Paola Drigo
Maria Zef

PARTE QUARTA

Precedente

Successivo

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

PARTE QUARTA

 

Nei giorni che seguirono, ella parve aver accettato dalla sorte anche questo, come aveva accettato prima tutto il resto. Ma la povertà, la solitudine, l'aspra fatica, le aveva accettate con occhi ridenti ed ingenui, le aveva accettate cantando; «questo», le aveva foggiato improvvisamente un volto duro, spento, l'aveva invecchiata in pochi giorni di molti anni.

Ella, che non aveva mai assomigliato a sua madre, ora, malgrado i capelli biondi e la pelle chiara, nell'espressione senza luce le assomigliava.

L'uomo ormai si coricava con lei, e la prendeva quando voleva, così come mangiava, come dormiva, senza più rammentarsene dopo, o — forse — sentendo intermittentemente un confuso senso di vergogna e quasi di rancore che, quando l'istinto taceva, gli suggeriva, piuttosto di sfuggirla che di accostarla.

La sera ch'era tornato da Forni, doveva aver portato con della grappa ed averla nascosta, forse sotterrata, per berla non veduto, chè spesso il suo sguardo aveva quell'ambiguo ammiccare, ed i suoi movimenti quell'orgasmo, che in lui erano il segno sicuro dell'alcool.

Mariutine se ne accorgeva, ma ormai aveva rinunciato a sorvegliarlo. L'indifferenza, l'apatia più profonda, le colmavano il cuore.

Tra i due gravava un silenzio opaco, ed i loro rapporti erano improntati a fatalità e tristezza.

 

Un'altra domenica era passata senza che nessuno scendesse a Forni a veder Rosùte.

Barbe Zef pareva aver dimenticato completamente la bambina come se ella fosse morta, e non da ieri, da anni; Mariutine pensava a lei in tutte le ore e in tutti i momenti della giornata. Nell'indifferenza mortale che era piombata a schiacciarle il cuore, quello era ancora l'unico punto vivo.

E tuttavia un sentimento indefinibile di pudore, di dolore, di cocente umiliazione, le rendevano impossibile d'affrontare lo sguardo di Rosùte.

Si conoscevano così bene; ciascuna sapeva così sicuramente leggere nel pensiero dell'altra, che non potevano aver segreti, ed a Mariutine pareva che Rosùte, al primo posare lo sguardo su di lei, avrebbe dovuto gettare un grido.

Inutilmente tentava di dominarsi, di ragionare; inutilmente si ripeteva che, nulla essendo palesemente cambiato nella sua persona, Rosùte era troppo piccina ed innocente per potere, nonchè indovinare, avvicinarsi alla realtà. Via via che i giorni , la sua riluttanza, anzichè diminuire, aumentava, e con essa aumentava la sua complessa sofferenza.

Sofferenza che non era esclusivamente morale: i lineamenti stanchi, il pallore del volto, la piega amara della bocca, non riflettevano soltanto il profondo mutamento ch'ella, senza definirlo, sentiva in , — devastazione di tutto ciò che poteva significare letizia, speranza, amore — ma anche uno strano malessere fisico che la spossava in tutte le membra.

La vita delle bestie l'aveva istruita precocemente su molte cose della natura, ma il male che sembrava intaccarla alle radici dell'anima e del corpo, possibile che fosse già — che «potesse» essere — a così breve distanza dai suoi primi rapporti coll'uomo, l'annuncio della maternità?

Madre, lei!... Il rossore le invadeva le tempie, la fronte, a quel dubbio; il cuore le batteva fino in gola. Possibile?

Ed essere sola, completamente sola, senza una creatura umana a cui confidarsi, a cui chiedere consiglio e pietà!...

Barbe Zef subdolamente evitava ogni più di trovarsi faccia a faccia con lei, anzi a stento dissimulava la sua contrarietà s'ella si offriva di aiutarlo in qualche lavoro. Fosse viltà o disagio, ella non esisteva per lui se non quando, a notte, senza vedere il suo viso, senza udire il suo pianto, come il cane prende la cagna, la prendeva, la lasciava, e piombava nel sonno.

Ella si sentiva così malata, così umiliata e così sola, che talvolta credeva di impazzire.

In certe giornate che parevano non finire mai, grigie, monotone, uguali, il bisogno di rompere l'atrocità del silenzio, di comunicare con qualche essere vivente, la spingeva a parlare colle pecore o con Petòti. Oppure fuggiva correndo dalla baita, raggiungeva il Bosco Tagliato, entrava nella ceppaia, e si buttava a terra, tra un moncone e l'altro, colla faccia contro il suolo. Così rimaneva lungamente, immobile, senza sentire il freddo, senza piangere, quasi senza pensare...

Ah, se il gelo della morte l'avesse colta, e addormentata per sempre!...

Invece, a poco a poco, il suo sconforto, la sua agitazione si placavano. Un senso di rassegnata pace scendeva sul suo cuore. Si sollevava a sedere, si guardava intorno...

... Perchè cercava quel luogo? Non lo sapeva ella stessa; i suoi piedi la portavano senza che se ne rendesse conto.

... Forse non per lei sola, ma per tutti, per tutti, la vita era così: un mutilato deserto?... Forse anche in tanta solitudine e mutilazione, era possibile, era necessario, accettare la vita?...

Nessuno le aveva insegnato a pregare. Speranza, luce, a lei non potevano venire dal cielo, ma, se mai, dalla terra. Ah, non da Pieri. Il ricordo di lui, oggi, raddoppiava la sua infelicità. Il pensiero di lui, oggi, era quanto di più atroce potesse turbarla.

Ma, sulla terra, un'altra creatura esisteva, dalla quale un po' di conforto, un pallido sorriso, potevano ancora venirle: Rosùte...

Avere Rosùte, non era già un dono, una speranza, una ragione di vita?... Molti non ne hanno nessuna. Il cieco che incontravano un tempo lungo il fiume non aveva altri, altri al mondo, che il suo vecchio cane.

Presto Rosùte sarebbe tornata: non alla morte, ma alla vita, bisognava pensare.

Per una strana contraddizione, mentre Mariutine così paurosamente indietreggiava all'idea di scendere a Forni e colà rivedere la sorellina all'Ospitale, il pensiero del prossimo ritorno di lei alla baita, il pensiero di riaverla sempre con , le appariva come la salvezza. Per quale miracolo, la sua mente non riusciva a precisare, ma ella era certa che al ritorno di Rosùte anche la sua atroce sorte sarebbe dovuta mutare!

Era tardi; le giungeva all'orecchio il guaito di Petòti che, al limitare della ceppaia, senza osare di entrarvi, inquieto la chiamava. Era l'ora in cui i lupi scendono verso le valli; non una voce giungeva dalla pianura, non un segno della presenza di creature umane; le vette della Cridola e del Tudaio si ergevano spietate dinnanzi ai suoi occhi; una natura tragicamente immobile, velata di mortale candore, circondava la ceppaia su cui scendevano rapide le ombre della sera. Solo dal bosco vicino, malgrado il gelo, lievi rumori, fruscii, sibili sommessi, annunciavano la presenza, o il risveglio, di una misteriosa vita notturna.

Tra poco le civette avrebbero mandato per l'aria il loro funebre grido...

Era tardi: bisognava rientrare. Ella s'incamminava...

 

Quando si accorse che Barbe Zef si era furtivamente allontanato dalla malga una seconda volta, un impeto d'indignazione le sollevò il cuore.

Un sacco di carbone, le scarpe buone, il gabbano, mancavano: egli era sceso a Forni.

Ah, ella non l'aveva odiato mai, e tuttora era incapace di odiarlo; aveva sopportato tutto: la repugnante promiscuità e l'atroce solitudine; la violenza e l'indifferenza; ma questo, questo, di fuggire come un ladro senza mettersi d'accordo con lei circa alla bambina, per tornare probabilmente come l'altra volta senza averla veduta, senza essersene ricordato, le pareva tale crudeltà e disumano egoismo, da sollevare tutto il suo essere in un impeto di ribellione.

Si sentiva così male quel mattino, stordita e spossata come dopo una febbre; le labbra aride; delle bollicine rosse, di cui non spiegava la causa, apparse improvvisamente sul palmo delle sue mani; sul suo corpo, altre manifestazioni strane la inquietavano profondamente.

La notte, aveva sognato che Rosùte, anzichè guarire, peggiorava, e dovevano amputarle la gamba. Sogni, dovuti all'eccitazione febbrile e al tarlo del pensiero fisso, ed ella non credeva ai sogni; ma si era destata egualmente di soprassalto come se un gelido artiglio le avesse ghermito il cuore: aveva abbandonato sua sorella! ... E di quel sogno le era rimasta un'impressione così forte, che se Barbe Zef le avesse detto: — Oggi scendo a Fornisuperando ogni vergogna, ogni esitazione, sarebbe scesa con lui, o almeno l'avrebbe costretto a giurarle di recarsi egli stesso senza indugio all'Ospitale a prender notizie. Non era necessario, anzi urgente, informarsi anche dell'epoca nella quale Rosùte sarebbe stata rilasciata?

Ma forse... forse questa volta egli l'aveva spontaneamente fatto. Possibile che il suo cuore fosse arido al punto di abbandonare totalmente una creaturina che in fondo gli apparteneva? Possibile ch'egli passasse un'altra volta davanti all'Ospitale senza alzare gli occhi a quelle finestre, senza bussare a quella porta, senza ricordarsi di Rosùte?... Perchè pensare a tanta disumana freddezza, prima d'esserne certi? Perchè giudicare così male?

Il suo malessere fisico, frattanto, aumentava, e tornò ad accaparrare tutta la sua attenzione. Prese un pezzo di specchio e si guardò: vide riflettersi in esso un viso smagrito, due occhi cerchiati da profonde occhiaie; persino i capelli, dianzi leggeri e ariosi come una nube d'oro, si erano fatti di un biondo opaco, aridi, senza riflessi. E quelle bollicine rosse?... Ah, ella era malata, più malata che non credesse. Ma che cosa aveva? Che cosa aveva?... Che fare? Che pensare?

All'improvviso rammentò d'essere andata una volta con sua madre a consultare una donna che tra i montanari era in fama di grande sapienza. Si diceva che guarisse i mali più restii con succhi di erbe della montagna, con empiastri e decotti ch'ella stessa componeva. Abitava in piena solitudine una baita poco sopra alla Malga Varmòst sul fianco meridionale del Tudaio.

Quella volta, con sua madre, vi erano salite al principiar dell'inverno, quando pastori e mandriani avevano già abbandonato la montagna, e della donna Mariutine rammentava poco o niente; le era rimasta soltanto l'impressione che fosse una vecchia conoscenza di sua madre. Nient'altro.

Andare ?... Profittare dell'assenza di Barbe Zef per correre a cercarla? Era una donna, almeno, un essere simile a lei, una creatura umana... Ma erano passati degli anni dal giorno in cui colla madre avevan fatto quel viaggio, e quella poteva esser morta, o partita, emigrata in una malga lontana. Già per raggiungere la Malga Varmòst, in quelle condizioni di neve e colla sua debolezza, non occorrevano meno di due buone ore di cammino. La strada la conosceva, ma se non avesse più trovato la donna?...

Ella si sentiva così male, fisicamente tanto turbata e depressa, ed il dubbio continuamente affiorante che Barbe Zef tornasse senza aver visto Rosùte aggiungeva tale assillo d'inquietudine alla sua inquietudine, che l'inerzia e la passività dell'attesa le riuscivano più dure di qualsiasi pericolo. Così non poteva continuare a vivere.

Si decise: denaro non ne aveva, null'altro che rappresentasse un valore, da offrire alla donna: prese una piccola forma di çuc, l'avvolse in un fazzoletto bianco, si gettò sulle spalle lo scialle, calzò le racchette, ed uscì.

Petòti le si mise allegramente al fianco, e questa volta ella non ebbe cuore di mandarlo indietro.

Pareva che il cane intuisse che la fanciulla aveva bisogno d'essere guidata ed incoraggiata, chè si mise subito deliberatamente a precederla, voltandosi di tratto in tratto ad aspettarla e a guardarla.

Dopo i primi passi, ella non sentì più stanchezza freddo, e dalla vista del cane le veniva un certo conforto.

 

E cammina e cammina e cammina...

In prossimità della Malga Varmòst, la natura si faceva più dolce, la solitudine meno sconsolata. Con un sospiro di sollievo Mariutine incominciò ad incontrare le ampie radure ghiacciate dei pascoli, i chiusi, qualche barco, e, prima assai che se lo aspettasse, bassa e scura in mezzo ad un praticello tutto bianco, la baita.

Aveva questa un aspetto triste ed abbandonato, e sarebbe apparsa completamente deserta se a pianterreno, attraverso i vetri di una finestretta, un chiarore rossastro non avesse denotato un fuoco acceso e la presenza di esseri umani.

Con un cenno, Mariutine ingiunse a Petòti di non abbaiare, e avvicinatasi alla piccola finestra trattenendo respiro, si levò sulla punta dei piedi e spiò nell'interno della baita.

Attraverso all'impannata dalle connessure stuccate con sterco secco, riuscì confusamente a discernere due figure, di cui una pareva seduta su di un basso panchetto, l'altra inginocchiata o accovacciata per terra accanto al fuoco.

Non si distinguevano bene; parevano due ombre. Ma se una di esse era la donna che Mariutine cercava, ella non era sola.

La fanciulla sentì tutto il suo orgasmo, tutta la sua impazienza, repentinamente cadere. Come osare?...

Non per la lunga corsa, ma per la perplessità e la vergogna, ora ch'era arrivata alla meta, si sentiva mancare il cuore.

Per alcuni istanti che le parvero eterni, rimase incerta e tremante fuori di quella porta chiusa, scrutando ansiosamente le due figure ignote al di della piccola impannata. Bussare o fuggire?...

Fuggire significava rinunciare a conoscere l'origine e la realtà del suo male, ripiombare nell'atroce inquietudine di prima; bussare significava accettare la più aspra delle punizioni; buttare il suo segreto , dinnanzi ad occhi umani, affrontare l'indifferenza, la curiosità, il disprezzo, tutto ciò che può ferire ed offendere, ma — fors'anche — conoscere la verità, conquistare un po' di pace, divenire un po' meno infelice.

Entrare o fuggire?...

Petòti decise per lei. Scostandosi quatto quatto dalla padrona, e dopo aver annusato in qua e in con aria sorniona, come se niente fosse si piantò sulle quattro zampe nel bel mezzo del cortiletto, e con tutta la forza dei suoi polmoni si diede ad abbaiare.

Mariutine fu appena in tempo ad indietreggiare di un passo: una delle figure da accanto al fuoco si levava, e muoveva in silenzio verso la finestra.

Con un cigolio, l'impannata si schiuse appena appena, ed allo stretto spiraglio qualcuno si affacciò.

Era una donna, più che vecchia, decrepita, col volto solcato da rughe profonde, con un fazzoletto nero legato sotto il mento; ma benchè fossero passati degli anni, più che riconoscerla, Mariutine sentì, che era lei, quella che cercava, quella che in quel giorno lontano la povera sua madre aveva consultato.

La donna fissò Mariutine con diffidenza, e nel volto scarnito i suoi occhi erano neri e vivi.

— Chi sei?

— Sono la figlia di Catine del Bosco Tagliato. Sono stata qui un'altra volta colla mâri.

— E la mâri dov'è.

— È morta. Quattro mesi fa.

— Che vuoi? — La donna interrogava in tono aspro e deciso, che contrastava stranamente col suo aspetto consunto.

Prima di rispondere, Mariutine levò all'altezza della finestretta la forma di çuc avvolta nel fazzoletto bianco.

— Vi ho portato questo — disse con voce bassa e tremante. — E vorrei parlare con voi, se mi fate la carità di aprirmi.

Attraverso all'inferriata una mano si tese ad afferrare l'involto. L'altro essere accovacciato accanto al focolare non aveva fatto un movimento.

— Sei sola?

Sola.

La donna scomparve, e dopo un istante un passo faticoso si avvicinò alla porta, il catenaccio fu tirato dall'interno, e Mariutine entrò.

Anzitutto i suoi occhi cercarono con inquietudine la seconda persona che dal di fuori aveva dianzi intravisto, e che ora avrebbe dovuto assistere al loro colloquio.

E scorse, seduta per terra su di un pezzo di vecchia coperta, come i bimbi prima di imparare a camminare, una strana creatura senza età, senza sesso, con una grossa testa su esili spalle, vestita di un camiciotto di ruvida lana scura. I suoi capelli erano canuti, la fronte grinzosa come quella di un vecchio, ma gli occhi ceruli erano limpidi, infantili.

Teneva tra le mani due o tre sassi divenuti lisci e quasi lucidi a forza di maneggiarli, e con essi quietamente giocava.

La donna riprese il suo posto accanto al fuoco; Mariutine tremante, agitata, rimase in piedi, appena al di qua della soglia.

La donna ripetè:

— Che vuoi?

Tacitamente, la fanciulla accennò col capo alla creatura che stava per terra.

Un'ombra passò sul viso rugoso della donna. Senza rispondere, prese le molle, e si mise a tormentare il fuoco. Lo attizzava, lo disperdeva, frugava nelle braci, batteva e ribatteva su di un grosso ceppo, facendo volar di qua e di le faville.

— ... Un innocente... — mormorò infine senza guardare Mariutine, anzi continuando a fissare le braci quasi si rivolgesse a stessa, od al fuoco. — Un innocente... Non parla e non ode. I maggiori errori e i maggiori dolori della vita gli sono risparmiati.

Ella aveva parlato sentenziosamente, ma a voce bassissima e quasi con dolcezza. Poi, riprendendo il tono aspro di prima:

— Che vuoi? — ripetè per la terza volta.

Anzichè rispondere, Mariutine si mise silenziosamente a piangere.

La donna distolse gli occhi dal fuoco e li fissò neri e penetranti sulla fanciulla, percorse con rapido sguardo dalla testa ai piedi il corpo di lei, il pallido volto, gli occhi da cui scendevano rade lacrime ardenti.

— Hai avuto rapporti con uomini?

Mariutine assentì col capo, senza pronunciare parola.

La donna si alzò di scatto e le si avvicinò.

— Se sei incintadisse con voce fredda e tagliente, — e sei venuta perchè io ti liberi, vattene sul momento. Non c'è nulla da fare qui. Io non mi immischio in queste faccende. Vattene.

— No, per carità, non mandatemi via! — singhiozzò Mariutine. — Sono venuta da voi per sapere, per avere un consiglio. Non so, non credo, di essere... quello che voi pensate. È così poco tempo... Da alcuni giorni mi sento tanto male, credo di avere la febbre, ma non so che cosa abbia. Ho fatto tanta strada per venire da voi: non cacciatemi via! Prima, guardate!

E protese verso la donna le sue due palme aperte, trafitte da innumerevoli punte rosse.

Tentennando la testa, borbottando fra i denti, la donna prese a malincuore tra le sue prima l'una e poi l'altra mano di Mariutine, e le scrutò con attenzione. Poi le guardò l'interno degli occhi, le gengive; le rivolse a voce bassa qualche domanda.

— Sì — no — sì... sì... — rispondeva Mariutine; ed una strana sconsolata sicurezza le veniva da quella mano che la toccava, dalla vicinanza di quello sguardo, dal suono di quella voce, che pure non aveva nulla di incoraggiante di affettuoso.

— Quanti anni hai?

Quindici... compiuti lo scorso mese.

— Non posso far nulla per te. Che tu sia o non sia incinta, non so, non si può sapere così presto. Ma sei malata di mal francese. Se sei venuta a cercarmi per conoscere la verità, la verità è questa. Volevi un consiglio? Va immediatamente all'Ospitale a farti visitare e curare da un medico. Non hai tempo da perdere.

La donna aveva pronunciato il suo verdetto lentamente, quasi scandendo le sillabe, senza staccare gli occhi dalla fanciulla:

— Ma perchè... — balbettò Mariutine. — Perchè voi... non potete far nulla per me? Indicarmi un rimedio, una medicina? So che avete curato e guarito tante persone: lo so. Perchè di me non volete occuparvi?

— Io aggiusto le gambe e le braccia rotte, faccio quello che posso contro la polmonite, contro la sciatica e contro la tosse pagana; il male che hai tu, non entra nelle mie cognizioni. Va da un medico.

— Io sono venuta da voi, io ho piena fiducia in voi, io non voglio andare dai medici.

La donna scosse il capo.

— Come tua mâridisse dopo un silenzio.

— Come mia mâri?... Che volete dire?

Dico che anch'essa, come te, non ha voluto ascoltarmi. Dai medici non è voluta andare. Quando venne qui la prima volta — parecchi anni fa — oltre al male che hai tu, era anche incinta di quattro mesi. Come a te, le ho detto: io non voglio saperne dell'una cosa dell'altra; mettiti nelle mani di un medico. Mi ha raccontato invece ella stessa più tardi che della gravidanza si era liberata prima del tempo nascostamente... Capisci?... E così per tre o quattro volte; ed ogni volta a rischio della vita... Zef l'aiutava. Ma il male, quello, ha dovuto tenerselo; e fra una cosa e l'altra, l'ultima volta che fu qui, la morte le si vedeva in faccia. Mi chiedeva ancora consiglio, ma che cosa consigliare, oramai? Se oggi tu mi avessi detto che è tuttora su questa terra, mi sarei meravigliata assai più, che nel sentirti dire che è morta.

Mariutine aveva ascoltato, aveva udito, ma pareva non avesse compreso. Non piangeva più: con occhio asciutto e torbido fissava la donna che le stava dinnanzi.

... Un caos nella sua mente... La mâri... Barbe Zef... Tutto un orizzonte ignorato, insospettato, l'oscurità degli anni infantili rotta da tragici lampi. Particolari che le erano sfuggiti ed ora le ritornavano alla memoria precisi, evidenti... I silenzi della mâri... E quel suo appartarsi, quel suo ricusare a lei e a Rosute perfino un bacio... Quella sua vigilanza sempre in allarme, sempre in sospetto... E quel suo dolore chiuso, disperato, senza speranza. E la sua pallida faccia, e il suo precipitare improvviso verso la vecchiaia, verso la morte...

— Avrei potuto tacereproseguì la donna. — Ma sei quasi una bimba e sei sola... In coscienza t'avverto: sii prudente, non fare come tua madre!

Forse il silenzio e la marmorea immobilità della fanciulla, forse qualche cosa che suo malgrado passava sul volto di lei, colpirono la donna più che le lagrime e le parole.

— Se sei stanca, prima di rimetterti in cammino, avvicinati un po' al fuoco, riposati: — disse con voce raddolcita. — E non disperarti. Alla tua età, se ti curi subito, puoi guarire completamente.

Ma ormai Mariutine non aveva più nulla da dire e nulla da ascoltare. Persino lo sguardo, persino la voce della donna, e il riverbero del fuoco che le batteva sulla faccia, la ferivano, la facevano sanguinare. Se nel caos della sua mente un pensiero, una volontà prevalevano, era quella di andar via, di essere al di di quel muro, al di di quella siepe, al di di qualunque luogo al mondo ove fossero esseri umani...

Anzichè avanzare verso il fuoco, fece un passo verso la porta.

— Te ne vai?... — chiese la donna, senza altrimenti insistere per trattenerla. — Se ti fa piacere, dopo la visita medica, torna. Tutto quest'anno mi troverai; dopo no; sono troppo vecchia per passare un altro inverno quassù... sola.

Passò la mano sulla testa canuta della creatura che aveva continuato a giocherellare coi sassi.

— Questo è più felice di tutti noi — mormorò ella. — E... coraggio!.

Grazie, e addiorispose Mariutine, con grande sforzo.

Raggiunse l'uscio, l'aperse, e seguita dal cane si gettò correndo per la montagna.

Fu soltanto dopo il tramonto ch'ella fece ritorno alla baita. Dove e come avesse passato tutto quel tempo, essa stessa non avrebbe potuto precisare.

Per ore ed ore aveva corso e camminato senza meta, non sapeva altro. Aveva errato per la montagna, si era fermata lungo il torrente, si era internata nel bosco, aveva sbagliato strada, era tornata sui suoi passi, aveva sbagliato ancora...

Ma forse aveva anche gridato, aveva pianto, aveva parlato da sola come una pazza?... Aveva pensato a morire?... Erano stati la febbre, il digiuno, a farle sentire, mentre passava correndo nel bosco, gli scoiattoli sfiorarle il volto colle lunghe code, ed un branco di lupi inseguirla urlando verso il torrente?...

Ah, non sapeva.

Baite, greggi, pastori, la fattoria degli Àgnul, la villa di Donna Emmelina, erano sorti come per incanto dalla neve dinanzi ai suoi occhi, ed erano svaniti. Leggera come un'ombra la mâri aveva camminato lungamente al suo fianco, e all'improvviso l'aveva abbandonata.

Ella era rimasta sola nella immensa solitudine...

Sulle montagne scendeva come un pallore; dalla pianura la nebbia si levava lungo i bordi del fiume, e saliva a fiotti a raggiungere le valli.

Allora, per un istinto più forte della volontà, come il cane sperduto torna alla sua cuccia, i suoi piedi l'avevano riportata alla baita.

Quando si affacciò alla soglia, il fuoco era acceso, e Barbe Zef, già di ritorno, seduto colle spalle al fuoco sul solito panchetto, sbocconcellava tranquillamente pane e formaggio.

Due o tre galline andavano e venivano piluccando le briciole ch'egli lasciava cadere.

Al vederlo, la fanciulla ebbe un movimento violento e istintivo per indietreggiare, ma si vinse ed entrò. Petòti corse verso l'uomo con allegro scodinzolio. Quegli alzò il capo e salutò giovialmente.

— Oh bionda! Di dove vieni? Hai fatto buona passeggiata?

Era in una delle sue ore di loquacità e di facezia, gli occhi lustri, la cicatrice pallida sulla faccia congestionata.

Senza rispondere, tenendo le mani nascoste e avvoltolate nei lembi dello scialle come due moncherini, ella sedette appena dentro dell'uscio.

— Il postino di Forni mi ha dato qualche cosa per te — ammiccò l'uomo. — Aspetta: dove l'ho messa?...

E fruga e fruga nelle lunghe tasche della giacca ne trasse una cartolina illustrata tutta nera e gualcita, e l'arrotolò.

— Se l'è tenuta dieci giomisoggiunse. — To', piglia! — e la buttò a Mariutine.

Il piccolo rettangolo di carta le cadde in grembo. Gli occhi di lei si posarono stanchi e indifferenti su di esso, poi si staccarono spalancati sull'indirizzo e sulle poche parole che stavano scritte in bella calligrafia sotto ad una veduta marina. Riuscì faticosamente a decifrare: «Signorina Maria Zef - Un saluto da Genova - Pietro».

La cartolina le sfuggì di mano, cadde per terra. Ella non si chinò a raccoglierla. Aveva chiuso gli occhi ed appoggiato la testa contro il muro.

— Sono stato a Forniproseguì allegramente Barbe Zef. — Ho venduto un sacco di carbone all'oste del «Cavallino bianco». Ho visto gli Àgnul. È morto il vecchio. Gli hanno trovato una ventina di pani nascosti nel pagliericcio, duri come sassi. Li pigliava e li nascondeva, a somiglianza delle gazze. Gli Àgnul mi hanno voluto a mangiare con loro. Buona gente!... E il gobbo... oh, il gobbo, mi ha accompagnato per un buon tratto di strada sempre parlandomi di te. Mi ha dato l'indirizzo del suo recapito di Belluno, se mai ci si andasse per la fiera: Via del Sale 34. Indovina un po' che cosa mi ha detto? Io naturalmente non gli ho dato bada; ma è bene a sapersi, è bene a sapersi... Ascolta. Ma che fai?... Dormi?...

Ella riaperse gli occhi — ed erano grandi occhi che in quel suo viso smagrito e pallido parevano quasi neri — e lo fissò. Un tremito interno la scuoteva tutta.

— ... Siete stato a vedere Rosùte?

Le parole le uscivano dalla bocca senza ch'ella le avesse volute, all'infuori di qualunque ragionamento, così sommesse che quasi non si udirono, e tuttavia risuonarono ai suoi stessi orecchi come pronunciate con voce altissima, venuta da un mondo lontano, e intorno ad esse si fece un grande silenzio.

— Da Rosùte?... — rispose l'uomo. — No.

Allora ella si levò dalla panca dove stava seduta, e senza una parola, senza un grido, gli si avvicinò.

Quando gli fu alle spalle parve vacillare, ma si rimise, e fulmineamente, con una mano afferrandolo alla nuca, coll'altra tempestandolo di colpi, gli si avventò addosso.

Colpiva alla cieca, violentemente, sulle spalle, sulla faccia, sul cranio, sul collo.

Come una bestia presa al laccio, egli si dibatteva, tentando di graffiare e di mordere, sferrando pugni e calci, ma appena con uno strappo riusciva a scrollarsi e stava per rizzarsi in piedi, colla sua grossa mano di montanara avvezza alla falce, alla scure, ella lo riagguantava, e lo ricacciava giù, giù, colla testa fino a toccare la terra, squassandolo, schiacciandolo, con tutto l'impeto e la forza del suo giovane corpo, triplicati dall'orgasmo e dalla sofferenza.

Frasi concitate e veementi, insieme all'abbaiare spiritato di Petòti, empivano le pause del duello tragico.

— ... La mâri... La mâri... Avete fatto morire la mâri... Prima rovinata e poi fatta morire... Assassino!... Vigliacco!... Assassino!...

Si fermò soltanto quando fu allo stremo delle sue forze. I capelli le cadevano sciolti per le spalle, giù per il viso; aveva la gonna a brandelli; per un morso dell'uomo la sua mano destra sanguinava.

Si lasciò cadere all'estremità della panca stessa di dove nella lotta egli era scivolato a terra. Noncurante della sua vicinanza e del pericolo, indifferente alla possibilità ch'egli si vendicasse, si abbandonò col capo sulla tavola, la faccia nascosta tra le braccia, e si mise disperatamente a singhiozzare.

E della sua vicinanza e della sua debolezza l'uomo forse si accorse, ma non ne profittò. Rimase per terra, a poca distanza da lei che l'aveva così duramente battuto, raggomitolato su stesso, tossendo, ansimando, sputando: un mucchio di cenci, un vecchio, un povero essere debole anch'esso e senza perfidia.

Di quando in quando le gettava di sfuggita uno sguardo pieno di paura, ed infine si mise anch'egli sommessamente a piangere.

E nel pianto, come un bambino ripeteva un suo querulo lagno: — Ah, ah, povero Zef! Ah, ah, povero Zef!...

Presa da un'intollerabile insofferenza, Mariutine sollevò il capo, si asciugò vivamente le lagrime, gli posò la mano sulla spalla. Lo sentì tremare.

Bastacomandò. Domani andrete a vedere Rosùte.

— Sì — balbettò egli.

— Le direte che... sono ammalata... e perciò sinora non ho potuto scendere a Forni. Per voi inventerete un pretesto: non bisogna che la bambina supponga d'esser stata dimenticata. Avete capito? Poi vi informerete dal medico se e quando possiamo riportarla a casa.

— Sì — ripetè egli.

 

La lunghissima notte era trascorsa senza che i due si scambiassero altre parole.

Mariutine si era gettata tutta vestita sul letto; l'uomo era rimasto nello stesso cantuccio dove era caduto, fra la tavola e il focolare, col cane accanto, senza più piangere, senza più parlare, senza arrischiare il minimo tentativo di cambiar stanza e giaciglio. Dopo un certo tempo agli orecchi di lei era giunto un rumore regolare e monotono: egli poteva dormire!

Allora, poco a poco, anche Mariutine aveva finito per cadere in un pesante torpore.

Non dormiva, no: tutto il suo essere spasimava troppo di sofferenza per poter cedere al sonno, ma l'effimera eccitazione era caduta, ed al suo posto la fatica, il digiuno, la febbre, avevano creato un'atmosfera di smarrito stupore, quasi d'incoscienza, dove la tragica immagine della madre e il dolore — il dolore pungente, cocente, insostenibile, — che da quell'immagine nasceva, erano andati annebbiandosi, sbiadendo, quasi staccandosi da lei.

La sua corsa alla Malga Varmòst, il suo errare per la montagna, il ritorno alla baita, ora fluttuavano nella sua memoria più simili all'incubo, all'allucinazione, che alla realtà.

... Parole, immagini, dubbi, ricordi, pieni d'orrore e di tristezza... presenti, lontani, incredibili, veri?... Ella non poteva, non poteva più, fermarvi lungamente il pensiero. Le si affacciavano piuttostofantasmi non chiamatiombre e figure buffe liete e pazze: frotte di maschere con strambi ceffi, con occhi fiammeggianti, che ballavano in tondo buttando gambe e braccia per aria; vedeva il gobbo, vestito da donna, correre a lei e farle un grande inchino; e dietro a lui una folla di giovani e di ragazze avanzare ridendo e cantando:

 

Il sorèli al tramonte

E la lune fas splendor

E lis stelis fan corone

E i fantatis fasin l'amor.

 

Ed ella allora voleva fermarli, unirsi a loro, cantare anch'ella in coroera tanto, tanto tempo, che non cantava, che non rideva!... — ed apriva la bocca per chiamare, ed agitava le mani per far cenno ai cantori che si fermassero, che l'aspettassero, ma la voce non voleva uscirle dalla gola, e le mani che agitava in alto le facevano tanto male, tanto male, e ne colavano fitte fitte delle gocce di sangue...

Si era destata all'improvviso su questa impressione. Le mani le dolevano veramente, di un dolore sordo, continuo; anzi era stato proprio quel dolore che l'aveva destata; ma aveva anche la fronte in fiamme, il polso che correva come un cavallo impazzito, dalla testa ai piedi si sentiva bruciare.

L'alba. Nessun rumore più dalla cucina. Dov'era Barbe Zef?... La porta della baita era socchiusa.

Petòti!

Nessun indizio della presenza di Petòti. Non c'era più nessuno. Barbe Zef era filato via senza ch'ella lo udisse, portando seco anche il cane.

Mariutine si passò la mano sulla fronte quasi a snebbiare la smemoratezza che la prendeva.

... Ah, sì, sì; Barbe Zef era andato a Forni a vedere Rosùte. Ella stessa, la sera innanzi, glielo aveva comandato.

«Comandato!». La parola ed il fatto la restituirono alla realtà, e la costernazione si impadronì di lei.

... Ella, ella, la sera innanzi, aveva aggredito e ingiuriato Barbe Zef, lo aveva battuto, gettato per terra, pestato quasi sotto i piedi...

Questo soltanto campeggiava nella sua memoria, e con tale rilievo, e così enorme le pareva, da farle smarrire totalmente la nozione dei precedenti.

Da anni, si può dire fin dalla nascita, ma specialmente dopo la morte della madre, l'attitudine sua verso Barbe Zef era stata quella del mendico verso chi gli fa la carità... Attitudine di soggezione e di umiltà, che era divenuta naturale piega dell'animo. Ora, come il cane può spezzare fugacemente la catena a cui è avvezzo, ed anche mordere la mano del padrone, ma torna presto, volontariamente, a coda bassa e pieno di paura, al suo collare di schiavitù, così ella curvava le spalle e abbassava la testa, presa dal terrore e dal rimorso di ciò che aveva osato.

Da ventiquattr'ore viveva tra mostri e fantasmi; le pareva d'impazzire: che cosa, che cosa mai, aveva fatto?

Serrandosi tra le mani le tempie brucianti, cercando di metter ordine ai suoi pensieri, prese faticosamente a rievocare uno per uno gli episodi della sera innanzi.

... Era entrata in cucina... Barbe Zef era che mangiava... avevano scambiato poche parole... e gli si era scagliata addosso come una belva.

... Ed egli?... Per quanto rammentava, egli si era limitato a difendersi senza soverchia brutalità... Poi si era messo a piangere... Aveva passato l'intera notte rannicchiato per terra col cane... All'alba, obbediente al comando, era sceso a Forni.

Ma indubbiamente, la sera, quando ella gli era piombata alle spalle, l'alcool e la sorpresa avevano determinato in lui uno stato di ebbrezza e di ottusità che, oltre a paralizzare le sue possibilità di reazione, gli avevano impedito di rendersi esatto conto di quanto succedeva. Ai rotti accenni di lei al passato, non aveva opposto parola; forse non aveva compreso. E non aveva adunque neppure compreso, — forse si era domandato, — perchè, perchè, ella repentinamente infierisse così contro di lui...

Stanco; impregnato di alcool, e colto di sorpresa... Sì, la sua passività e la sua remissività della sera innanzi si potevano fino a questo punto spiegare... Ma all'alba, quand'era partito, quando il tempo trascorso ed il riposo dovevano aver diradato perfino le ultime tracce dell'alcool, e avergli concesso di ricordare? Quando avrebbe potuto facilmente aver ragione di lei ancora immersa nel sonnovendicarsi e punirla? — Aveva invece ancora taciuto e obbedito. Si era rimesso tacitamente in cammino verso Forni...

... Ma era proprio certo che fosse andato a Forni?... Che fosse andato a vedere Rosùte?... Non poteva invece essere ancora , nel bosco o nei pressi della baita, o nascosto nella baita stessa?...

A questo dubbio, una terribile inquietudine, una convulsa trepidazione la presero. Il cane era scomparso; anche questo le appariva strano e di cattivo augurio.

Petòti! Petòti... — andava chiamando, e si aggirava smorta e scarmigliata dalla stanza alla cucina, all'ovile, al pollaio, tendendo l'orecchio ai rumori.

Aveva chiuso di dentro la porta della baita, ma una parete che scricchiolava, un belato, lo starnazzare d'una gallina, la facevano trasalire.

No, nella casa «egli» non c'era; il gabbano, le scarpe, ancora una volta mancavano. Era uscito. Ma per andar dove?...

Mariutine cercava di spingere lo sguardo al di del vetro opaco della piccola finestra ma non vedeva nulla. Roccie e neve, neve e roccie... La sua agitazione era tale, che aveva trascurato di far ciò che automaticamente, macchinalmente, faceva ogni giorno al suo primo svegliarsi: accendere il fuoco. E mentre la gelida umidità della cucinetta le penetrava nelle ossa, e profondi brividi la scuotevano tutta, come una bestia nei calori estivi corre alla fontana, continuamente accostava l'arida bocca alla secchia, e, quasi tuffandovi la testa, ingoiava lunghi sorsi d'acqua gelata, senza riuscire a dissetarsi.

Avrebbe voluto prendere un po' di quella neve soffice, bianca, che vedeva , a pochi passi dalla baita: immergervi le mani, appoggiarsene un po' sulla fronte: le pareva che le avrebbe dato tanta pace, tanto ristoro!...

Ma non osava riaprire la porta, avventurarsi fuori della baita, per paura dell'uomo.

Ah, fosse stata sola al mondo, non avesse avuto Rosùte, per non avrebbe tremato!...

Che Barbe Zef la ghermisse pure, la massacrasse di botte, la gettasse giù per le rocce della montagna... Oppure, come sapeva cogliere al laccio le volpi ed i lupi, un bel mattino cogliesse anche lei, e la freddasse con una fucilata!

Se non avesse avuto Rosùte, quale valore avrebbe avuto ormai per lei la vita, quale scopo?... Non avrebbe mosso un passo per difendersi dalla morte! Ma c'era Rosùte; Rosùte piccina, Rosùte senza madre... Proteggere, difendere, salvare dal dolore... Almeno lei!

Era egli andato a vederla? La sera innanzi aveva promesso, ma ciò non significava nulla: quando mai si era potuto leggere qualche cosa di certo — verità o menzogna — su quella faccia ottusa, che anche quando piangeva pareva ridesse?

Se egli era ancora , nel bosco o nei pressi della baita, da un istante all'altro le sarebbe riapparso dinnanzi.

Che dirgli?... Chiedergli un'altra volta: — Siete stato a vedere Rosùte? — Udire la stessa risposta?

Oppure non dirgli nulla, inginocchiarglisi davanti, domandargli perdono, supplicarlo di non far scontare alla bambina l'errore che lei, lei sola, aveva commesso?

... Chiedergli perdono!... Quando le sue povere mani umiliate erano a ricordarle un male immondo, a gridarle che prima di lei sua madre era passata per lo stesso destino, e nulla, nulla aveva potuto cambiarne il corso, se non la morte... Chiedergli perdono!...

— Eppure... — diceva febbrilmente a stessa, — eppure, io lo farò, io lo farò... Io devo pensare a Rosùte, a lei sola. Devo impedire che quanto è avvenuto fra me e lui si ripercuota su quell'innocente. Devo umiliarmi ancora di più, se è necessario... Sì, per Rosùte devo umiliarmi fino a chiedergli perdono!

Col cader della sera, l'inquietudine e l'orgasmo non l'avevano abbandonata. Tentava di dominarsi, ma ancora e sempre aveva paura... Di che? Non sapeva: della notte che avanzava, del silenzio, della solitudine; di quelle dure condizioni di vita che pure aveva sempre coraggiosamente affrontato... Paura del ritorno dell'uomo, oscuro senso dell'ignoto...

In tutte quelle ore non aveva mandato giù che un pezzo di pane e un piccolo avanzo di çuc; il focolare era senza fuoco, e le pecore, a cui non aveva pensato dalla sera innanzi, ammassate contro la porta dell'ovile, belavano, belavano ininterrottamente.

Fuori si era levato un gran vento; dal cantuccio dove l'abitudine l'aveva sospinta, ella si guardava le mani, ed udiva senza ascoltarli quegli atroci belati che trafiggevano le tempie. Non parevano belati; parevano urli... urli e gemiti umani.

Ad un tratto, con un profondo trasalire dell'animo, nel coro alto e stridulo, le parve di distinguere, di isolare, un grido:

Frutes!chiamava una voce piena d'angoscia, — Frutes!...

... Ah, come quando, bambine, lei e Rosùte si allontanavano un po' dalla mâri...

Frutes!... Frutes!... Frutes!...

Per tre o quattro volte, tra i belati del gregge e il sibilar del vento, il grido angoscioso trafisse chiarissimo lo spazio, poi tacque.

Allora, quasi mossa da qualcuno o da qualche cosa che la sollecitasse a far presto, ella rabbrividendo balzò in piedi a cercar la lucerna; l'accese; afferrò una bracciata di erba secca e la gettò alle pecore, poi un fastello di legna, e l'accatastò sul focolare.

Il fuoco aveva appena incominciato a divampare, che due colpi secchi furono bussati alla porta; s'intese il festoso guair di Petòti.

Senza più pensare a vivi a morti, ella s'affrettò verso la porta, l'aperse, e Barbe Zef, seguito dal cane, entrò.

 

E con lui una folata d'aria gelida, che fece oscillare il lume e il fuoco.

Egli era intabarrato fino agli orecchi ed aveva l'aria molto stanca. L'andata e ritorno da Forni — se a Forni era andatoripetuta per due giorni di seguito senza intervallo di riposo, era impresa tale da fiaccare uomini più giovani e più forti di lui.

Mariutine lo sapeva, e mentre gli gettava di sfuggita uno sguardo ansioso, sentì passare nuovamente sul suo animo l'ombra del rimorso, e nello stesso tempo si accorse di due cose: che quel giorno egli non aveva bevuto, e che non aveva voglia di parlare.

Senza rivolgergli la domanda che le bruciava le labbra, senza rivolgergli nessuna altra parola, ella si affaccendò svelta intorno al fuoco per riscaldargli la zuppa.

Egli si era liberato del gabbano e delle racchette e si era seduto in silenzio sul solito panchetto, ma non più colle spalle al focolare, bensì di fronte e un po' discosto, di dove poteva vedere il fuoco, il paiolo, e sorvegliare l'andirivieni di Mariutine.

Dal suo contegno non trapelava ira rancore, memoria di cosa alcuna che gli fosse sgradita; pareva che un tempo infinito fosse intercorso tra l'ieri e l'oggi, e dell'ieri avesse annullato perfino l'esistere.

Soltanto, se la fanciulla gli si avvicinava, le spalle dell'uomo trasalivano leggermente, e la cicatrice dell'occhio offeso con lieve tremito tradiva una specie di orgasmo.

Ella riempì fino all'orlo una scodella di zuppa bollente e gliela porse. Sentiva la sua paura rapidamente dileguare; nulla di quanto aveva pensato, fantasticato e temuto, avveniva.

Se il diavolo zoppo avesse voluto spiare nell'interno della baita dei Zef quella sera, al posto del brigante assetato di vendetta e della Maddalena piangente e implorante che Mariutine aveva creato colla fantasia, avrebbe veduto un pover'uomo calvo, affaticato e vestito di logori panni, curvo sulla sua scodella di zuppa, e una ragazzetta bionda, dagli occhi azzurri e dall'aria gentile, che lo serviva premurosamente.

Quelle due creature, che il giorno prima avevano così violentemente cozzato, mangiavano l'una accanto all'altra in silenzio, dinnanzi a un gran fuoco.

 

Fu soltanto dopo aver mangiato la zuppa, due grosse patate arrostite sotto la cenere, e un pezzo di formaggio, che l'uomo si decise a rivolgerle la parola.

E traendo dalla tasca delle brache un minuscolo involto legato con un cordoncino rosso, lo posò cautamente all'estremità della tavola.

Compar Guerrino mi ha dato questo per te — disse.

Ella stava staccando dal fuoco la pentola piena d'acqua calda per portarla all'acquaio, e senza lasciarla si voltò.

— Per me?... — chiese arrossendo vivamente.

— Per te — ripetè l'uomo. — Prendi.

Ella allora posò la pentola sulla pietra del focolare, e con mani incerte prese l'involto, e l'aperse.

Conteneva una scatoletta accuratamente avvolta nella carta velina, e nella scatola c'era un filo di finti coralli, chiuso da un «passetto» di similoro e posato su di uno strato di cotone rosa.

Ella era rimasta come pietrificata dallo stupore. Immobile, trattenendo il respiro, teneva il filo di coralli delicatamente colla punta delle dita come avrebbe tenuto l'ostia consacrata, sospeso in aria e un po' discosto da , quasi temesse di sciuparlo o di offuscarlo col fiato.

Il suo sguardo andava dal monile a Barbe Zef con un'espressione di toccante incertezza e di estatica ammirazione.

Poi, piantando tutto, pentola acqua e Barbe Zef, passò correndo nella stanza accanto, cercò il pezzo di specchio che le serviva per pettinarsi, e cinto al collo il filo di coralli, prese lungamente a rimirarsi.

Era quello lo specchio dove si era guardata recentemente con tanta tristezza, ma ora non vi scorgeva più un volto smagrito, due occhi cerchiati, la logora povertà di un ruvido casacchino, vi scorgeva soltanto quella cosa stupenda, meravigliosa, che aveva su di , quella collana smagliante, che infinite volte aveva ammirato sulle bancherelle delle fiere campestri o nella vetrina dell'unico orefice di Forni: ammirato, sognato e agognato, e ritenuto irraggiungibile.

La vedeva brillare al suo collo, se l'intrecciava ai capelli, l'accostava alla guancia, la scioglieva tutta lunga e la lasciava pendere sul petto... Quanto, quanto era bella!

I chicchi erano piccoli, disuguali, grossolanamente tagliati: non si trattava certo di un dono sontuoso: ma ella non aveva mai posseduto nulla, nulla, che rompesse la nuda povertà dei suoi stracci, nulla che l'adornasse, neppure una di quelle meschine chincaglierie che avevano anche le sue coetanee più misere; e non si domandò perchè il gobbo le mandasse quel dono, se era bene o male accettarlo: aveva quindici anni ed era donna, e sentì soltanto un'immensa, una quasi incredula gioia.

Quando ritornò in cucina, Barbe Zef era al posto dove l'aveva prima lasciato, e, ciò che raramente faceva, aveva acceso la pipa.

Non mostrava intenzione di coricarsi; pareva invece disposto a rimanere lungamente accanto al fuoco.

Ella per timidezza si era staccata i coralli dal collo, e tutta confusa e accesa in volto, li teneva nel cavo della mano, accarezzandoli, covandoli cogli occhi, quasi sorridendo a quelle pietruzze rosse che somigliavano a certe piccole bacche che aveva visto a primavera su qualche aspro cespuglio della montagna, ma più smaglianti, più lucide, più belle; infinitamente più belle.

Compar Guerrino ha detto proprio che posso tenerli per sempre?...

— Certo! — rise Barbe Zef.

— ... Sono troppo belli per portarli ogni giorno... — mormorò ella; e fattasi improvvisamente pensierosa, guardò Barbe Zef, che dopo la cena pareva rinfrancato e di ottimo umore.

Allora la domanda che pulsava ininterrottamente nel battito del suo cuore, che urgeva con voce così ansiosa da tanto tempo, da tanto tempo, nel suo sentimento, osò finalmente arrivarle alle labbra, esprimersi in timide parole:

— ... Forse siete stato a vedere Rosùte?...

— Sì — rispose egli. — La frute è perfettamente guarita, e posdomani sarà rilasciata.

 

Dopo averle così risposto, con uno di quei bruschi cambiamenti d'umore che gli erano consueti, Barbe Zef non aperse più bocca, e seguendo cogli occhi il fumo della pipa, si immerse in corrucciati pensieri.

Mariutine avrebbe voluto chiedergli infiniti particolari della sua visita a Rosùte: e che cosa la piccola aveva detto, e se era stata inquieta non vedendoli per così lungo tempo, e se aveva riacquistato del tutto l'uso della gambetta, e se aveva domandato di lei... ma non osò disturbarlo.

... Rosùte tornava... tornava guarita... «egli» non dimostrava rancore... pareva aver dimenticato l'offesa ricevuta...

Tutto questo le pareva una fortuna, un bene, così grandi, così inaspettati, che le veniva quasi da piangere... Ma perchè, perchè piangere? Certo, quando si è avvezzi al dolore, non è facile passare alla gioia, e se ne ha quasi paura... Ed ella aveva ancora la febbre addosso, e si sentiva così debole...

Aveva riposto pian piano i coralli nella loro scatolina, e la scatolina nella tasca del grembiale, e si era rimessa alle faccende della sera; ma lavando i piatti e riordinando la cucina, non poteva trattenersi dal gettare di quando in quando uno sguardo pieno di trepidazione alla saccoccia che essendo gonfia rimaneva un po' slabbrata, e dal toccare lievemente colla mano la scatolina quasi per farle una piccola carezza.

Barbe Zef quella notte non si coricò con lei. Dopo aver finito la sua fumata, andò a vedere le pecore, le galline; tirò il catenaccio della porta, e senza spiegazioni, acconciò accanto al fuoco un rudimentale giaciglio, e si addormentò.

Mai però la frase «dormire con un occhio solo», che abitualmente si riferisce ai cani, si sarebbe potuta, per doppia ragione, riferir meglio ad uomo; chè Mariutine l'intese lungamente e ripetutamente tossicchiare, starnutare, soffiarsi il naso, schiarirsi la voce, voltarsi e rivoltarsi sul pagliericcio, dare insomma i segni più ostensibili d'essere assai più sveglio e vigile, che addormentato.

 

Il giorno appresso egli non rientrò a desinare. Uscito assai per tempo il mattino, aveva portato seco qualche provvista e, dando prova d'una resistenza straordinaria, alla vigilia d'una terza sfaticata come quella che lo attendeva l'indomani, invece di starsene quatto quatto accanto al fuoco, se n'era andato in giro per la montagna.

È bensì vero che la montagna era il suo elemento, e dove altri non avrebbero trovato nulla da fare e da guadagnare, egli si ingegnava e industriava in cento modi anche nel cuore dell'inverno, sia preparando legna per far fuoco, sia tendendo lacci a questa o a quella bestiola, e perfino pescando tra i sassi del torrente certi grossi gamberi che costituivano un cibo appetitoso.

Anche Mariùte, malgrado il malessere che non l'abbandonava, quel giorno si era data accanitamente al lavoro, lavando, fregando, riordinando da capo a piedi la baita e le sue misere suppellettili, per il ritorno della sorellina.

L'indomani, l'indomani sarebbero andati a prenderla!

— Mi metterò i coralli... — pensava. E benchè il privarsi anche di piccola parte di essi, significasse per lei come tagliarsi un braccio, aveva deciso di regalarne metà a Rosùte perchè anch'ella avesse la sua piccola collana.

Quando sull'imbrunire Barbe Zef rientrò, ella stava ritagliando da un vecchio indumento di Catine una gonnellina per sua sorella. L'impresa non era facile con quella stoffa tutta sdrucita e rattoppata, ma con molta pazienza sperava riuscirvi.

Barbe Zef le gettò un'occhiata.

— Per chi lavori?

— Per Rosùte.

— Farai bene a mettere un po' in ordine anche la tua roba, e a preparare il tuo fagottodiss'egli.

Mariutine teneva le forbici in mano e le lasciò cadere a terra.

Perchè?... — mormorò, impallidendo violentemente.

Perchè, se sei fortunata, domani sera tu non tornerai quassùrispose l'uomo tranquillamente. — Compar Guerrino si è impegnato di collocarti a servizio presso una buona famiglia di Belluno, e domani che c'è la fiera, si è offerto di farti fare il viaggio in biroccio con lui. Egli ci aspetta domattina presto all'osteria del «Cavallino bianco».

— E... Rosùte?...

Rosùte?... A Rosùte penso io. Se non riuscirà a camminare da Forni a qui la porterò. Ma credo che ce la faccia: adesso, sgambetta assai meglio di prima.

— Ma Rosùte senza di me, qui... — balbettò Mariutine.

L'uomo l'osservava con diffidenza, e allontanatosi di qualche passo, prese le molle e si diede ad attizzare il fuoco con viso scuro senza lasciarla cogli occhi.

— La frute è abbastanza grandicella per sbrigarsi da . E poi ci sono io — disse. — Io vi ho mantenuto in tre per quasi dieci anniaggiunse lentamente. — È giusto che adesso anche tu incominci a guadagnar qualche soldo.

 

Dopo avergli apprestato la cena, ella passò nella stanza da letto e incominciò a tirar fuori la sua roba.

Il suo corredo non consisteva che in un altro casacchino e in un'altra gonna del tutto simili a quelli che aveva indosso, e appena appena un po' meno logori. In più possedeva il vestitino da lutto che le signore dell'Ospizio le avevano regalato prima della partenza.

Per scendere a Belluno avrebbe potuto mettere quello; ma quale biancheria avrebbe portato, se non aveva che due camicie tutte toppe e rammendi, che facevan vergogna?

Sulla roba di sua madre non c'era da contare: di buono non esisteva che lo scialle: il rimanente era costituito da cenci ancora più lisi dei suoi.

Aperse nondimeno il cassone, ed uno per uno prese in mano, spiegò e guardò anche quei poveri panni. Avevano la rigidezza, il colore e l'odore, che hanno i vestiti dei morti; ed ella li prendeva, li osservava lungamente, li posava, li riprendeva di nuovo...

In realtà non si rendeva conto ella stessa dei suoi movimenti, non pensava affatto a quello che faceva; da qualche ora era completamente fuori di . Sapeva soltanto che se all'improvviso le avessero annunciato che sua sorella era morta, avrebbe provato minore angoscia. Tutto il suo essere urlava, spasimava: — Rosùte no! Rosùte no!...

Ad un tratto, in un angolo del cassone le sue mani urtarono nella bottiglia di grappa che il giorno stesso del loro ritorno alla baita dopo la sosta all'Ospizio aveva scoperto nel pagliericcio del letto e, avvolta in un cencio, aveva nascosto in mezzo alle sue robe. La prese e la guardò: era quasi a metà piena ancora di grappa.

Pochi mesi dal giorno in cui aveva trovato e nascosto quella bottiglia!... Pochi mesi, ed un tempo e uno spazio infiniti... Benchè allora avesse perduto da così poco sua madre, quanto, quanto allora era meno infelice di oggi! Poteva ancora sperare, credere, avere fiducia... Allora non era malata; allora aveva Rosùte!

Il pensiero della sorella le trafisse nuovamente il cuore come una pugnalata. L'indomani a quell'ora la piccola sarebbe stata sola alla baita con Barbe Zef... Avrebbe molto sofferto e pianto in principio, senza di lei; poi, le settimane, mesi, sarebbero passati, e si sarebbe abituata... Finchè un giorno sarebbe venuto — ella ne era certa! — come era venuto per la mâri, come era venuto per lei... Un giorno...

Ma... Rosùte di chi era figlia?... di chi? Quando era nata, il vero marito della loro madre, Gaspari Zef, non era più con loro... Ma la donna della Malga Varmòst aveva parlato soltanto di maternità soffocate, soppresse... Perchè non l'aveva interrogata? Perchè non aveva osato affrontare la verità fino in fondo?... Ma certo Rosùte gli assomigliava; aveva la sua pelle lentigginosa, i suoi capelli rossi... Come mai non l'aveva notato prima? Come mai non se n'era accorta? Sì, sì, Rosùte era il ritratto parlante di Barbe Zef!...

Il dubbio, che non per la prima volta in quei giorni le si affacciava, come un aspide la morse nuovamente e atrocemente... Se fosse!...

Si sentì allora così profondamente agitata da non reggersi in piedi; e colle mani si compresse il cuore, chè le pareva che i suoi battiti si potessero udire al di della parete.

Passò così qualche tempo. Frattanto Barbe Zef stava ungendo le scarpe e preparando le racchette per la traversata di domani.

Quando ella rientrò in cucina, era pallidissima ma tranquilla e, tenendo la bottiglia tra le mani, andò direttamente a lui e gliela posò dinnanzi.

— Che è? — fece egli. — Grappa? Dov'era? E quando l'hai trovata?

— Nel pagliericcio del letto. In questo momentomentì Mariutine.

L'uomo, prese la bottiglia, la riconobbe, la stappò, l'annusò. La tentazione era forte, ma la paura lo rendeva sospettoso.

— E tu, non ne berresti un dito? — chiese guardando fissamente Mariutine.

— Se me lo daterispose ella.

Egli le tese la bottiglia perchè vi attaccasse la bocca, ma a metà strada cambiò pensiero.

Prendi una scodella — le disse.

Mariutine obbedì, ed egli stesso le versò la grappa. Ella bevve d'un fiato fino all'ultima goccia, e gli restituì la scodella vuota. Completamente rassicurato, egli colla mano la respinse, attaccò la bocca alla bottiglia e ne tracannò un buon sorso.

Bastadisse riposandola sulla tavola. — Non si beve, alla vigilia del giorno in cui si deve camminare. E tu, va a dormire.

Ella lo lasciò solo; accostò l'uscio senza chiuderlo, si tolse le scarpe, e scalza, al buio, addossata alla parete rimase.

Di tratto in tratto si appressava senza rumore alla fessura dell'uscio e spiava di . Vedeva con angoscia l'uomo sempre allo stesso posto, davanti alla bottiglia che poco a poco, malgrado i proponimenti, andava vuotandosi, ma sempre sveglio, sempre padrone di , sempre a occhi aperti. Le ore passavano, l'alba forse non era lontana, l'ora di lasciare la baita, l'ora di partire...

Finalmente egli cominciò a parlottare da solo, a borbottare, a raccontarsi delle lunghe storie sconclusionate... Ella seguì coll'orecchio lo spostarsi della panca, i passi incerti, lo scricchiolare del pagliericcio su cui si distendeva. E poco dopo un russare profondo.

Ad occhi sbarrati, livida, lasciò passare ancora del tempo e del tempo. Dalla cucina sempre lo stesso regolare respiro... Ore, minuti, secoli?...

Una strana calma era scesa su di lei. Bisognava anzitutto che Petòti non abbaiasse... Ma Petòti per lei non avrebbe abbaiato...

Allora, adagio adagio, evitando perfino di spostare l'aria intorno a , con movimenti cauti e meditati, più strisciando che camminando, ella allargò lo spiraglio dell'uscio e sguisciò dentro nella cucina.

Egli aveva spento la lucernetta, ma sul focolare alcuni tizzoni ancor vivi mandavano guizzi di luce.

Nella penombra egli era ... Si distingueva bene il suo corpo sul pagliericcio di foglie secche su cui era disteso... La colpì l'odore di quel corpo. Non l'aveva mai prima notato: odore di stracci bagnati, di legno fracido, di tabacco e di lupo.

Egli era ... Inerme, annientato, in potere di lei che lo guardava, che lo spiava...

Come gridavano, quella notte, le civette del Bosco Tagliato!...

Una improvvisa pietà di lui, di , della vita, del comune destino, la fece vacillare sulle ginocchia, indietreggiare tremando verso l'uscio da cui era entrata. Pietà di quell'essere che era per terra, e dalla nascita alla morte era stato anch'esso un mendico, un misero; nato forse senza perfidia, ma che povertà, promiscuità, solitudine, privazione assoluta di tutto ciò che può addolcire ed elevare la vita, avevano abbrutito e travolto. Tranne l'ubbriacarsi e l'accoppiarsi con qualche femmina, che altro aveva avuto quel meschino nella sua vita?... Null'altro, null'altro al mondo, che faticare e patire... Ed ora...

Ma si irrigidì contro la sua debolezza. Rosùte!...

Rosùte no, Rosùte no, Rosùte no!

La cucina era così piccola che le bastò, senza muoversi, tendere il braccio, la mano, per afferrare la scure che era buttata sopra un mucchio di legna nell'angolo del focolare.

Ella l'afferrò e l'alzò quanto più alto potè.

La lama lampeggiò nell'ombra.

Mirò al collo, e vibrò il colpo.

 

Non un grido: solo un fiotto di sangue.

 

 

FINE




Precedente

Successivo

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA1) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2009. Content in this page is licensed under a Creative Commons License