colle mani in tasca e un lieve risolino canzonatorio.
Mariutine aveva staccato la fiala dal gancio e faceva lume.
L'uomo prese la bestiola in braccio come fosse un bambino, e la depose con delicatezza al suo posto, mentre la vacca, interrotto immediatamente il suo mugolio, volgeva lentamente verso di lui la testa e gli occhi tristi.
Tutto era andato bene e non c'era altro da fare. Il bocia era contento, e nello stesso tempo preoccupato, perchè temeva che l'uomo gli chiedesse il pagamento delle sue prestazioni.
Ma l'uomo non domandò nulla; si strofinò le mani con un pugno di foglie, diede ancora qualche istruzione al ragazzo, e raccolte le sue robe, si avviò. Solo sulla soglia, prima di uscire:
— Non avresti per caso una goccia di grappa? — disse. — Sono tutto sudato.
Il bocia si precipitò in cucina e ne tornò subito con una bottiglietta di vetro scuro.
— Poca — mormorò tutto rosso e mortificato.
— Buona anche questa — dichiarò l'uomo bevendo avidamente e asciugandosi la bocca col dorso della mano. — Diglielo, al tuo padrone, quando torna, — soggiunse, — che è stato Zef, il carbonaio del Bosco tagliato, a liberar la sua vacca. Egli mi conosce. Se non c'ero io, domani al suo ritorno, invece d'una vacca e d'una vitella, due pelli scarte da conciare, avrebbe trovato.
E rise bonariamente, o pareva ridesse, col suo occhio mezzo aperto e mezzo chiuso.
La breve sosta e il diversivo avevano del resto distratto e rianimato tutti. Nella gabbiuzza appesa alla parete della stalla il fringuello cieco, desto dalle voci, si mise a fischiettare, credendo che fosse giorno, e pareva contento anche lui della nascita della vitellina.
Appena all'aperto, Rosùte dichiarò che il piede non le doleva più e che poteva camminare: non voleva che Pieri si stancasse ancora a portarla.
— Stancarmi io? — protestò il ragazzo. — Ma io ti porterei fino a Sappada o a Comeglians. Io son capace di correre per delle ore in salita con qualunque peso sulle spalle. Una volta un vitello dei nostri è caduto in un burrone e si è rotto una gamba, ed io mi son calato giù a prenderlo, e poi me lo son portato dalla Malga Petrosa, sai dov'è, fino a casa mia, così, per cinque ore di strada. Un vitello grosso quasi quanto un bue, anzi più di un bue. Non me ne sono neanche accorto. Non mi credi? Eppure è vero.
Ma Rosùte non si permetteva affatto di dubitare; si era attaccata alla mano di Pieri, e lo guardava e l'ascoltava con grande ammirazione.
— Bisogna essere ben bambocci — continuò Pieri con aria sprezzante — per mettersi a piangere e scappar fuori di notte perchè una vacca sta male. A casa mia sono io che bado alle bestie e non mi è mai successa nessuna disgrazia. Ho un mulo, quattro vacche, un maiale e dodici pecore. Ti par poco? Li governo tutti io. Mia madre non sa neanche di averli.
— Disgrazie ne possono sempre avvenire — ribattè l'uomo autorevolmente.
— Sì, Barbe, ma non bisogna perdersi di coraggio. Col coraggio si fa tutto. Badare alle bestie non è però un mestiere che mi piacerebbe di fare per tutta la vita.
Ormai erano giunti al punto di cui dovevano separarsi. Il ragazzo doveva piegare un poco verso oriente e aveva appena mezz'ora di cammino per raggiungere la sua malga; gli altri dovevano invece salire ancora, toccare il Passo della Mauria, passare di là.
S'era levata un'aria tagliente; per parecchie volte di seguito, vicino e più vicino, risonò il grido d'un uccello notturno.
— Le civette del Bosco Tagliato... — disse Pieri. — Siete prossimi a casa anche voi.
Gli addii furono rapidi. Almeno sul momento di congedarsi, Pieri avrebbe voluto trovare qualche cosa da dire sulla «disgrazia», ma non sapeva da che parte cominciare.
— Prima di andar per mare, son capace di venire a darvi un saluto — si limitò a promettere, improvvisamente serio, fissando Mariutine.
— Sì, vieni, vieni! — esclamò Rosùte.
— Mandi, Rosùte! Mandi, Mariùte! Mandi! Mandi!
E scambiata con tutti e tre una stretta di mano, il ragazzo si allontanò in fretta, senza voltarsi, col suo fazzoletto rosso legato intorno al collo, e i biondi capelli al vento.
* * *
Per raggiungere il loro casolare, i tre dovevano attraversare la zona più desolata della montagna.
Là, dove un giorno era stato un bosco fittissimo, profondo, gli alberi erano stati tagliati, e le lunghe aste snelle e diritte dei pini scagliati giù per l'erta e abbandonate al torrente che le aveva trascinate alla pianura. Sul terreno povero e gialliccio, dove per anni ed anni il sole non era riuscito a insinuare il suo raggio, rimanevano i ceppi degli alberi, segati a poca altezza dal suolo, simili a enormi monconi di membra umane inchiodate alla terra. Le pioggie, i venti, le nevi, avevano strappato a quei monconi la scorza, li avevano vuotati del midollo, ed essi apparivano ora nudi, grigi, più simili all'osso che al legno, senza una foglia verde, senza ombra di vita, nulla, che ricordasse la freschezza e la dolcezza dell'albero vivo.
Di sera, la sinistra ceppaia sembrava un'adunata di nani difformi emergenti a mezzo petto dalla terra, immobili, eppure come tormentati da un tragico vento; di giorno, il luogo era squallido, di uno squallore malinconico e deserto, battuto atrocemente in pieno sia dal sole che dalla pioggia.
Ma per le fanciulle e per l'uomo, avvezzi alle tragiche forme della montagna, quello spettacolo non rappresentava nulla di strano.
Per il più vecchio e per la più giovane, significava soltanto la fine del viaggio, il giaciglio sicuro e vicino; per Mariutine, significava l'improvviso risvegliarsi di qualche cosa che pareva impietrito e sigillato per sempre, il trasalire dell'anima al ritorno d'un'immagine a lungo invano invocata.
Credeva d'aver lasciato lontano, dietro a sè per sempre, la sua povera mâri, sola laggiù sotto una croce nel cimitero straniero, e mai, mai, neppure nei primi giorni dopo la sua morte, neppure quando la chiamava per notti intere nel suo lettuccio all'Ospizio, per quanto cercasse, era riuscita a rievocarne il volto, gli occhi, a riudirne nell'anima la voce, a rivederla viva.
Ed ora, ecco, senza chiamarla, la madre le veniva incontro: ella, come le era rimasta nella memoria inconsapevolmente dai giorni dell'infanzia: svelta e diritta, coi lucidi capelli neri, portando Rosùte piccina tra le braccia. Avanzava tra gli sterpi in silenzio, e la guardava. Brucavano le pecore la corta erba intorno... Poi più tardi... — quando?... — forse c'è un distacco di anni tra l'una e l'altra immagine — ella è seduta laggiù su quel tronco appena abbattuto che domani sarà scagliato al torrente: già coi capelli meno neri, già curva e triste... Ha posato per terra la sporta col desinare di Barbe Zef che scenderà dal bosco a mezzodì. Attende. Poi ancora... La mâri degli ultimi tempi, terrea, col fazzoletto legato sotto il mento come una vecchia... Scende dalla montagna, attraversa la ceppaia colla gerla carica sulle spalle, si avvia lenta verso casa... Come si trascinano stanchi i suoi poveri piedi; gonfi, sformati... Un colpo di tosse...
— Mariutine! — chiama una voce nel silenzio — Mariutine!...
Nulla è cambiato in quel posto, da anni; nulla cambierà per anni ed anni ancòra.
Nelle città, nei villaggi, nei luoghi abitati, la vita varia e corre; l'aspetto delle cose può trasformarsi da un mese all'altro; l'uomo fabbrica case, getta ponti, apre strade; edifica e distrugge; la gente parte e ne arriva di nuova; le impressioni si sovrappongono alle impressioni. Ma il ritmo della vita della montagna è così lento ed uguale, che nello sguardo umano le sue immagini si fissano in marmorea immobilità.
Mariutine sa che potrà andare, tornare, rimanere assente metà della vita, e al ritorno troverà tutto senza mutamento.
Non le piaceva, una volta. Provava una stretta al cuore al rivedere le deserte grigie cime dei monti, tornando dal piano, dai paesi ricchi e animati.
Quando poteva, una volta, a costo di far lungo cammino portava il suo gregge a pascolare in direzione della valle, dove almeno, dall'alto, quando l'aria era chiara, vedeva lontano levarsi un pennacchio di fumo, o le giungeva — non sempre: quando il vento voleva! — il pianto d'un bimbo, il latrato d'un cane; l'indizio della presenza di creature vive.
O l'attraeva il torrente, perchè vivo e strambo e sempre nuovo; oggi tutto aridi sassi tormentati nel suo letto selvaggio; domani, rapido e allegro tra le alte rive odorose di menta; un altro giorno, gonfio torbido e rapinoso.
Quando il torrente era gonfio e l'acqua scrosciava, Mariutine provava una specie di ebbrezza. Cantava allòra a gola spiegata, e, chissà, le pareva di non esser più sola col gregge sulla montagna, e che l'acqua portasse a qualcuno le sue belle villotte: a chi, non sapeva: alle case lontane, ai villaggi, alla gente, a qualcuno che le potesse rispondere. Ed intanto si rispondeva da sè, inventando canzoni, improvvisando botte e risposte, gettando nell'acqua manciate di menta che strappava qua e là e seguiva collo sguardo mentre vorticosamente fuggivano.
Ma la sinistra desolazione del Bosco tagliato, una volta, le faceva orrore. Là non stormir di fronda, non fruscio d'ala; le radici degli alberi morti emergevano a fior di terra come enormi tentacoli; uniche abitatrici, di giorno, certe enormi formiche rossiccie in perenne viavai lungo i monconi difformi; di notte, come nei cimiteri, le civette appollaiate fra tronco e tronco, coi tondi occhi gialli, spandenti intorno il loro lugubre grido. E, per un misterioso istinto, anche il gregge, quand'era costretto ad attraversare verso sera la sinistra ceppaia, sembrava averne paura. Le pecore si arrestavano tutte insieme, stringendosi le une alle altre col muso basso, e Mariutine e Petòti dovevano durare fatica per indurle a passare. Alla fine passavano di corsa, e dietro a loro cane e fanciulla correvano anch'essi senza voltarsi indietro, come inseguiti dal diavolo.
Una volta. Ma ora... Ora da quel luogo stesso, tragico e disumano, e dalla sua stessa desolata immobilità, le giungeva invece un senso di conforto, di sicurezza. Il vuoto atroce della solitudine senza confini non c'è più: la madre lo riempie del suo respiro. Altrove l'ha chiamata invano; qui, ella le viene incontro; la natura ha lo sguardo di lei triste e profondo; il silenzio, la voce della sua voce. Qui nulla cambierà... Qui la madre sarà eternamente... Camminava curva, sfuggendo gli sguardi — soffrendo — Mariutine ricorda! — quando era costretta a passar tra la gente. Solo il bisogno, la spingeva col suo carrettino per le vie del mondo. Qui nessuno la turberà, nessun sguardo umano la farà soffrire... Solo qui, solo qui, sarà veramente in pace!...
E finalmente il cuore di Mariutine si sgela, finalmente le lagrime le sgorgano impetuose dagli occhi, mentre si volta indietro, ripetutamente, verso la ceppaia che lascia alle spalle.
Ch'ella pianga, Rosùte per fortuna non s'accorge. È coì stanca che cammina ad occhi chiusi. Ma forse capisce e tace; trascina la sua gambetta senza chiedere d'esser portata.
Intorno, grandi dossi nudi; un silenzio non paragonabile a nessun altro silenzio.
Domani il lungo inverno, la neve profonda...
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