IntraText Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
PARTE TERZA
I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
La strada correva a tramontana, e la neve di cui era coperta in poche ore si era fatta dura e liscia come una lastra di vetro.
Tuttavia la cavalla bianca, ferrata a ghiaccio, sapendo d'andare verso casa, trottava allegra scuotendo la sonagliera guarnita di pelo.
Lungo il viaggio, tendendo l'orecchio ai conversari, Mariutine aveva creduto di capire che l'uomo che li portava con sè era Compare Àgnul, il padrone delle Case Rotte, quello di cui Barbe Zef aveva salvato la vacca e il vitello.
La scoperta le aveva fatto piacere e l'aveva rassicurata, come si trattasse anche per lei di vecchia conoscenza.
Infatti, appena il carrozzino sbucò nel cortile della fattoria, la prima persona che si fece loro incontro fu il bocia che avevano incontrato quella notte in montagna.
Era diventato più alto e più grasso; aveva un bel paio di zoccoli nuovi; e al vedere Mariutine e Barbe Zef, arrossì e voltò il capo da un'altra parte, fingendo di non conoscerli. Poi si affaccendò svelto a staccar la cavalla.
La cascina di Compare Àgnul poteva stare a paro colle più belle fattorie che Mariutine aveva visto in pianura.
Era anch'essa costruita parte in sasso e parte in legno, come è d'uso in montagna, ma grande e quasi nuova, con una bella altana che girava tutt'intorno al primo piano. Ai suoi lati c'era da una parte una tettoia bassa ingombra di carri e di attrezzi, dall'altra i fienili e le stalle; un vasto cortile le si stendeva dinnanzi.
Un grosso cane si diede a saltellare intorno al carrozzino abbaiando festosamente. Dalla fattoria, dalle stalle, attirati dalle sonagliere, sbucarono correndo i bambini più piccoli, ma al vedere due persone nuove si fermarono timidi a distanza. Altri, più grandicelli, che stavano pattinando su di un fossatello ghiacciato, si avvicinarono invece disinvolti e curiosi intorno ai nuovi venuti.
Barbe Zef lo conoscevano tutti, ed erano abituati a vederlo capitare all'improvviso come piovuto dal cielo, sia col suo sacco di carbone in ispalla, sia per altre faccende, ma chi era mai quella fantate, e che cosa era venuta là a fare?
Una ragazzetta corse in casa a comunicare la novità. E tosto la moglie e la cognata di Compare Àgnul, due belle donne prosperose, si affacciarono alla porta della cucina, poi pian piano avanzarono in mezzo al cortile. E dietro a loro vennero anche tre belle ragazze dai quindici ai diciott'anni.
Mariutine, sentendosi oggetto della curiosità generale, si stringeva impacciata nello scialle e avrebbe voluto farsi piccina piccina per evitare gli sguardi, per scomparire; malgrado il freddo pungente si sentiva tutta rossa, e non sapeva dove posare gli occhi senza incontrarne degli altri piantati su di lei.
L'intimidiva soprattutto l'attenzione delle tre fanciulle che al disopra delle spalle delle madri allungavano il collo per osservarla. Una di esse, che pareva un ragazzo, con una testina di corti ricci scuri, rideva, forse senza malizia; ma quel suo ridere aumentava il disagio di Mariutine.
In mezzo a tante facce nuove, la fanciulla si attaccava alla persona di Barbe Zef come ad un'àncora di salvezza, e cercava di stargli il più possibile ai panni, ma Barbe Zef schizzava di qua e di là come avesse l'argento vivo indosso. L'aria fredda e la corsa in carrozzino avevan fatto dileguare la sua lieve sbornia, ed egli riconosceva tutti, salutava festosamente donne e ragazzi chiamandoli per nome com'uno ch'è di casa. In vista dei titoli di benemerenza acquistati per via della vacca e del vitello, sicuro di una buona accoglienza, aveva assunto un'aria d'importanza e d'autorità.
Fu Compare Àgnul a ricordarsi di Mariutine, ch'era rimasta sola in disparte a occhi bassi, piena di freddo e di soggezione.
E con due parole mise la moglie al corrente dell'esser suo.
La voce corse rapida di bocca in bocca.
— È la nipote di Barbe Zef. È la nipote di Barbe Zef.
E tosto le donne cessarono dall'osservarla per prenderla in mezzo a loro; anche le ragazze, appagata la curiosità, le si fecero intorno cordialmente.
Barbe Zef volle andare alle stalle per vedere la sua vitellina, che, diceva Compare Àgnul, si avviava a diventare una bella manzetta.
Le donne accompagnarono Mariutine in cucina, chè si riscaldasse un poco.
La cucina era bassa, affumicata, e nel mezzo di essa, sul grande focolare rotondo, isolato, ardeva un fuoco di fascine. Su larghe gratelle posate sulla brace una ventina di braciole di maiale esalavano un fumo grasso appetitoso.
— Quest'anno, per insaccare il porco, si è dovuto far senza Barbe Zef — disse la massaia a Mariutine gettando uno sguardo inquieto a qualche braciola bruciacchiata, e ritirandola in fretta dal fuoco. — Troppa neve per arrischiarsi fin da voi a chiamarlo. Voi siete stati bravi a scendere.
— Non vuoi toglierti lo scialle? Avvicinati di più alla fiamma: sei tutta gelata — osservò gentilmente una delle fanciulle.
— Come ti chiami? — chiese l'altra, quella che pareva un ragazzo. — Mariùte?... Ed io, Ursule; e mie sorelle, Teresine e Catinùte.
Accanto al fuoco, rannicchiato in un seggiolone a rotelle, stava un uomo vecchissimo, così piccolo, dissecchito e striminzito, da superar di poco l'altezza e il peso di un bambino. Sonnecchiava colla testa sul petto e le mani sulle ginocchia; alla luce del fuoco il suo cranio luceva come avorio pulito, e dalla bocca sdentata gli colava sulla bazza un rivoletto di bava.
— Novantasei anni... — mormorò la massaia additandolo a Mariutine. — Non può più camminare, e lo si porta qui il mattino per non toglierlo che quando va a letto. Dorme tutto il giorno.
Fuori cominciava a far scuro, ed un dietro l'altro bambini e ragazzi cominciavano a entrare in cucina e a radunarsi intorno al fuoco. Chi prendeva sulle ginocchia il gatto, chi tirava la coda al cane, un altro urtava passando le gambe al bisnonno, che spalancava i pallidi occhi attoniti, e li richiudeva subito per ripigliare a dormire.
Tra i ragazzi ce n'era uno sui quattordici anni, bruno e colorito, con un berretto di pelo in testa, che pareva investito dell'ufficio di distributore di scappellotti, e disimpegnava la sua missione col massimo zelo. Se la massaia diceva a qualcuno: — Fatti in là, chè mi dai noia — tosto quegli accorreva serio serio a scappellottare il disturbatore. Erano strilli, piccole risse, a cui partecipava anche il cane, abbaiando e parteggiando or per l'uno or per l'altro.
I figlioli non finivano mai di entrare e ce n'erano di tutte le età: uno in fasce nelle braccia d'una serva, altri già adolescenti e quasi uomini, chè Compare Àgnul abitava la fattoria insieme a due fratelli, ed aveva per conto suo sette figli maschi, e otto, fra maschi e femmine, ne aveva il fratello: una bella famiglia di gente giovane e sana, senza contare i servi ed i bocia.
Sul focolare, in un enorme paiolo, gorgogliava la jote, la caratteristica zuppa fatta di farina e di verdure svariate, e le ragazze andavano e venivano coi piatti e i bicchieri intente a preparare la tavola, mentre la massaia aveva staccato dalla corda un prosciutto affumicato per far festa agli ospiti.
Incominciava appena ad affettarlo, quando si udì alla porta il grattare e il guaiolare dei cani seguito da un rumore di passi pesanti e di scarpe sbattute.
La porta si spalancò e gli altri due padroni di casa entrarono.
L'uno, Compar Vigiùt, era un omone ancor giovane, grande e grosso, con un faccione colorito e bonario, e nella voce, nel parlare e nel gestire così somigliante al fratello Àgnul da poterli scambiare; l'altro, che doveva essere il più anziano dei tre, per una di quelle anomalie non infrequenti nelle famiglie di contadini, non assomigliava a nessuno, pareva d'un'altra razza, ed era gobbo davanti e di dietro, nero come un grillo, con una corta mantellina rotonda sulle spalle, ed in testa un bizzarro cappello appuntito.
Entrò soffiandosi il naso con un fazzoletto rosso e mandando un lungo suono simile a quello d'una trombetta, si sbarazzò della mantellina, tenne il cappello e sedette accano al focolare tendendo le mani e le gambe alla fiamma.
I bambini si affollarono intorno a lui, la massaia incominciò a scodellare la zuppa.
Il gobbo aveva due occhi piccoli e vivacissimi piantati molto vicini tra loro, e parlava con voce acuta. Parlava molto e rideva ancor di più, gesticolando a scatti colle lunghe braccia.
Mariutine dapprincipio credette che fosse un po' scemo, o che facesse il pagliaccio, ma non tardò ad accorgersi che la cosa era ben diversa.
Infatti, se ufficialmente Compare Àgnul figurava come il capo di casa, in realtà il vero ed unico padrone era il gobbo. Era lui, che dal nulla, rimasto solo a sedici anni coi fratelli orfani, aveva saputo destreggiarsi così bene da accumulare quasi una ricchezza. Per merito suo, adesso i tre erano considerati fra i più grossi negozianti dei dintorni e possedevano, oltre a quella bella fattoria, un centinaio di capi di bestiame, e boschi e malghe in montagna.
Dai particolari riguardi che gli usavano le massaie, dalla deferenza colla quale tutti lo ascoltavano, si capiva che era il gobbo la testa e la direzione dell'azienda, lui, quello che teneva le redini di tutto e decideva gli affari.
I fratelli, benchè ormai sulla cinquantina, stavano completamente ai suoi ordini e sotto la sua autorità, e quando giravano per i mercati a far compere e vendite in grande, non erano che gli esecutori delle decisioni di Compar Guerrino che si muoveva di casa solo due o tre volte al mese per scendere in città o per intervenire alle fiere importanti. Doveva anche essere buono e allegro, chè i bambini avevano grande dimestichezza con lui e cercavano la sua compagnia.
Mariutine, tra quell'andirivieni di gente nuova che continuava ad entrare, fra tutte quelle voci, quelle risate, in quel tramestio di persone ch'eran legate tra loro di parentela o di consuetudine, che facevano discorsi cui non poteva partecipare, che ridevano di cose ch'ella non sapeva e non capiva, si sentiva straniera, disorientata e smarrita.
Ecco Barbe Zef che ritornava dalle stalle con Compare Àgnul... Ma che contava per lei Barbe Zef? Entrava in cucina strizzando l'occhio, sfregolandosi le mani, sbirciando avido e allegro la tavola preparata. Egli non si sentiva affatto imbarazzato; pareva stesse in quella casa da cent'anni. Di lei non si ricordava neppure. Dietro a Barbe Zef veniva Compare Àgnul col suo corto tabarro dal bavero di lepre, se ne sbarazzava, lo appendeva dietro la porta al suo chiodo, si toglieva anche la sciarpa verde che portava al collo e mandava in avanti la pancia su cui brillava una grossa catena d'oro. Compar Vigiùt, che era duro d'orecchio e partecipava poco ai conversari, s'era preso sulle ginocchia, uno per gamba, due dei piccini e li faceva saltellare.
Ora anche le ragazze avevano abbandonato Mariutine perchè dovevano aiutar la massaia a distribuire la jote, ed ella poco a poco si era scostata dal focolare per non esser d'impaccio, e si era ritirata contro il muro, in un angolo in ombra, quasi nascosta dall'alta credenza, dove or l'uno or l'altro dei cani veniva di tanto in tanto ad annusarle le gonne con sospetto.
I cani erano tre e, strano a dirsi, se i due appartenenti a Compare Àgnul e a Compare Vigiùt, nella forma della testa, nel pelame rossiccio, nelle mosse pesanti e goffe, richiamavano vagamente l'immagine dei loro padroni, quello di Compar Guerrino, un bastardo dal corpo gramo e scattante, dall'appuntito muso di faina, dagli occhi piccoli avvicinati e scintillanti, era il ritratto impressionante del gobbo, e gli somigliava come un figlio al padre.
Stava il cane seduto sulle gambe posteriori accanto al suo padrone, col collo teso, l'occhio intento immobile su di lui, e il gobbo senza interrompere il suo parlare e senza guardarlo, spesso gli passava la mano lungo il dorso magro, dalle vertebre visibili, che trasaliva di riconoscenza.
Sì, anche i cani in quella casa avevano qualcuno che voleva loro un po' di bene... Una malinconia grande prese Mariutine, una malinconia ch'era forse stanchezza, ed insieme nostalgia pungente del suo casolare sperduto in mezzo alla neve; di Rosùte che l'amava; delle sue pecore che, esse almeno, la conoscevano; di Petòti che nelle lunghe sere d'inverno, quasi sentendo la loro solitudine, strofinava il muso sulle sue ginocchia, guardandola con occhi umani.
Tante, tante altre volte, si può dire fin dall'infanzia, ella si era trovata così, a capitare a caso in mezzo a gente straniera che l'aveva accolta sotto il suo tetto, che le aveva fatto la carità di un pane, e non aveva sentito mai tanta solitudine e tanta malinconia. Ma allora c'era la mâri... La mâri: taciturna, scontrosa, col viso duro e severo, e tuttavia all'ombra del suo amore ella si era sentita protetta e sicura come con nessun altro al mondo. La mâri, Rosùte...
Che abbondanza, che agiatezza, in quella casa! Anche qui si era in montagna; anche qui, fuori, intorno, c'era il freddo, il silenzio, la neve profonda, ma nessuno se ne accorgeva, nessuno se ne ricordava... Quanti bei bambini sani e fortunati!... Qualcuno di essi aveva su per giù l'età di Rosùte. Una femminuccia in gonna rossa un poco le assomigliava... Che faceva in quel momento la sua povera piccola Rosùte? Fosse stata là anche lei, almeno, a godere di quel bel fuoco, di quei buoni cibi preparati sulla tavola, di quel benessere di cui, per quanto offuscato da un oscuro patire, Mariutine sentiva quasi rimorso!
Forse il gobbo dall'altro capo della cucina coi suoi occhi acuti si accorse della sua malinconia, perchè si levò di scatto dalla panca dove stava seduto, e con due passi delle lunghe gambe, le fu vicino.
— Se di me si degna — declamò egli colla sua acuta voce in falsetto, facendo un grande inchino, — venga con me la damigella — più bella!
E presala per mano a braccio alto, come incominciasse a ballare la monferrina, l'accompagnò alla tavola e la fece sedere alla sua destra.
L'atto e la voce furono così buffi, che anche Mariutine si mise a ridere, scoppiò uno scroscio di battimani, e tutti presero posto dinnanzi alle scodelle fumanti.
Il bisnonno fu spinto accanto alla tavola sul suo seggiolone. In campagna, nelle famiglie di massarioti, si segue rigidamente la gerarchia, e il posto del vecchio abitualmente era quello dato a Mariutine, a destra del padrone di casa.
Una delle ragazze gli annodò il tovagliolo sotto il mento, gli sbriciolò il pane, gli versò un po' di vino mescolato all'acqua.
Egli era ora completamente sveglio, e fissava gli occhi, stranamente vivi e mobili nella faccia esangue, con ostile insistenza sulla sconosciuta che aveva preso il suo posto.
Ma li distolse immediatamente da lei non appena gli fu messa innanzi la zuppa. Lo servivano per ultimo per poter sorvegliarlo mentre mangiava, chè egli aveva l'abitudine di cacciar giù dei bocconi così grossi che rischiavano di soffocarlo.
Anche quel giorno si mise a ingollar cucchiaiate dietro cucchiaiate della densa jote, con tale ingordigia, che il cibo gli andò subito di traverso.
— Adagio, nonno — gli gridò negli orecchi la massaia battendogli dei piccoli colpi sulla schiena — Diamine, nessuno vi corre dietro: che fretta c'è? — e gli deterse la bocca e il mento come ai bambini.
Il vecchio riprese tosto a mangiare, impaziente; la mano che portava alla bocca il cucchiaio era scarnita come quella d'uno scheletro, colle vene grosse che parevano corde, e tremava così forte che ad ogni cucchiaiata metà del brodo grasso gli si spandeva sul mento e sul tovagliolo, che in pochi istanti ne fu tutto giallo.
Benchè avesse incominciato a mangiare per ultimo, per primo ebbe finito, ed allora prese a girare gli occhi inquieti verso i cibi che dovevano seguire, e a sbirciare sospettosamente nei piatti altrui. Poi, profittando d'un momento di disattenzione della massaia, dopo aver sogguardato intorno se nessuno l'osservava, allungò pian piano la mano per attirare a sè un grosso pane, l'afferrò, e con rara astuzia lo nascose sotto la giacca.
Il gobbo intanto era pieno di premure e di attenzioni per Mariutine. Sia perchè di carattere bonario, sia perchè gli piaceva aver accanto quella fresca faccia, egli poneva in opera tutte le sue arti per rallegrare l'ospite e metterla a suo agio.
Si capiva ch'era già informato sul motivo del viaggio dei Zef e dell'incontro con Compare Àgnul, ma non le domandò quasi nulla della sorellina, nè le fece capire d'aver notato la sua malinconia. Cercava piuttosto di distrarla, di divertirla con altre cose, con altri pensieri, e intanto le metteva nel piatto i miglior bocconi e le riempiva continuamente il bicchiere d'un vinetto bianco frizzante che pareva fatto apposta per resuscitare i morti.
— Allegri, coraggio, creature, che è carnevale!
Anch'egli beveva forte, e col bere diventava sempre più loquace; lanciava barzellette, inventava storielle, condiva il suo dire di lazzi e proverbi, che facevano sbellicar dalle risa l'intera tavolata.
E fra una buffonata e l'altra, volgeva galantemente gli occhi lustri e gli orecchi dalle punte rosse verso Mariutine, e l'istruiva sulle parentele, sui nomi, sull'età dei componenti la famiglia, la metteva al corrente delle prodezze dei piccoli e delle marachelle dei grandi.
— Vede? — diceva additando in fondo alla tavola il ragazzo del berretto di pelo, il distributore di scappellotti, alle prese con una grossa braciola — quello là, lo chiamiamo il Pretore.
— Pretore! Pretore! Pretore! — strillarono i bimbi intorno; e il Pretore, che aveva la bocca piena, questa volta non si mosse, e continuò a masticare imperturbabile, cogli occhi sul piatto.
La fanciulla ascoltava dapprima distratta, poi, senza volerlo, attenta e divertita. A poco a poco sentiva svanire l'impressione d'esser sola e sperduta in mezzo a gente straniera: attraverso alle parole del suo vicino, il mondo che la circondava incominciava ad interessarla, e il cibo, il vino, il calore e il contatto colla giovinezza, le davano una specie d'ebbrezza fisica, di sbalordimento.
Ella non si era sfamata, proprio sfamata, da lungo tempo. A casa, fingeva di non aver appetito, di aver mangiato prima, mentiva, per dare il poco e il meglio che c'era, a Rosùte e a Barbe Zef.
Qui, la massaia le passava continuamente il piatto grande chè si servisse; il gobbo insisteva perchè bevesse.
Mariutine si schermiva debolmente. Sogguardava con ingenuo desiderio le belle fette di prosciutto roseo, grasso, ammonticchiate sul peltro, il vino trasparente, biondo come i suoi capelli, nel grosso boccale fiorato, e non aveva la forza di rifiutare. Quelli le riempivano cordialmente piatto e bicchiere.
Allora, dinnanzi a tanta grazia di Dio, si sentiva confusa, provava vergogna.
Temeva soprattutto che Teresine, Ursule e Catinùte, le ragazze, s'accorgessero della montagna di roba che s'era lasciata metter sul piatto, e la giudicassero ingorda.
Ma le ragazze avevano altro da fare che badare a lei: l'una, occupata insieme alla serva a portare innanzi e indietro piatti e boccali, le altre due a imboccar i bimbi piccini in coda alla tavola.
L'unico che spiasse nel suo piatto era il vecchio, cogli occhi pieni d'invidia tra le palpebre infiammate e senza ciglia.
Sotto quello sguardo insistente, Mariutine arrossiva, chinava il capo, e si metteva a mangiare con volontaria lentezza: le pareva le si vedesse in viso, la fame che aveva patito.
Tuttavia finì ben presto per dimenticare anche il vecchio e i suoi occhi astiosi.
Un inconsapevole bisogno di vita, di spensieratezza, di gioia, invadeva tutto il suo essere. Benchè non si fosse ancora liberata completamente del suo impaccio e non osasse ribattere alle spiritosaggini del gobbo e riderne come gli altri, i suoi occhi vivi e lucenti parlavano e ridevano per lei, si posavano con curiosità e con fiducia sulle facce allegre che la circondavano.
Rossa, accaldata, un po' eccitata, sulla fronte, sotto i capelli biondi, le si imperlavano delle piccole gocce di sudore. Strano, in qualche momento le pareva che tra lei e i commensali si levasse una leggera nebbiolina — ma forse era il fumo grasso delle ultime braciole che finivano di cuocere sulla brace? — e non li distingueva più l'uno dall'altro, ma capiva solo ch'eran parenti, dello stesso ceppo; la colpiva il fatto che tutti, vecchi e giovani, avevano un tratto caratteristico comune, qualche cosa nella faccia: gli occhi, forse, così avvicinati alla radice del naso, tondi e brillanti?...
E ad un tratto, ebbe l'impressione di sedere in mezzo a una gran tavolata di scimmie, e la cosa le parve così buffa che si mise a ridere sommessamente da sola, nascondendo la faccia nel tovagliolo.
— Che buona gente! Cordiale, senza superbia, un po' tronfia forse della sua agiatezza e smaniosa di farne sfoggio, ma è forse un difetto, questo?
— Meglio esser così, che gretti ed avari — pensava Mariutine.
Di tanto in tanto i suoi occhi andavano per caso verso Barbe Zef che, seduto fra Compare Àgnul e Compare Vigiùt, mangiava a quattro palmenti e beveva come un turco, e allora il ricordo e la realtà della vita che domani avrebbe dovuto riprendere le riattraversavano il pensiero, ma sempre più rapidi e sbiaditi, sempre più lontani, ed era la sua stessa volontà, adesso, che li scacciava, che li respingeva; erano i suoi quindici anni che rifiutavano di soffermarvisi, stanchi di patire, ansiosi di gioia, tutti presi dallo spettacolo bello animato e lucente, che brillava loro dinnanzi.
— Mangia, ninine; — le disse Compar Guerrino passando dal lei al tu senza complimenti, e mettendole sul piatto una martondella10 avvolta nella sua rete di grasso.
— No, no, basta, non posso — si schermì la fanciulla, e si mise a ridere.
Ora rideva per qualunque cosa; tutto le pareva così curioso, così divertente, che non riusciva a star seria. Era come un'onda che poco a poco la trascinava, la trasportava, la sommergeva; ella non si rendeva conto del perchè: rideva soltanto, e quando non rideva, sentiva voglia di ridere.
... Auff, che caldo con quel fuoco di fascine e con tutta quella gente!... Compar Vigiùt si era liberato della giacca e sedeva a tavola, in pien gennaio, in maniche di camicia. Quant'era buffo, Compar Vigiùt... Era il più borioso e il più stupido dei fratelli, e per farsi meglio ammirare dai Zef, li trattava con un certo sussiego, si dava delle arie e, se apriva bocca, coll'acuta voce dei sordi, era per vantare le sue ricchezze. Mariutine si tratteneva a fatica dal ridergli in faccia. Il gobbo invece, man mano che la cena s'avviava al suo termine, si faceva più famigliare e quasi tenero colla sua vicina.
— Vedi, bella, — diceva, accennando senza parere al fratello Vigiùt, — quel pover'uomo là, più giovane di me... Bisogna urlare per farsi capire da lui. Ha perduto uno dei cinque sensi. Ma io dico che l'aveva perduto prima di averlo. Cinque sensi!... Dicono che l'uomo nasce con cinque sensi. Ma c'è chi nasce con tre, con due; e pochi, molto pochi, con tutt'e cinque al completo. Dipende da qua, da qua, da qua — e si batteva colle nocche la fronte.
Egli posava, parlando, la mano sul braccio della ragazza, le dava dei piccoli colpi di gomito. Non mostrava affatto d'aver caldo, anzi era quasi terreo in viso, solo cogli orecchi rossi, e gli occhi lustri, accesi, pungenti, e quel bizzarro cappello in cima alla testa.
Due o tre volte, a Mariutine parve che sotto la tavola le lunghe gambe di lui cercassero le sue, e ritirò pian piano i piedi sotto la sedia, improvvisamente intimidita.
Ma non c'era tempo per stare a filare su queste sciocchezze. I ragazzi, di nascosto dalle madri, avevan messo alcune castagne sotto la cenere, che scattarono in aria a un tratto, collo scoppio d'una fucilata.
— Fuori di qua, birbanti! — gridò Compar Àgnul, e il Pretore rientrò nelle sue funzioni, rincorrendo i colpevoli e sospingendoli verso la stalla.
— Bau, bau! — facevano i cani, ma ridevano anch'essi colla bocca larga sulle ganasce pendenti.
La massaia più giovane, madre delle tre ragazze, si era appartata in un angolo della cucina per dare il seno all'ultimo nato. In fondo alla tavolata, due valentuomini di tre o quattro anni, con certe larghe brache di fustagno verde, s'erano addormentati, colla testa sulla tovaglia, tutt'e due nello stesso momento, come cadono due pere mature attaccate allo stesso picciolo.
— Chi ha preso il mio pane? — chiese con voce severa la massaia anziana. — Io non l'avevo ancora toccato.
Ella si mise a frugare nelle lunghe tasche del vecchio. Trovò il pane e glielo ritolse. Quegli stette a fissarla un poco cogli occhi socchiusi come non capisse, poi all'improvviso si mise a piangere, col mento sul petto, con un piccolo mugolio infantile e lamentoso.
— E rendetegli il pane, Celeste! — esclamò il gobbo. — Tanto, non può mangiarlo, e stasera non vogliamo piagnistei.
Mentre Compar Guerrino pronunciava autorevolmente queste parole, gli accordi vivaci di una fisarmonica si fecero sentire. Ursule, Teresine e Catinùte si levarono di scatto e corsero ad aprire: una buffa comitiva irruppe saltando e ballando nella cucina.
Erano cinque o sei maschere di creazione evidentemente casalinga ma con aspirazioni ad effetti terrificanti o grotteschi: una, rossa infuocata e con certi segnacci di carbone, voleva rappresentare il diavolo; l'altra consisteva in un lunghissimo naso sovrastante ad un'altrettanto lunga barba di stoppa, una terza aveva il grugno di porco; le altre s'erano contentate di appiccicare ai loro vestiti d'ogni giorno un cencio colorato, un pezzo di frangia di carta, o semplicemente d'infilar la giacca a rovescio e di mettersi in testa un berretto da notte.
Il diavolo spiccava salti come un capriolo, il vecchio camminava colla testa all'in giù e le gambe per aria; quanto al porco, cantava esso chicchirichì colla voce di gallo.
Erano giovanotti delle malghe vicine, frequentatori abituali dei filò e probabilmente rivali tra loro per via delle ragazze, associati nel comune desiderio di «segnar carnevale».
L'allegra comitiva era capitanata da un mingherlino biondo senza maschera, un po' zoppo, quieto quieto, che portava a tracolla una bella fisarmonica dipinta: con una strappata, accennava all'improvviso un motivo di danza e lo spunto d'una canzone.
Il successo fu grandioso. E come ormai la cena era finita, tutti, tranne due anziani e Barbe Zef intenti a sgocciolare un boccale, fra commenti risate e battimani, abbandonarono la cucina e passarono nella stalla insieme ai nuovi arrivati.
La stalla era intonacata di fresco, spaziosa e ben tenuta: una trentina di vacche rossicce con occhi albini, piccolette ma di lucido pelame, la popolavano insieme coi loro numerosi vitelli e spandevano intorno un tepore un po' greve ed umido.
Lungo i muri strette panche di legno, qualche tavolo grezzo e poche sedie, erano preparate per il filò. L'illuminazione, consistente in due vecchie lampade a petrolio appese al soffitto, non era eccessivamente brillante, ma la società se ne contentava.
Prima che ognuno, in piedi o seduto, trovasse il posto e la compagnia che gli garbava, vi fu un momento di confusione e di tramestio durante il quale il gobbo, col pretesto di guidarla, si mise alle calcagna di Mariutine strofinandolesi addosso più che poteva. Le stringeva il gomito, le toccava le braccia, con un filo di paglia le faceva il solletico sulla nuca, ma come per isbaglio e senza malizia, sbirciandola appena appena di sfuggita colla coda dell'occhio.
E a un tratto, sopra il vocio, ecco che risuona una soffiata di naso, lunga e penetrante come l'appello lanciato da un corno da caccia.
— Spazio libero! Spazio libero! — si dà egli a strillare, colla sua acuta voce in falsetto.
Immediatamente gli astanti si ritirano lungo le pareti, il suonatore di fisarmonica attacca la mazurca, e Compar Guerrino, gettato per aria il cappello e abbrancata alla vita la sua giovane compagna, si dà a piroettare in mezzo alla piccola folla di spettatori.
Benchè per gobbo egli fosse stranamente alto, lunghissimo di gambe, arrivava appena col capo all'altezza del petto di Mariutine, e tuttavia la sollevava quasi per aria e la faceva girare così vorticosamente che i piedi di lei parevano non toccassero terra.
Era la famosa mazurca «punta e tacco», in grande onore nella contrada, con passi complicati e variazioni infinite. Mariutine aveva avuto ben poche occasioni di ballarla, ma ballerina d'istinto come la maggior parte delle montanare, superato il primo istante di timidezza, si era slanciata sicura e leggera, assecondando con grazia il suo cavaliere che, aggrappato a lei come un ragno, la «portava» magistralmente, fra sgambetti, giravolte e preziosità d'artista consumato.
Batteva il tacco, gettava per aria il piede calzato di certe scarpe che volevano essere cittadine, colla punta voltata all'insù, si apriva come un compasso, di scatto si richiudeva. A lui davvero la gobba non pesava, nè pesavano gli anni, che meno di cinquanta o cinquantacinque non dovevano essere: le ali della sua giacca svolazzavano, e svolazzavano in cadenza il grembiule e le gonne di Mariutine.
La società aveva distolto di botto la sua attenzione dalle maschere per interessarsi appositamente alla danza: a qualche passo difficile, a qualche variazione inattesa ed originale, un mormorio di approvazione si levava; qualche tifoso non poteva trattenersi dall'esclamare:
Quando finalmente, con un accordo pieno e vibrato, la mazurca finì, giù tutti a batter le mani; un bocia porse al gobbo il suo cappello a cui era stata infilata una lunga penna di gallo, segno di primato, e: — Musica! Musica! — si udì reclamare da ogni parte.
Tosto il diavolo con la sua grinta rossa infuocata, il vecchio dalla lunga barba bianca ed il grugno di porco smettendo il suo chicchirichì, seri seri e compresi del dovere di ballar bene, usciti con Ursule, Teresine e Catinùte nello spazio libero, si misero a volteggiar in cadenza colle loro grosse scarpe chiodate.
Frattanto Compar Guerrino non aveva mollato Mariutine, e la sospingeva famigliarmente verso un angolo della stalla dove stava un basso panchetto.
Ansante e trafelato, egli si asciugava il sudore che gli gocciolava dalla fronte col suo fazzoletto rosso; anche Mariutine aveva caldo, le si era allentata una treccia, e il cuore le batteva come dopo una rapida corsa, ma si sentiva felice e orgogliosa del successo ottenuto. Non le passava neppure per la mente di rammaricarsi di aver avuto un cavaliere gobbo e vecchio invece di un bel giovinotto: prese posto tutta allegra accanto a Compar Guerrino, e gli sorrise con riconoscenza.
Tacquero per un pezzetto; una siepe di gente li separava come un muro dallo spazio dove si ballava; nessuno badava a loro; solo due vitellini bianchi dalla posta vicina si voltarono a guardarli con dolcezza.
Infine il gobbo, seguitando a passarsi il fazzoletto sulla faccia terrea e sudata, senza guardare la sua compagna, con aria noncurante, disse:
— Non si deve star troppo bene là su in quel buco dove state voi. Perchè non vai a servire in città?...
La domanda toccava un punto troppo sensibile dell'animo di Mariutine, perchè ella, benchè eccitata dal ballo e dalle straordinarie vicende della giornata, potesse accoglierla distrattamente. Si sentì all'improvviso strappata alla gioia e alla spensieratezza del momento e ricondotta alla oscura prospettiva che aveva rappresentato lo spavento e la minaccia di tutta la sua vita: trasalì e arrossì vivamente, tuttavia, vincendo con uno sforzo la sua timidezza:
— Preferisco star male là su da noi, all'andare a servire... — mormorò ad occhi bassi, ma decisa. — Eppoi, anche volessi, non potrei.
— Perchè non potresti?
— Devo badare al Barbe e a mia sorella.
— Quanto al Barbe, ha l'età da arrangiarsi da sè. Ma già... la sorella!... Quanti anni ha?
— Sette fra poco.
— E ora dov'è?.
Pareva avesse completamente dimenticato la tragedia di Rosùte.
— All'Ospitale di Forni; l'abbiamo portata là stamattina, ma guarirà presto e verrà fuori.
— Ah, ah: verrà fuori... — ripetè il gobbo due o tre volte come parlasse a sè stesso. — Verrà fuori.
E dopo una lunga pausa, proseguì volubilmente:
— In città, cara mia, la sera, centinaia e centinaia di lumi si accendono da sè come per miracolo, e di notte ci si vede come col sole; là non si marcia come quassù in mezzo alla neve ai sassi e alle crode, ma su strade lisce come velluto, e, se piove, si va sotto ai portici. In città suona la musica in piazza almeno due volte la settimana, e si va al cinematografo e al teatro. Di carnevale si balla su piattaforme inghirlandate di fiori artificiali e di palloncini colorati, e centinaia di maschere, non cenciose come queste, ma splendide, vestite di raso e di velluto, offrono confetti alle belle ragazze.
E poichè Mariutine, suo malgrado interessata al racconto, spalancava su di lui gli ingenui occhi affascinati:
— Pensaci, bella; — proseguì egli con voce bassa e insinuante — perchè non vorresti provare?... E, caso mai, ricordati di Compar Guerrino. Io ho occasione di scendere in città due o tre volte al mese, ed ho molte relazioni. Una famiglia per bene, che ti trattasse da figlia, si potrebbe anche trovare... O piuttosto una signora sola, o, meglio ancora, un vedovo o uno scapolo anziano... Un padrone è sempre meno sofistico ed esigente d'una padrona. Ne conosco forse uno per l'appunto... Quello, vedi, sarebbe per te un appoggio sicuro. Non ti terrebbe sacrificata: conosce le esigenze della gioventù. Hai capito?... Se mai ti gusta, fammelo sapere in qualche modo. E intanto pensaci. Ci penserai?
— Voi siete molto buono, Compar Guerrino, ed io non so come ringraziarvi... — mormorò confusa la fanciulla. — Per pensarci, ci penserò, state certo, ma, come vi ho detto...
— Ta ta ta — interruppe vivamente il gobbo. — Sono discorsi che ho fatto tanto per farli. Bisogna ben discorrere di qualche cosa. Quanti anni hai?
— Quindici.
— Pochi. Ne mostri almeno quattro di più. Hai un petto! Ballando l'ho sentito, lo sai? E che buon odore hai tu: proprio da rosa fresca, da rosa muscosa.
E così dicendo Compar Guerrino si passò la lingua sulle labbra e guardò golosamente la fanciulla. Indugiava cogli occhi sul suo seno un po' acerbo che ancora leggermente ansimava, sulle coscie che si indovinavano forti sotto la povera sottanella, sulla bocca rossa e carnosa.
— Sei la più bella fantate che abbia mai visto — mormorò stringendosi contro di lei sul basso panchetto.
Mariutine avvampò di rossore. Aveva soggezione del gobbo perchè era anziano e perchè era il padrone, ed anche se avesse saputo, non avrebbe osato rispondere, chè la sua estrema povertà aveva foggiato in lei fin dall'infanzia un'abitudine di sommissione e quasi di servilità di fronte a coloro che avvicinava fuori della sua famiglia. Ma erano quelle le prime lodi, i primi complimenti che le giungessero brutalmente rivolti al suo fisico, e più che lusingarla le davano un profondo impaccio, come i discorsi e la famigliarità di Compar Guerrino, mentre la interessavano e la divertivano, suscitavano in lei un oscuro senso di disagio.
In quell'istante, alzando a un tratto gli occhi come chiamata da altri occhi, incontrò lo sguardo di Barbe Zef, che entrato inavvertito nella stalla ed accoccolato sulle calcagna accanto a un tavolo dove si giocava, dietro una siepe di gente, li sbirciava. All'incontrare lo sguardo della fanciulla, distolse rapido gli occhi e finse d'interessarsi al gioco.
Mariutine se ne accorse, ma non vi fece caso; e se ne accorse forse anche il gobbo, chè, senza più badare a lei e senza prender commiato, si alzò e lasciò il suo posto con aria indifferente.
Mescolatosi alla gente che componeva il filò, soffermandosi or coll'uno or coll'altro, qua lanciando una barzelletta, là un complimento, più in là una caustica parola, distribuendo ai bocia tiratine d'orecchio, alle ragazze amorevoli pizzicotti, come un re che tenga circolo passò egli in rassegna tutta la società. Nero, brutto e contraffatto com'era, aveva tuttavia un piglio veramente da padrone, e negli occhi un'espressione astuta e intelligente. Giunto presso Barbe Zef, l'abbordò scherzosamente, e quello a rispondergli tutto deferente e mellifluo senza la più lontana traccia di turbamento; poi Compar Guerrino, in mezzo a un circoletto di uomini, a labbra strette e senza ridere, si mise a raccontar una storiella, pepata certo, chè si vide il Barbe e gli altri anziani, già in gringola per qualche bicchiere di vino, sghignazzare da tenersi la pancia.
Intanto i giovanotti padroni di casa, e dopo di loro gli altri, appena vista Mariutine libera dalla compagnia di Compar Guerrino, erano accorsi ad invitarla per il ballo. Ed ella, cogli occhi scintillanti come due perle azzurre, rossa e scarmigliata, passava dall'uno all'altro leggera e raggiante di gioia.
Le danze continuarono fin verso la mezzanotte; quando, non so come, all'improvviso vi fu una sosta e un silenzio. Allora senza una parola d'intesa, uomini donne e ragazzi, e persino i vecchi coi capelli bianchi, balzati tutti in piedi ad un tempo, a voce spiegata attaccarono il coro:
Era il coro tradizionale che chiudeva il filò, ma anche senza di esso, i bocia che cascavan dal sonno, i grandi piatti di castagne dove non eran rimaste più che le bucce, i boccali vuoti, le conversazioni che languivano, indicavano chiaramente che la serata era finita.
I visitatori, capitanati dal zoppetto della fisarmonica, si accomiatarono. Siccome Barbe Zef e Mariutine dovevano partire l'indomani allo spuntar del sole per far ritorno alla loro malga, i ringraziamenti e i congedi colla famiglia furono scambiati sul posto prima che tutti si sbandassero per coricarsi.
Ursule invitò Mariutine a dormire nel letto in mezzo a loro, Barbe Zef ebbe un buon giaciglio ed una grossa coperta nella stalla, gli altri, dopo innumerevoli «mandi» e strette di mano, se ne andarono per i fatti loro.
Nella loro cameretta, le ragazze stavano rapidamente spogliandosi che nel silenzio notturno giungevano ancora al loro orecchio le lunghe note della fisarmonica che si allontanava:
L'indomani Mariùte, al buio e colle scarpe in mano per non disturbare nessuno, scese pian piano le scale e si affacciò al cortile.
Era l'alba. Al rumore circospetto dei passi, i cani, intirizziti dalla gelida nottata, si limitarono a ringhiare e a mugolare in sordina senza lasciare le loro cuccie; Barbe Zef uscì all'istante dalla stalla.
Tutto era bianco, immobile; regnava sulla campagna il silenzio della solitudine nella neve.
Con uno sguardo di rimpianto Mariutine levò gli occhi sulla casèra addormentata. Aveva lasciato Teresine e Catinùte immerse nel sonno, ma mentre ella stava per varcare la soglia della stanza, Ursule si era sollevata sul gomito, quasi a occhi chiusi, per dirle: — Dammi un bacio. — Poi si era ributtata giù a dormire.
Cara Ursule, la più buona e la più cara di tutte.
Barbe Zef taciturno e intabarrato, e Mariutine col suo scialle fino agli occhi, attraversato il cortile si apprestavano ad oltrepassare il cancello, quando si volsero colpiti dal diavolo a quattro che facevano i cani. Dimentichi del freddo, essi eran balzati questa volta dalle cucce in mezzo al cortile con alti latrati; ma non erano latrati minacciosi, anzi festosi e commossi. Bentosto i due viandanti ne compresero il perchè.
Dal corpo principale della fabbrica sbucava frettoloso Compar Guerrino, e con tre passi delle sue lunghe gambe attraversava lo spazio bianco che li separava.
Doveva essersi vestito in gran fretta, chè aveva le brache appena attaccate, tutta di traverso sulle spalle la corta mantellina rotonda, non gli mancava però in cima alla testa l'inseparabile cappello appuntito. Ci si vedeva come di giorno: il gobbo portava sotto il braccio un grosso pacco legato in croce con una cordicella; nell'aria gelida, era verde in faccia, e pareva più magro e più vecchio.
— Ohe, compare, è così che si scappa? — interpellò giovialmente, battendo un colpetto sulla pancia di Barbe Zef. — E senza nulla da metter sotto il dente per la strada? Via, via! — proseguì mettendo il pacco tra le mani di Mariutine che tutta confusa si schermiva. — Sacchi vuoti non stanno in piedi. A quest'ora e con questo caldetto, non è il caso di complimenti. Attenta, ninine, a non far cocci — soggiunse fissandola coi suoi occhi vicini e scintillanti. — Buon viaggio, e arrivederci!
E detto questo, con due salti da cavalletta riattraversò il cortile, raggiunse la porta di dove era venuto, e scomparve.
Per tutta la strada Barbe Zef precedette Mariutine senza rivolgerle parola. Solo una volta, a un passaggio un po' difficile, si voltò bruscamente per dirle:
— Bada di non mollare il fagotto.
E un'altra volta, ancora più brusco:
La strada era durissima e Mariutine, estenuata dalle fatiche e dalle emozioni del giorno innanzi, avendo per giunta poco dormito, benchè sollevata del pacco, inoltrava nella neve con uno sforzo ch'era quasi sofferenza, facendo tuttavia del suo meglio per non lasciarsi distanziare da Barbe Zef che evidentemente, sebbene di lei non si curasse, era preoccupato di arrivare a casa prima di notte.
Il freddo era così pungente che l'alito, tosto uscito dalla bocca, si rarefaceva e formava dei ghiaccioli che si attaccavano in leggere frange gelate ai baffi di Barbe Zef ed allo scialle con cui Mariutine aveva avvolto strettamente la testa ed il collo.
Ella sentiva bisogno estremo di mandar giù qualche cosa che la riscaldasse, ma poichè Barbe Zef, colla sobrietà del cammello, tirava innanzi senza toccar cibo nè bevanda, non aveva coraggio di chiedergli nulla.
Camminavano appena da due ore e le pareva d'essere in istrada da un tempo interminabile. Quasi più della fame e della stanchezza la pungeva il dubbio che Barbe Zef per mancanza di punti di riferimento si fosse incamminato in una direzione, se non del tutto sbagliata, che allungasse il tragitto.
L'Orticello e il Tiàrfin, che la luce dell'alba tingeva di un pallido rosa, erano ben quelli; ma dov'era quell'albero a metà schiantato dal fulmine che emergeva il giorno innanzi, contorto, grottesco, in mezzo alla neve? Dov'era la ceppaia del Bosco Tagliato?... Per raggiungere la loro valletta dovevano assolutamente attraversarla. Che Barbe Zef, pratico come pochi della montagna, avesse deliberatamente scelto un altro passaggio perchè più agevole, o che egli stesso, malgrado la sua esperienza, si fosse sbagliato?...
A questo dubbio Mariutine si sentiva venire quasi le lagrime agli occhi, chè i suoi piedi gonfi, indolenziti nelle grosse scarpe bagnate, si rifiutavano di continuare a lungo il cammino, e solo il timore che Barbe Zef, se sostava, l'abbandonasse per la montagna, e la coscienza del mortale pericolo, le impedivano di fermarsi a prender riposo.
Ed ecco a un tratto... quando aveva acquistato dentro di sè la certezza d'esser fuori di strada e, a costo di offendere il Barbe, stava per dirlo, ecco a un tratto, nel silenzio immobile che smorza ogni voce, una voce!
Pare venga da lontano, da molto lontano... È un lamento lungo e appassionato... Ma non è una voce umana: è il guaito e il pianto di Petòti che li ha attesi, e non ha smesso di chiamarli e di piangere tutto il giorno e tutta la notte! Ed eccolo ancora, di nuovo; più vicino; più chiaro; ed eccolo, non più angosciato, ma commosso, vibrante di speranza, folle di gioia, chè l'amico fedele ha udito i passi dei padroni avvicinarsi nella neve, e li saluta!
Ed ecco all'improvviso, come a un tocco di magica bacchetta, ecco davanti ai loro occhi la baita colla sua alta cuffia di neve, colle sue finestrette sbarrate, colla piccola tettoia coi tassi quadrati della legna coperti dagli scorzi.
Barbe Zef aperse; Petòti si avventò loro incontro spiritato saltando urlando contorcendosi, l'uomo depose con cautela il pacco sulla tavola, e senza indugio uscì nuovamente e tornò con un fastello di legna che accatastò sul focolare.
Andava e veniva svelto senza mostrare ombra di stanchezza; accendeva il fuoco, col suo coltellino tagliava la cordicella con cui era legato l'involto delle provvigioni, ed una ad una ritirava e disponeva sulla tavola con meticolosa attenzione le buone cose regalate da Compar Guerrino: un salame, alcune fette di prosciutto, una piccola forma di çuc, oltre al pane e ad un pezzo di pizza coi siccioli; infine una grossa bottiglia di vetro verdastro che pareva piena d'acqua tanto il suo contenuto era limpido e trasparente.
Prima di decidersi a posarla sulla tavola accanto al resto, Barbe Zef la soppesò, la scosse e la scrutò contro luce con diffidenza. Quella bottiglia l'aveva colpito sul vivo, e andando e venendo dalla cucina al cortile, all'ovile, finchè attizzava il fuoco, rientrava colla secchia dell'acqua, il suo sguardo andava incessantemente ad essa, avido e ansioso, mentre un visibile orgasmo si era impadronito dei suoi movimenti.
Mariutine, accoccolata sulla pietra del focolare, seguiva con occhi un po' trasognati l'andirivieni di Barbe Zef. Il fatto d'essere a casa, e il calore del fuoco, l'avevano un po' rianimata, ma benchè tenesse Petòti tra le braccia, aveva di tratto in tratto l'impressione che le gettassero giù per la schiena dell'acqua gelata. Era rauca; non aveva ancora avuto la forza di liberarsi dalle scarpe bagnate che le pesavano ai piedi come piombo, si sentiva troppo stanca per alzarsi ad aiutare Barbe Zef.
Egli del resto non la guardava, non la chiamava, non le chiedeva di far nulla, come neppure si accorgesse della sua presenza.
Aveva trascinato la tavola più vicino al focolare, messo giù due piatti e l'unica scodella, ed ora, scuro in faccia e borbottando fra sè, si apprestava a stappar la bottiglia.
Era essa così fortemente tappata che ci volle del bello e del buono ad estrarre il turacciolo, e frattanto sempre più sospettosamente Barbe Zef tempestava fra i denti; le mani gli tremavano, strizzava l'occhio offeso così forte che pareva ne avesse uno solo.
Come Dio volle, il tappo saltò, e allora l'uomo, cacciando il naso quasi dentro alla bottiglia, ne aspirò fortemente l'odore.
— Porca M!... Grappa! — esclamò come gli avessero tolto un macigno di sullo stomaco. — Temevo che quel «segnà da Dio» mi avesse fatto una burla.
E con ciò portò la bottiglia alla bocca e ne tracannò una lunga sorsata. Poi, preso posto alla tavola di faccia al focolare, avvicinò a sè le vettovaglie e, rientrando nella taciturnità abituale, incominciò senz'altro a bere e a mangiare.
Per qualche minuto non si udì che il croc-croc delle sue mascelle e di quelle di Petòti, chè anche il cane, abbandonato repentinamente il grembo di Mariutine, si era gettato sul cibo da furibondo.
Mariutine pian piano si era tolta le scarpe, aveva steso i piedi bagnati al fuoco, e, appoggiata la testa allo stipite del focolare, aveva chiuso gli occhi. Era così sfinita che le pareva di non aver bisogno di cibo, anzi di provarne disgusto, le pareva d'aver bisogno solamente di sonno e di riposo. Ma presa da un torpor febbrile, era incapace di vegliare e incapace di dormire: vedeva la tavola, il fanaletto da montagna spandere intorno la sua piccola luce rossastra, le spalle curve e la giacca color terra di Barbe Zef, la coda di Petòti, udiva il crepitio e il gemere della legna verde sul focolare, le feriva le nari il mordente odore dell'ovile, ma altre immagini, suoni ed odori si sovrapponevano e si alternavano stranamente alla realtà.
Ora era la rossa grinta del diavolo, ora la lunga barba del vecchio burlone, ora la cara gentile faccia di Ursule e la sua testina da ragazzo con quei bei riccioli scuri, che ondeggiavano dinnanzi ai suoi occhi assonnati, e tutt'a un tratto le risuonavano all'orecchio una soffiata di naso acuta e penetrante come l'appello d'un corno da caccia, o le lunghe note della fisarmonica che si perdevano a poco a poco nella notte di neve.
Sognava, o era sveglia?... Era nel suo casolare, o nella fattoria di Compar Àgnul?... La testa le ciondolava sul petto, stava veramente per addormentarsi.
Ed ecco:
— Che ti diceva il gobbo? — domanda Barbe Zef.
Mariutine spalancò gli occhi e si rizzò vivamente sul busto. Guardò Barbe Zef, ma egli non la guardava: curvo sul piatto fin quasi a toccarlo, colla faccia scialba ed ottusa, masticava lentamente lentamente, come un ruminante alla greppia. Eppure egli aveva parlato: ella era ben desta.
— Mi diceva... — mormorò esitando, ma incapace di mentire. — Mi diceva... che dovrei andare a servire in città.
— E tu che hai risposto?
— Ho risposto che debbo accudire a voi e a mia sorella, e che preferisco stare a casa nostra — disse precipitosamente Mariutine, e i suoi occhi si posarono un'altra volta ansiosi ed inquieti su Barbe Zef.
Se egli avesse accolto favorevolmente l'idea di Compar Guerrino e deciso di mandarla fuori di casa?... Una bocca di meno a cui provvedere!
— Brava fantate! — esclamò egli invece tutto allegro, battendo il pugno sulla tavola ed alzando per la prima volta gli occhi su di lei. — Brava fantate! L'ho sempre saputo, io, che sei una brava fantate. Potevi anche rispondergli, a quel cane, che, finchè c'è Barbe Zef, un boccon di polenta non avrai bisogno di cercarlo in casa d'altri nè oggi nè mai. Vieni qua. Non hai ancora mangiato? Perchè stai là in fondo?
— Ho freddo... — mormorò la fanciulla levandosi a fatica e prendendo posto sulla panca accanto a lui, — e non ho voglia di mangiare.
— Allora bevi, e sta allegra, — disse con autorità Barbe Zef. — E vedrai che il freddo ti passerà.
Egli le circondò le spalle con un braccio e colla mano destra le tese la bottiglia quasi capovolta perchè ella vi attaccasse la bocca.
Mariutine piegò un po' all'indietro la testa, e un lungo sorso del liquido ardente come fuoco vivo le colò nella gola.
— Ohe, bionda, fermati! — rise Barbe Zef, ritirando bruscamente la bottiglia. — Ci prendi gusto, eh?... Prima niente, adesso troppo. Ma a Barbe Zef piacciono le cose giuste: un poco per uno. Tocca a me!
Senza lasciar le spalle della ragazza, ribevve, poi le tese nuovamente la bottiglia.
Gliela offriva tenendola molto alta in modo ch'ella dovesse allungare il collo per raggiungerla; poi, quando la bocca rossa e carnosa stava per afferrarla, per gioco spostava la mano di qua e di là. Ripetutamente, Mariutine, a labbra tese per prendere a volo la bottiglia, se la vide sfuggire; infine riuscì ad afferrarla e a tenerla per un attimo, ma Barbe Zef ridendo come un matto tirava per ritoglierla, ed anch'ella rideva: a scatti, convulsamente, presa da un'irrefrenabile ilarità.
— Tocca a me!...
— A me!...
Tira da una parte, tira dall'altra, nel gioco, dalla bottiglia a mezzo vuota, una sgorgata le inondò la faccia ed il collo.
Allora Barbe Zef cambiò repentinamente umore. Il fatto dell'acquavite versata, sprecata, l'aveva evidentemente contrariato, e mentre girava per tutti i versi la bottiglia quasi per misurare la quantità del contenuto rimasto, il suo volto era diventato tetro ed arcigno, mentre la cicatrice dell'occhio offeso tremava visibilmente d'un tremito nervoso.
— Tu piaci al gobbo — dichiarò a un tratto sbattendo con disprezzo la bottiglia sulla tavola. — Che credi?... Che quel cane là, che si è fatto ricco prestando denaro ad usura, succhiando il sangue alla povera gente, speculando su tutti i mestieri, sia diventato a un tratto tanto generoso da regalar tutta questa roba così, senza scopo? Ah, ah ah!... Quello, capisci, senza interesse non dà neppure una goccia d'acqua a un moribondo. Ma è un donnaiolo e un libertino; e gobbo davanti e dietro, e brutto e vecchio a quel dio com'è, non ha ancora smesso. Tiene una casa a Belluno... so anche dove... E trova il suo interesse anche là: serve prima sè, e poi gli altri. Ha avuto più donne quello, che capelli in testa. Tutte le fantatis che sono andate a servir da sua madre, poi tutte quelle di sue cognate; e tante e tante altre ancora. Tu gli piaci, ti dico. Ha messo gli occhi su di te. E da me aspetta che io gli faccia il ruffiano.
Per quanto Mariutine s'accorgesse del tono irritato di Barbe Zef, non riusciva a seguire che a sbalzi il filo del lungo discorso e non comprendeva bene i motivi dell'ira di lui. Fin dall'infanzia era abituata all'improvvisa loquacità, ai litigi, alle smargiassate, e agli intenerimenti subitanei di Barbe Zef quando era ubbriaco. Quella sera, se non lo era ancora del tutto, ben poco però ci mancava: se le cose che diceva potevano parer normali, non lo erano affatto i gesti con cui le accompagnava: il tartagliare, lo strabuzzar degli occhi, il torcer del collo. Già la sua faccia era così congestionata da parer gonfia: bisognava assolutamente impedire che bevesse una goccia di più.
Perchè mai era tanto adirato con Compar Guerrino?... Compar Guerrino era stato molto gentile e generoso con loro, ma tutta la famiglia degli Àgnul era stata buona e cordiale. Una serata come quella che avevan passato, chissà quando sarebbe tornata.
Pur non avendo bevuto molto, il digiuno e la grande stanchezza di Mariutine avevano fatto sì che il poco fosse bastato a trasformare la sua depressione in un felice ottimismo, in una svaporata spensieratezza quali non le era avvenuto mai di provare. In quel casolare sperduto in mezzo alla neve, dinnanzi al fuoco che stava per spegnersi, lontana da tutti, ignorata da tutti, sola con quell'uomo mezzo ubbriaco, si sentiva il cuore così allegro e così leggero che, se non avesse temuto di spiacere a Barbe Zef, si sarebbe messa a canterellare.
Barbe Zef invece, colla sua testa fra le mani, assorto in tetre meditazioni, guardava nel vuoto, ed il suo volto lentigginoso dalla parte della cicatrice sembrava ridesse, dall'altra rimaneva ottuso, immobile, quasi lugubre.
— Io ti dico — riprese in tono di vaticinio, appuntando l'indice verso Mariutine, — io ti dico che questa notte, mentre dormivo, «quello» è entrato pian piano nella stalla. Non credi?... Io ti dico di sì, che l'ho visto ed udito. Ah, ah, quant'era buffo! Era in mutande e col cappello in testa; la gobba gli faceva due punte, una davanti e l'altra di dietro, i suoi sgambirloni sembravano le aste di un compasso. L'ho sentito; ma ho finto di russare, e lui allora si è messo a parlarmi sottovoce all'orecchio. E diceva: — Compare... Compare...
Che cosa Compar Guerrino gli aveva detto effettivamente, o che cosa Barbe Zef supponesse di aver udito, Mariutine non fu in tempo d'afferrare, chè, interrompendo bruscamente il suo dire, Barbe Zef tese il braccio attraverso alla tavola per ripigliare la grappa.
— No, Barbe, no! — esclamò vivamente Mariutine, e colla destra afferrò a mezz'aria il braccio dell'uomo e lo tenne, coll'altra raggiunse prima di lui la bottiglia, e se ne impadronì.
Barbe Zef rimase per un istante come sbalordito di tanta audacia fissando la ragazza, poi, senza pronunciare parola, levò alta la mano che aveva libera, e in piena faccia le sbattè un ceffone così duro e brutale, ch'ella cacciò un grido.
— Barbe Zef! — esclamò colle lagrime agli occhi. Ma non allentò la sua presa, anzi, scavalcata d'un balzo la panca e passata dall'altra parte, saltò sulla pietra del focolare, girò, e mise la tavola fra sè e l'uomo.
— Siate ragionevole, Barbe Zef; — pregò al di là del facile baluardo — non bevete più per questa sera; lasciate la grappa in custodia a me; vi prometto di rendervela domani. Ma stassera, no!
In silenzio, egli continuava a fissarla, immobile, coll'unico occhio freddo e cattivo; ed anche Mariutine lo fissava, inquieta; e nessuno dei due, l'uno di qua l'altro di là della vecchia tavola zoppa, faceva un movimento.
Ma ella all'improvviso tossì, e questo bastò perchè l'uomo si slanciasse verso di lei per agguantarla.
Benchè scosso dall'alcool, saltava come un camoscio di qua e di là, barcollava e inciampava, ma si rimetteva subito, mugolando fra i denti così, che non si capiva se imprecasse o ridesse.
Ed ella via: svelta, scalza, come il topo dal gatto gli sfuggiva; tenendo una mano sulla guancia rossa e dolente, nell'altra serrando forte la bottiglia dell'acquavite.
Infantilmente, aveva già perdonato il suo ceffone a Barbe Zef, e mostrava di avere di lui più paura che in realtà non avesse; anzi da quell'inseguimento, dalle sue stesse astuzie per non lasciarsi cogliere, un piacere e un'ilarità le venivano come da un gioco.
Il puerile amor proprio di non lasciarsi raggiungere l'eccitava: quante volte, nelle aie delle fattorie dove un tempo passavano colla madre e con Rosùte, aveva corso e giocato così, «ai quattro canti», senza che nessuno dei ragazzi della sua età riuscisse mai ad acchiapparla!
La cucina era tanto angusta che tutta la schermaglia si concentrava tra il focolare e la tavola: come una barricata, la tavola difendeva e separava l'acquavite e Mariutine dagli assalti di Barbe Zef, e quello era il vantaggio che non bisognava perdere.
Sul focolare gli ultimi tizzoni finivano di bruciare fiaccamente, e solo il fanaletto da montagna, col suo vetro torbido e affumicato, spandeva intorno un piccolo cerchio di luce. Petòti disorientato correva qua e là, ora alle calcagna di Barbe Zef, ora a quelle di Mariutine, ed il suo abbaiare disorientato e a scatti esprimeva insieme orgasmo e perplessità.
Ed ecco a un tratto, forse per una mossa sbagliata, forse per una momentanea distrazione, Mariutine sta per perdere il suo vantaggio: ecco che le mani e l'alito grosso di Barbe Zef sono su di lei.
— Ah!...
Anzichè girare la tavola ella balza in piedi sopra di essa, e con un salto discende dall'altra parte, ma Petòti, perdendo completamente la testa, l'afferra alla gonna, e tavola, fanale, ragazza e bottiglia crollano giù in terra tutti in un mucchio.
Si udì il fracasso di vetri spezzati, il crac di vecchio legno che si schianta, il furioso abbaiar di Petòti: poi, completa oscurità e silenzio.
Così passò qualche istante. Indi, da quel cumulo di rottami uscì un singhiozzare sommesso, e, fra i singhiozzi, una voce ansiosa si mise a supplicare:
— Perdonatemi, Barbe Zef. Non l'ho fatto apposta, Barbe Zef. Sono caduta; non volevo rompere la bottiglia, Barbe Zef.
Nessuna risposta.
Cadendo, Mariutine si era ferita con un vetro, e dal polso le colava un filo di sangue, ma ella non se ne curava, nè sentiva il dolore, tutta presa dal rimorso e dal timore. Il fatto d'aver mandato a pezzi la bottiglia della grappa, appariva ai suoi occhi infantili come un'enorme, come un'imperdonabile colpa.
— Egli crede certamente che io l'abbia gettata in terra apposta per non rendergliela, per puntiglio, — pensava, e i suoi singhiozzi si facevano più forti e più disperati.
Non osava levarsi, camminare, per paura di urtare nel buio in Barbe Zef il cui silenzio profondamente la preoccupava e rimaneva là per terra a piangere, cercando invano, attraverso alle lagrime, di penetrare l'oscurità e di capire almeno dov'egli era, e che cosa faceva.
Ma non discerneva assolutamente nulla, se non, or sì or no, gli occhi di Petòti, brillanti come due lampadine elettriche nell'angolo più fondo della cucina. Anche Petòti stava immobile ed aveva paura.
Tastando con la mano intorno a sè il pavimento e le pareti, Mariutine aveva potuto individuare il posto dov'era caduta: alcuni sacchi vuoti, umidi e odoranti di muffa, ammucchiati in quell'angolo da tempo, le avevano impedito di spaccarsi la testa contro la pietra del focolare. Ella era senza scarpe, ed aveva freddo; la sua leggera ebbrezza era svanita completamente.
Di lui nessun segno; ma la sua presenza era sensibile come quella d'una grossa bestia: la presenza, il respiro, la collera, la vita: tutto questo era, era là; e pareva che il silenzio ne fosse pieno, e vibrasse soltanto di questo e per questo.
— Barbe Zef, perdonatemi! — ripetè supplichevolmente Mariutine. — Vi giuro che non l'ho fatto apposta. Vi domando perdono in ginocchio, Barbe Zef!...
E nessuno rispondeva; ma forse egli camminava lungo il muro, forse muoveva carponi, brancolando, nel buio?...
— Dove siete, Barbe Zef? Perchè non parlate? — interrogò con angoscia Mariutine, sollevandosi a sedere, tendendo l'orecchio.
Ed in quello due dure mani l'afferrarono alle cosce, una bocca anelante le cercò le mammelle, e Barbe Zef si abbattè su di lei, e violentemente la prese.
Era notte quando Mariutine riprese coscienza di sè e di quanto era avvenuto. Un tempo incalcolabile era trascorso dal momento ultimo, ch'ella ricordava con atroce chiarezza, a quello del suo risveglio. Minuti? Ore?... Un tempo in cui era stata proiettata fuori della vita. In quel tempo non aveva pensato, non aveva sofferto; era rimasta là come morta. Ora il dolore fisico, e più ancora l'arido ardore della febbre ed una bruciante sete, la richiamavano alla realtà.
E la realtà era quel corpo di maschio abbandonato con tutto il suo peso sopra il suo corpo, quelle vesti scomposte, quella bocca che le alitava in volto il suo respiro.
L'uomo dormiva; dopo l'amplesso, la sbornia l'aveva completamente atterrato.
Mariutine ne riprese all'improvviso coscienza con un ribrezzo così profondo, che per qualche istante continuò a giacere sotto di lui ad occhi spalancati, gelida, incapace del minimo atto di volontà. Si sentiva avviluppata in uno di quei silenzii dove pare non debba accadere più nulla; dove vita, morte, gioia, dolore, sembrano aboliti per sempre: un silenzio simile al nulla; definitivo.
Petòti venne a leccarle le mani.
Allora, poco a poco, poco a poco, tremando in tutte le membra, con infinite precauzioni ella staccò da sè una alla volta quelle braccia che ancora la tenevano, quei piedi calzati di grevi scarpe che le contundevano i polpacci, quella testa calva che le schiacciava la spalla. Allungandosi, appiattendosi, rientrando quasi nella terra, con movimenti impercettibili riuscì a sgusciare di sotto all'uomo, ed a mettere della distanza fra sè e lui. Quale bruciante sete! Quanto male in tutte le ossa!...
L'acqua era là, nella secchia, all'altro angolo della cucina. Vi si accostò e ne bevve un gran sorso. Sentì gelo e odore di terra. La fronte le ardeva; aveva delle fitte alla nuca; la sensazione che tutto il suo corpo fosse contuso e lacerato.
Sedette sulla pietra del focolare, piegata in due, colla testa che le toccava le ginocchia, così esausta, che si sentiva prossima a svenire.
A svenire o a morire?... Ah, meglio morire, non patire più, non faticare più, non sapere più nulla! Riposare per l'eternità, come la sua povera mâri!...
Egli dormiva; e quel suo russare simile a un rantolo, e lo sguaiato abbandono di quel corpo coperto di stracci color terra che si confondevano colla terra, avevano qualche cosa di grottesco e di lugubre. Ora dormiva. Avrebbe forse continuato a dormire per ore ed ore. Certi suoi sonni dopo una sbornia avevano durato una giornata intera. Ma, e domani? E dopo?...
Dalla finestretta entrava un barlume di scialba luce. Era ancora notte, o l'alba era vicina?
Sì, era l'alba; le pecore belavano; Petòti guaiva e grattava la porta per uscire; la vita riprendeva: la vita, coi suoi bisogni, coi suoi istinti, coi suoi diritti, colle sue aspre necessità. Ed anzitutto il morso aspro e pungente della fame e del freddo...
C'era un pane quasi intero sulla tavola, ed ella l'afferrò prima ancora che la volontà ed il pensiero le dicessero: prendilo; l'afferrò e lo portò alla bocca senza spezzarlo, mordendolo voracemente, ingoiandone grossi pezzi senza masticarli, senza trarre quasi respiro. Mangiava e piangeva; le lagrime le colavano giù per le guance, e il loro sapore salato si mescolava a quello del pane.
Poi, mossa dallo stesso prepotente istinto, come una sonnambula attraversò la cucina, andò alla tettoietta dove era custodita la legna, e caricatasene sulle spalle un fastello, rientrò di corsa e accese il fuoco.
E invece l'indomani il sole si levò come sempre lento lento nel cielo, calò dietro le alte cime che si tinsero tutte di rosa; il gregge uscì per andare al ruscello, rientrò nell'ovile; Petòti mangiò, abbaiò, dormì; le civette del Bosco Tagliato mandarono per l'aria il loro lugubre grido, poi tacquero; l'ombra discese sulla montagna, senza che nulla, assolutamente nulla, sorgesse a dimostrare o a ricordare che qualche cosa di anormale era avvenuto.
Nella notte stessa, Mariutine aveva portato le coperte e gli stracci di Barbe Zef nello stambugio delle galline, e senza obiezioni, svegliatosi dal suo pesante sonno di ubbriaco, egli vi aveva acconciato alla meglio la sua cuccia.
Nelle notti seguenti ella attendeva per coricarsi d'esser certa ch'egli dormisse, e solo allora entrava cauta nella sua stanzetta, e adagio adagio, in punta di piedi, trattenendo quasi il respiro per non rammentare la sua esistenza a colui che giaceva di là della fragile parete, accatastava contro la porta quanto di pesante le capitava sottomano.
Non si spogliava; con una coperta addosso, colle scarpe ai piedi, si stendeva sull'alto letto scricchiolante, e per ore ed ore, rabbrividendo di freddo e di paura, non riusciva a chiudere gli occhi.
Ma nulla avveniva: le lunghissime notti, le brevi giornate, trascorrevano tranquille e senza alcun mutamento.
Ella non cantava più, ma accudiva alle sue faccende con un'attività resa più intensa dal bisogno di sfuggire «quel pensiero»; l'altro andava e veniva come di consueto dal casolare al bosco, alla motta; lo si udiva smartellare sotto la tettoietta, o fischiettare accanto al fuoco intagliando piccoli rastrelli, secchielli, cavallucci di legno, ciotole e cucchiai. Non era più sceso ai paesi; si contentava di una scodella di jote e d'un sorso d'acqua: sulla sua faccia nera ed ottusa non si leggeva il riflesso di qualsiasi ricordo. Aveva bevuto un po' troppo e dormito un giorno intero: svegliandosi, aveva ripreso la solita vita: ecco tutto.
Se mai una lieve sfumatura di mutamento c'era, questa si limitava ad una maggiore scontrosità dell'uomo, il quale ora apriva bocca appena due o tre volte al giorno, e solo costrettovi dalla necessità. Allora i suoi occhi evitavano di incontrare quelli di Mariutine. Null'altro. Ella aveva finito per rassicurarsi.
La limpidità del cielo e l'altezza della neve che sotto il freddo pungente stava diventando resistente come ghiaccio annunciavano un inverno di eccezionale durezza.
Ventisette gennaio!... Due settimane dal giorno in cui avevano accompagnato Rosùte all'Ospitale di Forni, incontrato Compare Àgnul all'osteria del «Cavallino bianco», trascorso la nottata alla fattoria delle tre ragazze... Come tutto ciò sembrava lontano!
Due settimane: e Mariutine non era ancora scesa a veder sua sorella; non aveva, si può dire, quasi pensato più a lei, tanto la pena e il turbamento per sè stessa l'avevano egoisticamente posseduta.
Il misterioso filo che lega due creature che si amano e fa sì che, vicine, con un solo sguardo, senza parole s'intendano, lontane, l'una senta il pensiero e quasi la voce dell'altra, quel misterioso filo, che la solitudine e la sventura avevano stretto ancora più fortemente tra lei e Rosùte, si era momentaneamente interrotto.
Rosùte!... Ah, Mariutine non l'aveva dimenticata, no. Ma si era fatta notte nell'anima sua, e in quelle tenebre l'immagine della sorella, l'unica che avrebbe forse potuto darle qualche conforto, si era anch'essa sprofondata, inabissata.
Ora tornava. Ora sentiva nel suo cuore la cara piccola Rosùte chiamarla, rimproverarla: — Perchè, perchè, Mariutine, m'abbandoni così? — E la rivedeva dappertutto: lungo il ruscello; dietro le pecore; addormentata là al suo fianco nel letto; seduta al sole sulla soglia del casolare, col suo ciuffetto ritto e la sua gambetta fasciata, come stava spesso negli ultimi tempi.
Chi sa con quale impazienza, ma anche con quale sicurezza, Rosùte li aveva attesi all'Ospitale la scorsa domenica!... Con quali occhi aveva veduto i parenti degli altri piccoli malati popolare le corsie, intrattenersi con loro, mentre ella rimaneva sola, senza nessuno, nessuno, accanto al suo lettino! E tuttavia fino a notte aveva continuato indubbiamente ad aspettare, a credere, ad essere certa!... E le ore passavano, ed uno ad uno i visitatori se ne andavano, nelle sale si accendevano i lumi, si distribuivano le cene, entrava la suora per le preghiere della sera... Povera piccola Rosùte!... Ah, ella forse non si era lamentata, non si era fatta vedere a piangere, ma Mariutine, attraverso alla distanza, sentiva con pungente sofferenza la sofferenza di quel piccolo cuore deluso.
— Perchè, perchè, Mariutine, mi abbandoni così? — La voce dolente della sorellina la chiamava ora con tale insistenza, che ella ne tremava fin nel profondo dell'animo.
La prossima domenica bisognava assolutamente scendere a Forni.
Ma per scendere, c'era bisogno imprescindibile di Barbe Zef: non poteva una donna sola per quanto robusta ed avvezza alla montagna, arrischiare con una neve di quel genere la doppia traversata della valle.
C'era bisogno di Barbe Zef; e poichè egli non apriva bocca nè su questo nè su altri argomenti, aver bisogno di lui significava accostarglisi, parlargli, prendere degli accordi: in una parola, rompere la fragile barriera del silenzio, e romperla per chiedergli cosa che forse non gli era gradita. Durante tutto quel tempo non aveva egli mai accennato a Rosùte, al suo male, e tanto meno al desiderio di rivederla.
Mariutine sentiva vivissima contrarietà di chiedere un favore a Barbe Zef, ma l'ansia di riveder la sorella superava in lei qualunque considerazione.
Quando infine, dopo aver lungamente esitato, rimandato, ed infinite volte ripetuto nella mente quanto doveva dirgli e come, ella si decise col batticuore ad affrontare Barbe Zef, inutilmente lo cercò sotto la tettoia, nel bosco, alla motta: in tutti i luoghi dov'era abituato a stare e ad andare.
E scomparso era pure il vecchio gabbano militare, eredità dei soldati dal tempo di guerra, ch'egli metteva qualche volta durante i grandi freddi, e le scarpe buone, che calzava solo quando scendeva ai paesi.
Era un giovedì; un tempo bellissimo: egli era evidentemente partito di buon mattino, e senza dir nulla, senza avvertire: ciò che dopo la morte di Catine non era mai avvenuto.
Le ore del desinare e della cena, e quelle interminabili della serata invernale, passarono l'una dietro l'altra senza novità. Di tratto in tratto Mariutine socchiudeva la porta della baita, e mandava fuori Petòti.
— Ascolta, Petòti, ascolta: arriva il padrone?...
Era già scuro: l'inquietudine la prendeva: la montagna era così traditrice che anche i più esperti potevano temerne le insidie. Che fosse successo qualche cosa di male a Barbe Zef?...
Malgrado tutto, egli rappresentava l'unico essere che impedisse a lei e alla sorella di sentirsi completamente sole e abbandonate sulla terra, colui che le aveva ricoverate e raccolte invece di lasciarle andar mendicando, colui che dai più lontani ricordi era nei suoi ricordi... Malgrado tutto, Barbe Zef era la famiglia, la casa; ella gli doveva riconoscenza, e gli era ancora ingenuamente affezionata...
— Ascolta, Petòti, ascolta!...
Ma Petòti, tutt'altro che soddisfatto di uscire con quel gelo, rientrava in fretta a coda bassa senza dar segno di nulla. Il cane aveva qualche volta un modo di guardare socchiudendo un occhio ed un'espressione melensa, che lo facevano somigliare stranamente al suo padrone.
Benchè il fuoco fosse acceso e costantemente tenuto vivo fin dal mattino, il freddo era tale che sull'acqua della secchia s'era formata una crosta di ghiaccio.
Aspetta e aspetta, finalmente Mariutine si persuase ch'era assurdo pensare che a quell'ora e con quella temperatura Barbe Zef fosse in cammino verso la baita. No, egli avrebbe dormito in qualche cascina od osteria di pedemonte, ed attenderlo durante la notte era del tutto inutile.
Ella si decise finalmente a coricarsi. Almeno Barbe Zef, se era sceso a Forni, fosse andato a vedere Rosùte!... Possibile che non ci avesse pensato?... Ma in ogni modo, questo viaggio misterioso di lui, a così breve distanza dalla domenica, rendeva certo più difficile il chiedergli, e l'ottenere, di tornar giù presto un'altra volta a veder la bambina.
Malgrado la certezza che ormai per quella notte egli non sarebbe rientrato, Mariutine rimase lungamente desta, in ascolto. Il silenzio era così assoluto, che sentiva il suo cuore battere, e si sarebbe udito un respiro. Solo di tratto in tratto l'atroce grido delle civette del Bosco Tagliato...
Ella non aveva paura: al suo posto, qualunque altra ragazza, abbandonata durante una lunga notte in un casolare sperduto sulla montagna, avrebbe pianto e tremato. Ma la vita era stata così dura per lei, e con una esperienza così diversa da quella della maggioranza delle creature della sua età, che le situazioni più strane, i disagi, le privazioni, i pericoli d'ogni genere, trovavano il suo animo non incosciente o agitato come avrebbe potuto essere quello di una bambina, ma temprato e quasi rassegnato alla sofferenza come quello d'una vecchia.
Passò qualche tempo. Ella aveva finito per assopirsi, quando il cigolar della porta e il rumore d'un passo la svegliarono di soprassalto.
Un soffio d'aria gelida le investì la faccia; ella si rizzò a sedere sul letto col cuore che le batteva a gran colpi.
Col suo grosso gabbano sulle spalle e il fanale acceso in mano, Barbe Zef era già nella stanza.
Tutto questo fu così rapido e improvviso, che Mariutine non riuscì a trattenere un grido. Ma istantaneamente sentì di dover dissimulare il suo spavento, impedire che l'altro se ne accorgesse.
— Ah, siete voi — balbettò, cercando di parlare con voce tranquilla. — Siete voi, Barbe Zef. Ora scendo ad accendere il fuoco, vi riscaldo la zuppa.
— Non importa — disse l'uomo, e si sbarazzò del gabbano, lo buttò gelato in un cantuccio per terra, posò il fanaletto sul coperchio del cassone.
— Un po' di zuppa calda vi farà bene; ora scendo, — incalzò ella con orgasmo senza staccare gli occhi da lui, ma senza muoversi, inchiodata nella posizione e nel gesto. — Siete stato a Forni? Avete visto Rosùte? Come mai siete andato giù senza dir niente?
Interrogava con vivacità convulsa, senza attender risposta, temendo che il silenzio cadesse tra loro.
— Ho sonno — articolò egli con un lungo sbadiglio, e mosse due passi incerti verso di lei.
Mariutine si era coricata tutta vestita e con fulminea mossa si buttò giù dal letto. La coscienza e l'angoscia del pericolo la possedevano, ma insieme la speranza di stornarlo, di dare un diversivo ai pensieri dell'uomo.
— Prima mangiate e poi dormirete, Barbe Zef — disse con fermezza, e in così dire tremava tutta. — Venite, venite in cucina, chè dev'esserci ancora della brace, e in due minuti accenderò il fuoco. Intanto ditemi. Avete venduto il carbone? Avete incontrato qualcuno di conoscenza? Siete passato dagli Àgnul? Siete andato a trovare la frute?
E mentre pronunciava queste parole senza quasi rendersi conto del loro significato, tentando di distrarre l'uomo, insensibilmente si spostava verso l'uscita dello stretto andito fra il letto e il muro, e si faceva piccina piccina, sorvegliando i movimenti di lui, spiando l'attimo, per strisciar via inosservata, o scavalcarlo con un balzo improvviso.
Ma Barbe Zef ostruiva completamente il varco colla sua persona, e piuttosto che retrocedere o spostarsi per lasciarle il passo, inoltrava verso di lei, ingolfandosi in complicate spiegazioni.
— La frute?... No, non ho visto la frute. E chi si ricorda della frute. Barbe Zef non ha frute. Barbe Zef ha il carbone. Sono stato dagli Àgnul. Ursule ha avuto l'anello dell'impromessa. Indovina da chi? Dallo zoppetto, il biondino che suonava l'armonica: ti ricordi? Tutti i gusti son gusti. Le nozze a S. Martino; e ci hanno invitati. Ah, ah! Il tuo spasimante non ti perde di vista. Ha pazienza, il gobbo!... Ma tu, che fai? Perchè tenti di scappare? Io non ho bisogno di mangiare. Resta qui chè parliamo un poco; è tanto tempo che non si parla.
Con un fremito, Mariutine si accorse ch'egli non era completamente ubbriaco. L'insolita loquacità era ancora troppo sensata e contenuta, per derivare da un totale abbrutimento: era piuttosto la così detta «allegria», quel grado di mezza ebbrezza che modifica l'esteriorità del carattere senza intaccarlo in profondità, e l'uomo aveva sulla faccia il suo riso melenso, ma nell'occhio socchiuso, sfuggente, il riflesso d'un istinto subdolo e deciso.
Fosse stato completamente ubbriaco, poichè ormai purtroppo non si trattava più di sorpresa, Mariutine avrebbe potuto forse sperare di sfuggirgli coll'astuzia, o liberarsi colla fuga, o con una spinta cacciarlo ruzzoloni per terra, ma così, era vano illudersi di poterlo ingannare come di poter difendersi: l'uomo era padrone di sè.
Guardandolo, ella ne ebbe precisa coscienza, e di colpo si sentì perduta.
Sola sulla montagna con lui. Gridare, fuggire? Chi l'avrebbe udita? Chi l'avrebbe soccorsa?... Dove andare?... Dove, dove, dove, trovare asilo e pietà?
Ora egli le si era accostato, le posava le sue scabre mani sulle spalle quasi in una ruvida carezza, le toccava il seno, le dava del piccoli colpi sulle braccia e sul collo, come avrebbe fatto per acquetare una cavallina.
Uno sconforto, un abbattimento, una mortale fiacchezza — il senso dell'inutilità d'ogni atto o parola — si impadronirono della fanciulla.
Anzichè continuare a cercar scampo lungo il fianco del letto verso l'uscita, poco a poco, debolmente sfuggendo a lui che la sospingeva, indietreggiava contro il muro... Finchè vi si addossò colle spalle, livida, senza lagrime, celandosi colle mani la faccia.