Paola Drigo
Maria Zef

PARTE SECONDA

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PARTE SECONDA

 

Il casolare dei Zef era in una valletta abbastanza riparata dai venti, colle spalle addossate alla roccia.

Era una delle solite baite di alta montagna della cui povertà e primitività, senz'averle viste, si ha difficilmente l'idea: colla parte inferiore costituita da muretti a secco, la superiore in tronchi d'abete, il tetto aguzzo e sporgente.

Si componeva di una stanza da letto e della cucina, alle quali sovrastava il fienile; dell'ovile, capace di ricoverar poche pecore, e di uno sgabuzzino senza luce che serviva di ripostiglio per il carbone e per gli arnesi di Barbe Zef. Costì c'era anche una scaletta a pioli dove si appollaiavano a dormire due o tre galline. Per impedire al freddo pungente dei lunghi inverni di entrare, le finestre dell'abituro erano piccolissime, e venivano aperte di rado in qualunque stagione: nell'interno della casa anche la luce penetrava scarsamente.

Di solito, quando Catine era in vita, ella e le bambine dormivano insieme nell'unico letto alto e stretto dal pagliericcio scricchiolante di foglie secche, e Barbe Zef nello sgabuzzino, su di un giaciglio accomodato alla meglio sopra due assi. Ma, durante il viaggio annuale delle donne, invariabilmente egli si impossessava della stanza e del letto grande, e al ritorno ci voleva del bello e del buono a farlo sgombrare. Era ogni anno la stessa storia.

— Non ci si sta in tutti? — brontolava. — Di c'è umido; si sta peggio dei cani; io ho i dolori; eppoi, mi riempio dei pidocchi delle galline.

Ma Catine era inflessibile: non apriva bocca, ma prendeva in una bracciata la roba dell'uomo e la portava fuori; poi chiudeva seccamente la porta.

Una volta, — Mariutine aveva nove o dieci anniera avvenuta una scena che l'aveva profondamente impressionata.

Tornando dal viaggio, avevano trovato Barbe Zef ubbriaco fradicio: purtroppo ciò gli avveniva abbastanza spesso. E quella sera, benchè Catine come il solito gli avesse gettato di la sua roba, egli non si era rassegnato: bestemmiava, sghignazzava, faceva lunghi discorsi senza capo coda, rincorrendo di qua e di Catine a braccia tese, coi capelli rossi arruffati, gli occhi lustri; infine, per impedire ch'ella lo chiudesse fuori, si era seduto di traverso sullo scalino dell'uscio della stanza da letto, dichiarando che di non si sarebbe mosso.

Anche quella volta Catine non aveva detto nulla; aveva continuato ad andare e a venire colle labbra strette, senza neanche guardare l'uomo, come fosse una seggiola o un sasso, scansandosi appena, quando quello, inciampando, rischiava di caderle addosso. Ma alla fine, terminate le sue faccende, era andata direttamente verso di lui e l'aveva pigliato per un braccio.

Via! — aveva detto senza alzare la voce, ma ficcandogli in faccia quei suoi occhi opachi, tristi, freddi, che facevano gelare il sangue a guardarli. — Via di qua, porco!

Mariutine si aspettava un finimondo, chè Barbe Zef, quand'era ubbriaco, era capace di diventare violento; invece, egli aveva smesso immediatamente ogni velleità di ribellione, si era alzato barcollando, colle spalle curve, e se n'era andato.

Mariutine ne aveva avuto compassione. Il letto, certo, non era grande, ma stringendosi un poco, ci si poteva stare benissimo in quattro. In fondo, alla bimba era parso che la madre in quella circostanza fosse stata molto dura con Barbe Zef. A Petòti, ch'era un cane, era permesso dormire con loro, e al padrone di casa no?... Questa le pareva un'ingiustizia. Se non nel letto, in camera, perchè non lasciarlo entrare?

Non era cattivo il Barbe; Mariutine non ricordava d'aver mai avuto da lui male parole percosse. Era laborioso; in piedi prima dell'alba, usciva e non ritornava che a notte, sia per far legna nel bosco, sia per star dietro alla sua motta di carbone, chè gli Zef di padre in figlio erano stati tutti carbonai, e benchè ora, il carbone venendo dalla Jugoslavia, si guadagnasse poco o nulla con quel mestiere, al suo ritorno dall'America egli non aveva voluto scervellarsi a cercarne un altro.

Tutte le settimane scendeva nei paesi col sacco in ispalla e girava di casa in casa per vendere il carbone; poi s'ingegnava in tanti altri modi: lo chiamavano i massàri delle casère di mezza montagna per uccidere il porco e per insaccarlo, o i pastori per consulto, se nell'armento scoppiava un'epidemia o una vacca aveva il parto difficile.

I pochi denari che racimolava così, facendo ore e ore di cammino, li portava tutti a casa: erano ben pochi talvolta, e tal'altra egli tornava ubbriaco, giurando e spergiurando di averli perduti.

 

Sì, quello di bere era il suo difetto, e quand'era ubbriaco diventava tutt'altro, con una faccia strana, stravolta: piagnucoloso, attaccabrighe, o di una smodata allegria. E ciarliero e petulante, lui, che di solito non pronunciava dieci parole in una giornata.

Finchè eran state proprio piccine, le bimbe si erano divertite allo spettacolo; poi, col crescer degli anni, nei momenti brutti avevano finito per sfuggirlo, quasi vergognandosi per lui. Però dopo poche ore da un'ubbriacatura e una buona dormita, egli tornava quello di prima e si rimetteva al lavoro. Allora non aveva esigenze, si contentava di poco cibo e d'acqua fresca, tornava dal bosco coi funghi o colle fragole, secondo la stagione, e se andava a insaccare il porco, riportava nella bisaccia qualche grosso pezzo di lardo salato.

Le bimbe dimenticavano presto le sue sbornie e lo cercavano di nuovo: benchè avesse la faccia e le mani nere, faceva loro allegria il vederlo, chè, anche se non rideva, per via dell'occhio offeso pareva sempre che ridesse e che fosse contento, e l'occhio sano, a saperlo guardare, era furbo e chiaro.

 

Ma, fosse Barbe Zef ubbriaco o sano, la madre sembrava averlo in odio, non si sa perchè. La presenza di lui aumentava la sua tetraggine scontrosa e quasi angosciosa; ella non gli diceva mai buon giorno buona sera, non lo guardava neppure in faccia; gli faceva trovar da mangiare, e gli lavava e gli rattoppava i panni, ma basta. Quando le bimbe andavano dietro a lui, le richiamava irosamente.

Frutes!6gridava e non pareva tranquilla se non le vedeva attaccate alle sue gonne.

Eppure stavano insieme da tanto tempo; da sempre: da quando il padre era morto, e anche da prima, forse. Mariutine non sapeva bene, non ricordava. La madre non parlava mai di quelle cose. Mariutine sapeva soltanto che suo padre, Gaspari Zef, e lo zio Giuseppe Zef, fratelli, erano andati insieme in America quando ella era piccina, e che di laggiù era tornato solo il Barbe perchè suo padre era morto. Il Barbe poi aveva in America, oltre al fratello morto, una moglie viva, che aveva sposato laggiù e che loro non avevano mai visto: una donna di quei paesi foresti, che non aveva voluto venire in Italia con lui, e non aveva dato più segno di .

 

Barbe Zef depose per terra il suo sacco e tirò fuori dalla tasca un chiavone arrugginito che fece girare stentatamente nella toppa.

La porta del casolare si aperse, e in quel momento preciso a Mariutine ribalenò il ricordo della faccenda della stanza e del letto. Prima non ci aveva pensato, e si sentì presa da una viva ansia. Fissa nella memoria le era rimasta la resistenza implacabile della madre.

— La mâri non voleva — disse a stessa. Ma si sentiva timida, debole, bambina, incapace di rifiutarsi d'obbedire, se Barbe Zef comandava. — Dio mio... La mâri non voleva...

Se il Barbe insisteva, che fare?... La madre poteva trattar con lui da pari a pari, ma lei, come avrebbe potuto?... Era lui il padrone, adesso. Veramente, lo era anche prima, chè di una cosa Mariutine era ben certa, sebbene nessuno gliel'avesse detto, che il padre morto aveva consumato tutta la sua parte, non aveva nessun diritto sulla malga e sul gregge. Barbe Zef le aveva dunque tenute per carità, e adesso che non c'era la mâri, se si disgustava, poteva cacciarle da un momento all'altro. Rosùte forse no, chè era troppo piccina, ma, lei, poteva mandarla serva in qualche malga di pastori, lontano, separata dalla sorella...

Questo pensiero le fece battere il cuore di paura.

— Ma io non sto qui per carità; io me lo guadagno, quel boccone che mangio, per me e per le mie frutes! — aveva detto un giorno Catine.

Quando?... Mariutine non ricordava il momento il motivo; solo il timbro della voce di sua madre, quel timbro aspro, duro, che aveva negli ultimi anni. Quando?... Una delle rare volte che aveva aperto bocca per dire qualche cosa...

Ah, comunque fosse, della mâri lo zio pareva aver paura o soggezione, ma di lei, di una ragazzetta di quattordici anni?... Come avrebbe osato ella scacciarlo come lo scacciava la madre?... Ora che la mâri non c'era più, tutto era ben diverso!

Mentre Barbe Zef accendeva il lumino ad olio — i fiammiferi erano umidi, stentava ad accendere — la fanciulla evitava perfino di guardarlo, cercava di far poco rumore, di pigliar tempo, frugava nei fagotti, indugiava in cucina.

Ma Rosùte aveva sonno e tirava la sorella per la gonna.

— Che fai? Perchè stai qui? Andiamo a lettopiagnucolava.

Per fortuna il Barbe andò diritto al suo sgabuzzino. Mariutine lo intese, sì, mentre armeggiava di per prepararsi il giaciglio, scaraventare il suo sacco per terra tra lo starnazzare impaurito delle galline, e bestemmiare tra i denti come gli avveniva quando era irritato o malcontento, ma questo durò appena pochi minuti e fu tutto, e poco dopo le giunse all'orecchio il suo russare profondo.

 

Rosùte si era arrampicata sul letto e si era addormentata di colpo, tutta vestita, finchè Mariutine le slacciava le scarpe.

Mariutine la coperse alla meglio; in fondo non le spiaceva che non avesse fatto in tempo ad infilarsi sotto, chè le lenzuola — l'unico paio che possedevano — erano sul letto da quando erano partite, ed avendoci dormito Barbe Zef, erano nere come il carbone della sua motta.

Domani le laverò al torrente. Se il tempo è buono, asciugheranno in poche ore — si disse ella, e si chinò a guardare il viso pallido e grasso della sorellina su cui le lunghe ciglia mettevano una lieve ombra.

Rosùte dormiva supina colle labbra socchiuse; i suoi capelli rossi, all'incerta luce del lumicino ad olio, apparivano flosci e come bagnati; le manine piene di lentiggini si abbandonavano aperte sulla coltre e di tratto in tratto trasalivano per un lieve moto nervoso.

Il letto altissimo, addossato da due lati alle pareti, occupava quasi tutta la stanza e quasi toccava la porticina di contro, comunicante coll'ovile; dall'altra parte nereggiava contro il muro il grande cassone ch'era stato il cassone nuziale di Catine. Le sue iniziali C. M. Z., intagliate rozzamente, risaltavano ancora, chiare sul legno scuro. Altro non c'era, se non una seggiola mezzo spagliata, ed una zucca sul davanzale della finestretta.

Mariutine toccò leggermente la fronte di Rosùte. Scottava?... Reggendo alto con una mano il lume, coll'altra scoperse cautamente il piede malato e l'osservò: appariva gonfio e un po' rosso. Le suore avevano raccomandato di disinfettarlo ogni giorno.

Dove ho messo l'iodio?... Questo piede che non guarisce... Bisognerà curarlo bene domani... — pensò la fanciulla. — Qui fa freddo... — e slacciato il fagotto dei panni di Catine, ne trasse una vecchia gonna, logora, tutta rattoppi, e la distese leggermente sulle gambe della bimba addormentata. — Povera frute!... — mormorò, e fu presa da un nuovo impeto di commozione.

Le lacrime che aveva pianto di recente, le avevano lasciato come una debolezza, un bisogno di piangere ancora. Prima non poteva, ed era stata una sofferenza forse più dura; ora pullulavano come dall'aperta vena d'una sorgente. Non riusciva a fermarle. Avesse potuto almeno rannicchiarsi , all'oscuro, sullo scalino consunto, e, senza che nessuno lo sapesse, piangere e piangere finchè fosse stata sazia...

Ma ecco, Rosùte si scopriva; aveva il respiro frequente; mandava un piccolo lamento. Un tempo così grassa e pacifica, dopo la morte della madre era diventata nervosa, si spaventava e si agitava per nulla: non bisognava farsi vedere da lei a piangere!

Mariutine non aveva sonno; si sentiva presa piuttosto da quell'eccitazione quasi febbrile che accompagna la profonda stanchezza. Per non far rumore, si era tolta le scarpe e si aggirava come un'anima in pena nello stretto spazio libero. Davanti al cassone, si fermò un istante, ne alzò ed abbassò macchinalmente il coperchio.

Rapido e nero ne sbucò uno scorpione. Ora gli occhi di Mariutine vagavano inquieti lungo le pareti, nelle fessure del pavimento; dov'era andato lo scorpione?... Che non pungesse Rosùte finchè dormiva... Si chinò a scrutar sotto il letto: polvere e ragnatele; un mucchietto di patate mezze marce... Che disordine, che tanfo di umidità, e che odore disgustoso in quella stanzuccia!

Per terra, tra la finestrella ed il letto, c'era un fagotto di stracci: i pezzotti di Barbe Zef, quei pezzotti, che la mâri prendeva colla punta delle dita e gettava sprezzantemente nell'acqua separati dalla loro roba, forse perchè, insieme, avrebbero tinto tutto di nero.

L'indomani bisognava spalancar porte e finestre, portar fuori ogni cosa, sterminare gli scorpioni — ma forse c'erano anche le cimici, lavar tutto da capo a fondo, rendersi conto delle provviste, rattoppare la roba di Barbe Zef, sgombrare l'ovile dal sudiciume accatastato...

— Farò in tempo? Farò in tempo a far tutto?... — si chiese quasi con angoscia Mariutine.

E all'improvviso, quest'ansia di non riuscire ad assolvere il suo programma, e la durezza del programma stesso, disumano per i suoi quattordici anni, diedero un'altra mèta ai suoi pensieri, la richiamarono ai bisogni aspri e pungenti della realtà.

Sì, pur tra le misere abitazioni dei montanari, la loro baita era tra le più misere e nude, e non avrebbe potuto assomigliare alle belle case di pianura ch'ella aveva visto, solide e chiare, colle ampie finestre al sole, le vaste aie, i granai, le stalle, ma un po' d'ordine e di pulizia l'avrebbe resa tuttavia meno misera e brutta. Se non c'erano provviste in casa — di solito quando tornavano non trovavano mai nulla — bisognava indurre Barbe Zef a dare il denaro per comperare l'indispensabile.

Prima era la madre che, col denaro ricavato dalla vendita degli oggetti in legno, pensava alle provviste che permettevano loro di affrontare il lungo inverno senza troppo patire: ora, i denari li aveva riscossi Barbe Zef prima di lasciare l'Ospizio, una grossa somma: — quasi trecento lire! — Mariutine lo sapeva: domani gliene avrebbe parlato.

A questo pensiero si sentì presa da una grande timidezza. Ella non aveva mai trattato di quelle cose, non conosceva bene il carattere dello zio, ma sapeva che gli uomini non danno volentieri il denaro.

Nuovamente, i suoi poveri, inesperti quattordici anni le si affacciarono come una colpa, un elemento d'insuccesso.

— Quanto gli domanderò? — si chiese inquieta. — Occorre farina, lardo, olio, sale... Se gli domando troppo si adirerà. Cinquanta lire? Me le darà... Ma per le provviste per tutto l'inverno forse non bastano.

— Qualche forma di formaggio si potrà fare col latte delle pecoreriflettè essa. — Le galline daranno qualche uovo che metterò in serbo per Rosùte... Forse quaranta lire, per il resto, bastano. Quaranta lire. Sì, sì, domani gliene parlo. Domani gli domando quaranta lireripetè decisa.

E le difficoltà e il lavoro, ai quali era avvezza, ma di cui per la prima volta sentiva su di sola tutto il peso e tutta la responsabilità, anzichè spaventarla, improvvisamente la calmarono.

C'era bisogno di lei, ora, in casa. Doveva lei pensare a tutto, calcolare, provvedere. Doveva guadagnarselo lei, adesso, il pane per e per Rosùte. Guadagnarselo: non voleva essere tenuta per carità. Ma che Barbe Zef non la cacciasse via, non la mandasse serva in giro per il mondo, non la separasse da Rosùte...

Mancavano poche ore all'alba. Non c'era tempo per piangere.

Mariutine si asciugò vivamente le lagrime, si distese sul letto accanto alla sorella, e con un profondo sospiro si addormentò.

 

È raro che la montagna offra un'immagine di serenità: più spesso i suoi aspetti offrono una visione di violenza e di angoscia, come un pietrificato tormento, il dramma delle forme.

Il suo silenzio ha il senso grandioso e disumano della solitudine di cui è figlio; la sua solitudine è così austera e senza moto, che spaura l'anima che l'interroga assai più della mobile immensità del mare.

Solo quando la neve la ricopre della sua morbidezza mortale, la montagna apparentemente si addolcisce e si placa in un'illusione di pace; ancor più rari sono i giorni, sotto il sole o sotto la neve, in cui la montagna veramente sorrida.

Quel giorno era uno di quelli: una chiara giornata d'ottobre, fredda; con un cielo così terso e così fermo che pareva di cristallo; i pascoli d'un verde intenso; le cime del Tudaio e della Cridola luccicanti al sole come fossero sparse di polvere d'argento.

Un filo d'acqua venava un roccione altissimo; spariva dietro una gobba; riappariva dall'altra parte per brillare a un tratto tra i faggi.

Quando Mariutine si svegliò, Barbe Zef era già uscito nel bosco. Doveva essere tardi, il sole era alto.

Dall'ovile giungevano insistenti belati. Le pecore belavano ammassate contro la porta quasi a chiamare qualcuno che si ricordasse ch'era l'ora d'aprire: Mariutine, in sottanella e colle trecce per le spalle, spalancò la porta e si fece da parte: le pecore urtandosi e accavallandosi, uscirono.

Erano sette, e benchè tutte eguali, ella le distingueva l'una dall'altra, e tante volte si divertiva ad accarezzarne le schiene lanose, a prenderne il muso tra le palme, cercandone invano lo sguardo nelle pupille fisse, vitree, senza riflessi.

Anch'esse forse conoscevano Mariutine, perchè obbedivano alla sua voce e al suo comando, e Petòti senza di lei raramente riusciva a farle andare e stare dove voleva, tuttavia le passarono dinnanzi indifferenti, a testa bassa, paghe solo di essere libere, affrettandosi balzelloni, colla loro andatura di gente scalza, verso il prato vicino.

Mariutine, che dall'interno le sorvegliava, le vide poco dopo, ferme, in un'immobilità di pietra, col muso confitto nell'erba. Negli ultimi tempi erano state evidentemente trascurate perchè erano magre, sfiancate, colla lunga lana delle natiche impegolata di sterco secco.

Mariutine infilò gli zoccoli ed entrò nell'ovile.

Il locale bassissimo, scarsamente arieggiato da una finestrella inferriata, misurava pochi metri quadrati d'ampiezza, ed era ingombro di sudiciume in modo incredibile.

— A far pulizia qua dentro, Barbe Zef non dev'essere mai venuto — si disse Mariutine, affondando nello sterco fino a mezza gamba.

Per due ore, con forca e badile, ella lavorò a scavare, a raschiare, a trasportar fuori, ad ammonticchiare il letame a pochi metri dalla baita, ma alquanto discosto dal ruscello perchè l'acqua non si inquinasse. Lavorando, tendeva continuamente l'orecchio per sentire se Rosùte chiamava.

Quand'ebbe finito, infilò la forca in vetta al mucchio come una bandiera, e sedette sulla soglia del casolare respirando forte e frequente.

Benchè agile e robusta, aveva compiuto una fatica superiore alle sue forze, ed era scalmanata, col sudore che le cadeva a goccioloni lungo le guance, i capelli che le entravano negli occhi. A maneggiar forca e badile le si erano formate due grosse bolle sul palmo delle mani; le sue braccia ancora un po' magre, infantili, e le gambe robuste di montanara dai polpacci muscolosi, erano coperte da una specie d'intonaco puzzolente e vischioso come la creta.

Tuttavia ella contemplava il suo lavoro con occhi allegri e soddisfatti, e si sentiva infinitamente più leggera, più tranquilla e più serena dei giorni innanzi, ed anche di quando, di recente, sfaticava nell'orto e nelle cucine dell'Ospizio.

L'aria libera e fredda le sferzava il volto; sotto il cielo intensamente azzurro anche la povertà della baita e l'ingrato lavoro assumevano una parvenza di letizia, di libertà, che inconsapevolmente la rallegravano.

Rimboccò la gonna, corse al ruscello e vi immerse le gambe fin dove la pelle bianca e delicata si venava d'azzurro; sentì l'acqua viva pungente rapida darle un bacio e un morso, e provò un impeto di gioia.

 

Quando rientrò nella baita, trovò Rosùte seduta sulla pietra del focolare, intenta a sorseggiare il suo latte. La piccola si era lavata e ravviata da sola, aveva fatto anche un tentativo per rassettare il letto, e con tutto ciò era meno pallida del consueto, colla faccia ridente.

Ora ti aiutodichiarò ella immediatamente all'apparire della sorella. — Che posso fare?

— Nulla. Tu non devi far nulla. Vediamo il piede.

— Ma è guarito! Lasciami almeno tendere le pecore. Il piede è guarito.

Mariutine seguì cogli occhi la bambina mentre scendeva lo scalino con prudenza, mettendo giù una gambetta dopo l'altra, appoggiandosi allo stipite. Attraversava il prato, raggiungeva le pecore che s'erano spostate lungo il ruscello. Petòti le correva incontro scodinzolando.

Senza por tempo in mezzo, Mariutine si accinse ad ispezionare i cassetti per rendersi conto delle provviste. Come prevedeva, in casa non c'era nulla: nulla, se non un piccolo pezzo di lardo rancido, e quelle poche patate mezze marce sotto il letto, tra le quali, scegliendo, riuscì a trovarne sette od otto di sane.

Affondata nel pagliericcio del loro letto scoperse una mezza bottiglia d'acquavite, che avvolse in un cencio e nascose in mezzo alle sue robe sperando che Barbe Zef se ne dimenticasse. Che ora era?... Il sole e l'ombra indicavano quasi le undici. Appena il tempo di accendere il fuoco, di far cuocere alla svelta le patate...

Perchè mi sono tanto spaventata iersera?... — si disse ella, battendo allegramente il lardo sul tagliere. — Rosùte sta meglio, presto sarà guarita. Tutto mi pareva complicato e difficile perchè ero stanca! Avevo perfino paura che Barbe Zef, se gli chiedevo denaro per le provviste, mi cacciasse di casa! Ma il Barbe sa, che le provviste per l'inverno sono indispensabili: egli ha quasi trecento lire: perchè non me ne darà quaranta per gli acquisti? Non mangeremo mica solo noi; la più grossa parte se la mangerà lui.

In fondo, il pensiero di dover richiedere questo denaro non cessava però di preoccuparla profondamente, e fu con un lungo giro di parole che, portando all'uomo il desinare nel bosco verso il mezzodì, si decise ad affrontare il terribile argomento.

Barbe Zef non mostrò sorpresa, oppose la minima difficoltà. Anzi, ascoltando, strizzava l'occhio e pareva contento. Ma di ciò la fanciulla non si sarebbe fidata, se nel contempo egli non avesse tratto da un sacchetto che teneva tra la camicia e la pelle quattro belle monete d'argento. Le guardò, le rivoltò, le fece saltare sul palmo della mano.

— Chi va a fare le spese?

— Io... — mormorò timidamente Mariutine, temendo ch'egli stesso volesse andarci e s'ubbriacasse per la strada.

— Quando?

— Al più presto. Prima che la neve chiuda il passo.

Barbe Zef si grattò la testa.

Andrei io — disse, dopo esser stato un momento sopra pensiero, — ma la motta7 è proprio al punto, non posso abbandonarla in questo momento a rischio di far andar a male tutto il carbone.

E senz'altro consegnò a Mariutine le quattro monete d'argento.

Per tutto quel giorno e i giorni seguenti, sempre Barbe Zef si conservò di buon umore: caso strano, anche chiacchierava bonariamente e perfino canterellava.

Pareva un altr'uomo; pareva, — ma a Mariutine doleva di constatarlo — che la scomparsa della mâri l'avesse alleggerito da una soggezione gravosa, da un incubo.

Povera mâri... — pensava Mariutineera così malata... Se Barbe Zef si rendesse conto di questo, non le serberebbe rancore dei suoi strani modi.

Era cambiata repentinamente a un tratto, era diventata chiusa e fredda anche con loro, ch'erano le sue creature; non le baciava più: dormendo, si rannicchiava sulla sponda del letto, il più lontano possibile, e non voleva essere toccata. Se Rosùte, piccina, si serrava contro di lei nel sonno, duramente la respingeva.

E per scusare Barbe Zef, Mariutine doveva confessare a stessa che negli ultimi anni bastava l'aspetto di sua madre, non solo in chi la conosceva, ma anche negli estranei — se n'era avvista quando andavano in giro per il mondo a vendere la robabastavano il suo sguardo, la sua scontrosa taciturnità, a gettare il freddo, il ghiaccio, a suscitare quasi l'antipatia.

Esistono creature privilegiate dalle quali, senza che nulla facciano per questo, emana inconsapevolmente la letizia, la serenità; creature che illuminano, che rallegrano, la strada dove passano, la casa dove entrano, che hanno in qualche cosa di vivo, di cordiale, di fresco; altre che portano seco la dura condanna di tediare, di turbare l'animo di chi le incontra.

Se ogni creatura umana ha la sua essenza speciale, il suo modo di essere profondo, che determina intorno ad essa una speciale atmosfera, l'atmosfera che creava Catine era di tristezza, di disagio, quasi di gelida angoscia.

Ah, non in loro, che attraverso il silenzio e l'asprezza delle rade parole materne, sentivano l'appassionato amore, la vigilanza di ogni istante, la sollecitudine gelosa in cui tremava quasi un fremito di paura; non in loro!... Ma negli altri, povera mâri, negli altri forse sì, ella produceva senza sua colpa quest'impressione... Anche in Barbe Zef, che pure era buono.

 

Passavano i giorni, le settimane, e la vita riprendeva il suo colore, che non è tutto chiaro tutto scuro, ma che agli occhi fanciulleschi si tinge più spesso di rosa.

Il lavoro colmava fino all'orlo le ore di Mariutine, e nel suo cuore il dolore si placava; l'immagine della madre non si cancellava, no, ma s'allontanava, impallidiva, diventava imprecisa e meno simile alla realtà.

Continuavano le belle giornate di sole a cui seguivano improvvisi e rapidi i tramonti, fredde le notti. Rosùte stava meglio e le sue guance si erano rifatte rosse e sode.

Due volte Mariutine era scesa al paese a completar le provviste, chè Barbe Zef aveva riconosciuto la necessità di spendere altre quaranta lire perchè potessero star tranquilli per tutto l'inverno.

Ora che il lavoro per il carbone era finito, egli falciava per suo conto un appezzamento d'alpe che aveva preso in affitto dal Comune, e Mariutine, sbrigate alla svelta le faccende di casa, aiutava lo zio a studiare il fieno, a raccoglierlo in grossi fagotti e a trasportarlo alla malga.

Veniva giù dalla montagna più volte al giorno portando dei pesi che un somaro avrebbe stentato a portare, e mai si lamentava, mai accusava stanchezza, prima ad alzarsi al mattino, ed ultima a coricarsi la sera.

In casa, senza far mancare nulla a nessuno, teneva un ordine così rigoroso ed un'economia così stretta da rasentar l'avarizia, per tema che le provviste non avessero a durare tutto l'inverno. A Rosùte dava le uova e quel poco che c'era di meglio, a Barbe Zef le porzioni più grosse; per si lesinava il boccone; la sua parte di latte la metteva da parte per fare qualche forma di çuc8 di sua esclusiva proprietà che aveva intenzione di vendere.

La sua ambizione era di comperare la tela per un altro paio di lenzuola, così da poter cambiarle almeno una volta anche d'inverno, chè, ora, con un paio solo, bisognava lavarle ed asciugarle in un sol giorno, e col tempo cattivo o freddo non ci riusciva. Quando non aveva da fare per il fieno o per la legna, portava le pecore al pascolo, ma non mai troppo lontano perchè Rosùte non si stancasse, e non più in direzione della valle, chè scrutar l'orizzonte per vedere se in fondo in fondo si levava un pennacchio di fumo, o tender l'orecchio se il vento le portava una voce, erano fantasticherie per le quali non trovava più il verso.

Portava le pecore nel bosco di faggi o lungo il torrente ch'erano relativamente vicini alla baita, e più volte aveva attraversato la ceppaia del Bosco Tagliato senza sentire più la infantile paura d'un tempo, la commozione profonda della notte del loro ritorno.

La calma, rientrando nel suo cuore, le aveva ridonato la sua natura fiduciosa e gioconda. Era cresciuta; si era fatta più agile; i suoi capelli splendevano come una fiammata d'oro intorno al suo viso fresco, dagli occhi ridenti.

Fra due mesi avrebbe compiuto quindici anni; da qualche tempo aveva ripreso a cantare; insegnava a Rosùte le antiche villotte, e qualche volta ne inventava di nuove.

 

Non un'anima era passata da quelle parti da un mese; quella era per Mariutine una novità. Le casère di alta montagna si erano svuotate della gente da un pezzo, chè tutti quelli che non erano poveri come loro, ai primi freddi le avevano abbandonate colle mandre per scendere più in basso.

Talvolta, di sera, quando Barbe Zef e Rosùte dormivano ed ella indugiava in cucina ad agucchiare, le balenava improvvisa la sensazione della solitudine assoluta, del silenzio così profondo e vuoto che dava l'angoscia. Allora levava gli occhi dal lavoro, e tendeva l'orecchio ad ascoltare. Nulla... Neppure il grido delle civette. Neppure il vento... Nulla.

Mariutine chinava tosto il capo sulla sottanella scolorita che stava rammendando o sul grosso rattoppo che stava per mettere ai calzoni di Barbe Zef. Non ci voleva pensare. Non lo sapeva?... Interi inverni erano passati talvolta, quando c'era la mâri, senza che nessuno, nessuno mai, bussasse alla porta.

Solo una volta in tanti anni, un vecchio che s'era sperso, di notte, e invece di scendere al passo era capitato lassù. Gli avevano dato ricovero fino all'alba in fienile.

E un'altra volta un contrabbandiere, spiritato, colle guardie di Finanza alle calcagna: l'avevano nascosto in mezzo ai sacchi di carbone.

Ma era meglio non ne capitassero, di quelle visite strane.

Del resto, se il tempo continuava così bello, qualche conoscente forse poteva arrivare. L'inverno pareva ancor lontano... Un giorno o l'altro, qualcuno a chiamare Barbe Zef per insaccare il porco, o qualche altro per una bestia malata... Oppure forse... Pieri?...

Mariutine ricordava d'essere stata sgarbata col ragazzo durante quel memorabile viaggio, e ricordava anche ch'egli era stato invece molto buono e paziente con Rosùte.

Pieri aveva detto che prima d'andar per mare sarebbe venuto... Chissà? Ma certo aveva detto così per dire. Per lei non poteva venire sicuramente, che l'aveva trattato tanto male.

Chissà?...

 

Ma i giorni passavano, e Pieri non veniva.

Già il cielo non era più così limpido, e verso il tramonto grandi nuvole scendevano da tutte le parti, grigie e pigre ad avvolgere i dossi, a colmare le valli.

L'orizzonte che ancor pochi giorni innanzi si stendeva sconfinato e chiaro fino al mare, si restringeva talora alla stretta gola dove stava il casolare dei Zef, limitato da una parete di roccia, da una macchia di faggi, chè più in l'occhio non poteva spaziare.

La notte precipitava dopo poche ore di luce; il torrente aveva una piccola voce roca e rabbiosa che pareva chiamare dispettosamente le grandi pioggie d'autunno.

Pieri a quell'ora doveva esser già in America, felice e contento nella bottega del cugino, e chissà se sarebbe tornato più in Italia, e, se mai, se sarebbe tornato da quelle parti.

Chi non si muove dalla montagna e non conosce altra vita, si contenta e ci resta, ma chi ha visto il mondo ed abitato altri luoghi, difficilmente si adatta a farvi ritorno.

Se Pieri aveva fortuna laggiù in America, non si sarebbe più ricordato della malga natia, o, peggio, avrebbe pensato con terrore alla misera vita della montagna.

I giorni passavano. L'inverno si avvicinava. L'inverno, la neve...

Anche il ricordo del ragazzo allegro e gentile andava a poco a poco affievolendosi: come l'immagine dei morti a poco a poco sbiadisce e si allontana, sbiadiva e si allontanava l'immagine dell'assente: dei suoi occhi arditi e sinceri, dei suoi ricci biondi; della sua mano che faceva un cenno di saluto; e Mariutine, dopo averci pensato quasi ogni sera per molte sere, finì per non pensarci più.

 

Ed ecco che in una giornata grigia, ventosa, con un cielo basso che annuncia la pioggia o la neve, se lo vede scaturir dinnanzi come un resuscitato in cima al viottolo che scende al torrente. Ha il suo bel vestito delle feste, le scarpe dure e nuove, il largo fazzoletto colorato, e un cappello color nocciola che tiene stretto fra le mani con un certo impaccio.

Mandi, fantatis!9grida da lontano; e la sua voce e gli occhi arditi e sinceri spandono intorno la contentezza.

Rosùte, che guardava le pecore lungo il torrente finchè la sorella lavava, gli corse incontro, gli abbracciò le ginocchia, stupefatta e felice.

— È venuto Pieri! È venuto Pieri! — si diede a gridare.

E Petòti a far di gran corsa i suoi giri di festeggiamento abbaiando come un matto.

Per poco Mariutine non si lasciò sfuggire nell'acqua la roba che stava insaponando.

Era venuto Pieri!...

Ed egli siede su di un sasso vicino a loro, posa con precauzione il suo bel cappello sull'erba, e non sanno più che cosa dirsi.

Per fortuna Rosùte intrattiene la conversazione; gli tira i capelli; gli fa una fila di domande: e se non va più per mare, e quando va, e quante ore gli ci son volute per far la strada dalla sua malga a lassù, e come mai, non trovandole in casa, ha indovinato che erano al torrente.

— Io sono magorisponde il ragazzo. — Basta che chiuda gli occhi, so tutto quello che voglio sapere.

Sai fare anche le magie?

Sicuro! Se vuoi ne faccio una anche a te. Vieni qua.

Ma Rosùte non vuole che le si facciano le magie, e scappa lontano ridendo. Ha legato un cencio rosso alla coda di Petòti, il quale ha perso completamente la testa e corre di qua e di , spaventando le pecore.

C'è quella grossa , col muso nero, dall'aria sorniona, che approfitta della confusione per allontanarsi, e tutte le altre dietro a lei saltano su per i greppi; si sbandano. Rosùte, affiancata da Petòti deve rincorrerle, ricondurle indietro.

Attenta al piede! — le grida Mariutine.

— Non mi ricordo neanche più d'averlo! — annuncia trionfalmente dall'alto la bambina.

— È vero che è guarita? — chiede Pieri.

— Non così come dice lei. Se si stanca, le si gonfia ancora, ed anche la gambetta.

Mariutine sbatte forte la sua roba nel magro filo d'acqua che scende saltellando fra i sassi; Pieri zufola con aria noncurante.

Infine lei dice, indifferente, senza guardarlo:

Credevo che tu fossi partito.

E lui: — Avevo detto di venire e sono venuto.

Poi tacciono di nuovo.

Mariùte, — dice egli a un tratto, tutto d'un fiato, e si capisce che è venuto apposta per dirle questo — io ho mostrato cattivo cuore quella notte che siamo saliti insieme per la montagna. Ho riso e chiacchierato senza tener conto ch'eri fresca d'una grossa disgrazia, che ti era morta la mâri. Ma ti giuro che non è stata cattiveria; prima me n'ero scordato, e più tardi non mi è riuscito di rimediare. Ma ci ho pensato tanto, dopo, e son venuto su proprio per questo: per chiederti scusa, farti le mie condoglianze, e far la pace con te, se ti degni.

Il discorso un po' solenne, ed evidentemente preparato, aveva un fondo così sincero di gentilezza e di bontà, che Mariutine ne fu commossa.

— Io non sono mai stata in collera con te, Pierimormorò, levando per la prima volta su di lui i suoi begli occhi azzurri. — Dovrei piuttosto chiederti scusa io, d'esser stata villana, quella sera... Ma ero molto stanca, eppoi... ti puoi figurare... Quando parti? Vai via proprio? Non hai cambiato idea?

— No — disse Pieri, — mi dispiace di andar via per mia mâri, e per tante altre cose, ma non ho cambiato idea. Vado via per poter tornare un giorno, e non aver più bisogno di star qui. Non so se tu capisca quello che voglio dire. Se oggi non partissi più, se rinunciassi a tentar la fortuna adesso che son giovane e che ho un appoggio, sarei costretto a rimaner sulla montagna per tutta la vita. È una bella prospettiva per quelli a cui piace, ma per me no. Mi sembrerebbe di essere attaccato alla catena come una bestia. Per avere un boccon di pane qui, bisogna stentar tutto l'anno, privarsi di tutto, battersi col bosco, colla neve, colla montagna, coll'estate che arriva troppo tardi e coll'inverno che arriva troppo presto: sfaticare dalla mattina alla sera, patire, e tutto senza aiuto, senza comodità, soli come cani, perchè le malghe sono lontane l'una dall'altra e i paesi più lontani ancora; passano mesi interi, tu lo sai, quando le strade sono impraticabili, senza che si veda un cristiano. Per questo, io voglio tentar la fortuna. Se Dio mi aiuta, entro quattro anni, spero di tornare con abbastanza soldi per comperare una casetta ed un campo, — oh, non dico in pianura, che non mi piacerebbe, e neppure per starci in ozio, chè mi piacerebbe ancor meno — ma un po' più giù dalle nuvole di dove siamo ora, e per lavorare un po' più da cristiani. Quattro anni. Adesso ne ho diciannove: a ventitrè, posso esser di ritorno.

Pieri aveva parlato con serietà e convinzione, come un uomo, e si capiva che le cose che diceva doveva averle pensate e ripensate lungamente. Egli attese un poco che Mariutine esprimesse un giudizio o un'approvazione, ma Mariutine taceva, e allora egli riprese a zufolare per darsi un contegno.

— Tu, quanti anni hai? — chiese all'improvviso.

Quindici... — rispose la fanciulla, avvampando di rossore. — Su per quindici.

E non dissero altro. Rosùte aveva radunato le pecore, e Pieri aveva premura di mettersi in cammino verso casa prima che calasse la notte.

Mariùte raccolse i suoi panni.

C'è poca acquadisse. — Si stenta a lavare con così poca acqua. Faremo un po' di strada insieme.

S'incamminarono tutti; le pecore e Petòti formavano l'avanguardia; Rosùte, come in quella notte ormai lontana, s'attaccò alla mano del suo giovane amico.

— Come vai per mare? In barca? Una barca grande? E se viene la burrasca? — chiedeva ella, guardandolo di sotto in su e pendendo dalle sue labbra.

Allora Pieri spiegò che la sua barca si chiamava bastimento, anzi piroscafo, e che era grande... grande almeno quanto la chiesa di Calalzo o di Pieve... e tutta di ferro — s'intende di ferro di dentro e di legno di fuori, se no, come farebbe a stare a galla? — e con tante macchine e meccanismi, che, anche se veniva la burrasca, non aveva paura.

— Si sta per mare dai trenta ai quaranta giorni, e non c'è nessun pericolo. Di andare a fondo qualche volta succedeaffermò colla sicura competenza del lupo di mare — ma ben di rado. E in ogni modo, ha da succedere proprio questa volta che ci sono io? Io sono fortunatoproclamò allegramente.

Nelle sue parole c'era ancora un po' della fanciullesca spavalderia che l'aveva indotto, la notte del ritorno, a raccontare le sue prodezze esagerandole alquanto, ma era una spavalderia più apparente che reale, era piuttosto fiducia e sicurezza provenienti dal carattere felice, che tendeva a vedere le cose in bene e a scartare le idee tristi.

— È vero che nel mare ci sono i pescicani?

— Certo, e ce ne sono tanti e tanti, a centinaia e centinaia, e seguono i piroscafi colla bocca spalancata che pare un forno. Se cadi in acqua, ti mangiano in un boccone.

— Allora non cadereraccomandò seria Rosùte.

Dove t'imbarchi? — chiese Mariutine.

— A Genova. Lunedì. Genova è una bella città. Vi manderò una cartolina. E poi il mio indirizzo quando sarò arrivato in Argentina. Ma voi... mi risponderete? — domandò quasi con timidezza, e i suoi occhi chiari cercarono inconsciamente quelli di Mariutine.

— Noi non sappiamo scrivere! — proclamò orgogliosamente Rosùte.

Davvero? Questo è male. Bisogna imparare.

S'era levato un gran vento che cacciava le nuvole di qua e di per il cielo sospingendole a frotte verso le valli. Da un largo squarcio si vedeva la montagna di contro che pareva violetta, e i dossi intorno, lividi. La voce del torrente giungeva più roca e rabbiosa.

— Non sarà neve, ma pioggia a secchiedisse Pieri. — Se arrivo a casa prima che cominci il finimondo, posso dirmi fortunato.

— Ma tu hai detto che lo sei, fortunato! — esclamò Rosùte. — Non pioverà! Tu fermi le nuvole.

E tutti si misero a ridere.

— Come va la vita? Come vi tratta Barbe Zef? — chiese sottovoce Pieri a Mariutine.

Benissimorispose la fanciulla. — Non possiamo proprio lamentarci di nulla.

Salutamelodisse Pieri gravemente.

La conversazione languiva, tenuta su esclusivamente da Rosùte. Il tuono cominciava a rumoreggiare lontano, col rumore sordo e soffocato d'un enorme carro che rotolasse su e giù per il cielo. Tuttavia, invece d'affrettarsi, Pieri rallentava il passo, e anche Mariutine, che aveva sempre fretta, camminava come una formica.

Pieri, lo sai che ho imparato a cantare? — chiese Rosùte. — So tre villotte; me le ha insegnate Mariutine.

— Tre sole?

— Ma per quando tornerai tu, ne saprò cento, e forse mille.

Pum!... — rise il ragazzo. — Troppe! Ma è pur una bella cosa cantare... Quello che mi dispiace, si è che laggiù non sentirò più le nostre villotte. Per noi di queste parti, è come se ci mancasse il pane. Tu, cantavi molto bene, una volta... — aggiunse rivolgendosi a Mariutine.

Mariùte! — pregò Rosùte staccandosi dalla mano dell'amico per correre a quella della sorella. — Fa dunque sentire a Pieri l'ultima che mi hai insegnato, quella tanto bella!

— Ma lui la conosce già, non è nuova — si schermì Mariutine.

— Quale?

— ... Lùs la lune, criche l'albe... non la sai?

— Un poco.

— E allora cantiamola tutti e tre insieme: sì; per piacere, cantiamola! — supplicò Rosùte.

 

Lùs la lune, criche l'albe

Jevi il contadin,

E i ucei par chès charandis

Fan balzà il mio curisin.

 

Va pel bosch, pa la montagne

Russignùl co l'è in amôr,

E s'al chate la compagne

I confide il so dolôr:

 

Tal mio cûr a une stele

Ma a nissun no a uei ,

Nome a chèl che me l'ha dade,

Nome a chèl la uei tornà.

 

S'erano presi tutti e tre per mano, e cantavano camminando, accompagnando col capo la cadenza del canto.

La bambina in mezzo, felice, non distoglieva gli occhi dalle labbra della sorella, aspettando da lei l'intonazione, e dal suo sguardo la lode o il biasimo. Mandava fuori la sua fragile vocetta con una passione che le faceva brillare gli occhi e avvampare le gote, si studiava d'imitar Mariutine perfino nel modo di tenere la testa che, come lei, arrovesciava un po' all'indietro per liberar meglio la voce. Di tratto in tratto gettava una rapida occhiata a Pieri, come per dirgli:

Senti come so cantare?

 

Va pel bosch, pa la montagne

Russignùl co l'è in amôr,

E s'al chate la compagne

I confide il so dolôr.

 

C'era qualche cosa di toccante nelle parole e nel motivo di quel canto, qualche cosa di malinconico e di profondo nelle note finali di ogni frase, lunghe e tenute. Le voci giovanili svanivano nell'aria senza che nessuna eco rispondesse, eppure il cielo senza sorriso, e la natura intorno, arida ostile e senza dolcezza, parevano pieni del loro sentimento.

Mariutine non osava guardare il suo compagno, ma, come sanno le donne, ugualmente lo vedeva; notava i suoi begli occhi, i suoi capelli ricci; sentiva la sua voce calda e intonata fondersi con la sua senza esitazioni, seguirla, assecondarla e sostenerla con istinto sicuro.

Erano biondi entrambi, — d'un biondo acceso la fanciulla, più pallido e quasi sbiadito il ragazzo, — entrambi avevano la pelle chiara, gli occhi azzurrissimi, i lineamenti delicati, come ha spesso in giovinezza la gente della Carnia.

Pieri superava Mariutine in altezza; era agile e robusto; vestito di panno fine, con una cravatta e un cappello nuovi fiammanti.

Dell'eleganza di lui Mariutine era quasi intimidita, e per la prima volta provava un confuso senso di disagio per la sua sottanella corta e scolorita, tutta toppe e rammendi; per gli stracci ch'egli le aveva visto lavare, e che ora portava sul braccio, così logori, che mostravano la trama.

Ma questa sensazione confusa di vergogna per la sua grande povertà, e l'istintiva preoccupazione della donna per la sua apparenza, erano sopraffatti da una grande dolcezza, da un sentimento di gioia e di commozione mai provato, così forte e profondo che diventava quasi malinconia.

I tre avevano cominciato il canto a mezza voce, con timidezza; poi erano andati via via prendendo coraggio; l'ultima strofa fu ripetuta due volte a gola spiegata.

 

Tal mio cûr a une stele

Ma a nissun no a uei ,

Nome a chèl che me l'ha dade,

Nome a chèl la uei tornà.

 

Erano giunti ormai al punto dove dovevano separarsi. Il vento soffiava forte e scompigliava le nuvole che si laceravano qua e scoprendo qualche squarcio di cielo. Sotto la luce strana i magri pascoli, sparsi di bassi cespugli e di crode, sembravano gialli. Le pecore ferme, strette l'una all'altra, si confondevano con le crode, avevano il colore dell'erba bruciata dal vento.

Benchè incominciasse a cadere qualche goccia di pioggia, Pieri trasse di tasca la britola e si soffermò ancora qualche istante ad intagliare una bacchettina per Rosùte.

— Te la lascio per mio ricordodisse. — Verrò a riprendermela fra quattro anni.

Le parole erano rivolte a Rosùte, ma gli occhi si posarono limpidi e seri su Mariutine.

Come l'altra volta, i saluti furono rapidi. Pieri baciò Rosùte su tutt'e due le guance, tese egli la mano a Mariutine, un po' pallido, col braccio rigido e la mossa goffa e dura dei contadini.

Poi si allontanò quasi correndo e senza voltarsi indietro come in quella notte lontana; alla svolta agitò in alto il fazzoletto; si udì qualche sasso rimbalzare sotto i suoi piedi svelti che scendevano, e tutto fu ancora solitudine e silenzio.

 

Quella notte il vento continuò a soffiare ininterrottamente, e a una cert'ora si fece più violento che mai.

Il casolare rabbrividiva dalle fondamenta al tetto e sembrava oscillare sulle sue basi, le pareti di legno scricchiolavano quasi dovessero schiantarsi da un momento all'altro, i grossi sassi posati sul tetto per tenerlo fermo volavano via di qua e di come fuscelli.

La burrasca durò poche ore, poi il vento cedette di colpo, e la pioggia dirotta incominciò.

Più che una semplice pioggia pareva un nubifragio: si sarebbe detto che dopo la lunga siccità il cielo avesse spalancato tutte le sue cateratte per rovesciarle sulla montagna.

Nello sgabuzzino di Barbe Zef e nello stallotto delle pecore, ch'erano a tramontana, l'acqua penetrava con veemenza attraverso il vecchio tetto fracido e sconquassato, allagando il suolo e scorrendo a guisa di ruscello. Le pecore belavano lamentosamente, le galline svolazzavano come cieche dando la stupida testa nei muri; Barbe Zef dovette parare le bestie in cucina, dove almeno, benchè anche l'acqua scendesse in un rivoletto nero giù dal camino, un angolo quasi asciutto ancora si trovava.

Per otto giorni di seguito, notte e giorno, la pioggia non cessò un istante, allargando e aggravando la breccia sul tetto. Bisognò rassegnarsi ad accordar stabile domicilio in cucina alle pecore e alle galline, ed anche Barbe Zef, dopo aver resistito due notti sotto le intemperie, la terza sera prese in una bracciata il suo pagliericcio e le sue coperte inzuppate e inzaccherate, e le accomodò alla meglio sopra il cassone nuziale di Catine.

La cosa si era svolta senza parole, e così semplicemente, che Mariutine non osò neppure mostrar di notarla. Se non avesse avuto nella mente il divieto materno, avrebbe proposto ella stessa fin dalla prima sera al povero Barbe Zef di passare la sua roba nella loro stanzuccia.

Certo c'era poco spazio per una terza persona, ma bisognava riconoscere che il pover'uomo non dava la minima noia; si coricava dopo di loro e si alzava per primo; tossicchiava e sputava un po' verso l'alba — e si capisce: un altro si sarebbe preso una polmonite ad aver diguazzato nell'acqua a quella maniera! — ma nel rimanente della notte dormiva d'un sonno di piombo.

Il suo russare continuo e profondo, che pareva il rantolo d'una grossa bestia, in sulle prime disturbava alquanto le fanciulle, sopratutto Rosùte, nervosa, che stentava ad addormentarsi, o si svegliava di soprassalto serrandosi spaurita contro la sorella: — Che è?... — ma poi finirono entrambe per abituarsi.

Anche Mariutine non trovò più così strano come dapprincipio, d'intravedere a pochi passi da loro quella grossa testa un po' calva su cui si arruffavano pochi capelli rossi; quella figura d'uomo distesa immobile sotto la coperta di lana scura, che pareva quella d'un morto sopra la cassa.

Come s'erano abituate allo scrosciar del torrente, all'imperversare ininterrotto della pioggia, alla promiscuità delle pecore e delle galline, come ci si abitua a tutto a questo mondo, le fanciulle finirono per abituarsi anche alla presenza notturna di Barbe Zef, e non ci badarono più.

La pioggia finalmente cessò. In una sola notte il cielo si rifece limpidissimo, le montagne intorno nitide fulgenti; l'aria d'una purezza e d'una trasparenza meravigliosa.

Vista l'impossibilità di riparare rapidamente il tetto ch'era fracido e ormai del tutto crollante, quel lavoro venne rimandato alla primavera, e Barbe Zef approfittò del buon tempo per tornar al bosco a finire la grossa provvista di legna, in attesa che la caduta della neve gli permettesse di caricarla sulla slitta e di trasportarla a casa.

Mariutine l'aiutava alacremente, ben sapendo che ormai l'inverno sarebbe venuto all'improvviso e quasi a tradimento, e che la loro vita si sarebbe allora concentrata fra i quattro muri del casolare.

Nuovamente ella ricominciò il suo andirivieni colla gerla carica di legna dal bosco alla piccola tettoia annessa al casolare che le intemperie per miracolo avevano rispettato; nuovamente passò in rassegna le provviste, ricontò le uova, le piccole forme di formaggio allineate sull'asse, considerò con occhio severo la farina, l'olio, il lardo, che dovevano durare fino alla primavera. Anche Rosùte partecipava ai preparativi di difesa contro i grandi freddi, e correva di qua e di per la casa con qualche cencio in mano in cerca di buchi e di fessure da tappare.

Il sole splendeva sfolgorante nel cielo intensamente azzurro, e tuttavia l'inverno era presente, come un ospite atteso che a piedi scalzi, rapido e silenzioso, fosse in cammino, e improvvisamente avrebbe spalancato la porta e avrebbe detto: Son qui.

Infatti, dopo giornate bellissime e quasi tiepide, il vento riprese a soffiare, e non era più il vento volubile e pizzichino che si contenta di scherzare coi cespugli e coll'umile erba, il suo fratello impetuoso e strapazzone che aveva scoperchiato il tetto dello stabbio, — venti passeggeri di burrasca a cui succede rapido il sereno, — era un vento grandioso, che veniva di lontano, a larghe raffiche, con un ritmo solenne e profondo, e portava l'odor della neve, il soffio gelido dei ghiacciai, squassava le cime degli alti boschi, ululava lungamente per le gole, scendeva a valle collo scrosciar del torrente, spandeva, non soltanto sulla montagna, ma sulla natura tutta, un annuncio mortale.

La sua musica aspra e maestosa durò tre giorni; poi una mattina, quando Mariutine si destò, fu sorpresa da un silenzio strano: i boschi, i dossi, le valli erano coperti di neve, e altra neve, altra neve, altra neve, scendeva tacita alta e tranquilla.

 

L'inverno era cominciato.

Nel casolare dei Zef le ore presero rapidamente il loro ritmo invernale. Attraverso al vetro della piccola finestra, la luce, piuttosto che dal cielo giungeva dalla diffusa bianchezza dei monti, e un freddo intenso avviluppava come un sudario la terra addormentata. Alle quattro bisognava accendere il lume, e tutta la vita si svolgeva attorno al fuoco, costantemente acceso, rosso e crepitante nel basso focolare.

Sbrigate le faccende, Mariutine lavorava di calze o rattoppava qualche vecchio indumento; Barbe Zef intagliava con il coltello un pezzo di legno dolce e ne ricavava bizzarre figure, giocattoli, utensili da cucina. Rosùte giocava con Petòti, o si arrampicava su di una seggiola, e col naso schiacciato ai vetri della finestrella, guardava la neve cadere, cadere interminabilmente.

Nella cucinetta, bassa di soffitto e piccola, la presenza delle pecore e delle galline metteva un lezzo insopportabile, ma nessuno pareva rimarcarlo. Barbe Zef passava intere giornate senza aprir bocca, e se mai parlava, era dell'altezza della neve, della quantità caduta durante la notte, o per arrischiare qualche pronostico sulla sua durata e sullo stato delle strade.

Mariutine e Rosùte ascoltavano con un interesse vivo e quasi ansioso, ben diverso da quello dei ragazzi che vivono nei centri abitati, per i quali il tenore di vita, il benessere e la vita stessa, non sono subordinati ai fenomeni della natura.

Un giorno Barbe Zef preparò la slitta e uscì nel bosco per il trasporto della legna. Quando rientrò aveva i capelli e i baffi sparsi di bianchi fiocchi leggeri che al calore del fuoco si liquefecero rapidamente. Si scosse e si scrollò come un cane bagnato, si accoccolò colla schiena al fuoco per asciugarsi: strizzava l'occhio e pareva ridesse, ma Mariutine, che lo conosceva bene, capì subito ch'era di malumore.

— Se la neve si alza ancora, nessuno verrà a chiamarmi per il porco o per le vaccheborbottò infatti dopo un lungo silenzio. — E neppure il carbone, si potrà vendere. Sarà così perduta quest'anno ogni occasione di guadagno.

Il giorno appresso Mariutine accese il lume un'ora più tardi del solito, e mise nella zuppa un pezzetto di lardo quasi invisibile.

I giorni passavano uno accanto all'altro senza mutamento; le sere e le notti erano lunghe e gelide.

Era carnevale!... La sera, quando Barbe Zef e la sorella erano coricati, e rimaneva sola ad agucchiare accanto al fuoco, senza volerlo Mariutine pensava che a quel tempo, e a quell'ora, in certe cascine più in basso si teneva filò, si giocava a carte, si mangiavano le castagne. Qualcuno suonava la fisarmonica; giovani e vecchi cantavano in coro, si ballava... Sì, anche per i poveri l'inverno non era uguale per tutti; c'era una gradazione di privazioni e di sacrificio, una differenza nella sorte...

Ma ella non pensava a quelle cose con invidia con rancore, piuttosto come avrebbe pensato a sogni irrealizzabili e meravigliosi: come avrebbe pensato a una fiaba. Chi mai avrebbe potuto venire da loro? Dove avrebbero essi potuto tener filò?... Per tener filò ci voleva una bella stalla calda, con parecchie vacche, l'olio per il lume, un piccolo «trattamento», almeno otto o dieci sedie, una panca, un mazzo di carte... Sogni.

Un altro pensiero, che le pareva più vicino alla realtà, l'occupava, le teneva compagnia. Pieri... Quattro anni... Forse Pieri sarebbe tornato fra quattro anni.

Per la gente di campagna o di montagna, avvezza alla lunga pazienza, quattro anni d'attesa non hanno nulla di spaventoso. I fidanzamenti durano talvolta anche dieci anni, e avviene che chi è partito coi capelli biondi o bruni ritorni in grigie chiome a prendersi la ragazza colla quale ha scambiato l'impromessa prima di partire. Talvolta la ritrova dissecchita e ammuffita e la prende lo stesso, tal'altra non torna più, o torna con un'altra sposa, ma di rado.

Fra Pieri e lei non c'era stata nessuna impromessa... Appena qualche cosa nell'aria, nei silenzi, negli occhi; qualche cosa senza nome che le faceva tremare il cuore... Ma Pieri non era per lei: o meglio ella non era la fidanzata di cui Pieri potesse degnarsi al ritorno, se tornava. Fosse stato un povero, forse... Ma Pieri che trovava dura la vita della montagna ed era partito per migliorare la sua sorte, non sapeva neppur da lontano che cosa fosse la povertà.

La sua famiglia era una delle più agiate e considerate, di quelle che, tra i pastori, formano come una specie di nobiltà; gente di ceppo vecchio, ben provvista di tutto, orgogliosa e interessata. I fratelli di lui avevano fatto dei matrimonî ricchi, con donne di Calalzo, di Lorenzago. La madre, Mariutine l'aveva vista qualche volta... Era una piccola donna che, quando scendeva al paese per le feste grandi, metteva il grembiale di seta e l'oro al collo, una delle poche che portassero ancora il costume, ma quando incontrava Mariutine, benchè la conoscesse, non degnava neppur di guardarla.

No, sebbene fosse quasi una bambina, Mariutine capiva, e non si faceva illusioni. Pieri non era per lei. Anche se tra quattro anni fosse tornato, avrebbe cercato una donna di condizione pari alla sua, non un'orfana scalza che va dietro alle pecore, o in giro per il mondo a vendere sculièri e menèstri...

Quale disdoro per la sua famiglia orgogliosa! Eppoi la madre...

Come Pieri le assomigliava!... Aveva i suoi occhi azzurri, i suoi lineamenti delicati, ma con un'espressione di bontà e di gentilezza che la madre non aveva. Pieri era affabile, senza superbia, allegro: bastava vederlo sorridere per capire quant'era buono. Poi aveva un modo franco di guardare negli occhi e di dire le cose, che ispirava la fiducia e l'amicizia. E quei bei ricci biondi...

Aveva annunciato una cartolina da Genova, l'indirizzo... Chissà se se ne sarebbe ricordato?... In ogni modo lei non poteva rispondergli: leggere un poco sapeva, ma scrivere, a stento il suo nome.

scrivere cucire, a quindici anni! — avevano osservato in tono di grave biasimo le suore.

Ma come avrebbe potuto imparare a scrivere, lontani come erano dalle scuole? Come, a cucire, se tutto il tempo della sua vita aveva dovuto attendere ai lavori grossi, rudi, pesanti, che fa un uomo o una bestia?... E in verità a lei piaceva quasi di più sfaticare duramente all'aperto, che stare su di una seggiola a rattoppare. Lo faceva ora per necessità, ma avrebbe preferito di gran lunga far legna nel bosco, o portare i grossi fagotti di fieno sulle spalle, o almeno accompagnare al pascolo il gregge.

Talvolta un'irrequieta insofferenza la prendeva, di quelle giornate sempre uguali, dell'aria greve e fetida della cucinetta, di quella porta chiusa, di quella finestrella opaca come un muro: un'ansia di correr fuori, al vento, alla pioggia, alla neve; quel silenzio immobile la soffocava; le pareva che sarebbe discesa al piano e avrebbe risalito la montagna tutto d'un fiato, se qualcuno le avesse detto: Va.

Allora, quattro anni le sembravano lunghi, interminabili, un'eternità. Aveva trovato un pezzetto di specchio rotto, largo neppure un palmo, e quando era ben certa di non esser vista, rapidamente si guardava. Provava quasi sorpresa di quei suoi capelli così biondi, di quei suoi occhi così azzurri; sorrideva perplessa alla sua immagine, si lisciava colla mano le trecce... Ma che cos'erano, infine, quattro anni?... Quattro inverni, quattro primavere, quattro rapide estati... Un lampo.

Avevo detto di venire e sono venuto. — Ella avrebbe avuto quasi diciannov'anni, allora...

Avevo detto di venire e sono venuto.

Quattro anni, un'eternità. Quattro anni, un lampo.

 

E una mattina mentre sfaccendava per la casa a riordinare le povere suppellettili, senza sapere come e perchè, — forse non pensando neppure a Pieri, — forse soltanto perchè la giovinezza ha bisogno di vita, — con un abbandono e una gioia che non conosceva da tempo, Mariutine a piena gola si mise a cantare:

 

Tal mio cûr a une stele

Ma a nissun no a uei ,

Nome a chèl che me l'ha dade,

Nome a chèl la uei tornà.

 

Da qualche giorno Barbe Zef aveva cambiato umore. Appena faceva chiaro, usciva colla sua pala a sbadilare intorno al casolare, o a riaprire il piccolo viottolo incassato come una trincea fra due alte pareti che la neve ogni notte ricolmava, oppure armeggiava nello stabbio a separare le assi marcie dalle buone per la prossima riparazione, ma quando rientrava verso il mezzodì, tutto bagnato ed intirizzito, gettava dispettosamente la pala in un angolo, e sedeva al fuoco col muso lungo, borbottando fra .

Quel tempaccio, quella prigionia, che duravano da oltre un mese, prima per la pioggia poi per la neve, evidentemente gli davano ai nervi, e fors'anche qualche altra cosa l'irritava sordamente. Egli era avvezzo, anche d'inverno, quando il diavolo non si scatenava come s'era scatenato quell'anno, a scendere almeno due volte la settimana, e girare per le case e per le osterie, e vendere il suo carbone, a scambiar parola con Tizio e con Caio. Quell'anno invece, sempre , sempre ...

Rosùte non s'accorgeva di nulla, ma Mariutine aveva notato il cambiamento e ne era preoccupata. Non soltanto per il cattivo umore di Barbe Zef, quanto perchè, quando credeva di non esser visto, egli gironzava per la casa, irrequieto, frugando nei cassetti, spiando sotto la credenza, come chi cerchi qualche cosa e non voglia farsi scorgere.

Un giorno, entrando all'improvviso nella stanzetta da letto, la fanciulla lo colse mentre stava rovistando nel pagliericcio del loro letto. Al suo apparire si ritrasse borbottando.

Cerca la bottiglia! — pensò Mariutine, e il sangue le diede un tuffo.

Quella sera, mentre stava menando la polenta, sentì su di due o tre volte gli occhi di Barbe Zef, cattivi e pieni di rancore; si volse, e tosto quegli occhi la sfuggirono.

Ma quando, rovesciata sul tagliere la polenta fumante, gli porse la sua porzione di zuppa col pezzetto di lardo più grosso, egli si mise a mangiare avidamente, colla testa sulla scodella e la solita faccia un po' ottusa, dove non s'indovinava un pensiero, buono tristo.

 

Anche quelle impressioni svanirono rapidamente. Il cielo accennava a rasserenare; nella valletta passavano delle piccole raffiche di vento che polverizzavano la neve facendola turbinare quasi asciutta per l'aria: a detta dei montanari, quello era il segno della prossima schiarita.

E una preoccupazione più grave di quella suscitata dall'umore di Barbe Zef, teneva nell'ansia Mariutine: il piede di Rosùte, forse per mancanza di movimento, forse per l'umidità della stagione, era andato nuovamente gonfiandosi, e la gonfiezza, dura e color pavonazzo, saliva su per la gamba fin quasi al ginocchio.

La bimba si trascinò per parecchi giorni zoppicando per la casa, e doveva avere la febbre; una mattina non potè più alzarsi. Distesa, non soffriva tanto, ma se posava il piede a terra, urlava dai dolori.

Quando Barbe Zef conobbe la cosa, non si rabbuiò si mostrò impensierito. Senza rispondere nulla, uscì coi chiodi e il martello a riparare la breccia sul tetto, chè, grazie a Dio, il tempo si era finalmente rimesso al bello.

Fra un colpo di martello e l'altro, Mariutine lo udì zufolare allegramente; quando rientrò a mangiare, prima ancora di mandar giù il primo boccone, disse:

— È ora di finirla con quel piede. Giovedì il medico di Forni tiene ambulatorio. Porterò io la frute alla visita.

Giovedì. Appena un giorno di tempo.

Fu una giornata di disperazione per Rosùte, che non voleva assolutamente saperne di visite e di medico, e di grave perplessità per Mariutine.

Il momento le sembrava molto pericoloso per arrischiare la traversata della valle, e d'altra parte, opporsi alla visita sarebbe stata una vera colpa, chè il male di Rosùte si trascinava da troppo tempo.

Ma era possibile lasciarla andar sola con Barbe Zef, così spaventata e sofferente?...

Barbe Zef aveva assicurato che lungo il viaggio l'avrebbe sempre portata in braccio, e di questo ci si poteva fidare, ma chi le avrebbe detto una parola affettuosa, se soffriva?... Barbe Zef non era fatto per quelle cose.

Ed allo scendere tutti e tre insieme a Forni, egli si sarebbe opposto, Mariutine ne era sicura, sia per motivo del gregge, sia per il fatto di lasciar la baita deserta. Non importa!... Qualunque cosa avesse detto Barbe Zef...

L'indomani mattina Mariutine si buttò giù dal letto prima dell'alba. Il cuore le batteva forte: rimase un attimo dietro l'uscio della cucina senza osare di aprirlo, poi con una rapida risoluzione lo spalancò. Egli era , e stava ungendo le sue scarpe col grasso.

Barbe Zef, adesso vesto Rosùte, e vengo con voi ad accompagnarla dal medico.

E Barbe Zef, senza alzare la testa, anzichè adirarsi o discutere, rispose tranquillamente:

— Non metterci tanto tempo, che è tardi.

Rosùte quando udì che la sorella sarebbe andata con lei, si rasserenò e si lasciò convincere subito.

Fu un affar serio vestirla, farle una fasciatura, chè il ginocchio durante la notte era diventato grosso quanto la testa di un bambino, e, come Mariutine aveva preveduto, un affare ancora più serio avventurarsi per la montagna.

La giornata era chiara e senza vento, ma la neve caduta nei giorni precedenti tanta, ed ancora così fresca e molle, che ad ogni passo si affondava.

Inoltre, come sempre avviene, la montagna sotto la neve aveva perduto la sua fisionomia, non offriva più nessun punto di riferimento, e appena fuori della valletta dei Zef, ch'era una specie di corridoio, essa si presentava come un immenso catino bianco liscio e soffice, incoronato dalle cime altissime.

Doppiamente insidiosa nella sua apparente dolcezza, non vi si scorgevano più alti bassi; ogni traccia di mulattiera era scomparsa; solo qualche albero qua e carico di neve, sepolto anch'esso fino a mezzo tronco, emergeva sperso in mezzo all'immenso candore. Ma ormai la decisione era presa, e i tre si misero in cammino.

Per lungo tempo furono seguiti dai guaiti disperati di Petòti che era stato chiuso a chiave nella cucinetta, poi tutto fu silenzio senza misericordia.

Sull'improvvisata barella, sotto una grossa coperta di lana, Rosùte giaceva supina, colla sua gambetta rigida che pareva enorme, e Barbe Zef e Mariutine, calzati di larghe racchette, facevano del loro meglio per portarla dolcemente e senza scosse, ma la neve molle rendeva il loro compito così arduo che ad ogni istante la piccola mandava un lamento.

Dissimulando la sua inquietudine, Mariutine cercava di distrarla, di tenerla allegra, e frattanto non perdeva d'occhio i movimenti di Barbe Zef col terrore ch'egli smarrisse la strada. C'era pericolo, se si perdeva la via giusta, di sprofondar nei burroni.

Ma Barbe Zef aveva gamba buona ed istinto sicuro: non uscì mai dalla mulattiera, e se ne uscì fu per poco, rientrandovi subito. La traversata della valle durò quattr'ore. Come Dio volle, i tre arrivarono a Forni.

 

Nella sala d'aspetto dell'ambulatorio c'era parecchia gente: quasi tutte donne coi bimbi in braccio, venute da lontano; un vecchio, che pareva tenesse l'anima coi denti, giallo persino dentro gli occhi, sostenuto sotto le ascelle dal figlio, ed anch'egli era venuto a piedi, aveva fatto più di un'ora di strada.

Mentre aspettavano il loro turno, le donne chiacchieravano tra loro raccontandosi con grande abbondanza di particolari le malattie dei figlioli; qualche bambino, noiato dell'attesa, piagnucolava.

Ce n'era uno, già grandicello, di tre o quattro anni, in braccio alla madre, con un testone enorme e due gambette sottili, flosce, che penzolavano inerti. Emetteva di tratto in tratto una specie di guaito lagnoso, e allora la madre si alzava dalla panca dov'era seduta e passeggiava su e giù per la stanza cullandolo e battendogli dei piccoli colpi sulla schiena. In piedi presso la finestra, una donna incinta, con un fazzoletto a fiorami sul capo, succhiava un arancio.

Ogni tanto la porticina comunicante col gabinetto medico si socchiudeva per lasciar entrare qualcuno, e ad ogni entrata gli aspettanti fissavano la porta, che si richiudeva pianamente. Poi riprendeva il chiacchierìo sommesso delle donne, il guaiolare dei bambini.

Quando fu la volta di Rosùte, la visita fu brevissima. Il medico, un uomo sui cinquant'anni, ruvido, vestito d'un lungo camice bianco, scoperta la gamba, dichiarò senz'altro trattarsi di cosa seria, e che non c'era nemmeno da pensare di riportar la bimba a casa: bisognava lasciarla all'Ospitale a metterle l'apparecchio.

— Non siete sotto Forni, voi? — chiese a Barbe Zef.

Signorsì.

— E allora sta bene.

L'assistente scrisse poche righe su di un modulo, lo consegnò all'infermiera, arrivò la barella, e Rosùte scomparve urlando per un lungo corridoio.

Signor dottore... — arrischiò tutta agitata e tremante Mariutine. — Non sarebbe possibile che...

— Che cosa? Vuoi che la tua sorella guarisca? E allora non c'è altro da fare che lasciarla qui. Potrete venire a vederla una volta la settimana. Ma meglio se non verrete: i malati guariscono più presto lontano dalla gente di casa.

E fu tutto. La cosa si era svolta così rapidamente che Mariutine e Barbe Zef si trovarono fuori della porta dell'Ospedale, in mezzo alla strada deserta, senza nemmeno saper come.

Mariutine si sentiva così sconvolta e infelice come non si era sentita mai, neppur quando era morta sua madre. Rosùte senza di lei, Rosùte all'Ospitale, l'apparecchio...

Soprattutto l'angosciava la disperazione della sorellina; immaginava, sentiva i suoi urli; aveva presenti nella memoria le scene che Rosùte aveva fatto quando dall'Ospizio, con un piccolo inganno, l'avevano mandata senza di lei alla villa di Donna Emmelina.

Sedette su di un paracarro, e si mise a piangere. Barbe Zef stette un poco a guardarla senza saper che dire: evidentemente a lui la tragedia non pareva così grave, anzi la prendeva con molta filosofia.

Vado un momento fin qui, e ritornodisse strizzando l'occhio, e frettolosamente si allontanò.

Una delle donne che aveva portato il suo bimbo alla visita e ne usciva ultima con una ricetta in mano, si accorse della fanciulla che piangeva, e le si avvicinò.

— Mai piangeredisse. — Non si sta mica poi tanto male all'Ospitale; il medico fa un po' di soggezione le prime volte, ma è buono. Io sono stata tre mesi sotto di lui e mi ha guarita.

— Ma è una bambina piccola che era abituata a star sempre con me... — singhiozzava Mariutine.

Suonava mezzogiorno; i piccoli negozi lungo la strada si chiudevano; passò correndo una frotta di scolaretti colla cartella dei libri attaccata alle spalle come uno zaino; qualche operaio in bicicletta; uno storpio in una specie di carrozzella bassa tirata da un cane. Anche la buona donna col suo bimbo in braccio, dopo aver scambiato ancora qualche parola con Mariutine, si congedò.

— Ne ho altri cinque a casadisse accarezzando la testa del bimbo che teneva in braccio. — Questo è il più piccolo. Ha la tosse pagana: quando gli viene l'accesso, ho paura che muoia. Mandi! E coraggio!

Il viavai del mezzogiorno era durato appena pochi minuti, e la strada si era fatta nuovamente deserta.

Mariutine si trovò seduta sul suo paracarro, sola.

 

La facciata dell'Ospedale le si stendeva dinnanzi bianca e regolare, colle grandi finestre senza tende.

Mariutine percorreva ansiosamente collo sguardo una per una tutte quelle finestre, coll'ingenua speranza di veder affacciarsichissà? — la sua Rosùte, o almeno di udirne la voce. Ma nessuno si affacciava, e non una voce usciva dall'edificio pur così pieno di gente, come fosse completamente disabitato. Solo di tanto in tanto, a intervalli regolari, da un padiglione isolato in fondo alla prateria che cingeva da tre lati l'Ospitale, un urlo lacerava il silenzio, e cadeva nel silenzio. Dovevano starci i pazzi, laggiù.

L'ala d'una cornetta bianca di monaca passò rapida dietro i vetri di un finestrone; si udì il rintocco di una campanella. Poi più nulla.

Mariutine ricordò a un tratto che Barbe Zef aveva detto che sarebbe stato subito di ritorno, e s'era allontanato da circa un'ora. Sì, quando erano usciti dall'Ospitale erano le undici e mezzo, ed ora, ecco ribatteva mezzogiorno. Barbe Zef non si vedeva.

La fanciulla s'asciugò gli occhi, si alzò, si mise a passeggiare su e giù a piccoli passi davanti alla porta dell'Ospitale. Allontanarsi era peggio: Barbe Zef sarebbe venuto e non l'avrebbe trovata.

Eppoi, dove andare?

Il paese era formato di quell'unica contrada, fiancheggiata da casette irregolari interrotte da orticelli; poi si allargava in una piccola piazza. In fondo alla strada Mariutine vide sporgere a mezzo della facciata d'una casa più bassa delle altre una specie di fregio in ferro battuto nel cui centro spiccava la figura d'un cavallo verniciato di bianco, che dondolava leggermente al vento. Si avvicinò; c'era una scritta:

«Osteria e stallaggio al Cavallino bianco».

La porta e le finestre dell'osteria avevano le tendine rosse tirate, ma la porta era socchiusa, e dallo spiraglio si scorgeva un androne lungo e stretto, con qualche tavola d'abete bianco, e in fondo il banco dell'oste, scuro.

Sul focolare, ch'era dietro il banco dell'oste, il fuoco divampava allegro, e una donna giovane, seduta colle spalle al fuoco su di uno sgabello, allattava un bambino.

Mariutine si fermò perplessa a spiare dallo spiraglio dell'uscio. L'osteria era quasi deserta; solo un operaio vecchiotto, a una tavola vicino all'ingresso, sbocconcellava pane e salame, e ad una delle tavole in fondo, stava Barbe Zef con due uomini. Avevano davanti a loro un fiasco e tre bicchieri, e parlavano.

Non osando entrare, ella rimase ferma a guardare, sperando che Barbe Zef si voltasse verso di lei, o da un istante all'altro si levasse per uscire, ma Barbe Zef pareva aver piantato radici nell'osteria, ed essersi completamente dimenticato della sua esistenza.

Le emozioni, la stanchezza, il digiuno, avevano messo indosso a Mariutine un gran freddo; aveva i piedi bagnati, le gambe intirizzite fino al ginocchio; benchè tenesse sulle spalle il grosso scialle ch'era stato di sua madre, rabbrividiva.

Il tempo intanto passava. Dopo aver atteso un bel pezzo inutilmente, la fanciulla scostò leggermente il battente dell'uscio e mise dentro la testa.

Barbe Zef... — chiamò sommessamente. Poi più forte: — Barbe Zef!

Barbe Zef si voltò di scatto, col bicchiere in mano, e parve contrariato. Ma riprese subito la sua allegria.

— Che fai fuori? Entra, entra, perbaccoesclamò. — Prima di andar su, bisognerà bene mangiare un boccone. Ehi, oste, un bicchiere e una zuppa anche per questa fantate.

Mariutine entrò timida, e sedette alla tavola dei tre uomini.

Uno di essi, che pareva il personaggio più importante, era anziano, corpulento, con un corto tabarro dal bavero di lepre, vestito piuttosto come un artigiano o come un sensale che come un contadino; l'altro portava l'anello d'oro all'orecchio sinistro, ed aveva sulle spalle un ampio mantello a ruota, le cui punte toccavano terra.

Barbe Zef versò a Mariutine un bicchiere di vin rosso; l'oste le mise dinnanzi un cucchiaio di stagno e una scodella di zuppa fumante, oleosa, che mandava un buon odore. Dal focolare le arrivava un po' di calore.

Ella cominciò a mangiare la zuppa a piccole cucchiaiate, quasi per forza, tanto il pensiero di Rosùte era forte e le faceva andar di traverso persino il boccone, ma aveva molta fame, e la zuppa era buona, assai più buona della magra zuppa di casa, e il primo sorso di vino che mandò giù le fece serpeggiar per le vene un calorino confortante, quasi un fuoco, che scacciava i tristi pensieri e rianimava il coraggio.

... Rosùte all'Ospitale sarebbe stata ben curata; il medico era buono, l'aveva detto anche quella donna: fra quindici o venti giorni al massimo sarebbero venuti a prenderla guarita...

Gli uomini chiacchieravano; di tanto in tanto l'uno afferrava un lembo della giacchetta dell'altro e l'attirava a per bisbigliargli qualche cosa all'orecchio che pareva Dio sa quale segreto. E invece diceva semplicemente: — Quest'anno il carbone non val niente — oppure: — I maiali sono stati venduti al tal prezzo. — Uno di essi additando Mariutine, domandò all'improvviso a Barbe Zef:

— È vostra figlia?

E Barbe Zef:

— Mia nipote, l'orfana di mio fratello.

— Di Gaspari?

— Di Gaspari.

— Una bella fantate.

Poi ripresero a parlare del tempo, del bestiame, di tante altre cose che non interessavano affatto Mariutine. Quello che l'interessava e la preoccupava, era piuttosto il numero rilevante di bicchieri che tracannava l'un dietro l'altro Barbe Zef, e il passare delle ore senza ch'egli se ne accorgesse, senza che decidesse di muoversi e di mettersi in cammino. Possibile che dovessero trovarsi a rifare la terribile traversata di notte? Possibile che Barbe Zef non ricordasse che dovevano tornare a casa al più presto?... Ella lo fissava ansiosamente col cuore stretto, volendo e non osando, fargli un cenno, dirgli ch'era ora di partire.

Poi, suo malgrado, cominciò a distrarsi; si sentiva meglio, il freddo le era passato; e sulla parete in faccia a lei un quadro a colori, in una bella cornice dorata, accaparrò a un tratto tutta la sua attenzione.

Raffigurava un giovane dai capelli biondi lunghi che gli toccavano quasi le spalle; era vestito di velluto nero e portava un gran cappello piumato. Egli teneva per la vita una fanciulla bella come un angelo, coi lunghi ricci per le spalle anch'essa, vestita di raso celeste, così stupendamente come Mariutine non aveva mai visto, e si chinava su di lei per dirle qualche cosa. La fanciulla del quadro però non pareva contenta, chinava la testa con aria perplessa e malinconica. Che mai le diceva il giovane dal grande cappello piumato?... Perchè era così triste la bella fanciulla?

Ai lati di quel quadro c'erano le fotografie del Re e della Regina. La Regina aveva un diadema di brillanti in testa, e sei file di perle dai chicchi grossi come nocciole, e anch'essa pareva a Mariutine bellissima. Il Re invece le piaceva un po' meno: era vestito come un uomo qualunque, appena con nastro a tracolla che non voleva dir nulla, e soprattutto le sembrava troppo vecchio, con quei capelli a spazzola, con quei baffoni. Ma forse si poteva veder male perchè troppo lontano dalla luce. Peccato!

Mentre ella faceva queste considerazioni, un'invincibile sonnolenza la prendeva. Aveva camminato tanto, aveva pianto, ed ora la stanchezza, il torpore prodotto dal fuoco e dal vino, le si abbattevano addosso tutti d'un colpo.

Per quanti sforzi facesse per tenerli aperti, gli occhi le si chiudevano, la testa le ciondolava sul petto. Ma nel dormiveglia l'immagine di Rosùte stesa sulla barella, di Rosùte che scompariva urlando via per il lungo corridoio, le riattraversava dolorosamente il pensiero, e allora si svegliava di soprassalto con un profondo sospiro.

Nessuno badava a lei; Barbe Zef e i due amici trincavano e discutevano gesticolando, cacciandosi le dita negli occhi; poi tutto a un tratto tacevano, interrompendo i loro complicati ragionamenti per fissare il bicchiere, immobili, con occhi tristi.

Mariutine finì per assopirsi. Un gattino nero, piccino, che gironzolava per l'osteria in cerca d'un cantuccio caldo e riparato, le balzò leggermente in grembo: ella lo sentì appena, solo le giunse alle ginocchia un calore morbido, soffice, che l'aiutò ad addormentarsi.

Sonnecchiava da qualche minuto, quando un rumore di seggiole smosse la destò; Barbe Zef e i due uomini, già in piedi, si avviavano per uscire.

Avevano vuotato tutto il primo fiasco e un altro ancora, ed avevano mangiato poco o nulla; avevano tutti e tre gli occhi lustri e il cappello piantato di traverso sul cocuzzolo della testa.

Pago io — tartagliò Barbe Zef frugando sotto la camicia per cercare il sacchetto dei soldi.

Mariutine sentì immediatamente svanire il sonno e la fatica, spalancò gli occhi e stava per dire qualche cosa, ma un'altra volta la soggezione la vinse e non osò.

... Quei pochi denari, che avevano costato tante fatiche alla mâri — sì, erano di lei, della mâri; era lei, poveretta, che se li era guadagnati trascinandosi per il mondo coi suoi piedi stanchi, e glieli avevano dati quando era morta! — quei denari, tenuti in serbo con tanto sacrificio, a prezzo di rinunce d'ogni giorno, che dovevano servire per la malattia di Rosùte, per vivere fino alla primavera e più in , ora Barbe Zef si metteva a sperperarli così...

Il cuore le batteva forte: benchè sapesse che era pericoloso contrariare Barbe Zef quando aveva bevuto, benchè avesse vergogna di quei due, si fece coraggio, e girandogli intorno pian piano lo tirò leggermente per la giacca.

Così leggermente, ch'egli non capì o finse di non capire; pagò; e uscì coi compari dalla porta a tramontana dell'osteria che dava sul cortile. Mariutine gli tenne dietro in silenzio, piena d'inquietudine. Dove si andava ora ch'era già quasi scuro, dove si andava?...

, sotto la tettoia, c'era un carrozzino a due ruote colle stranghe per aria e la rete sotto, di quelli che i mercanti usano per trasportare i maiali. L'uomo corpulento dal tabarro corto entrò nella stalla, ne uscì subito traendo per la cavezza una puledra bianca coi finimenti di corda ancora indosso, e si diede ad attaccarla.

L'altro, dal largo mantello a ruota, si appostò ritto contro il muro a fare qualche cosa per conto suo.

Solamente allora Barbe Zef parve ricordarsi di Mariutine, e sfregolandosi le mani e ridendo davvero colla bocca e con tutti e due gli occhi, le si avvicinò.

— Abbiamo fatto un incontroannunciò sottovoce. — Si va a dormire alla malga di questo compare, che ha degli obblighi verso di me.

L'uomo dal tabarro corto salì a destra dando di piglio a redini e a frusta; Barbe Zef dall'altra parte, sospinse Mariutine nel mezzo. Quello dal mantello a ruota rimase ritto duro contro il muro a gambe larghe. Sulla porta si affacciò l'ostessa col bimbo in braccio, e insegnava al piccino ad agitar la manina per salutare.

La cavalla bianca partì.





p. -
6 Bambine.



7 Catasta di legname preparata per diventar carbone (anzi che sta trasformandosi in carbone).



8 Formaggio magro.



9 Buongiorno, ragazze!



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